Dott. Giulio Perrotta
Dott. Giulio Perrotta

   dal 2 Maggio 2012 ...

 

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LA "RASSEGNA STAMPA QUOTIDIANA" (IX PARTE)

Tutte le notizie da "Il Giornale" in tema di politica, attualità, cronaca, economia e cultura

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IlGiornale.it - Politica

Irregolari, la guerra delle cifre. "Ecco perché ora sono 90mila" (Thu, 25 Apr 2019)
Con i porti chiusi scende il numero degli irregolari presenti sul nostro territorio. Ecco le cifre sul fronte immigrazione La guerra delle cifre sui migranti va avanti. Il tema degli irregolari presenti sul nostro territorio accende la campagna elettorale. Il minsitro Di Maio oggi ha attaccato Salvini chiedendo tempi rapidi per i rimpatri. Salvini non ha risposto "alle provocazioni" del leader grillino e ha di fatto ribadito la sua linea sul fronte della gestione dei flussi migratori. Ma negli ultimi giorni i gialloverdi litigano su una cifra: quella degli irregolari sul nostro territorio. In un primo momento Salvini aveva parlato di 500mila persone per poi correggere la stima in 90mila unità. Come stanno le cose? È lo stesso Viminale a chiarire le cose. "Il ministero dell’Interno ha i dati aggiornati in tempo reale. Gli altri possono giocare a lotto, ma i numeri dicono questo", ha affermato Salvini. Secondo il Viminale i 2.053 rimpatri di questi primi mesi dell'anno rappresentano un dato leggermente superiore al trend del 2018. Il motivo? Gli sbarchi negli anni precedenti erano di più. Ma c'è un altro aspetto che il Viminale sottolinea: i rimpatri sono più di tre volte gli arrivi (2053 rispetto a 666). Fin qui i dati sui rimpatri che vanno di pari passo sul "censimento" degli irregolari. Come riporta ilCorriere, Il Viminale ha fornito nuove cifre più dettagliate: "Oltre ai rimpatriati vanno considerati i moltissimi (268.839 quelli accertati) che hanno raggiunto altri paesi dell’Ue e poi tutti i migranti in situazione d’accoglienza (circa 119mila)", fa sapere il ministro degli Interni. Da qui le nuove stime che fissano a circa 90mila gli irregolari presenti in Italia. Infine su questo punto è intervenuta portavoce della Commissione Ue, Natasha Bertaud: "Abbiamo chiesto diverse volte agli Stati membri di prendere misure per prevenire i movimenti secondari e aumentare il numero di persone che vengono rimpatriate nei paesi di origine quando non hanno diritto di restare nell’Ue. In passato abbiamo inviato delle raccomandazioni specifiche all’Italia su movimenti secondari e rimpatri". La guerra delle cifre va avanti. Ma un dato è certo: con la politica dei porti chiusi gli sbarchi sono diminuiti. Per davvero. Tag:  migranti rimpatri
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C'è Salvini e cantano "Bella Ciao". Il ministro "zittisce" i contestatori (Thu, 25 Apr 2019)
A Caltanissetta un gruppo di contestatori ha cercato di "sabotare" il comizio del ministro Salvini. Scontro verbale in piazza Botta e risposta duro tra Matteo Salvini e un gruppetto di contestatori a Caltanissetta. Il ministro degli interbi ha tenuto un comizio in vista delle amministrative nella città nissena. Al suo arrivo è stato accolto da alcuni contestatori che hanno intonato un coro con "Bella Ciao". Il ministro non ha perso tempo ed ha subito risposto parando il colpo. Prima con una battuta: "Se cantate bene 'Bella Ciao' vi segnalo a The Voice e Simona Ventura". Poi il tono si è fatto serio e il ministro è passato al contrattacco: "Se amate i clandestini li mantenete voi. Lasciatemi il conto corrente e il codice fiscale e li mantenete voi". Poi, sempre il ministro ha rincarato la dose: "Saluto i comunisti che stanno contestando - ha risposto - e ricordo che istituiremo di nuovo l’educazione civica nelle scuole. Uno che crede nel comunismo nel 2019 va abbracciato come un panda". Lo scontro non è però finito qui. I contestatori hanno interrotto più vole il ministro durante il suo intervento sul palco e così Salvini ha affermato: "Gli immigrati regolari e perbene sono mie sorelle e miei fratelli, perchè nel 2019 non si distinguono le persone per il colore della pelle. Se voi amate i clandestini, però, ci lasciate conto corrente e li mantenete voi. Prima vengono gli italiani e poi tutto il mondo. I fenomeni direbbero razzismo, egoismo, ma si tratta di buonsenso". Infine il ministro ha ricordato quanto detto già in mattinata a Corleone commentando le manifestazioni per il 25 aprile: "L’antifascismo è un valoredi questo Paese, ma vorrei che il 25 aprile fosse il giorno dell’unione e della pacificazione, dell’Italia che verrà. Sono qui per dire che la mafia la vinciamo: possono cambiare pelle, fare affari, controllare appalti ed energie, ma siamo più forti noi, li andiamo a scovare lì dove sono. Non ho paura e sono disposto a dare la vita per questo Paese". Tag:  25 aprile Persone:  Matteo Salvini Luoghi:  Caltanissetta
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Altro che il 25, evviva il 18 aprile (Thu, 25 Apr 2019)
In quel giorno del '48 le prime elezioni post costituzione: gli italiani scongiurarono la presa del potere da parte dei comunisti Oggi avremmo voluto sì festeggiare la liberazione, ma quella da un governo di dilettanti. Ci siamo andati vicino ma purtroppo sono ancora lì, sfidando la legge di gravità. Lo spettacolo da guerra civile dentro la maggioranza andato in scena l'altra sera a Palazzo Chigi, con ministri che si ammutinano, altri che si ricattano e i restanti che litigano furiosamente tra di loro non ha precedenti nella storia della Repubblica nata proprio sull'onda del divisivo e sanguinoso 25 Aprile. Al punto che, come mi ha suggerito ieri un amico, per ripristinare un po' di verità, verrebbe voglia di spostare la celebrazione della Liberazione a un'altra data, perché quella vera, di liberazione, avvenne non un 25 ma un 18 aprile. Proprio in quel giorno del 1948 si celebrarono le prime elezioni post costituzione repubblicana e gli italiani con il loro voto scongiurarono il rischio reale e concreto della presa del potere da parte dei comunisti e dei socialisti. Vinse con il 48 per cento del consenso e la maggioranza assoluta dei seggi la Democrazia cristiana di De Gasperi. Solo a quel punto - in mano a moderati, cattolici e liberali - l'Italia trovò davvero la sua libertà (il rischio era di passare direttamente dal fascismo al comunismo di Togliatti), la sua collocazione definitiva nello scacchiere del mondo occidentale e l'inizio di un percorso di stabilità, di crescita sociale ed economica che la portò fino a essere l'ottava potenza del mondo. Oggi, di fronte alla pericolosità di Di Maio e del governo tutto ci sarebbe bisogno, invece che delle risse e degli odi da «25», di un nuovo «18 Aprile» che rimetta l'Italia sui giusti binari della storia. Più che i «liberatori» - tanto per stare nel tema del giorno - questi governanti mi sembrano simili ai gerarchi di Salò che uno contro l'altro, asserragliati nel fortino, si occuparono solo di salvare se stessi, peraltro con risultati pessimi. Matteo Salvini deve salvare il suo sottosegretario Siri, Di Maio la sua sindaca Raggi, il premier Conte il suo nobile posteriore, ognuno insomma ha un suo personale motivo per non fare prevalere il bene comune come si è ben visto l'altra sera a Palazzo Chigi, tanto che anche il decreto sviluppo è rimasto nel limbo. Salvini ci rifletta, non ha il diritto di trascinarci tutti in questo buco nero.
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25 aprile, Strada insulta Salvini: "Spero si tolga dal c..." (Thu, 25 Apr 2019)
Gino Strada insulta Salvini al corteo per il 25 aprile: "È un fascista. Spero si tolga dal c...". Ancora scintille tra i due La sfilata del 25 aprile a Milano ha avuto un obiettivo chiaro: mettere nel mirino il "nemico" Salvini. Insulti, offese e attacchi al ministro degli Interni hanno declinato questa giornata per la Festa della Liberazione. E a mettere nel mirino il ministro tra una bandiera rossa e l'altra c'era anche Gino Strada. Il fondatore di Emergecy non ha risparmiato attacchi al titolare del Viminale e ai microfoni di Rpubblica tv ha affondato il colpo sul ministro: "Importante festeggiare il 25 aprile visto che al governo ci sono dei fascisti e noi difendiamo altri valori. Risposta positiva e mi auguro che molta più gente cominci a mobilitarsi perché questa situazione è pericolosa". A questo punto è arrivato l'insulto vero e proprio per Salvini: "È un fascista e spero si tolga dai c...". Parole forti quelle di Strada che sottolineano i rapporti sempre tesi tra il fondatore di Emergency e il ministro. Solo qualche settimana fa Strada aveva criticato Salvini per la politica dei porti chiusi: "Mi stupisce la completa disumanità di questo signore. È un atteggiamento che non è soltanto non solidale o indifferente, ma è gretto, ignorante. È un atteggiamento criminale, questi sono dei criminali, dobbiamo svegliarci ci stanno ammazzando la gente sotto i nostri occhi e li sta ammazzando un governo che, purtroppo, molti italiani hanno anche assecondato e votato". L'odio contro il ministro non poteva certo mancare nella manifestazione del 25 aprile. E così Strada non si è sottratto all'ennesimo attacco nei confronti del titolare degli Interni... [[video 1684755]] Persone:  Matteo Salvini Gino Strada
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"Rimpatri e via Siri", "Provoca". Altro scontro Di Maio-Salvini (Thu, 25 Apr 2019)
Il grillino mette nel mirino il ministro sulle politiche sull'immigrazione. Lo punge su Siri. Il leghista: "Resta dov'è..." Ancora scintille tra Movimento Cinque Stelle e Lega. In una giornata infuocata in cui si è consumata una frattura nella maggioranza sulle celebrazioni del 25 aprile, Di Maio affonda il colpo sul suo alleato di governo e lo fa da Perugia durante un comizio. Il vicepremier pentastellato non usa giri di parole e attacca il leader della Lega su tutti i frontyi. Il primo colpo lo assesta sull'immigrazione: "Sto ricordando al ministro dell’Interno che i rimpatri si devono fare perchè erano stati promessi, devono essere fatti prima possibile. n Italia è molto sentito il tema dell’immigrazione, ma dobbiamo affrontarlo con più attenzione. Stiamo chiedendo all’Europa di sbloccare le redistribuzioni". Poi, dopo aver criticato il Viminale per i "ritardi nei rimpatri", il ministro grillino torna sul chiodo fisso del Movimento: le dimissioni di Siri. Le parole di Di Maio sono abbastanza chiare: "Noi diciamo chiaramente che il sottosegretario Siri se ne deve andare a casa. Il ministro Toninelli gli ha già tolto le deleghe. Il garantismo non è paraculismo: facessero il loro dovere morale e rimuovessero Siri da sottosegretario, che di certo non rimarrebbe in mezzo a una strada. Se è innocente verrà dimostrato - ha proseguito il vicepremier e capo politico M5s - anche da noi c’è chi si è macchiato di reati, ma io dopo tre secondi l’ho rimosso dal Movimento 5 stelle. Abbiamo regole rigide che consentono di arginare le infiltrazioni". Parole dure quelle del vicepremier pentastellato che non chiudono affatto lo scontro ormai in corso da tempo nella maggioranza gialloverde. A distanza, dalla Sicilia, Salvini commenta così le parole di Di Maio: "Mi sono imposto di non rispondere a polemiche e provocazioni, oggi è la giornata della pace". Poi visitando il comune di Bagheria in vista delle amministrative, Salvini manda un messaggio chiaro agli elettori mettendo nel mirino il sindaco uscente ex M5s sospeso dal Movimento per una inchiesta: "Cambiare è utile, l'onestà è importante ma all'onestà va accompagnata la capacità, perché per fare il sindaco bisogna conoscere la propria città, amarla, conoscere le strade e occuparsi delle tasse che stanno strangolando i negozi. "La scelta domenica è vostra dice - avete provato sulla vostra pelle qualcuno che aveva promesso il cambiamento, non sta a me giudicare. Io non vivo qua, lascio giudicare a voi". Infine manda una stoccata anche a Leoluca Orlando: "Sarà il prossimo sindaco, dopo quello di Bagheria, a preparare gli scatoloni...". Persone:  Armando Siri Luigi Di Maio Matteo Salvini
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25 Aprile, Fratoianni (Sinistra Italiana) in corteo: “Oggi è un giorno divisivo solo per i fascisti” (Thu, 25 Apr 2019)
(Agenzia Vista) Milano, 25 aprile 2019 “Chi trova scuse per non essere nelle piazze sta facendo occhieggiando alla peggiore estrema destra di questo paese, il giorno di oggi è divisivo solo per fascisti ed estrema destra”. Lo ha detto il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni alla manifestazione del 25 Aprile a Milano Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev (Agenzia Vista) Milano, 25 aprile 2019 “Chi trova scuse per non essere nelle piazze sta facendo occhieggiando alla peggiore estrema destra di questo paese, il giorno di oggi è divisivo solo per fascisti ed estrema destra”. Lo ha detto il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni alla manifestazione del 25 Aprile a Milano Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev fascisti giorno Persone:  Nicola Fratoianni 
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Comizio di Salvini a Bagheria (PA) in una piazza stracolma di persone (Thu, 25 Apr 2019)
(Agenzia Vista) Bagheria (PA), 25 aprile 2019 Comizio di Salvini a Bagheria in una piazza stracolma di persone Matteo Salvini, segretario della Lega, ha tenuto un comizio a Bagheria in una piazza stracolma di persone giunte per assistere al discorso del ministro dell'Interno. fonte Facebook_Matteo Salvini Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev (Agenzia Vista) Bagheria (PA), 25 aprile 2019 Comizio di Salvini a Bagheria in una piazza stracolma di persone Matteo Salvini, segretario della Lega, ha tenuto un comizio a Bagheria in una piazza stracolma di persone giunte per assistere al discorso del ministro dell'Interno. fonte Facebook_Matteo Salvini Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev piazza persone Persone:  Matteo Salvini 
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25 aprile, Salvini: “Siamo nel 2019, fascismo non ritornerà” (Thu, 25 Apr 2019)
(Agenzia Vista) Bagheria (PA), 25 aprile 2019 25 aprile, Salvini: "Siamo nel 2019, fascismo non ritornerà" "Questa piazza è la miglior risposta alle polemiche di questi giorni sul 25 aprile. Siamo nel 2019, il fascismo non ritornerà". Queste le parole di Matteo Salvini, segretario della Lega, ad un comizio a Bagheria. fonte Facebook_Matteo Salvini Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev (Agenzia Vista) Bagheria (PA), 25 aprile 2019 25 aprile, Salvini: "Siamo nel 2019, fascismo non ritornerà" "Questa piazza è la miglior risposta alle polemiche di questi giorni sul 25 aprile. Siamo nel 2019, il fascismo non ritornerà". Queste le parole di Matteo Salvini, segretario della Lega, ad un comizio a Bagheria. fonte Facebook_Matteo Salvini Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev 25Aprile fascismo Persone:  Matteo Salvini 
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Boldrini contro l'Espresso per la foto della Raggi (Thu, 25 Apr 2019)
Laura Boldrini critica la scelta della foto della Raggi per la copertina del settimanale. Ed è polemica Laura Boldrini va all'attacco. Questa volta nel mirino dell'ex presidente della Camera è finita la copertina de l'Espresso con una foto della Raggi. Al centro dell'inchiesta del settimanle c'è l'audio del sindaco di Roma sul bilancio Ama che tante polemiche ha innescato tra M5s e Lega nelle ultime settimane. La Boldrini però contesta la scelta della foto della Raggi in copertina. Non tanto la presenza del sindaco di Roma nella cover delsettimanale, ma critica in modo aspro la scelta di questa foto in cui a suo dire la Raggi appare invecchiata. E così al Fatto si sfoga: "Una giovane donna che viene invecchiata di trent'anni... Se si voleva criticare l'operato della sindaca di Roma c'erano altri modi: la sua gestione della città non soddisfa tanti romani. Ritrarla così - prosegue la fu presidenta col ditino perennemente alzato -, con un volto che tra l'altro è poco riconoscibile e non rispondente alle sue sembianze, mi è sembrato poco appropriato. Si poteva evitare". Parole dure quella dell'ex presidente della Camera che di fatto non risparmia critiche al settimanale che di solito è molto vicino e solidale con le posizioni politiche della stessa Boldrini. Intanto l'ex presidente di Montecitorio ha preso parte al corteo di Milano per festeggiare la Liberazione del 25 aprile. La Bodlrini ha sfilato in compagnia dei centri sociali, dei sindacati e del Pd per le strade del capolugo lombardo: "Gli eventi di ieri sono stati deprecabili e nefasti, ma siamo tutti qui insieme. Siamo qui a dire 'no pasaran'", ha affermato. Infine su Twitter ha commentato così le polemiche sul 25 aprile: "Oggi non c’è nessun derby. La finale l’abbiamo giocata 74 anni fa, ha vinto la democrazia e hanno perso i fascisti. Buon 25 Aprile a tutte e tutti". Persone:  Laura Boldrini Virginia Raggi
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25 Aprile, Gino Strada in corteo: “Salvini è un fascista, spero si tolga dai c……i” (Thu, 25 Apr 2019)
(Agenzia Vista) Milano, 25 aprile 2019 “Salvini è normale che non sia qui, è un fascista, spero si tolga dai coglioni”. Lo ha detto il fondatore di Emergency Gino Strada alla manifestazione del 25 Aprile a Milano Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev (Agenzia Vista) Milano, 25 aprile 2019 “Salvini è normale che non sia qui, è un fascista, spero si tolga dai coglioni”. Lo ha detto il fondatore di Emergency Gino Strada alla manifestazione del 25 Aprile a Milano Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev fascista 25 aprile Persone:  Gino Strada Matteo Salvini 
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IlGiornale.it - Cronache

"Carabinieri infami di m..." Ecco il 25 aprile antifascista (Thu, 25 Apr 2019)
Insulti e offese: imbrattate le lapidi dei militari caduti e quelle delle vittime delle foibe. L'odio per le strade di Modena Il 25 aprile divide ancora. Come ogni anno le sfilate di piazza e i cortei sono accompagnati dall'odio politico. Non viene risparmiato nessuno, nemmeno le lapidi per le vittime delle foibe o quelle per i carabinieri partigiani. E così accade che a Modena, proprio dopo il corteo dei centri sociali e degli antagonisti che hanno sfilato invocando i valori della Resistenza, le lapidi dei martiri dellf oibe e quella dedicata a un carabiniere partigiano restino imbrattate con scritte offensive e oltraggiose per la memoria di chi ha sacrificato la propria vita. A segnalarlo su Facebook è stata Giorgia Meloni che ha sottolienato ancora una volta quanto sia forte l'odio antifascista soprattutto nei cortei che si tengono il 25 aprile: "Le foto di seguito sono ciò che rimane del corteo per il 25 aprile a Modena. Imbrattati muri, il monumento ai martiri delle foibe, perfino la targa dedicata a un carabiniere partigiano. Ecco a voi la libertà proposta dagli antifascisti nel 2019". Ma in tutta Italia si sono registrati episodi del genere. Nel mirino delle manifestazioni per il 25 aprile è finito soprattutto il ministro degli Interni, Matteo Salvini. Slogan, cori e striscioni con insulti rivolti al titolare del Viminale. Si va da "Spara a Salvini" a "Salvini muori". Un elenco di insulti e di offese che di fatto ha trasformato la festa della Liberazione in una giornata dell'odio contro i nemici politici che non si allineano al pensiero di sinistra. Anche Salvini ha commentato sulla sua pagina Facebook questi attacchi e queste scritte che hanno segnato il 25 aprile modenese: "Centro di Modena oggi DEVASTATO dai centri sociali, a volto coperto e armati di bastoni: "Spara a Salvini", "Brucia la Questura", "Salvini Muori", "Infami assassini, merde" (ai Carabinieri caduti), "Fuoco alle frontiere" (non vogliono il rimpatrio dei clandestini) Un abbraccio ai modenesi. Sarò in città il 3 maggio, a questi DELINQUENTI un messaggio: l'Italia perbene è più forte della vostra ignoranza, della vostra violenza, delle vostre minacce e vincerà SEMPRE, ricordatevelo". Insomma ancora una volta l'antifascismo ha declinato le sue ragioni usando il linguaggio dell'odio. [[fotonocrop 1684766]] Tag:  25 aprile carabinieri Luoghi:  Modena
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Monza, picchia e segrega la moglie in casa: "Ti ammazzo, ti sgozzo" (Thu, 25 Apr 2019)
L’incubo di una 43enne, costretta a subìre per due anni le violenze del marito egiziano nei suoi confronti. Lo straniero, che la riteneva responsabile di un aborto spontaneo, è arrivato a segregarla in casa, minacciandola costantemente di morte  Luoghi:  Monza
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Monza, picchia e segrega la moglie in casa: "Ti ammazzo, ti sgozzo" (Thu, 25 Apr 2019)
L’incubo di una 43enne, costretta a subìre per due anni le violenze del marito egiziano nei suoi confronti. Lo straniero, che la riteneva responsabile di un aborto spontaneo, è arrivato a segregarla in casa, minacciandola costantemente di morte Un autententico incubo quello vissuto da una 43enne italiana di Bernareggio (Monza e Brianza), che per ben due anni ha dovuto subire le angherie commesse nei suoi confronti dal crudele marito, un egiziano di 27 anni. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, le violenze sono cominciate nel giugno del 2017 e sono andate avanti fino a questi ultimi giorni, quando sono stati finalmente presi dei provvedimenti nei confronti del nordafricano. In questo lungo periodo di tempo, la 43enne ha dovuto sopportare di tutto. Durante la reclusione in casa a cui era costretta, per lei solo insulti, percosse, minacce e maltrattatamente psicologici di ogni genere. Lo straniero l’aveva letteralmente segregata tra le mura domestiche, impedendole di avere qualunque tipo di contatto con l’esterno. Anche cellulare e computer venivano constantemente e morbosamente controllati. Ad alimentare il violento comportamento del marito l’aborto spontaneo subìto dalla 43enne nel 2017. L’egiziano, infatti, aveva fin da subito considerato la consorte responsabile della tragedia, non perdendo occasione per incolparla. [[video 1684758]] E così le violenze fisiche e psicologiche sono andate avanti. Alla donna era solo “concesso” di presentarsi a lavoro, per l’unica ragione che era lei a provvedere alla famiglia. Il 27enne, infatti, era nullafacente e nullatenente. Dure le parole rivolte dal nordafricano alla compagna, spesso e volentieri minacciata anche di morte. “Se parli ancora vengo a casa e riempio di botte te e tutta la tua famiglia del c….” le avrebbe scritto, come riportato da “Il Giornale di Monza”. “Quando vengo ti spacco la faccia. Te lo giuro sulla mia famiglia quando vengo a casa ti riempio di botte. Tanto io non ho un c…. da perdere, in carcere ci vado volentieri, per una m…. come te ci vado”. L’incubo è andato avanti fino allo scorso mese di febbraio, quando fra i due coniugi è sorto l’ennesimo scontro. La 43enne aveva sorpreso il marito a chattare con un’altra donna, ma la sua reazione non ha fatto altro che scatenare la rabbia dell’egiziano, che l’ha tempestata di colpi. Messo di fronte alle carte per la separazione, il 27enne si è rifiutato di firmare, strappando i documenti. “Ti sgozzo” le avrebbe urlato, puntandole un coltello alla gola. Ma è stato ad aprile che la donna si è infine decisa a lasciare alle spalle la paura e ad alzare la testa. In seguito all’ennesima aggresione, avvenuta dopo che si era rifiutata di consegnare all’uomo il proprio cellulare, la 43enne si è rifugiata all’interno della propria auto ed ha chiamato le forze dell’ordine. In suo aiuto sono accorsi i carabinieri della compagnia di Bernareggio, che l’hanno tratta in salvo ed arrestato lo straniero. In seguito alla denuncia della vittima, il gip del tribunale di Monza ha emesso un ordine di allontamento nei confronti del 27enne, eseguito dai militari dell’Arma. L’uomo non potrà più vivere nella casa di famiglia, né avvicinarsi alla 43enne o ai luoghi dai lei solitamente frequentati. Tag:  violenze domestiche egiziano Luoghi:  Monza
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Bagno di selfie a Monreale per Matteo Salvini. "I mafiosi sono ovunque ma noi gli toglieremo l'ultimo paio di mutande" (Thu, 25 Apr 2019)
Salvini ai tanti siciliani presenti a Monreale: "Sono orgoglioso di dedicare la festa del 25 aprile a questa splendida terra, in mezzo a tanti giovani che non vogliono scappare ed in mezzo a donne e uomini delle forze dell'ordine che sono in trincea tutti i giorni per liberarla dalla mafia". Un vero e proprio bagno di folla quello che il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha ricevuto una volta arrivato a Monreale nell'ambito della visita in Sicilia, in occasione del 25 aprile. Il vicepremier ha deposto un mazzo di fiori sulla lapide che ricorda l'omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile assassinato dalla mafia il 4 maggio del 1980. In una Monreale blindata, con più di 100 uomini delle forze dell'ordine a garantire la sicurezza del vicepremier, Salvini ha poi fatto una passeggiata tra centinaia di monrealesi lungo la via Pietro Novelli, corso principale della cittadina normanna prima di arrivare in piazza Guglielmo dove ha tenuto breve comizio a sostegno della candidatura del candidato a sindaco di Giuseppe Romanotto. E a coloro che lo hanno fischiato Salvini ha risposto serafico: "Ringrazio anche i dieci che mi hanno fischiato, vi regaliamo pane, nutella e un libro di Saviano". Lega (Partito politico) Persone:  Matteo Salvini  Luoghi:  Monreale
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Bagno di selfie a Monreale per Matteo Salvini. "I mafiosi sono ovunque ma noi gli toglieremo pure l'ultimo paio di mutande" (Thu, 25 Apr 2019)
In migliaia in piazza per accogliere il vicepremier Salvini: "In Sicilia per onorare i martiri che hanno lottato contro la mafia e ai mafiosi dico che hanno derubato il futuro dei siciliani e degli italiani" Dopo Corleone tocca a Monreale. Il tour in Sicilia di Matteo Salvini prosegue nelle città che domenica prossima andranno al voto per le elezioni amministrative. A Monreale un bagno di folla ha accolto il vicepremier, in tanti hanno chiesto un selfie o un semplice abbraccio. In molti hanno inneggiato il nome di Salvini. Sorrisi e selfie per tutti e una stretta di mano con le forze dell'ordine. Il vicepremier ha deposto un mazzo di fiori sulla lapide che ricorda l'omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile assassinato dalla mafia il 4 maggio del 1980 durante la festa del Santissimo Crocifisso. In una Monreale blindata, con più di 100 uomini delle forze dell'ordine a garantire la sicurezza del vicepremier, Salvini ha poi fatto una passeggiata tra centinaia di monrealesi lungo via Pietro Novelli che conduce al Duomo. Al Duomo la piazza era piena nonostante fosse un giorno di festa. Nessuno voleva perdersi il comizio allestito nel palco di fronte l'ingresso della magnifica Cattedrale. "Sono in Sicilia – dice il ministro a Monrealepress.it – per onorare chi ha combattuto ed è morto contro la mafia. Per ricordare il martirio di questi eroi, di chi ha difeso anche a costo della propria vita questa terra". Monreale, per Salvini non è il feudo della Lega, “ma in generale tutta la Sicilia, soprattutto in un momento così importante come le amministrative può dare delle importanti risposte”. Poi l’arrivo in piazza, accolto davvero come un eroe. Otto minuti di comizio: concetti chiari, parole semplice e la consueta parlantina. Sullo sfondo una ventina di persone con indosso la maglietta: "Padania is not Sicily". "Ringrazio anche i dieci che mi hanno fischiato, vi regaliamo pane, nutella e un libro di Saviano". Salvini non si è mai tirato indietro toccando anche le tematiche più scottanti: "I mafiosi sono ormai ovunque, a Milano, Bologna, in Germania e negli Stati Uniti. Non li abbiamo ancora sconfitti. Colpiremo i loro beni. Il mio obiettivo è portargli via fino all'ultimo paio di mutande che hanno comprato derubando i siciliani e gli italiani del loro futuro". E non le ha mandate a dire anche a chi lo ha spesso criticato: "Mi va bene avere contro le tv, Fazio, Saviano e Boldrini. Mi attaccano, ma non mollo. Mi tengo stretti milioni di italiani che ci stanno dando una mano a cambiare questo Paese. Non siete voi a dovere dire grazie a me ma io a voi. Se l'Italia è tornato un Paese rispettato nel mondo è grazie a voi che avete permesso, votando la Lega, di cambiare le cose. Io non mollo e vado avanti come un treno". [[video 1684737]] Tag:  Lega (Partito politico) Persone:  Matteo Salvini Luoghi:  Palermo Monreale
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Migrante pesta agente, lo sfogo del poliziotto sul pm: "Vergognoso abuso liberarlo" (Thu, 25 Apr 2019)
Ira della polizia per la liberazione del senegalese che ha pestato due agenti. Spunta il messaggio esasperato dell'agente che lo aveva fermato C'è indignazione, rabbia, "senso di impotenza" tra le forze di polizia. Ormai nelle chat interne non si fa che parlare di quanto successo a Torino, quando un senegalese ha sbeffeggiato, pestato e insultato i poliziotti, lo Stato e Salvini. È stato posto in arresto e poi subito liberato dal pm (con una semplice telefonata) perché contraria a costringerlo ad un fotosegnalamento coatto. La vicenda è stata descritta in un rapporto di servizio redatto dagli agenti e che ilGiornale.it ha rivelato in esclusiva. I dettagli hanno fatto infuriare gli appartenenti al corpo, esasperati dalla leggerezza con cui il procuratore ha ordinato "l'immediata liberazione" del soggetto che solo due settimane dopo (a Pasqua) avrebbe nuovamente aggredito due divise con una sbarra. Rischiando pure di ammazzarli. La domanda sorge spontanea: ma che si affaticano a fare, i poliziotti, a catturare i malviventi se poi non rischiano neppure un paio d'ore di fresco? Quesito lecito, che in queste ore molti agenti si stanno ponendo. Tanto che il capopattuglia che lo scorso 29 marzo ha "arrestato il senegalese" ha deciso di "descrivere il resto dei fatti" di questa "vergognosa vicenda". Riassumiamo i fatti. Il 29 marzo la polizia viene chiamata per intervenire in un edificio privato occupato da Ndiaye Migui, stabilitosi tranquillo in una baracca di fortuna. Il soggetto è senza fissa dimora né documenti e viene portato in Questura per "la mera identificazione". "Pur capendo perfettamente l'italiano - scrive il capopattuglia - il senegalese si rifiutava categoricamente di declinare le proprie generalità mettendo in atto un susseguirsi di insulti contro Salvini, la polizia e il sottoscritto" ("Vaf... Italia, dovete morire tutti"). Gli agenti provano a convincerlo "con tutta la gentilezza di questo mondo", ma non ci riescono. "L'egregio senegalese", infatti, "all'atto del fotosegnalamento" decide di opporsi al rilievo delle impronte "sbeffeggiando divertito" le forze dell'ordine. "Il tutto - si legge nell'sms (e confermato dal verbale) - irrigidendo le braccia e ritirando il palmo delle mani vicino al corpo". In poche ore l'immigrato si macchia di un paio di reati. I poliziotti provano di nuovo (e inutilmente) a persuaderlo. Il senegalese si alza dalla sedia, prova a scappare e, "bloccato per un braccio dal mio autista", reagisce "stampandogli una manata in faccia". Per lui scattano le manette, per l'agente 8 punti di sutura. Come da protocollo, la Questura telefona al pm di turno per "notiziarla tempestivamente dell'arresto". Sono le 17.47. La toga dà il "nulla osta", ma precisa che "non avrebbe adottato alcuna misura nei confronti" se non fosse emerso dai rilievi Afis (impronte) un qualche "precedente specifico". Il motivo? "Il pm - spiega il capopattuglia - riteneva di lievissima entità i fatti". "Lievissima". C'è un problema: per verificare se il senegalese ha precedenti (e sbatterlo in cella) occorre il fotosegnalamento, impossibile però da realizzare a causa delle opposizioni. Come uscirne? La Questura telefona di nuovo al magistrato presentando le difficoltà nel risalire all'identità del senegalese. "Il pm - si legge nell'sms - rispondeva: 'Non mi importa quanto tempo ci mettiate, provate a convincerlo a farsi fotosegnalare finché non cederà alle vostre richieste". Seconda domanda: ma perché gli agenti dovrebbero pregare in ginocchio chi poco prima li ha pestati? Anche questo, quesito lecito. E infatti i poliziotti chiedono al pm di poter procedere con il fotosegnalamento coatto. Ed ecco la risposta della toga, secondo quanto riporta il capopattuglia: "Non autorizzo alcun atto di violenza e contrario alla volontà di questa persona, questa si chiama tortura". Gli agenti sono "allibiti e perplessi" dal "totale menefreghismo del pm". Ma soprattutto restano "allibiti" quando "a conclusione della telefonata disponeva l'immediata liberazione del soggetto". E questo nonostante l'immigrato fosse "persona ignota" senza identità o profilo giuridico delineato. Il capopattuglia, nel suo messaggio, si sfoga e definisce il comportamento del magistrato un "abuso". Parola forte, ma forse comprensibile: "Il risultato sono stati 8 punti di sutura al collega che stava facendo il suo lavoro in un giorno di festa". Ps: venti giorni dopo lo stesso immigrato ha ripetuto l'impresa, aggredendo due agenti. Fatto che forse si sarebbe potuto evitare se il procuratore avesse disposto il fotosegnalamento coatto. Dai rilievi Afis sarebbero infatti emersi due provvedimenti di espulsione mai eseguiti e l'arresto di Ndiaye Migui sarebbe stato confermato. "In procura ora sono molto incazzati", fanno sapere fonti delle forze dell'ordine. "Perché con questa storia hanno fatto una brutta figura". Tag:  immigrazione aggressione polizia Luoghi:  Torino
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Libia, lo "schiaffo" Ue all'Italia: "Migranti? No a ricollocamenti" (Thu, 25 Apr 2019)
Foto di repertorio La Commissione Ue chiude le porte all'ipotesi di ricollocamenti in caso di sbarchi di migranti sulle nostre coste dovuti alla crisi in Libia Mentre in Libia si combatte continua ad incombere sull'Italia la minaccia di un'ondata di sbarchi sulle nostre coste. Il ministro Salvini nei giorni scorsi è stato molto chiaro e di fatto ha respinto ogni ipotesi di riapertura dei porti: "Restano chiusi", ha sottolineato il titolare del Viminale. Ma per affrontare una eventuale crisi migratoria, il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi ha chiesto un'intervento da parte dell'Ue per avviare un piano di ricollocamenti. Piano questo che è destinato a restare nel cassetto. Infatti, secondo quanto riporta l'Agi, fonti della Commissione Ue fanno sapere che Bruxelles non avvierà un programma di ricollocamenti come quello già adottato quattro anni fa. La Commissione Ue spiega poi i motivi di questo rifiuto sulla richiesta del titolare della Farnesina. Per affrontare l'emergenza Bruxelles parla di due strade. La prima è "approvare la riforma delle regole di Dublino", su cui gli Stati membri continuano a essere divisi. La seconda è invece trovare "un accordo su un meccanismo prevedibile per permettere gli sbarchi e la condivisione di migranti" in attesa della riforma di Dublino. Due strade queste che rischiano di allungare i tempi. Una sorta di trappola che potrebbe far restare in Italia i migranti che potrebbero sbarcare sulle nostre coste con l'inasprirsi della guerra in Libia. Bruxelles per il momento ha deciso di non tendere la mano a Roma respingendo in pieno la richiesta avanzata da Moavero Milanesi. Il braccio di ferro tra l'Unione Europea e il governo continua e l'Italia (ancora una volta) viene lasciata da sola davanti all'emergenza dei flussi migratori. Tag:  migranti Luoghi:  Libia
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Lodi, 9 richiedenti asilo pestano educatore e perdono l'accoglienza (Thu, 25 Apr 2019)
Il racconto choc di Salvatore Polito, l'educatore del centro d'accoglienza picchiato da 9 stranieri dopo aver comunicato a 2 di loro che era stata respinta la domanda di richiesta d'asilo  Luoghi:  Lodi
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Lodi, 9 richiedenti asilo pestano educatore e perdono l'accoglienza (Thu, 25 Apr 2019)
Il racconto choc di Salvatore Polito, l'educatore del centro d'accoglienza picchiato da 9 stranieri dopo aver comunicato a 2 di loro che era stata respinta la domanda di richiesta d'asilo Arriva da Tavazzano (Lodi) la notizia dell'ennesima aggressione avvenuta fra le mura di un centro d'accoglienza. L'episodio si è verificato lo scorso 18 aprile, quando un gruppo di richiedenti asilo ha preso di mira un educatore, picchiato per il solo fatto di avere riferito loro un'informazione sgradita. È lo stesso Salvatore Polito, dipendente della cooperativa "Azione Sociale", a descrivere a "Il Giorno" gli orribili istanti da lui vissuti. "Il problema è che questi ragazzi vanno a raccontare le loro storie davanti alle commissioni, ma poi i dinieghi della richiesta di asilo arrivano via pec ed il compito gravoso di dargliene comunicazione spetta a me. È per questo che sono stato aggredito. Ho comunicato a 2 dei 57 ospiti il respingimento della richiesta e loro mi hanno ritenuto responsabile". [[video 1684692]] Poco importava che ad essere pestato fosse uno degli operatori che fino a quel momento si era preso cura di loro, gli ospiti dell' ex hotel Napoleon – ora centro d'accoglienza – si sono accaniti come furie contro di lui. Sono stati in 9 a pestare Polito, poi salvato dal tempestivo intervento dei carabinieri. "Durante l’aggressione, avvenuta con sputi, calci, pugni, finché non mi hanno sollevato di peso e sbattuto fuori, ho avuto paura. Anche oggi tremo" , ha confessato l'educatore. Dopo l'arrivo dei militari la situazione pare essersi calmata, ma ciò non ha evitato agli aggressori di subìre le conseguenze delle loro azioni. Venuto a conoscenza del gravissimo episodio, il prefetto di Lodi Marcello Cadorna ha deciso di revocare ai responsabili il diritto all'accoglienza. In seguito a questo provvedimento, 7 nigeriani e 2 maliani hanno quindi dovuto lasciare la struttura, perdendo di fatto non solo il diritto di soggiornare nel centro, ma anche il pocket money. Una delibera che ha sconvolto l'educatore. "Ma mi è dispiaciuto vederli andare via. Erano ragazzi, tra i 20 e i 26 anni, che avevo formato, cresciuto, curato" spiega infatti Polito. "Sono deluso. Dal 2016 con gli ospiti del centro era nato un rapporto di amicizia: i ragazzi si erano integrati. Quasi tutti giocavano a pallone, tra loro o con persone della parrocchia. Al mattino andavano a studiare al Cpia di Lodi, qualcuno aveva trovato un lavoretto, comunque erano tutti abbastanza integrati". Eppure, la scorsa settimana, è avvenuta la brutale aggressione. E ora i 9 stranieri, che non sono stati espulsi, si trovano in mezzo alla strada. Tag:  aggressione centro d'accoglienza Luoghi:  Lodi
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Migranti, Caritas contro i tagli. Respinto il bando accoglienza (Thu, 25 Apr 2019)
Il taglio ai 35 euro per migrante per le strutture di accoglienza ha creato non pochi problemi alla Caritas. E Salvini affonda il colpo: "Cambiate mestiere" Dopo le coop adesso tocca anche alla Caritas. Poche risorse e scatta la fuga dai bandi delle prefettura per l'accoglienza dei migranti. È il caso della Caritas di Treviso e Vittorio Veneto che ha deciso di rinunciare alla gara di appalto per l'assegnazione dei servizi di accoglienza. Come riporta oggitreviso, con l'entrata in vigore del "Decreto immigrazione e sicurezza" le risorse destinate a questo tipo di servizi sono state ridotte. Da qui il rifiuto da parte delle coop e della Caritas di partecipare alle gare. E la Carutas non usa giir di parole per spiegare la sua scelta parlando proprio di "risorse insufficienti". L'attacco che arriva dalla Caritas è abbastanza chiaro: "Risorse sufficienti per svolgere quello che noi riteniamo essere un adeguato supporto normativo nell'iter legale di riconoscimento del proprio status e la presa in carico delle situazioni di fragilità psicologica o sanitaria. A concludere con noi il progetto - spiegano i raprresentanti degli operatori - sono circa 150 persone, alcune delle quali rischiano di interrompere il percorso di inclusione avviato nelle comunità e sul quale tanti di loro hanno investito molto in termini di impegno e di energie". Poi, sempre gli operatori, dichiarano i motivi per cui è arrivato il passo indietro rispetto al bando: "Constatato che il sistema di accoglienza diffusa da noi costruito viene messo oggi in crisi - è la conclusione - riteniamo non ci siano più le condizioni per poter partecipare agli 'affidamenti ponte' proposti dalla Prefettura di Treviso o all'eventuale nuovo bando sui servizi di accoglienza". E su questo episodio è intervenuto il vicepremier, Matteo Salvini che sulla sua pagina Facebook ha risposto alle critiche: "La mangiatoia è finita, chi speculava con margini altissimi per fare "integrazione", spesso con risultati scarsissimi, dovrà cambiare mestiere". Tag:  migranti Caritas
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IlGiornale.it - Economia

Ocse: "Reddito di cittadinanza troppo elevato rispetto ai salari" (Thu, 25 Apr 2019)
Per l'organizzazione internazionale si deve prestare attenzione anche ai livelli di occupazione a causa dell'automazione Il sussidio previsto dal reddito di cittadinanza "è elevato rispetto ai redditi mediani" e, pertanto, occorre monitorare "per assicurare che i beneficiari siano accompagnati verso il lavoro". Oggi è stato pubblicato l’Employment Outlook, che si è soffermato sul reddito di cittadinanza definendo la posizione dell’Ocse rispetto al reddito di cittadinanza. Secondo l'organizzazione internazione "la misura rappresenta un trasferimento di risorse importante" verso i soggetti meno abbienti, ma andrà monitorata perché il livello è molto alto "rispetto ai salari italiani, soprattutto in certe aree del Paese e il suo design, il modo in cui è stato immaginato, non è purtroppo adeguato alla sfida”. L'Ocse, pertanto, esprime un giudizio positivo sull’idea del reddito, ma ci sono molte cosa da rivedere. Secondo Andrea Garnero (economista del dipartimento Lavoro dell’Ocse), la sua struttura tende a favorire i single e non le famiglie e presenta delle criticità rispetto alle politiche attive per il lavoro e la transizione verso la ricerca di un'occupazione che "non è stata adeguatamente riflettuta e disegnata". La misura, voluta dal governo Conte, difatti, si colloca in una fase economica di stallo del nostro Paese, che andrebbe affrontata con riforme strutturali; ad esempio l'Italia è l’unico Paese Ocse con una crescita negativa dei livelli reddituali dal 2000 in poi. Inoltre i posti di lavoro temporanei sono cresciuti nell’ultimo decennio e sono arrivati al 15,4%, una media superiore rispetto a quella dell’area Ocse ferma all' 11,2%. In Italia “manca di personale qualificato e di strumenti informatici e di risorse adeguate e, per queste ragioni, la qualità dei servizi è bassa e varia notevolmente attraverso il paese. Oltre ad ulteriori risorse, occorre migliorare il coordinamento tra le autorità centrali e quelle regionali responsabili dell'implementazione delle politiche attive, anche attraverso linee guida comuni per un miglioramento dei servizi per l'impiego''. Inoltre c’è il rischio della perdita di lavoro dovuta all’automazione: la media italiana dei posti a rischio è del 15,2% contro il 14% dell’area; inoltre un altro 35,5% di posti potrebbe mutare radicalmente, nei prossimi anni, nei modi in cui vengono svolti proprio a causa dei processi di automazione. Infine c’è la quota dei lavoratori sottoccupati che in Italia risulta ai massimi tra i Paesi Ocse, attestandosi all’ 12% contro una media del 6%. Tag:  reddito di cittadinanza Ocse
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Salini Impregilo vede l'aumento per il polo delle costruzioni (Thu, 25 Apr 2019)
Pietro Salini L'ad Salini: "Nuove risorse se altre operazioni dopo Astaldi" Resta fissata al 20 maggio la scadenza per capire se Salini Impregilo riuscirà a chiudere il proprio piano per mettere in sicurezza Astaldi nell'ambito del concordato della società e dare così il via a «Progetto Italia». L'operazione di consolidamento del settore delle costruzioni punta alla creazione di un gigante che potenzialmente potrebbe arrivare, nel giro di qualche anno, a 15 miliardi di fatturato. A fare il punto sulla situazione è stato, in occasione dell'assemblea dei soci del gruppo, l'amministratore delegato Pietro Salini, che ha aggiunto un ulteriore tassello a quelli già noti. Se il piano dovesse andare avanti, infatti, oltre all'aumento da 225 milioni già prospettato per entrare in Astaldi con il 65%, ce ne sarà poi uno successivo per la stessa Salini Impregilo. Sull'entità l'imprenditore non si è sbilanciato, ma secondo indiscrezioni potrebbe valere altri 2-300 milioni. «Cerchiamo di portare avanti un progetto in cui sarà richiesto di fare un aumento di capitale anche su Salini Impregilo», ha detto il top manager, con l'obiettivo di «integrare altre aziende, prendendo rami industriali, amalgamando tutto e creando un gruppo più redditizio». «È prematuro dire di quanto si parli: chiaramente le dimensioni di questo aumento di capitale vanno dosate con attenzione per farne un soggetto la cui solidità patrimoniale gli permetta di accedere all'investment grade, ovvero ai capitali in tutto il mondo», ha aggiunto Salini. La prima tappa di Progetto Italia riguarda proprio Astaldi: prima di Pasqua c'è stato un incontro con esponenti delle banche più esposte verso il gruppo in concordato, in cui si sono affrontati nuovamente i nodi del piano di Salini, che, oltre all'aumento, prevede una conversione dei crediti in azioni e per cui sarebbe stata chiesta anche nuova finanza. «Chiaramente in questa situazione di default gli asset di Astaldi a rischio hanno un valore molto diverso da quello di bilancio - ha spiegato Salini durante l'assemblea - per questo si chiede un sacrificio importante agli investitori, ai creditori e alle banche. Bisogna ridurre in maniera significativa il debito di Astaldi per creare, con l'aumento di capitale, un'azienda più forte assieme alla nostra e forse in futuro anche un unico gruppo integrato». Per portare a termine la prima operazione serve anche il «contributo di investitori di lungo periodo per l'apporto di una quota di mezzi propri funzionali all'operazione»: il partner dovrebbe essere la Cassa Depositi e Prestiti e sono diversi mesi che le trattative proseguono, ma su questo fronte l'ad del maggiore general contractor italiano si è limitato a un «no comment» e a dire che si sta «andando avanti». Con l'eventuale ingresso della Cdp, la Salini Costruzioni diluirebbe l'attuale quota di controllo (il 74%). Dall'imprenditore è anche arrivato un appello al governo affinché «faccia la sua parte facendo ripartire le opere che sono ferme» perché c'è «un progetto che ha ricadute importanti sull'economia del Paese e sull'occupazione».
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EssilorLuxottica taglia fuori i fondi (Thu, 25 Apr 2019)
Il cda boccia la richiesta di aumentare i consiglieri. Ma la delibera è a maggioranza Il cda di EssilorLuxottica taglia fuori i fondi dal ring sulla governance: a duello si sfideranno solo Leonardo Del Vecchio e i francesi di Essilor, capitanati dal vicepresidente esecutivo, Hubert Sagnières. Al momento la battaglia non prevede alcuna tregua. In vista dell'assemblea del 16 maggio, infatti, il board del nuovo gruppo italofrancese dell'occhialeria ieri ha invitato gli azionisti a votare «contro tutte le deliberazioni proposte che, se approvate, costituirebbero una chiara violazione dell'accordo di Combinazione e metterebbero a rischio le regolari attività del Consiglio». Bocciate, dunque, le proposte presentate lo scorso 18 aprile dai fondi (Baillie Gifford, Comgest, Edmond de Rothschild Asset Management, Fidelity International, Guardcap, Phitrust e Sycomore Asset Management), che hanno fatto valere l'1% del capitale per far aggiornare l'ordine del giorno dell'assemblea e da Valoptec, l'associazione dei dipendenti e manager Essilor. I fondi puntavano a due poltrone nel consiglio (candidando Wendy Evrard Lane, esperta americana di governance, e l'ex numero uno del colosso farmaceutico Novo Nordisk, il danese Jesper Brandgaard) mentre Valoptec avrebbero voluto affiancare il giornalista inglese Peter Montagnon alla presidente Juliette Fevre che già siede in cda. Delfin, in questo caso, si sarebbe opposta perché è una violazione degli accordi che prevedevano una governance paritetica a dispetto del fatto che la quota di Del Vecchio (32,5% del capitale) fosse 8 volte superiore a quella del sindacato francese (4%). La riunione di ieri doveva essere il banco di prova per la coesione e la tenuta dell'accordo sulla gestione paritaria: il cda non si è spaccato ma la decisione, presa «a maggioranza» e non all'unanimità fa capire che il fronte italiano e quello francese restano ancora su barricate opposte. La fusione celebrata a ottobre tra Luxottica e Essilor, è in stallo perché un cda paritetico, composto da 8 consiglieri italiani e 8 francesi, non riesce a trovare una sintesi per nominare un direttore generale delegato e portare avanti le sinergie tra il gigante delle lenti e quello delle montature. E le decisioni chiave, anche in caso di allargamento del cda, restano comunque appese al rischio di veto incrociato tra Del Vecchio e Sagnières. Sul governo societario pende inoltre la spada di Damocle della battaglia legale, avviata dallo stesso Del Vecchio, che ha presentato una domanda di arbitrato presso la Camera di Commercio Internazionale per far accertare le violazioni dell'Accordo di Combinazione del 2017, che secondo la holding Delfin sono state commesse da Sagnières e da EssilorLuxottica dietro suo impulso, al fine di ottenere un'ingiunzione a rispettare tale accordo fino alla sua scadenza. Il problema è che i tempi dell'arbitrato non sono quelli della Borsa, dove ieri il titolo ha chiuso la seduta con un calo dell'1,65% a 107,45 euro accorciando il recupero dai minimi di 95,5 euro toccati il 28 marzo scorso. Negli ultimi sei mesi le azioni hanno lasciato sul terreno il 5,3 per cento.
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Eni centra un miliardo di profitti (Thu, 25 Apr 2019)
Bene l'esplorazione (+25%). Descalzi: «Costi e cedole coperti col barile a 55 dollari» Eni sfiora 1 miliardo di utili nel trimestre grazie al sostegno dell'attività di esplorazione e produzione, fiore all'occhiello del gruppo. Nei giorni della nuova fiammata del petrolio, arrivato fino a 74 dollari (ieri a quota 66 dollari), il gruppo guidato da Claudio Descalzi ha lanciato inoltre un messaggio rassicurante al mercato: «I nostri risultati consentono al gruppo di coprire nel 2019 costi, investimenti e dividendi a un prezzo Brent di 55 dollari e di generare, in caso di prezzi superiori come nel momento attuale, cassa in eccesso». Un margine di 10 dollari che farà marciare spedito il gruppo: solo per quest'anno, al ritmo di 8 miliardi di investimenti. Tornando alla trimestrale, l'utile operativo rettificato, al netto cioè delle partite straordinarie, si è attestato a 2,35 miliardi, in linea con il dato dello stesso periodo dello scorso anno (mentre il dato non rettificato è di 2,51 miliardi, in rialzo del 5% rispetto al primo trimestre 2018). L'utile netto adjusted ha segnato 992 milioni (+1%). «Sono molto soddisfatto - ha commentato Descalzi -. In particolare, il business Exploration & Production, in presenza di uno scenario di mercato invariato, ha migliorato i propri risultati economici del 25%, a conferma di una generazione di cassa in crescita». Il debito netto ha raggiunto 8,67 miliardi (ante metodo Ifrs 16) con un Brent nel trimestre calcolato a 63,2 dollari per 1,832 milioni di barili estratti al giorno. Stabile l'attività nel settore Gas&Power, mentre nella parte retail, i clienti sono cresciuti del 6%, anche grazie all'acquisizione delle attività in Grecia. I volumi di gas venduti sono invece scesi del 4,5% per effetto di un inverno con temperature più alte della media. In pareggio le attività nella raffinazione e vendita di carburanti, con la seconda che ha compensato le perdite della prima, mentre la chimica ha un risultato negativo per 46 milioni, per lo più dovuto al fermo straordinario dell'impianto di Priolo. Quanto alla Libia, che pesa per 16% della produzione del gruppo, gli analisti di Mediobanca ritengono che l'estrazione dovrebbe restare relativamente stabile nel corso dell'anno. «La situazione è sotto controllo», ha detto Antonio Vella, chief upstream officer di Eni spiegando che il gruppo «continua le attività». Eni nel primo trimestre ha estratto 280mila barili al giorno, ma la previsione per il resto dell'anno è un «po' più bassa - ha precisato poi il cfo Massimo Mondazzi - circa 270mila, 275mila barili». Infine, guardando al prezzo del greggio, gli analisti vedono possibili rialzi fino a 80 dollari, ma non duraturi.
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Londra apre a Huawei per il 5G (Thu, 25 Apr 2019)
Ma il big cinese potrà fornire solo l'infrastruttura non strategica Nonostante i ripetuti allarmi lanciati dal presidente Usa Donald Trump, il governo britannico permetterà al gigante cinese Huawei l'installazione della rete 5G nel Regno Unito. Lo scrive il Daily Telegraph secondo cui il Consiglio nazionale di Sicurezza del Regno Unito, presieduto dalla premier, Theresa May, ha dato il «via liberà affinchè l'azienda cinese abbia un accesso limitato per poter costruire la cosiddetta struttura non core, ossia non cruciale del sistema 5G, per esempio le antenne e le componenti di rete». Più cauto il Financial Times, secondo cui May starebbe «considerando» questo tipo di collaborazione e il via libera non sarebbe ancora definitivo. I timori della Casa Bianca e degli 007 britannici sono che la Cina possa utilizzare Huawei per spiare l'Occidente. Il 5G è una tecnologia per le reti mobili con trasferimento di dati ultraveloce che si avvia a diventare un'infrastruttura importante per l'economia europea, in settori strategici come l'energia, i trasporti, le banche e l'assistenza sanitaria. Pur non avendo ancora ricevuto la risposta ufficale, Huawei spera nella collaborazione industriale. «Questa luce verde - dice il gigante cinese delle tlc fondato da Ren Zhengfei - significa che le imprese e i consumatori del Regno Unito avranno accesso alle reti più veloci e affidabili grazie alla tecnologia all'avanguardia di Huawei». Del resto il 2019 sarà un anno di diffusione del 5G in tutto il mondo, ciò significa grandi opportunità di crescita per Huawei, che è all'avanguardia nello sviluppo di apparati di rete progettati per questa tecnologia. Già alla fine di marzo Huawei poteva già contare 40 contratti commerciali sul 5G con i principali operatori e oltre 70mila stazioni base 5G consegnate nel mondo.
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Salasso auto: benzina oltre i 2 euro (Thu, 25 Apr 2019)
Salvini nel mirino per le promesse mancate, aveva garantito il taglio di sette accise Roma - Prezzi della benzina alle stelle. Una vera e propria stangata per i consumatori che in questi giorni di festa usano l'auto per viaggiare o per le tradizionali gite fuori porta. Sulla rete autostradale è facile trovare distributori dove il prezzo del carburante supera i due euro e mediamente si registrano rialzi di un centesimo al litro, anche per il diesel. In città il prezzo della verde in modalità servito ha raggiunto la media di 1,750 euro al litro, mentre il diesel costa mediamente 1,643 euro al litro. Un caro benzina che, lì dove gli aumenti sono più marcati, può far lievitare ogni pieno anche di una ventina di euro. Colpa non tanto del costo industriale del prodotto, quanto delle tensioni internazionali e soprattutto dei riflessi sul costo del petrolio della decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di eliminare le esenzioni per otto Paesi all'import del greggio iraniano, Italia compresa. Poi, naturalmente, al rialzo contribuiscono accise e iva, che pesano per circa due terzi sul costo finale. Questo nonostante le promesse elettorali del vicepremier Matteo Salvini di eliminare le principali accise sulla benzina. È del primo marzo dello scorso anno, pochi giorni prima delle politiche, il video in cui l'attuale vicepremier garantiva che le avrebbe tagliate. Invece in questi giorni il prezzo della benzina ha sfondato la soglia «psicologica» dei due euro e proprio mentre gli italiani sono in movimento per i ponti del 25 aprile e del 1 maggio. Il ministro leghista è intervenuto per cercare di rassicurare i consumatori: «Quello per contenere il prezzo della benzina è uno dei prossimi interventi che abbiamo in dovere di prendere in considerazione. Sicuramente gli interventi in Libia e Iran non aiutano». E proprio perché l'esecutivo ha tante cose da fare su benzina e non solo, Salvini ha aggiunto che «sicuramente non ci sono crisi di governo alle porte». I consumatori, intanto, protestano. Il Codacons stigmatizza l'aggravio della spesa «per i rifornimenti a carico di chi si sposterà in auto nei prossimi giorni», mentre Coldiretti osserva che «l'aumento non solo colpisce il turismo nel grande esodo dei ponti di primavera ma è destinato a contagiare l'intera economia: se salgono i prezzi del carburante si riduce il potere di acquisto degli italiani». All'attacco le opposizioni e anche Giorgia Meloni: «Ma le accise sulla benzina non dovevano essere cancellate al primo consiglio dei ministri?», twitta la presidente di FdI. «L'aumento del costo della benzina dimostra per l'ennesima volta i limiti dell'attuale governo», denuncia Licia Ronzulli, di Forza Italia. Dure critiche arrivano anche dal Pd. «Oggi inizia un lungo ponte festivo e gli italiani, dalla Val d'Aosta alla Sicilia, vanno in vacanza - osserva il segretario Nicola Zingaretti - ma proprio oggi è scattato il rincaro della benzina, mentre una delle promesse di Salvini era stata la riduzione delle accise».
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L’insostenibile leggerezza di un rialzo quasi perfetto (Wed, 24 Apr 2019)
Siamo arrivati a maggio, il tanto temuto maggio, e ci siamo arrivati con un mercato che è salito come una lippa L’insostenibile leggerezza di un rialzo di Borsa quasi perfetto. Se c’è qualcuno che dice che i grafici sono inutili posto qui sotto un grafico del nostro indice Ftse All Share da cui si vede come rispetto al “rumore” dell’andamento del grafico fino a pochi mesi fa questo rialzo si erge come una spada nel cielo, senza esitazioni e senza tremolii. Insomma, abbiamo ‘sto pezzo di grafico tutto dritto che ictu oculi contrasta con il su e giù dell'anno precedente. [[fotonocrop 1684288]] Detta così significa poco. Se ci ragioniamo sopra scopriamo che le considerazioni sono 3: I mercati hanno reagito bruscamente al rialzo alle prospettive di una recessione. La recessione c’è stata ma è stata “tecnica” ed ora è stata riassorbita da un primo trimestre 2019 con un eccitante +1% del PIL La situazione di costante allentamento della politica monetaria, allentamento che perdura da anni e che non mostra segni di voler cambiare, significa che la festa del costo del denaro a zero non è finita e quindi azioni sì e bond no. I risultati dei bilanci aziendali annuali 2018 di molte società italiane sono assolutamente interessanti, inutile che ci nascondiamo dietro un dito. Morale: siamo arrivati a maggio, il tanto temuto maggio, e ci siamo arrivati con un mercato che è salito come una lippa. Facile prevedere un momento di rilassamento del momentum, dove avremo come sempre una discesa degli indici e numerosi titolini che non accettano la discesa e continuano a salire. Ricordiamo che l’anno scorso il safari estivo del titolino è stato molto poco remunerativo e anche questo se è possibile da un lato dall’altro non può essere la norma. Previsione: indice in leggero ritracciamento appena entriamo a maggio e quindi movimento laterale fino alla ripresa delle quotazioni ad agosto. I titolini non ne risentiranno. Sotto il profilo tecnico questa trendline è talmente attaccata a 45 gradi al corso dei prezzi che se anche venisse rotta l’obiettivo sarebbe a meno di un 5% dal punto di rottura e quindi sarebbe raggiunto in non più di 3 giorni di ribasso. Sono molto convinto di questo, che è un aspetto sempre grafico/tecnico ma se è vero che abbiamo azzeccato con una precisione che non può essere millimetrica (e tanta fortuna) l’obiettivo di 25.000 del Ftse All Share (siamo arrivati a 24.000 e grasso che cola) proiettando verso l’alto dal punto di rottura della trendline ribassista l’ampiezza massima del grafico sotto la stessa deve essere altrettanto vero che il giochino funziona anche al ribasso e non solo al rialzo. Per gli immemori questa era la proiezione che abbiamo fatto coram populo qualche mese or sono: [[fotonocrop 1684291]] [[fotonocrop 1684290]] Che questo mercato sia un po’ arrivato a battere in testa ce lo dice l’indicatore di breath del MC Clellan e soprattutto il MFI: [[fotonocrop 1684292]] Andiamo con l’analisi dei migliori titoli. AZIMUT: ha pochissimo rumore e un trend al rialzo da manuale. Ha stornato una sola volta e non l’abbiamo presa. Se storna è nostra. Oggi l’ad Giuliani ha annunciato un primo trimestre tra i migliori della storia del gruppo. Insieme a FinecoBank sta macinando il terreno … di seguito il grafico percentile rispetto ai comparables italiani si nota subito che sta outperformando tutti eccetto Fineco (non presente nel grafico) la quale tuttavia è sovraprezzata dal mercato rispetto al fair value. [[fotonocrop 1684293]] IMA: ha ripreso forza e sul daily si nota una fortissima accumulazione: [[fotonocrop 1684294]] MOLMED: segnalazione, triangolo stretto, sembra che non ce la faccia a ritracciare pesantemente, chi compra ? [[fotonocrop 1684295]] Tag:  Borsa
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Quel cavillo che cancella l'ecotassa per le auto usate dall'estero (Wed, 24 Apr 2019)
Secondo alcune interpretazioni della norma, l'ecotassa potrebbe riguardare il nuovo acquistato all'estero e non i mezzi usati L'ecotassa continua a pesare sulle tasche degli italiani che vogliono acquistare un'auto nuova. Di fatto il balzello penalizza chi acquista un'auto più inquinante. La conseguenza una contrazione del mercato dell'auto. La battaglia del Movimento Cinque Stelle ha avuto effetti immediati sul mercato del settore motori. I grillini col balzello per le auto con emissioni di CO2 superiori a 160g/km hanno dato una mazzata sulle tasche dei futuri acquirenti di automobili. Ma adesso su questo caso spunta un cavillo che potrebbe "cancellare" la tassa sulle emissioni. A rivelare le pieghe della norma è (involontariamente) il sottosegretario all'Economia Massimo Bitonci. Come sottolinea il Sole 24 Ore, Bitonci nel corso dell'ultimo question time ha risposto ad una interrogazione parlamentare ha risposto sull'ecotassa applicata ai veicoli già immatricolato all'estero. Di fatto in questo fronte venivano inclusi anche i veicoli di chi si trasferisce dall'estero in Italia portando l'auto e anche tutti i veicoli di chi li acquista direttamente all'estero nel mercato dell'usato. Proprio qui c'è una chiara distinzione da fare seguendo le parole del sottosegretario Bitonci. Il leghista afferma che l'acquisto all'estero sia l'immatricolazione in Italia devono avvenire tra l'1 marzo del 2019 e il 31 dicembre 2021. Il tutto in pieno regime di ecotassa. Ma contestualmente viene citata dal sottosegretario la risoluzione 327E dell'Agenzia delle Entrate in cui si parla di ecotassa per "l'acquisto del veicolo nuovo effettuato all'estero". Non si parla di "usato". Dunque in questa piega potrebbe esserci la cancellazione dell'ecotassa su tutto l'usato dall'estero. Ma di certo sulla norma ci saranno nuove interpretazioni nei prossimi mesi. Tag:  ecotassa
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Salasso sulla benzina. E adesso costa 2 euro (Wed, 24 Apr 2019)
La benzina sulla rete autostradale adesso tocca quota 2,071 euro al litro. Un pieno può costare fino a 20 euro in più La benzina? Un salasso. In questi giorni sulla rete autostradale il costo del carburante al litro è di due euro. L'insegna della benzina alla Stazione di Masseria Est, come riporta ilSole 24 Ore, segna 2,071 euro. Un caro benzina quello che si sta palesando nel croso di questi ponti del 25 aprile e dell'1 maggio che può far lievitare il costo di un pieno anche di 20 euro. Ma a quanto pare le stime per il futuro parlano di nuovi aumenti. Dietro i rincari ci sarebbe il peso delle tensioni internazionali, aumento del prezzo del petrolio, le accise e l'iva. Nel nostro Paese su un litro di benzina che costa 1,6 euro, circa un euro è di accise e di imposta sul valore aggiunto. Il due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, in più occasioni hanno promesso un taglio sulle accise. Il leader del Carroccio aveva promesso una sforbiciata sulle 7 più "vecchie" ma di fatto il costo del carburante ha sfondato la soglia dei due euro. Una vera e propria stangata sulla testa delle famiglie che devono fare i conti con un salasso alla pompa proprio in queste giornate in cui si parte con l'auto per qualche gita fuori porta. A confermare la stangata è anche Stefano Cantarelli, presidente di Anisa Confcommercio: "A livello generale c’è stato un forte rialzo della materia prima che non è dovuto tanto alla quotazione del barile, quanto alla borsa valori del prodotto finito. In autostrada i prezzi dei carburanti sono più alti, oltre che per il fatto che il servizio è attivo h24, 7 giorni su 7, per vari fattori". Poi Cantarelli sottolinea come sia cambiato il consumo di carburante sulle strade italiane negli ultimi anni. Un impianto che nel 2003 erogava 9,3 milioni di litri, oggi non riesce ad andare oltre i 4 milioni. Negli ultimi anni c'è stato un crollo delle vendite pari al 68 per cento in autostrada. L'Unione petrolifera però prova a spiegare questi aspetti che hanno dato una contrazione ai consumi di carburante: l'efficienza dei motori ha cambiato la frequenza di un rifornimento. L'effetto delle auto elettriche invece è pari a zero... Tag:  benzina carburante
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Fiere del made in Italy all'estero: sì al credito d'imposta per le aziende (Wed, 24 Apr 2019)
Il provvedimento per sostenere l'internazionalizzazione delle Pmi nel decreto crescita, accolta la proposta di FederlegnoArredo. Orsini: "Fondamentale per sostenere la presenza delle aziende del nostro comparto in Russia e in Cina con i Saloni del Mobile di Mosca e Shanghai” Credito d’imposta sulle spese sostenute dalle aziende per la partecipazione a fiere internazionali di settore organizzate all’estero, dopo mesi di dibattito e confronto con le istituzioni è stata accolta la proposta di FederlegnoArredo di inserire il provvedimento nel Decreto crescita. Uno strumento atteso da tempo che consentirà a piccole e medie imprese italiane di espandere il proprio brand e di accrescere la propria capacità commerciale sui mercati più importanti con il sostegno delle istituzioni coordinate all’interno di una cabina di regia composta da ministero per lo Sviluppo economico e Ice. “Siamo soddisfatti dell’apertura del governo e in particolare del ministro allo sviluppo Economico Luigi Di Maio con il quale, proprio in occasione del Salone del Mobile.Milano recentemente concluso, abbiamo posto l’accento sulla necessità di estendere il provvedimento anche alle manifestazioni di carattere internazionale organizzate in Italia - commenta Emanuele Orsini, presidente FederlegnoArredo -. Accogliendo la nostra proposta il governo ha ribadito il ruolo strategico delle manifestazioni fieristiche nel processo di internazionalizzazione. Un ruolo che deve essere valorizzato e sostenuto con misure e politiche adeguate, cosi come evidenziato dal recente studio realizzato da Deloitte e Fondazione Costruiamo il Futuro con la collaborazione di Ucimu, Ucina, Ancma e FederlegnoArredo”. “Nello specifico - sottolinea Orsini -, la misura contenuta all’interno del Decreto Crescita costituisce un elemento fondamentale per sostenere la presenza delle aziende del nostro comparto in Russia e in Cina, attraverso i Saloni del Mobile di Mosca e Shanghai”. Per migliorare il livello e la qualità di internazionalizzazione delle Pmi italiane, come riporta il testo, per il periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore del decreto legge e per i due successivi, alle imprese esistenti alla data del 1° gennaio 2019 è riconosciuto un credito d’imposta nella misura del 30 per cento delle spese sostenute fino ad un massimo di 60.000 euro per ciascuno dei periodi d’imposta ammessi all’agevolazione. Il credito d'imposta è riconosciuto fino all'esaurimento dell'importo massimo pari a 10 milioni per l’anno 2020, 10 milioni per l’anno 2021, 10 milioni per l’anno 2022. Tag:  imprese legno arredo credito d'imposta fiere internazionali FederlegnoArredo Persone:  Emanuele Orsini
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Calciatori e vip "tirchi". I rider del cibo in rivolta: "Non lasciano mai la mancia" (Thu, 25 Apr 2019)
Diversi calciatori famosi, cantanti e altri vip sono finiti nel mirino dei rider: "Ricordatevi sempre una cosa, clienti: entriamo nelle vostre case, vi portiamo il cibo e sappiamo tutto di voi" I calciatori, molto spesso, vengono presi di mira dai tifosi avversari ma anche della stessa squadra. Questa volta, però, anche i rider hanno messo nel mirino diversi giocatori e vip. Nella black list di coloro che non lasciano la mancia ai rider di turno che gli ha consegnato il cibo ordinato tramite l’app. In questa lista ci sono tanti calciatori ma anche tanti vip e il Corriere della Sera ne ha citati alcuni tra cui Leonardo Bonucci, Danilo D’Ambrosio, Philippe Mexes, Cristian Abbiati, Paolo Cannavaro, Mauro Icardi con la moglie-manager Wanda Nara. Ma non solo dato che in questa lista nera ci sono anche cantanti come Fedez e consorte, Chiara Ferragni, i rapper Marracash, Noyz Narcos, Clementino e Rocco Hunt. Tutti questi personaggi hanno avuto dei problemi con le grandi multinazionali come Glovo o Deliveroo. I rider in questione hanno ringhiato contro i vip: "È un elenco di tutte le star e i vip che regolarmente ordinano con le app e non lasciano la mancia a nessun fattorino, nemmeno in caso di pioggia. Ricordatevi sempre una cosa, clienti: entriamo nelle vostre case, vi portiamo il cibo e qualsiasi altra cosa vogliate, praticamente a tutte le ore del giorno, siamo in strada sotto la pioggia battente o sotto il sole cocente, senza assicurazione. Sappiamo tutto di voi. Sappiamo cosa mangiate, dove abitate, che abitudini avete". Questa lista di vip un po' taccagni è stata pubblicata proprio oggi, in occasione della Festa della Liberazione: "Se l’informazione è potere, noi rider liberiamo i dati!Che cos’è la privacy nel 2019? Per noi è un nuovo welfare, indotto dal denaro raccolto dalla monetizzazione dei nostri dati e la redistribuzione di tale ricchezza. Ma è anche trasparenza dei conti nelle aziende dell’economia digitale. È il diritto all’oblio e l’accesso libero alla tecnologia". Persone:  Leonardo Bonucci
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L'Atalanta batte 2-1 la Fiorentina: nerazzurri in finale di Coppa Italia dopo 23 anni (Thu, 25 Apr 2019)
Le reti di Ilicic e Gomez hanno rimontato l'iniziale vantaggio della Fiorentina siglato da Muriel e permesso all'Atalanta di volare in finale di Coppa Italia dove i nerazzurri affronteranno la Lazio L'Atalanta di Gian Piero Gasperini non si ferma più e dopo aver vinto in rimonta contro il Napoli di Ancelotti solo tre giorni fa, replica il risultato di 2-1 contro la Fiorentina di Vincenzo Montella in Coppa Italia. La Dea va sotto in virtù del gol di Muriel al 3' ma la recupera e la ribalta con i suoi due fantasisti, Ilicic al 13' su rigore e Gomez al 69'. I nerazzurri volano così in finale della coppa nazionale, dato che all'andata finì con un pirotecnico 3-3 allo stadio Franchi, dove incontreranno la Lazio di Simone Inzaghi che nella serata di ieri ha staccato il pass per l'ultimo atto vincendo a domicilio in casa del Milan di Gattuso. L'Atalanta tra l'altro è ancora in corsa per la Champions League: se dovesse arrivare il double sarebbe davvero una stagione da dieci e lode per i bergamaschi. Vincere la Coppa a distanza di 56 anni sarebbe poi il coronamento di un sogno di una società che ormai da anni lavora duramente per restare ai vertici. L'Atalanta passa subito in vantaggio al 3' con Muriel che tutto solo davanti a Gollini, ben servito da Chiesa, lo batte con il sinistro. La viola sfiora il raddoppia al 5' e al 10' Gollini salva i suoi e tre minuti dopo Ceccherini stende in area Gomez: per Calvarese è rigore. Dal dischetto Ilicic fa secco Lafont. L'Atalanta alza i ritmi e il baricentro e prende in mano la partita sfiorando il raddoppio al 38' ma nessuno arriva sul pallone di Gosens. Nella ripresa Gollini compie un grande intervento al 47' su Benassi e al 50 Gomez impegna alla parata Lafont. La Fiorentina si rende pericolosa al 56' ma il tutto si tramuta in un nulla di fatto. Zapata va vicino al 2-1 al 61' e lo stesso fa Pasalic al 63'. L'Atalanta passa in vantaggio al 69' con Gomez che però approfitta della papera di Lafont sul tiro non impossibile del Papu. Il tabellino Atalanta: Gollini; Masiello, Djimsiti, Palomino; Castagne, De Roon, Freuler (58' Pasalic), Gosens; Gomez, Ilicic (85' Mancini); Zapata. Fiorentina: Lafont; Milenkovic, Pezzella, Ceccherini, Biraghi; Benassi (79' Simeone), Veretout, Gerson (65' Dabo); Chiesa, Muriel, Mirallas (88' Edmilson) Reti: 3' Muriel (F), 13' Ilicic (A), 69' Gomez (A) Tag:  Atalanta Calcio ACF Fiorentina
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Icardi-Dybala, scambio quasi impossibile: Inter e Juventus cambiano strategia (Thu, 25 Apr 2019)
Diventa difficile lo scambio di mercato tra Inter e Juventus per portare Icardi a Torino e Dybala a Milano. I due club avrebbero timore di commettere un grave errore scambiandosi gli attaccanti Mauro Icardi e Paulo Dybala hanno vissuto due stagioni assurde a Inter e Juventus ma per diversi motivi. L'ex capitano nerazzurro, infatti, è stato delegittimato della fascia di capitano ma fino a quel fatidico 13 febbraio le cose andavano a gonfie vele tra lui, il suo entourage, i suoi compagni e il club. Da quella data, però, tutto è cambiato con Icardi che è stato fuori per 50 giorni e che nelle ultime uscite ha segnato un solo gol su rigore contro il Genoa, facendo salire il suo bottino stagionale a quota 16 tra campionato, Champions League e Coppa Italia. Dybala, invece, ha disputato una stagione da comprimario alla Juventus, ha segnato solo 10 reti in tutte le competizioni, è stato messo diverse volte in panchina, ha inciso poco, ha avuto anche qualche infortunio di troppo e il suo valore di mercato si è sensibilmente abbassato. Marotta e Paratici hanno parlato del possibile scambio tra i due, ma secondo quanto riporta la Gazzetta dello Sport questo affare difficilmente si concretizzerà per diversi motivi e uno di questi è il timore di entrambi i club che potrebbero poi pentirsi di questo clamoroso scambio di mercato. Dybala ha poi uno stipendio più alto rispetto a Icardi. I bianconeri hanno poi da risolvere la "grana" Higuain che tornerà dal Chelsea, con ogni probabilità. La Juventus aveva già provato a cederlo ai nerazzurri e potrebbero riprovarci quest'anno ma l'Inter dirà sicuramente no. La sensazione, ad oggi, è che questo clamoroso scambio di mercato resti più una suggestione che la realtà. Tag:  FC Inter Juventus Persone:  Mauro Icardi Paulo Dybala
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Buffon e il futuro incerto: resta al Psg o torna alla Juventus da dirigente? (Thu, 25 Apr 2019)
Il Psg non ha ancora esercitato l'opzione per il rinnovo di contratto fino al 2020 di Buffon. Lui attende risposte dal club ma nel frattempo studia da dirigente per la Juventus Gianluigi Buffon la scorsa estate aveva deciso di lasciare la Juventus per accettare la proposta del Psg. Il numero uno di Carrara sognava di vincere la tanto agognata Champions League, sempre sfuggita in bianconero e invece nonostante giocatori del calibro di Neymar e Mbappé il Psg è uscito fuori malamente agli ottavi di finale per mano del Manchester United di Solskjaer. Buffon, però, ha tirato un sospiro di sollievo dato che anche la Juventus non è andata oltre i quarti di finale, venendo eliminata dai ragazzini terribili dell'Ajax di ten Hag. Rumors provenienti dalla Francia parlano di un Buffon lontano dal Psg al termine della stagione per diversi motivi legati alle sue prestazioni, non esaltanti soprattuto contro lo United in Champions, e per via dell'età. Secondo quanto riporta Sportmediaset, la prossima settimana il suo agente Silvano Martina incontrerà il Psg per parlare del futuro. Il Psg può esercitare la clausola per il rinnovo fino al 2020 ma non l'ha ancora fatto dato che in rosa ha Areola e che si parla con insistenza del possibile arrivo di De Gea dallo United. Buffon vuole ancora essere protagonista sul campo per cercare di vincere la Champions, ma se così non fosse c'è la Juventus pronta a riabbracciarlo ma nelle vesti di dirigente e come detto un anno fa da Andrea Agnelli "La porta per Gigi è aperta in ogni momento" Tag:  Psg Juventus Persone:  Gianluigi Buffon
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Milan-Gattuso, sarà addio a fine stagione: i nomi in lizza per sostituirlo (Thu, 25 Apr 2019)
Gennaro Gattuso non sarà confermato sulla panchina del Milan, anche in caso di quarto posto. In lizza per sostituirlo Emery, Garcia, Pochettino e Sarri Gennaro Ivan Gattuso ha dimostrato di possedere due grandi qualità nella sua esperienza al Milan: l'umiltà e la sincerità. Al termine del match perso contro la Lazio in Coppa Italia, Ringhio non ha usato mezzi termini per definire la gara disputata dalla sua squadra: "La partita è stata imbarazzante, abbiamo fatto male e la Lazio ha meritato di passare il turno. Ora testa al Torino dato che questa è una partita fondamentale per il campionato, da dentro-fuori". Gattuso e il Milan sono arrivati al capolinea e sembra che nemmeno in caso di arriva al quarto posto, ad oggi difficile preventivarlo, possa essere confermato sulla panchina del Diavolo. Secondo quanto riporta Sportmediaset, la dirigenza, oltre ai risultati che stentano ad arrivare, non ha gradito il repentino cambio di modulo di ieri sera in un match così importante e delicato per le sorti della stagione. Gattuso non sarà esonerato in questa stagione dato che mancano solo cinque giornate al termine del campionato e non ci sono figure tecniche adeguate per traghettare la squadra fino al 26 maggio. A fine anno, dunque, si vedrà sicuramente un altro tecnico sulla panchina del Milan e i nomi vanno da Unai Emery, vecchio pallino di Gazidis, fino ad arrivare a Mauricio Pochettino del Tottenham e Rudi Garcia del Marsiglia. Attenzione, però, al nome caldo che porta a Maurizio Sarri che potrebbe lasciare il Chelsea anche in caso di conquista dell'Europa League. La priorità del Milan, però, resta la conquista di un posto Champions che porterebbe nelle casse del club circa 50 milioni di euro d'introiti da destinare al mercato. Tag:  AC Milan Persone:  Gennaro Gattuso
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Cantona e il video a luci rosse su Instagram: follower in delirio (Thu, 25 Apr 2019)
Eric Cantona ha pubblicato un video a luci rosse sul proprio profilo Instagram, salvo poi rimuoverlo, ma diversi utenti e il Daily Mail sono riusciti lo stesso a vederlo Eric Cantona è stato uno dei giocatori più eclettici e forti della storia del calcio francese e non solo. L'ex giocatore del Manchester United è stato sempre una testa calda in campo e fuori e celebre fu il suo calcio ad un tifoso avversario che gli costò diverse giornate di squalifica quando ancora vestiva la maglia dei Red Devils. Cantona è un personaggio senza peli sulla lingua e in questi anni ha attaccato tutti: da Mourinho, fino ad arrivare ai giocatori del Leicester, passando per la recente lite con il padre di Neymar dopo Psg-United di Champions League di questa stagione. Questa volta Cantona è stato pizzicato sui social, e più precisamente su Instagram, intento a guardare un video un po' particolare. L'ex calciatore francese ha poi rimosso il video ma più di qualche utente è riuscito a dare un occhio a ciò che stava facendo "The King". Nella ripresa video si intravede l'ex numero 7 dello United intento a guardare su un iPad un altro video, in cui qualcuno schiaccia delle uova con il pene. Secondo quanto riporta il Daily Mail il video sarebbe poi terminato con Cantona che gira la telecamera verso se stesso e rivolge uno sguardo accigliato ai suoi seguaci. I commenti dei suoi tanti follower hanno invaso la sua bacheca: in molti hanno commentato in maniera divertita ma altri non hanno preso per niente bene questa azione del loro idolo. Tag:  Manchester United Persone:  Eric Cantona
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Milan-Lazio, Sala e la Lega Serie A condannano gli episodi di razzismo (Thu, 25 Apr 2019)
Il Sindaco di Milano Sala ha dato la sua opinione sui cori razzisti a Bakayoko e sullo striscione pro Mussolini nel pregara di Milan-Lazio. Gli fa eco la Lega Serie A ma il club biancoceleste si difende Nella serata di ieri si è disputato il match di Coppa Italia tra Milan e Lazio, con i biancocelesti che hanno avuto la meglio per 1-0 staccando il pass per la finale. La giornata, però, è stata caratterizzata dallo striscione in onore di Benito Mussolini esposto in piazzale Loreto da alcuni esponenti del tifo laziale e fuori dallo stadio Meazza, a circa un'ora dala partita, altri supporter capitolini hanno insultato con cori di matrice razziale il centrocampista del Milan Tiemoué Bakayoko. Il Sindaco di Milano Giuseppe Sala ha condannato entrambi gli episodi puntando il dito sui club: "Non ho sentito parole di condanna da parte delle società. Per cui questo è veramente scioccante, non possono lavarsene le mani così perché sono parte di questo sistema. Mi aspetterei dal mondo del calcio una presa di posizione chiara. Capisco che mettersi contro i tifosi ha sempre dei rischi però quando si superano i limiti, si superano i limiti. Ieri si sono superati”. La Lazio, però, ha voluto rilasciare un comunicato ufficiale per prendere le distanze: "La S.S. Lazio prende nettamente le distanze da comportamenti e manifestazioni che non rispondono in alcun modo ai valori dello sport sostenuti e promossi dalla società da 119 anni. E respinge e contesta la tendenza semplicistica di alcuni media a considerare l’intera tifoseria laziale corresponsabile di atti compiuti da pochi ed isolati elementi per motivazioni estranee ad ogni forma di passione sportiva. La società si è sempre battuta per il rispetto della legalità e della correttezza dei comportamenti". Infine, anche la Lega Serie A ha voluto ribadire un concetto importante, ovvero che i colpevoli di tali gesti devono pagare:“La Lega Serie A condanna con fermezza gli episodi di razzismo accaduti in questi ultimi giorni. Lo sport deve esaltare il rispetto, l’inclusione e lo stare insieme in armonia, valori che sono alla base delle iniziative sociali promosse da sempre dalla Lega Serie A. Non è accettabile dover sentire nei nostri stadi aggressioni verbali di intolleranza e come fatto in passato, ad esempio con le modifiche apportate al codice di Giustizia Sportiva grazie al lavoro di Lega Serie A e Figc, faremo quanto in nostro potere per contrastare simili accadimenti. Auspichiamo altresì la massima collaborazione da parte delle Forze dell’Ordine per individuare e punire i responsabili che con le loro azioni offuscano l’immagine del nostro mondo”. Tag:  AC Milan SS Lazio
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"Ottant'anni in difesa con la voglia di segnare e lo spirito del Mago" (Thu, 25 Apr 2019)
"Herrera nell'Inter voleva che tutti giocassimo per decidere la partita. Io lo feci ai Mondiali..." «Giocavamo con una pallina di stracci. Era finita da poco la guerra, non c'erano quattrini: si faceva un fagotto, lo si riempiva di fieno ed era il nostro pallone. Già la pallina da tennis ce l'avevano solo i benestanti, figuriamoci un pallone vero. Si giocava e si palleggiava con quella, e la passione è nata lì». Ordinaria per quei tempi, straordinaria nel ricordo attuale, la fotografia di un calcio scomparso, firmata da Tarcisio Burgnich, 80 anni oggi, uno dei nomi più importanti della storia dell'Inter e della nazionale, 19 anni di serie A da calciatore e 23 stagioni da allenatore. Nato a Ruda, in provincia di Udine, pochi chilometri ad ovest dell'Isonzo e proprio sotto la rotta di chi ora parte e atterra all'aeroporto di Ronchi dei Legionari, giovanili e debutto in serie A (penultima giornata della stagione 1958-59) nell'Udinese, poi nell'estate del 1960 l'acquisto da parte della Juventus. Una stagione e uno scudetto, la cessione recalcitrante al Palermo, il ritorno a nord con l'ingaggio da parte dell'Inter, dove per 12 stagioni, 1963-74, è stato difensore esemplare, terzino destro ma anche centrale, ruolo che però non era il preferito, perché gli permetteva di influire meno sulla partita, vero? «Sì, anche da terzinone di marcatura cercavo di avanzare, e andavo sempre in area avversaria quando c'erano un calcio d'angolo o un calcio di punizione. Ho sempre avuto voglia di fare risultato, e da centrale dovevo per forza essere più statico». Pochi gol, otto in 18 stagioni di A e due in 66 partite con la nazionale, ma il più memorabile in azzurro arrivò proprio così: 8' del primo supplementare, 2-1 Germania nella semifinale dei Mondiali del 1970, calcio di punizione di Gianni Rivera, rinvio maldestro di Siggi Held e Burgnich di sinistro mette dentro da pochi metri. «Esatto, anche quella volta ho seguito la mia mentalità di voler cercare il risultato, e l'aveva portata il Mago, che voleva che ognuno di noi volesse vincere, tanto come lo voleva lui». Il Mago. Helenio Herrera, l'allenatore della Grande Inter: che personaggio ricorda? «Herrera era la novità, allenatori come lui non se n'erano mai visti. A quei tempi nelle squadre comandavano i vecchi, non gli allenatori, mentre con lui cambiò tutto, il tecnico cominciò a prendere in mano la gestione e gli anziani non ebbero più il potere di fare e disfare. E lui diede delle regole precise: se tu sbagliavi appena appena ti castigava, ti dava le multe, mentre prima non si arrivava mai a questo». In nazionale, invece, Edmondo Fabbri e Ferruccio Valcareggi. «Erano molto diversi dal Mago, che da calciatore non aveva avuto un grande passato. Loro avevano giocato molti anni e conoscevano la mentalità del calciatore, c'era più libertà». In nazionale, un successo agli Europei del 1968 con la doppia finale (1-1 e 2-0) sulla Jugoslavia, dopo una semifinale contro l'Unione Sovietica vinta grazie al lancio della monetina. Cosa si prova ad aspettare che una partita così venga decisa in quel modo? «Eh, si aspettava e si aveva anche il cuore sereno e tranquillo, perché avevamo un capitano che come andava là vinceva sicuramente». Quel capitano era Giacinto Facchetti, compagno in nazionale e nell'Inter e « e come ho detto tante volte, persona con la quale ho vissuto più tempo che con mia moglie. Quella Inter era una grande squadra che ha ottenuto tanti risultati, se andiamo a vedere campionati, coppe Campioni e Intercontinentali vinte. Giacinto era il terzino dalla parte opposta alla mia e più che fare il difensore prendeva sempre l'iniziativa con e senza palla, mentre in mezzo a proteggerci c'era Armando Picchi, che aveva il senso della posizione e la velocità per chiudere» L'avversario più difficile che ha affrontato? «Francisco Gento, l'ala sinistra del grande Real Madrid. Era uno che ti puntava e cercava di saltarti, bisognava anticiparlo o stargli molto vicino, perché se aveva un po' di spazio buttava la palla avanti, usciva dalla linea laterale e andava a prenderla, veloce com'era». La vittoria più bella? «Proprio contro il Real Madrid, nella finale di Vienna del 1964. Quando metti sotto i tuoi idoli e vinci la Coppa dei Campioni contro la squadra che l'aveva vinta cinque volte ed era stata anche campione del mondo». Lo stadio più memorabile? «Il Santiago Bernabeu faceva una certa impressione, ma San Siro è il massimo, sempre».
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A Torino il Masters di tennis per 4 anni (Thu, 25 Apr 2019)
Binaghi: «Avevamo i numeri dalla nostra parte, il difficile arriva ora» Dunque è ufficiale: dopo la vittoria di Fognini a Montecarlo, l'Italia del tennis porta a casa l'organizzazione delle Finali Atp, ovvero il vecchio Masters, a Torino dal 2021 al 2025: «In effetti c'eravamo messi d'accordo con Fabio e con il presidente Kermode per far tutto in 3 giorni...» sorride il numero uno della Fit Angelo Binaghi. Che aggiunge: «Il difficile comincia ora». Presidente: quanto è stata dura? «Dura? Era impossibile. Non so ancora come ci siamo riusciti». E in partenza non avevate il governo dalla vostra parte. «Le dico questo: il sottosegretario Giorgetti è talmente competente che potrebbe fare lui il presidente federale. E poi la sindaca Appendino è stata giocatrice di quarta categoria. Dunque: appassionati e tecnici d'alto livello». Quindi ecco il famoso rapporto costi-benefici. «Noi abbiamo fatto fare uno studio da Ernst&Young, avevamo i numeri dalla nostra parte». Quali? «Le Atp Finals producono un indotto di 70 milioni ogni anno e un gettito fiscale diretto e indiretto di 20 milioni». Ecco perché alla fine è arrivata la garanzia di 78 milioni chiesta dall'Atp. «Per fortuna avevamo i conti delle finali di Londra e lo studio fatto fare sugli Internazionali d'Italia da E&Y e dalla Luiss». Adesso deve solo convincere Fognini ad entrare nei primi 8 per il 2021... «Guardi: la cosa bella è che una volta avremmo potuto goderci il ruolo di organizzatori. Adesso possiamo pensare di partecipare e di farlo per vincere». Addirittura? «Certo. E non solo con Fabio: c'è anche il lavoro dei coach privati e quello del settore tecnico federale. Abbiamo 20 tennisti italiani nei primi 200 del mondo, il tempo ci sta dando ragione». Riassumendo: gli Internazionali di Roma per molti sono come il quinto Slam, anche se a Madrid s'arrabbiano... «Pazienza». ...Milano ha le Next Gen Finals, Torino avrà il Masters: cosa può volere ancora Angelo Binaghi? «Le dirò: ci manca un tennista Top 10, ma facendo i calcoli Fabio ci arriva tra poco. Poi di vincere uno Slam maschile e infine una Coppa Davis. A quel punto sarò soddisfatto...».
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Il Milan butta anche la coppa Italia (Thu, 25 Apr 2019)
Colpo Lazio: Correa regala la finale a Inzaghi. Rossoneri lenti e senza idee, altro flop Milano La Lazio domina il Milan a San Siro e vola in finale di Coppa Italia. Una partita a senso unico per lunghi tratti condanna Gennaro Gattuso che era andato al «rischiatutto» con una rivoluzione che alla fine non ha portato niente se non confusione. Scelte che alla fine potrebbero pesare sul futuro dell'allenatore rossonero, mentre Simone Inzaghi non inventa niente e tornerà a giocarsi la coppa nazionale all'Olimpico. Una Lazio che ha messo all'angolo i rossoneri che praticamente non hanno mai tirato in porta. A perdere non è solo il Milan, ma in qualche modo anche il pallone perché nonostante la linea dura dettata da Federcalcio e Lega Calcio, non sfrutta l'occasione per mandare un segnale contro il razzismo, per sospendere una volta la partita. Invece ci si limita a un paio di richiami dello speaker, fini a se stessi. Eppure i tifosi della Lazio ne avevano date di opportunità in un primo tempo finito diretto negli archivi per le poche emozioni sul campo. Perché di buono da salvare c'è poco o nulla. Di sicuro non la curva laziale: dagli ululati al coro ad personam per Bakayoko, intonato già nei dintorni di San Siro. Non si procede solamente perché la vergogna non è udibile nitidamente. In campo lo spettacolo non è all'altezza di una partita che regala la finale di Coppa Italia. E non paga la rivoluzione tattica e di uomini imposta da Gattuso per dare una scossa al suo Milan. Fuori i fedelissimi come Rodriguez e l'influenzato Calhanoglu per passare alla difesa a tre con l'esordiente sul suolo nazionale Caldara, dopo l'apparizione con il Dudelange a settembre. I rossoneri faticano a trovare il bandolo della matassa, Kessie sbaglia e Laxalt è un flop, mentre la pistola di Piatek non ha nemmeno una munizione. Si fatica a capire come il Milan possa portare pericoli e non ha nemmeno la bava alla bocca come chiesto da Gattuso che a un certo punto solleva di peso Laxalt rimasto a terra. Infatti crea occasioni solo su palle sporche con Calabria (bravo Strakosha) e Suso (tiraccio a lato). La Lazio appare più squadra, magari anche perché Inzaghi la schiera identica a quella vista fin qui in campionato due settimane fa e dà l'impressione di poter creare pericoli in ogni momento. Il primo tiro vero è di Immobile che per il resto fa una gara di grande sacrificio, Bastos in mischia mette i brividi a Reina che è super nel chiudere lo specchio a Correa prima dell'intervallo. Si va negli spogliatoi pari nel risultato e negli infortuni: Inzaghi perde Milinkovic Savic (caviglia ko, dentro Parolo), Gattuso rinuncia a Calabria (problema muscolare, ecco Conti). Si riprende come si era finito con il Milan che sbanda, tenuto in piedi dal suo portiere bravo su Leiva e Correa. Bakayoko canta e porta la croce, mentre Gattuso corre ai ripari con Calhanoglu al posto del fantasma di Castillejo. Ma subito dopo la Lazio trova il meritato vantaggio. Un contropiede letale partendo da un calcio d'angolo del Milan che si fa ribaltare con tre passaggi (film già visto contro l'Udinese): Immobile rifinisce per Correa che infila Reina sotto le gambe. L'argentino è il migliore in campo, mentre la mossa della disperazione di Gattuso è Cutrone per Caldara. Il baby se non altro è avvelenato, segna anche se in fuorigioco. La Lazio ha la colpa di non piazzare il colpo del ko. Unica imperfezione in una partita in cui merita ampiamente la finale di Coppa Italia costruita passando da San Siro dove prima ha eliminato l'Inter e adesso il Milan. Per Gattuso è un fallimento che solo il quarto posto può salvare, ma la brutta squadra di ieri sera deve ritrovarsi in fretta per centrare quella Champions che salverebbe l'allenatore (forse) e farebbe felice la società più di un trofeo in bacheca. La triste verità.
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IlGiornale.it - Cultura

La Spagna e il Portogallo litigano per Magellano. Ma è patrimonio di tutti (Thu, 25 Apr 2019)
Non ha senso la contesa per le celebrazioni dell'impresa: è un trionfo dell'umanità Ricorre quest'anno il cinquecentenario della spedizione di Magellano (salpata da Siviglia nell'agosto del 1519), la prima a riuscire nell'impresa di circumnavigare il globo terracqueo. Una ricorrenza che sembra avere riacceso l'antica rivalità tra Spagna e Portogallo, i due Paesi che a lungo si contesero le rotte oceaniche verso le Indie. L'Accademia di Storia di Madrid rivendica a gran voce la titolarità dell'impresa (e dunque il diritto alle celebrazioni) del grande navigatore, che tra parentesi non portò a termine la sua avventura, finendo trucidato dagli indigeni della piccola isola di Mactan, nelle Filippine, a un passo dalla meta: le Molucche. Magellano è spagnolo, tuonano da Madrid (in effetti ottenne la cittadinanza spagnola). No, è portoghese, gli rispondono da Lisbona (in effetti era nato a Sabrosa, nel nord del Portogallo). Si tratta di un'impresa ascrivibile alla Spagna, è la replica di Madrid (in effetto fu finanziata dal re di Spagna, l'equipaggio era per metà spagnolo e l'unica nave a fare ritorno era comandata da Elcano, un basco che aveva fatto carriera molto in fretta: partito come nostromo, o secondo altri come timoniere, concluse il viaggio come capitano). No, è tutto merito di Magellano, fanno sapere con cipiglio dal Portogallo: senza di lui l'impresa non si sarebbe mai nemmeno avviata (e in effetti l'idea fu sua, e suoi furono l'ingegno e l'ardimento: fosse dipeso dagli spagnoli, la spedizione si sarebbe conclusa in Brasile, tra le braccia delle indigene). Tra l'altro la Spagna non è nuova a questo genere di pretese. Da quelle parti si è sostenuto a lungo che Colombo fosse spagnolo (vero è che a un certo punto ottenne la cittadinanza castigliana, ma nessuno potrà mai negare che fosse genovese). Come era prevedibile il discorso è ben presto scaduto nella inevitabile diatriba tra sovranisti e loro oppositori. Sono stato di recente a Lisbona (per la quale ho un debole), dove la stampa mi ha tempestato di domande al riguardo, quasi eleggendomi ad arbitro, in quanto autore di un fortunato romanzo su Magellano, e in quanto italiano, patria di grandi navigatori. Ebbene, per come la vedo io, ho risposto a tutti, Magellano era talmente spagnolo che il mio romanzo verrà tradotto in Portogallo e in Brasile, mentre nessuno si è fatto avanti dalla Spagna. Era talmente spagnolo che sono stato invitato a presentare il mio libro a Lisbona, mentre da Madrid ancora tutto tace. E potrei continuare. Ma il punto vero è un altro. Per compiere la sua impresa Magellano dovette lasciare nottetempo, in groppa a un somaro, il Portogallo, dove re Manuel non lo amava, per offrire i suoi servigi al re di Spagna Carlo I, che però, non fidandosene, gli mise alle costole tre capitani spagnoli; i quali -non va dimenticato- tentarono di intralciarlo durante tutto il viaggio, fino a un ferale ammutinamento conclusosi in modo quanto mai cruento (uccisione di due di essi e abbandono del terzo su una spiaggia deserta). È anche vero che, fin dal primo giorno, la flotta portoghese diede la caccia a Magellano per catturarlo e forse ucciderlo. E d'altro canto il re di Spagna mise le mani sui diari di Pigafetta (il nobile vicentino che prese parte alla spedizione raccontandola nel suo celebre Resoconto del primo viaggio intorno al mondo) e li fece scomparire, in modo da attribuire tutto il merito della spedizione allo spagnolo Elcano, il quale al contrario aveva preso parte alla rivolta (anche se con un ruolo marginale) con la quale si era tentato di togliere il comando a Magellano per fare immediatamente ritorno in Spagna. Vero è che fu lui a raccogliere il testimone, in seguito alla morte del navigatore portoghese, e a condurre in porto l'unica nave superstite dopo aver compiuto il giro del mondo; ma è anche vero che fu sempre lui ad accaparrarsi gli onori e le ricchezze che sarebbero spettati a Magellano infangandone il nome. Per una sorta di nemesi, pochi anni dopo egli morì lungo quelle stesse rotte, ritentando l'impresa nel nome del re di Spagna. Il destino a quanto pare ci vede benissimo. Non fosse stato per Pigafetta -che divulgando il suo resoconto (riscritto per intero, affidandosi alla memoria) restituì a Magellano ciò che gli spettava- noi oggi forse crederemmo a Elcano e non a Magellano, e il famoso stretto che porta il nome di quest'ultimo forse si chiamerebbe Stretto di Elcano. E allora tirate un po' voi le somme. A me appare chiaro che Magellano non appartiene né alla Spagna né al Portogallo; egli appartiene solo a se stesso. E se proprio vogliamo trovargli un'appartenenza allora meglio dire che Magellano è da ritenersi patrimonio universale, come lo sono tutti gli uomini della sua statura, da Leonardo da Vinci a Einstein. Di questo deve essersi accorta anche l'Unesco, che sarà chiamata a valutare l'opportunità di proclamare il viaggio di Magellano (o meglio la rotta tracciata dalla spedizione) «patrimonio comune dell'umanità». La candidatura naturalmente è stata avanzata dal Portogallo, ed è bastato questo a riaccendere la polemica tra i due storici rivali. Chissà come se la riderebbe Magellano, ora che tutti se lo contendono. Io sto con lui. * autore del romanzo Magellano (Castelvecchi, 2018)
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Amis: "Sono anti-islamista". Ecco il coraggio della paura (Thu, 25 Apr 2019)
"Non è irrazionale temere chi ti vuole uccidere", scrive l'autore. Fra amore e odio per l'America e per i critici Immaginate se chiedessero a uno scrittore italiano se è contrario all'islamismo, subito farebbe no no con la testolina, per carità. Uno come Martin Amis invece non ha nessun problema a dirlo: «Sono un islamismo-fobo, nel senso di anti-islamista, perché il termine fobia indica una paura irrazionale, e non c'è niente di irrazionale nell'avere paura di gente che dichiara di volerti uccidere». Il bello degli americani (sebbene Amis sia inglese, ma vive negli Stati Uniti da molti anni), è che esistono intellettuali non catalogabili, come da noi, nelle categorie di destra e sinistra. E non prevedibili. Non essendovi dubbio che Amis sia decisamente di sinistra. Ma non della nostra sinistra ammuffita e perbenista. Se già amate i suoi romanzi, potete farvi un'idea del suo pensiero nella raccolta di saggi e interventi scritti nell'arco di un trentennio appena uscita per Einaudi, intitolata L'attrito del tempo. Dentro c'è di tutto e di più, aneddoti personali, riflessioni letterarie, incontri, reportage, pubblicati sulle più importanti riviste degli Stati Uniti. Dove, come afferma Amis, gli scrittori contano ancora qualcosa, in quanto si tratta di «una società di immigrati, sterminata, senza una forma ben precisa, nella quale gli scrittori da sempre occupano una posizione indiscussa perché tutti fin dall'inizio hanno intuito che avrebbero avuto un ruolo importante nella costruzione della proteiforme immensità del paese». Magnifici i suoi articoli su Nabokov, un grande scrittore che oggi in epoca di #metoo rischia di essere messo al bando, basti pensare al suo capolavoro Lolita. Nabokov «si spinge fino ai limiti estremi dell'universo morale» e senza mai tentare una spiegazione, una giustificazione. Che è quello che dovrebbe fare uno scrittore. D'altra parte Humbert bramava «un mondo dove più nulla avrebbe avuto importanza e tutto sarebbe stato permesso», e in Ada o ardore l'amante del sessantenne Van ha addirittura dieci anni. «Bisogna spingersi fino alle frange estreme della letteratura - Lewis Carroll, William Burroughs, il marchese De Sade - per trovare un'attenzione altrettanto morbosa per attività che giustamente consideriamo sempre e comunque imperdonabili». Comunque anche l'America ha le sue pecche nei riconoscimenti tardivi. Basti pensare a uno dei capolavori di tutti i tempi, Moby Dick di Herman Melville: comparve, e scomparve, nel 1851, e già all'età di quarant'anni l'autore era dimenticato e non più pubblicato, ridotto a lavorare in un ufficio della dogana di New York, e «il revival melvilliano è cominciato esattamente cento anni dopo la sua nascita». I classici, insomma, critici e lettori se li sono spesso trovati sotto gli occhi senza accorgersene se non decenni o talvolta secoli dopo. Martin Amis infilza in una lunga invettiva Donald Trump e i suoi elettori, «perché ogni tanto gli americani sentono il bisogno di elevare al rango di eroe uno zotico qualsiasi» (aggiungerei non solo gli americani), elogia lady Diana, «portatrice di una bellezza che faceva apparire brutti i Windsor» e incontra estasiato John Travolta, nel momento in cui tutti se lo erano dimenticato, quando fu riscoperto da Quentin Tarantino, che per Pulp Fiction mise un aut aut ai produttori: «O con Travolta o niente». Ma non solo letteratura e star del cinema, Amis non disdegna di dedicarsi al porno, vedendosi con varie pornostar e con il regista John Stagliano, in un reportage il cui titolo dice tutto, La fica è una presa per il culo, riferendosi alla prevalenza del genere anal. Con tanto di statistiche per tutti i moralisti, da far cascare i capelli a piccole autrici predicatrici femministe nostrane come Michela Murgia o Elena Stancanelli, perché «il porno rappresenta una fetta di mercato più ampia di quella della musica rock e molto più ampia di quella di Hollywood». Tanto per farci un'idea, nel 1975 il valore di mercato totale della pornografia hardcore solo negli Stati Uniti era tra i cinque e gli otto milioni di dollari, oggi supera gli otto miliardi di dollari all'anno. «Qualunque cosa sia la pornografia, qualunque cosa faccia, può non piacere, ma non possiamo cancellarla. Parafrasando Falstaff: chi mette al bando la pornografia, mette al bando il mondo intero». E poi si parla di Burgess, di Updike, di Kubrick, ma non poteva mancare un capitolo dedicato a un altro grande intellettuale britannico naturalizzato statunitense, Christopher Hitchens, scritto quando Hitchens era ancora in vita. Anche lui inclassificabile, di sinistra e feroce avversario di ogni religione ma attaccato dai democratici perché favorevole alla guerra in Iraq contro Saddam e contro ogni dittatore islamico. Ricordando la sua totale indipendenza (in Italia uno come Hitchens sarebbe stato messo al bando da qualsiasi giornale), e quando qualcuno gli diceva che non aveva capito un suo pensiero gli rispondeva: «La cosa non mi sorprende affatto». Citando molte frasi di «The Hitch» diventate celebri, tra cui quella sul matrimonio gay, che «è una questione di socializzazione dell'omosessualità, e non di omosessualizzazione della società. Il che dimostra quanto tra i gay sia diffuso un atteggiamento conservatore, anziché estremista». Oppure un pensiero che toglierebbe a medici come Roberto Burioni il gravoso compito di combattere con documenti e studi ogni panzana dei no-vax: «Se qualcosa si può affermare senza prove, si può anche confutare senza prove». Infine Amis torna a ragionare di letteratura, ma anche qui mettendo in guardia i benpensanti, (le signore mie del nostro Alberto Arbasino) perché «il principio fondamentale della letteratura è il decoro, che è l'esatto contrario della definizione che ne dà il dizionario: comportamento in linea con il buon gusto e la decenza, cioè la sottomissione a un consenso pecoresco».
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Indro Montanelli, la vita da romanzo di chi si riteneva "soltanto un giornalista" (Tue, 23 Apr 2019)
Il maestro nasceva centodieci anni fa, il 22 aprile del 1909, a Fucecchio L'anniversario non poteva essere dimenticato neppure in questi giorni pasquali: il 22 aprile del 1909, centodieci anni fa, nasceva a Fucecchio, vicino a Firenze, Indro Montanelli, il più grande testimone del secolo breve, e giornali e tv hanno dedicato ampio spazio alla ricorrenza. Tutto come previsto perché di Montanelli ce ne è stato uno solo e ancora oggi generazioni di giornalisti a cominciare dai colleghi del Giornale, che è stata sempre la sua creatura prediletta anche dopo aver tentato nuove avventure continuano a diffondere i suoi insegnamenti a dispetto di internet e social che hanno soppiantato la mitica Olivetti Lettera 32 del Grande Vecchio. Per tutta la vita Indro si è considerato un direttore di bandiera perché, recitava, la mattina veniva issato sul pennone a sventolare, come una specie di simbolo a futura memoria, ed ammainato solo la sera tardi. In realtà, lui era onnipresente, pure di notte. In effetti, più che un direttore, è stato un padre spirituale per tanti giornalisti allora in erba (i Montanelli boys) che hanno imparato il mestiere da un toscanaccio come Cilindro che non ha mai voluto avere figli perché, confessava un po' scherzosamente, non si sa mai chi ti metti in casa. Mi sono chiesto più volte per quale motivo Indro mi prese in simpatia e mi dette tanto spazio nel giornale: forse il motivo è che sono romagnolo come romagnolo era Leo Longanesi, il piccolo-grande uomo da lui considerato il suo vero maestro, più dello stesso Prezzolini. Tutta la lunga vita di Montanelli è stata un vero romanzo: da come diventò giornalista (aveva scritto un articolo sull' Universale di Firenze in difesa di un giovane ebreo e venne lodato proprio da Mussolini che, qualche anno prima delle leggi del 1938, gli disse che il razzismo è roba da biondi ariani) a come scoprì di essere anche uno scrittore (il diario che tenne quando era tenente degli ascari in Etiopia fu, a sua insaputa, raccolto e pubblicato in Italia da Montanelli senior). Ma al di là delle infinite esperienze, degli scoop (che lui non amava perché, diceva, il cronista viene in qualche modo strumentalizzato), delle tante avventure da inviato speciale e della sua grandissima capacità di sintesi, il vero segreto di Montanelli è stato uno solo: l'indipendenza e l'autonomia di giudizio che lui riassumeva con le parole sono un giornalista, soltanto un giornalista). E' la frase che il Direttore ha ripetuto anche all'allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che, all'inizio degli anni Ottanta, gli aveva offerto di diventare senatore a vita. Preferiva restare sempre fuori dal Palazzo: come dargli torto anche alla luce di quest'Italia del Duemila? Indro se ne é andato con l'inizio proprio del nuovo millennio e non poteva essere diversamente. In tutti i sensi.
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Quel Tricolore stra, anti e arci (Mon, 22 Apr 2019)
Luigi Mascheroni La storia d'Italia, almeno la più recente, diciamo quella del Novecento, ha tirato una linea di confine precisa fra le due categorie degli stra e degli anti italiani. Tra quanti hanno continuato ad amare, al di là della somma mostruosa dei vizi nazionali, questo strano Paese così abituato al Bello da arrivare persino ad averne noia. E quanti, pure di fronte a secoli di Arte, Filosofia e Gusto, non hanno mai sopportato un popolo che prima ha creato una civiltà e poi ha perso quasi del tutto il senso civico. Curiosamente, però, i campi al di qua e al di là del limen - lì gli stra italiani fino all'ultimo respiro, qui gli anti italiani più inflessibili - appaiono ribaltati rispetto al giudizio. I primi, in maniera troppo semplificata collocati a destra, fra nazionalismi vari e Strapaese - da Longanesi a Montanelli - sono coloro che più l'hanno sferzata, smascherandone gli atavici vizi, troppe volte ingigantiti: quelli che «gli italiani sono buoni a nulla, ma capaci di tutto». I secondi, per comodità posizionati a sinistra, fra Azionismo e derive globaliste - da Bocca a Saviano - sono coloro che più l'hanno sublimata, rimpiangendo antiche virtù spesso idealizzate: quelli che «gli italiani non sono razzisti, ma lo sono diventati». E poi ci sono gli «arci» italiani, come Curzio Malaparte, che sta sia a destra che a sinistra, fascista e maiosta, l'unico capace di tenere una firma dentro Strapaese e una dentro Stracittà, così spietatamente italiano da donare in punto di morte la sua opera più bella, Casa Malaparte a Capri, all'anti italiana Repubblica Popolare Cinese. Del resto la sua battuta migliore, a proposito dell'Italia, rimane «Culla del diritto e del rovescio». È una regola aurea. Coloro che maggiormente criticano l'intima natura dell'Italia e il carattere degli italiani sono gli stessi che provano un amore viscerale per la prima e un'umana comprensione per i secondi. Leo Longanesi era un italiano dalla testa ai piedi, proprio perché all'Italia era capace di restituire, per mezzo dei suoi aforismi e dei suoi disegni, tutti gli aspetti più meschini e grotteschi degli italiani. Giuseppe Prezzolini, che titolò la propria autobiografia L'italiano inutile, amava così tanto l'Italia da starsene il più possibile lontano, autoesiliandosi prima in America e poi a Lugano. Al di fuori dall'Italia poteva capire meglio il didentro degli italiani. «Questa Italia non ci piace» era il motto in cui si riconosceva Prezzolini (e i vociani). Ma lo scrittore passò la vita a tentare di migliorare a suon di critiche il proprio Paese, alla disperata ricerca di «un'Italia senza retorica, con meno chiacchiere, più seria, più colta, più ricca, più pulita e più ardita. E anche un'Italia meno scettica e meno pronta ai compromessi». E Ennio Flaiano? Era convinto che gli italiani dessero il meglio di sé nel peggio. Ma il modo magnifico in cui ha svelato, infilzandole, le contraddizioni dell'Italia, ce le fa apprezzare come un aspetto ormai irrinunciabile della nostra natura. E Montanelli, che attraversò - sempre da prima firma - fascismo, antifascismo, Prima e Seconda Repubblica, craxismo, berlusconismo e antiberlusconismo, è stato - nel suo essere il più ostinato degli italiani scettici -, il nostro più grande arci italiano. Avendo scritto ventidue impietosi volumi sulla Storia d'Italia, finì inevitabilmente per considerarla tra le più gloriose dell'umanità. Poi c'è Oriana Fallaci: «È un Paese così diviso, l'Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all'interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo. Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali». Lo scrisse mentre era da qualche parte in giro per il mondo, fra Saigon e New York, a distanza di sicurezza dai suoi connazionali. Ma quando fu il momento di proteggere la sua Firenze, la sua Italia, la nostra cultura, fu la prima a farlo. Con lo stesso amore con cui aveva contestato, così difese. L'Italia è quello che è, con tutti i suoi splendidi difetti e le sue bellezze insopportabili. Poi c'è chi ne elenca con finta convinzione e mascherato cinismo le doti (più vagheggiate che evidenti): liberalità, generosità, laboriosità, accoglienza. Augurandosi il peggio. E chi, pur davanti alle tare inestirpabili di un Paese di furbi e di fessi, rimane convinto, mugugnando, che sapremo tutti trovare, solo in noi stessi, la forza di salvarci. Speciale:  Controcultura focus
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"Io faccio il tifo per la mia Patria. È la storia a dirmi che sono italiano" (Mon, 22 Apr 2019)
Non si sa se Metternich abbia detto davvero che Italia è solo un'espressione geografica (la frase fu all'epoca probabilmente distorta). A volte sembra, però, che siano gli italiani stessi a pensarlo: tentazioni secessioniste, recriminazioni neoborboniche, senso di inferiorità verso le altre nazioni. Non tutti, per carità, e sicuramente non l'archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi. Ha appena dato alle stampe per Sem Sentimento italiano (pagg. 158, euro 15). Il libro, che ha molti passaggi autobiografici, è un inno a quello che nel sottotitolo è definito come «un popolo inimitabile», un popolo che però a torto «pensa di meritare qualunque disprezzo». Ne abbiamo parlato con lui. Cos'è il sentimento italiano? «Per me è un sentimento naturale, l'insieme dei valori con cui sono cresciuto e mi sono formato. È un insieme di cultura e di esperienza che è stato possibile acquisire solo crescendo e vivendo in un territorio che vanta trenta secoli ininterrotti di storia. C'è un filo rosso di civiltà che non si è mai spezzato dall'ottavo secolo avanti Cristo. È una cosa unica. Certo ci sono altre civiltà antichissime. Ma guardi la Cina: lì la continuità è stata spezzata dalla rivoluzione culturale di Mao... Il comunismo ha portato un oblio forzato; da noi invece la fiaccola non si è mai spenta. A volte ha vacillato ma spenta mai». Eppure non abbiamo molto orgoglio nazionale. Come mai? «La territorialità è tipica di tutti gli animali evoluti. Bello il canto dell'usignolo vero? Sta solo segnalando agli altri usignoli che quel territorio è il suo. Il senso della territorialità negli umani è organizzato, basta a pensare al concetto di limen dei romani, per intenderci. Gli italiani hanno lottato a lungo per essere una nazione. Poi è arrivato il trauma prodotto dal fascismo. Mussolini ha illuso gli italiani di essere una superpotenza militare. Il trauma della sconfitta li ha piegati. Hanno iniziato a percepire la parola Patria come fosse un tradimento o un inganno. Come scrive Corrado Alvaro, hanno iniziato a tifare per Radio Londra, a tifare contro i loro figli in guerra. È stato un trauma tremendo che ha lasciato tracce profonde. Fortunatamente l'Italia si è rialzata, ma il trauma è rimasto». Questioni ideologiche hanno pesato? «Indubbiamente c'è stato un pezzo di sinistra che, a colpi di ideologia marxista, ha trasformato la Patria soltanto in una proiezione dei poteri del capitale cattivo che manda in guerra i poveracci. Ci sono voluti anni e anni per rivedere il Tricolore fatto sventolare sistematicamente. Questo grazie anche ad alcuni presidenti della Repubblica che hanno particolarmente insistito sul tema... Ma siamo sinceri: anche un pezzo di destra ha coltivato idee secessioniste. C'era chi si permetteva di dire che col Tricolore ci si puliva il culo. Per me è intollerabile, i miei nonni hanno combattuto nella Grande guerra». Ma il sentimento di italianità c'è? «Spesso è nascosto ma poi viene fuori. Conosco colleghi che hanno avuto carriere sfolgoranti all'estero ma che rientrerebbero subito in Italia se ne avessero la possibilità. Mi hanno spesso chiesto di parlare di Italia a scuola, nei convegni e anche a Mantova al Festivaletteratura. Lì ho iniziato citando Augusto e le Res Gestae: Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua. È da prima di Augusto che esiste l'idea dell'Italia. È stato Giulio Cesare a inventare l'idea di Occidente. Noi abbiamo tutto questo alle spalle e non possiamo perderlo. Il grande rogo della civiltà romana si è trasformato in una fiammella ma la fiammella non si è mai spenta. L'hanno tenuta viva Dante, Petrarca, Machiavelli. È arrivata al Risorgimento e lì ha consentito di ritrovare un'unità che, per secoli, a colpi di divisioni e di invasioni ci è stata negata». Nel libro insiste molto sul valore del Risorgimento. Ma negli ultimi anni è nata tutta una pubblicistica neoborbonica che trasforma parte dell'epopea risorgimentale in una mera invasione... «Il Risorgimento è stato un momento fondamentale, dopo secoli di oppressione e spoliazione gli italiani hanno ritrovato la loro dignità. Era pensabile che un fenomeno del genere avvenisse senza violenza? Ci sono stati episodi terribili, come quello di Bronte, ma non si può ridurre l'impresa di Garibaldi a un'invasione. È arrivato in Sicilia con mille uomini ed è sbarcato sul continente con trentamila: qualcosa vorrà dire no? E poi tutto questo rimpianto dei Borbone a sud e degli austriaci a nord... I Borbone avevano uno stato stagnante e di polizia, gli austriaci fucilavano i volontari tredicenni accorsi a difendere Venezia, non so cosa ci sia da rimpiangere...». Eppure per molti Garibaldi... «Fermo lì. Lasci stare Garibaldi. C'erano 500mila persone a Londra a festeggiare Garibaldi quando arrivò nel 1864. Ha dimostrato al mondo che gli italiani sapevano battersi e fare da soli. Aveva un Paese ai suoi piedi e non si è mai arricchito. C'è un solo posto in cui si parla male di Garibaldi ed è l'Italia, persino Lincoln, durante la guerra di Secessione, lo voleva negli Usa per dargli il comando delle truppe dell'Unione, anche se non sapeva una parola di inglese. Si può riflettere sulla storia, ma non stravolgerla». Che differenza c'è tra patriottismo e nazionalismo? «Il secondo è la degenerazione del primo, il primo è amore per la patria, il secondo si trasforma in odio per il prossimo. Lo capisco è difficile ormai parlare di patriottismo però io tifo per noi! Lo trovo normale. Posso raccontarle una cosa?» Prego. «Quando ho finito il romanzo sulla disfatta della selva di Teutoburgo ho deciso di andare là a deporre un fiore per un centurione nato a Bologna e morto durante la battaglia, durante la strage delle legioni di Varo. Si chiamava Marco Celio e aveva 53 anni ed era di Bologna, quasi un concittadino per me, gli dedicò una stele suo fratello, è per questo che conosciamo il suo nome. Ho scelto un punto degli scavi archeologici dove un cartello segnalava che erano stati ritrovati i sandali di un ufficiale romano appartenuto alla XVIII legione. Ho deposto lì il mio fiore. C'era una scolaresca tedesca un po' rumorosa. Vedendo il gesto si sono fatti più silenziosi, l'insegnante mi ha chiesto perché stessi mettendo un fiore lì e ho risposto: Because I'm italian. Lo ripeto, io tifo per noi». Come può la piccola Italia sopravvivere in un mondo globale? «La risposta è l'Europa. Avere l'Europa unita è un sogno e non un fatto solo economico. E quel sogno è nato anche grazie all'Italia che è tra i fondatori. Unire popoli che si sono fatti la guerra per secoli è il più grande esperimento politico che ci sia in circolazione». Speciale:  Controcultura focus
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Il premio AIF 2019 Nuova Fotografia assegnato alla giovane Lucrezia Roda (Thu, 18 Apr 2019)
Il Premio AIF 2019 Nuova Fotografia è assegnato alla fotografa Lucrezia Roda, per la determinazione con cui fin da giovanissima si è dedicata alla fotografia, prima creandosi un consapevole percorso di studio, poi elaborando una propria espressività personale incentrata sulla ricerca di un linguaggio contemporaneo L’apertura di Photofestival, la rassegna annuale milanese dedicata alla fotografia d’autore promossa da AIF – Associazione Italiana Foto & Digital Imaging e giunta alla 14a edizione (Milano, 17 aprile – 30 Giugno 2019), è l’occasione per la consegna di due significativi Premi annuali istituiti da AIF. Il Premio AIF alla Carriera, fondato nel 2013, è un riconoscimento attribuito a personaggi che hanno dato un importante contributo alla valorizzazione della fotografia, profondendo il proprio impegno professionale sul lungo periodo. Il Premio AIF 2019 alla Carriera viene assegnato al grande Autore della Fotografia Contemporanea Giovanni Gastel, per l’eleganza che caratterizza le sue fotografie, per i suoi ritratti che considera atti di seduzione, per uno stile che non disdegna le piccole imperfezioni. Ma anche per la passione con cui si impegna da Presidente dell’Associazione Fotografi Italiani Professionisti (AFIP) a divulgare la fotografia in tutte le sue declinazioni. Il secondo riconoscimento, introdotto nel 2017, è il Premio AIF Nuova Fotografia che viene attribuito a un esponente delle energie emergenti della fotografia italiana. Il Premio AIF 2019 Nuova Fotografia è assegnato alla fotografa Lucrezia Roda, per la determinazione con cui fin da giovanissima si è dedicata alla fotografia, prima creandosi un consapevole percorso di studio, poi elaborando una propria espressività personale incentrata sulla ricerca di un linguaggio contemporaneo. Lucrezia Roda, classe 1992, è una giovane fotografa italiana nata e cresciuta ad Erba, nel comasco. Ha intrapreso studi classici, coltivando parallelamente il suo interesse verso il mondo della fotografia. Nel 2011 inizia la propria formazione fotografica presso l'Istituto Italiano di Fotografia a Milano. Nel 2015 decide di spostarsi dal buio delle sale di posa al buio delle sale teatrali: spinta dal proprio amore per il palcoscenico e per la vita dietro le quinte, si iscrive presso l'Accademia del Teatro alla Scala, specializzando le proprie competenze fotografiche nell'ambito teatrale. Lavora dal 2015 come fotografa di scena. Da sempre amante dell'arte in tutte le sue forme, con un debole per l'arte concettuale, negli ultimi anni si avvicina al mondo della fotografia fine-art. Inaugura nel 2016 la sua prima mostra personale con la serie “STEEL-LIFE”, una ricerca sul mondo del metallo come materia in trasformazione, che prosegue nel 2018 attraverso le lenti di un microscopio con “ABOUT METAL (about me)”, progetto composto da video, testi ed immagini. Selezionata con questi ultimi due progetti per esporre nella categoria “Proposte MIA” di MIA Photo Fair, fiera internazionale d'arte dedicata alla fotografia e all'immagine in movimento, è una delle vincitrici del premio RaM Sarteano 2018. La sua ricerca, vertendo sui temi dell'introspezione e della trasformazione, prosegue nel 2019 con un primo ampliamento del ciclo STEEL-LIFE. Riconoscendo attualmente la fotografia e la scrittura i mezzi di comunicazione più efficaci per potersi esprimere, si presta ad indagare riguardo all'utilizzo di nuovi Entrambi i premi sono stati consegnati nell'ambito dell'apertura di Photofestival, presso Palazzo Castiglioni, sede di Confcommercio Milano. "Sono onorata di ricevere questo inaspettato riconoscimento, che mi gratifica immensamente e che terrò stretto nel corso degli anni a venire. Acquisisce per me ancora più significato poichè consegnato da Roberto Mutti, di cui ho potuto ricevere i preziosi insegnamenti all'interno dei miei studi, sia presso l'Istituto Italiano di Fotografia, che presso l'Accademia del Teatro alla Scala di Milano", ha dichiarato Lucrezia Roda. Le sue fotografie sono attualmente presenti in due esposizioni: una mostra personale presso la Torre Viscontea di Lecco “STEEL-LIFE, la materia immortale” a cura di Barbara Cattaneo e Luigi Erba (fino a domenica 19 maggio 2019), e all'interno di una bipersonale “Dialoghi di Superficie” con l'artista Gianluca Patti, e a cura di Livia Savorelli, presso la Civiero Art Gallery di Diano Marina (IM), fino al 13 maggio 2019. Persone:  lucrezia roda
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Così Visegrád si oppone all'Europa globalizzata (Thu, 18 Apr 2019)
Refrattari ad una politica di redistribuzione in quote dei migranti, il fronte dei paesi di Visegrád ha trovato una sintesi compiuta nel rifiuto di ogni ulteriore devoluzione di pezzi della propria sovranità politica In seguito all'adesione all'Unione europea di alcuni Paesi dell'est, orbitanti nell'area di influenza russa, lo scenario geopolitico ha assunto una rinnovata configurazione. All'interno del consesso europeo si sono stagliate posizioni discordanti, nella non celata opposizione ai principi fondativi del funzionamento dell'ente sovranazionale. Come analizza Giuseppe Romeo in Visegrád e il futuro dell'Unione europea. La nostalgia dell'impero sovranazionale e il neosovranismo populista balcanico (pubblicato sul IV numero della Rivista di Politica), è in atto una collisione fra due visioni contrapposte di uno spazio economico, politico e sociale europeo. Schierati su un fronte vi sono quei paesi fondatori difensori del regime democratico, dell'economia di libero mercato e dei diritti umani. Germania, Francia, Belgio e fino al recente passato l'Italia si sono fatti portavoce di una vocazione euro-unionista, convinti della necessità di integrare ancor più quell'istituzione comunitaria diventata attore globale. Viceversa, nella zona centro-orientale si sono compattati quei paesi eredi di una memoria imperialista novecentesca. Refrattari ad una politica di redistribuzione in quote dei migranti, il fronte dei paesi di Visegrád ha trovato una sintesi compiuta nel rifiuto di ogni ulteriore devoluzione di pezzi della propria sovranità politica. L'ingerenza di Bruxelles negli affari interni viene ritenuta alla stregua di uno sconfinamento indebito delle prerogative dell'autorità politica nazionale ed anticamera verso un conformismo tot court. I capisaldi dei paesi orientali trovano attuazione nella politica della messa in sicurezza dei confini, nel rifiuto della riduzione degli spazi della politica domestica e nella piena autonomia decisionale. Il primo ministro ungherese Orbán e l'omologo polacco Kaczynski hanno affermato a più riprese che l'identificazione in una comunità europea unita comporta un modello di cooperazione multilaterale di carattere economico e commerciale e di una regolamentazione efficace dei flussi migratori. Un sovranismo di governo che difenda strenuamente quell'identità nazionale minacciata dai crescenti processi di globalizzazione. Il piccolo ma in rapida espansione gruppo dei Paesi di Visegrád è così riuscito a sconquassare l'ordine politico europeo, mettendone in luce le contraddizioni istituzionali.
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I "Cuori fanatici" di Albinati battono forte e scandiscono il ritmo degli anni Ottanta (Thu, 18 Apr 2019)
Un libro corale con al centro le vicende di due amici molto diversi fra loro Dopo le quasi milletrecento pagine della Scuola cattolica, che nel 2016 ha vinto il premio Strega descrivendo il liceo frequentato negli anni Settanta dall'autore ma anche dagli assassini del Circeo (una coincidenza che offriva l'opportunità di districare alcuni nodi che legavano borghesia, neofascismo e religione cattolica), Edoardo Albinati si è concesso un momento interlocutorio con il racconto Un adulterio, storia di una fuga d'amore su un'isola deserta. Il recente Cuori fanatici (Rizzoli, pagg. 396, euro 20) segna un ritorno in città, nonché il riavvicinamento ai temi dell'opera monstre di cui rappresenta un'integrazione puramente romanzesca. Siamo sempre nel periodo delle stragi e del terrorismo - il primo riferimento cronologico si ricava da un accenno alla morte del calciatore Re Cecconi, freddato nel 1977 con un colpo di pistola da un gioielliere - anni di radicalismo generalizzato che Albinati attribuisce a una contaminazione proveniente dalla piccola borghesia. Senza un asse narrativo portante, orgogliosamente indifferente ai meccanismi della narrativa popolare, Cuori fanatici è il romanzo di una rete sociale con due centri, gli amici Nanni Zingone e Nico Quell. Il primo insegna in un liceo, è sposato e ha tre bambine; il secondo è il figlio di un diplomatico gambizzato dalle Brigate rosse per ragioni oscure. Mentre la vita di Nanni è piuttosto statica, quella di Nico, che ha studiato in Svizzera e lavora in una casa editrice, è dominata dall'ambizione letteraria. È proprio per ricevere dei suggerimenti sul libro che sta scrivendo che Nico va a trovare il personaggio più riuscito del romanzo, il professor Berio. Privo, in realtà, di titoli accademici, Berio è stato un giornalista televisivo bravissimo a smascherare la pochezza degli intervistati («Tutti ricordavano di essere stati i primi a fare una certa cosa quando nessuno osava farla. Tutti raccontavano di aver avuto pochi soldi e di aver saltato i pasti. Tutti assommavano un buon numero di amori e di crudeli inimicizie nei confronti di altri artisti e di critici maligni...»); peccato lasci un po' a desiderare quando si tratta di fare sul serio, al pari di altri intellettuali del periodo tanto logorroici quanto inconcludenti. Nico e Nanni discutono di tutto, un aspetto che dà al romanzo di Albinati un'andatura cullante, piacevolmente demodé, che ricorda i romanzi epistolari di Piovene, il Bertolucci di Prima della rivoluzione o le pellicole di Nanni Moretti. Ma vi sono scene che mettono la sordina al bla bla socio-esistenzial-politico per raccontare con semplicità le passioni che uniscono gli uomini e le donne, e altre che gettano uno sguardo allucinato sulla realtà: per esempio il passo in cui la madre di Costanza, la sulfurea ebrea Giulia Mesones, sconvolge un bambino dal nome mitologico di Giano tastandogli la nuca per vedere se la sua seconda faccia sia ilare o malvagia; o quella in cui Berio, durante una gita in campagna, si ferma a osservare un formicaio estraendone un'amarissima lezione sul caos che regna nel mondo.
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"Esiste vita su Marte? Ce lo diranno i minuscoli supereroi" (Thu, 18 Apr 2019)
L'astrobiologa cerca tracce di microrganismi nell'universo. Con gli orsetti d'acqua detective... Sogni di Louisa Preston da bambina: «Quando avevo 8 anni ho detto ai miei genitori che sarei diventata geologa e sarei andata a caccia di alieni». Oggi è astrobiologa. Con una laurea in Geologia e un dottorato creato su misura («per fondere la geologia, la biologia e tutte le mie passioni per il cosmo»), Louisa Preston è ricercatrice all'Istituto Birkbeck della University of London e del programma Aurora della Uk Space Agency. Ha scritto un saggio sulle sue avventure incredibili alla ricerca della vita su Marte: Riccioli d'oro e gli orsetti d'acqua (il Saggiatore, pagg. 260, euro 24). Gli orsetti d'acqua non sono orsi: sono delle creature minuscole, sopravvissute alle cinque estinzioni di massa avvenute sulla Terra. In pratica, «i supereroi della natura». Forse simili a quelle forme di vita che potremmo trovare in condizioni estreme e su pianeti lontanissimi dal nostro. Louisa Preston, che cos'è l'astrobiologia? «È lo studio delle origini, dell'evoluzione e del futuro della vita, sia sulla Terra, sia ovunque nell'Universo. Il suo obiettivo è trovare un altro esempio di vita fuori dalla Terra, per capire qualcosa di più della nostra stessa esistenza». Dove fa ricerca un astrobiologo? «Molti in ufficio. In laboratorio. E, per qualche mese ogni anno, sul campo. Nel mio caso si tratta di studiare gli ambienti estremi, analoghi a quelli che esistevano in passato su Marte». Che cosa cerca? «Le firme che la vita lascia, dentro le rocce e i minerali: le impronte della vita. Possono essere fossili o, più facilmente, composti organici come lipidi, proteine e carboidrati. Molti minerali sono straordinari nell'intrappolare e preservare queste impronte organiche, per miliardi di anni: quindi vado a caccia di esse, negli ambienti più estremi della Terra, mettendo alla prova varie tecnologie per identificarle e utilizzando questi dati per aiutare direttamente la ricerca della vita su Marte». Che cos'è la «zona Riccioli d'oro» che, da una fiaba famosa, dà il titolo al suo libro? «Tradizionalmente è una posizione, in un sistema solare, né troppo vicino né troppo lontano dalla stella, in modo che la temperatura sul pianeta o sulla luna consenta all'acqua di mantenersi stabile allo stato liquido, sulla superficie. Nel nostro Sistema solare la Terra si trova proprio lì». Scrive che sul nostro pianeta esistono «luoghi alieni». Quali? «Sono luoghi remoti, lontani dalla civiltà e, dal punto di vista ambientale, impegnativi per la sopravvivenza degli umani. Sono i luoghi in cui facciamo addestramento per le missioni spaziali, sia con gli astronauti sia con l'equipaggiamento come i rover: il deserto dello Utah, l'Artico canadese, i fiumi acidi in Spagna, il lato di un vulcano alle Hawaii e l'Antartide, il luogo della Terra più simile a Marte. Abbiamo anche una struttura di addestramento per astronauti sott'acqua, Aquarius». Perché gli orsetti d'acqua sono così speciali? «Si possono trovare in qualsiasi angolo del pianeta e sono in grado di resistere alle condizioni più estreme: freddo, caldo, pressione, radiazioni, perfino il vuoto. Come ci riescano, è ancora oggetto di ricerca». Che cosa ne sappiamo? «Quando si trovano in condizioni estreme, per esempio in carenza di acqua, si arrotolano in una pallina della dimensione di un granellino di polline, detta bariletto, eliminando il 96 per cento dell'umidità dal loro corpo e, in pratica, entrando in uno stato di ibernazione. Possono sopravvivere così forse indefinitamente. Però come orsetti d'acqua, quando si muovono, sono molto fragili». Quali pianeti sarebbero più ospitali per la vita? «In questo momento guardiamo a Marte, alle lune ghiacciate Europa e Encelado e alla luna Titano». Che tipo di vita vi aspettate? «Non cerchiamo, e non ci aspettiamo di trovare, una vita multicellulare che strisci sulla superficie del pianeta. Molto probabilmente troveremo semplici batteri e organismi monocellulari». Crede davvero che troveremo la vita su altri pianeti? «Assolutamente sì: troveremo prove di vita da qualche altra parte. Probabilmente si tratterà di biomolecole rimaste intrappolate nei reperti geologici, più che di veri organismi viventi, almeno per ora. Non mi sorprenderebbe se ne scoprissimo già nei prossimi dieci anni». La colonizzazione spaziale umana sarà possibile? «Certo. Stiamo già costruendo i razzi, progettando gli habitat e mettendo alla prova l'equipaggiamento. Quando? Beh, è difficile dirlo: la Nasa pensa che fra il 2030 e il 2040 potremo mandare gli umani su Marte; Elon Musk e SpaceX anche prima». Quali problemi ci sarebbero? «Sostenere la colonia una volta che sarà là: fornirle continuamente cibo, acqua, ossigeno, protezione dalle radiazioni. E poi la salute mentale dei coloni». Dove si potrebbe abitare? «La Luna e Marte sono le uniche opzioni, al momento: sono i nostri vicini più prossimi con superficie planetaria solida e un ambiente relativamente clemente». Veramente la Luna potrà essere abitata? Ci torneremo? «Sì... e sì. Sarà anche una base fantastica per esplorare lo spazio profondo e trasportare equipaggiamento e persone su Marte. La Deep Space Gateway della Nasa è concepita proprio come una stazione spaziale lunare orbitante». Su Marte la fantascienza ha visto giusto? «Marte è il luogo più simile alla Terra che abbiamo trovato: le rocce vulcaniche, la durata del giorno, le stagioni, l'atmosfera e il fatto che ci siano prove, per il passato, di acqua liquida sulla superficie e di temperature più elevate. Sembra probabile che la vita abbia trovato un appiglio laggiù nello stesso momento in cui lo ha trovato sulla Terra, ma che il peggioramento delle condizioni su Marte non le abbia consentito di resistere». Che cosa vede nel futuro delle sue ricerche? «Spero la scoperta della prova di vita su Marte. Passata o presente». Perché sarebbe così rivoluzionario? «Risponderemmo finalmente alla domanda: siamo soli? Ci darebbe informazioni sulla nostra stessa storia e riempirebbe i vuoti che riguardano l'origine della vita sulla Terra. E poi sapere finalmente che non siamo soli nell'Universo sarebbe incredibile».
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Cvetaeva, in "Sette poemi" tutti i versi dell'infinito (Thu, 18 Apr 2019)
L'esilio fisico e spirituale dell'autrice nel segno di Pasternak e Rilke. In una biografia tracciata dalle sue stesse opere La lettera d'amore più bella è a un morto. È stata scritta in Francia, a Bellevue, il 31 dicembre 1926, alle «10 di sera», indirizzata all'al di là. «Se tu sei morto - vuol dire che non esiste nessuna morte». Rainer Maria Rilke muore il 29 dicembre, da maggio ha un denso rapporto epistolare con Marina Cvetaeva. Nella prima lettera a Rilke, d'altronde, la Cvetaeva aveva scritto, con la consueta, feroce certezza: «Poeta è chi oltrepassa (chi deve oltrepassare) la vita». Appena viene a sapere che Rilke, l'icona della poesia, è morto, la Cvetaeva gli scrive: una lettera di folle intimità («Rainer, ti sento immancabilmente dietro la mia spalla destra... Tu e io non abbiamo mai creduto nel nostro incontro in questa vita... Caro, amami più forte e diversamente da tutto»), con la pretesa di poterlo radiare dai morti («l'irraggiungibile non è mai alto»), convinta che la morte non scioglie un legame, lo sigilla, indelebilmente. Di certo, la morte di Rilke rende radioso il genio poetico di Marina, che a lui dedica Per l'Anno Nuovo, poema di scostumata bellezza, come un fiotto di diamanti («A-rivederci! A-conoscerci./ Se ci vedremo - non so, ma sarà unisono./ Buona terra - incognita a me, ancora -/ Buona marina tutta, Rainer, buona me!»). Il giorno dopo aver scritto a Rilke, tra i defunti, Marina scrive a Boris Pasternak. «Boris, non andremo mai più da Rilke. Quella città non esiste più... Vedi, Boris: in tre, da vivi, non sarebbe comunque venuto fuori nulla... L'altro mondo, comprendimi: luce, luminosità, cose illuminate in un altro modo, dalla luce tua, mia». Boris Pasternak e Marina Cvetaeva si scrivono da anni, dal 1923. «Siete il primo poeta che - in tutta la mia vita - vedo», gli aveva scritto, Marina, con il solito desiderio di sfracellarsi nell'altro, consapevole che la poesia è una prigionia («Su nessuno degli altri ho visto il marchio da ergastolano del poeta»). Era stato Boris a mettere in contatto Marina con Rilke: l'esito è il più vertiginoso ménage à trois epistolare della storia della letteratura (tradotto come Il settimo sogno. Lettere 1926 da Editori Riuniti nel 1994, leggibile, in parte, nei due volumi Adelphi che raccolgono le lettere della Cvetaeva: Il paese dell'anima, 1988, e Deserti luoghi, 1989). La Cvetaeva ha bisogno di punteggiare di vampiri le vite altrui, di divorare, attraverso l'incanto della parola, il sabba retorico. Il sangue succhiato dalle lettere, poi, le è utile per fare poesia. «Vento soltanto è caro al poeta!/ Ho una certezza - i corridoi.// Attraversare è tutto, per le armate», scrive in Tentativo di stanza, poema che prima è dedicato a Pasternak, poi, sposalizio del fato, va a celebrare Rilke, «Una cosa molto importante, Boris... La poesia su te e me - l'inizio di Tentativo di stanza - è poi risultata una poesia su lui e me, ogni verso». Tutta scritta, la vita di Marina, in esilio dalla Russia dal 1922, maritata a Sergej Efron, soldato bianco, poverissima - necessariamente, si direbbe -, in vagabondaggio tra Berlino, Praga, Parigi, sola, arresa alla grazia degli scontrosi e degli sconfitti, come risalta, con violenza, nei Sette poemi pubblicati da Einaudi (pagg. XLV-254, euro 16), tradotti da Paola Ferretti («Tracciare una Storia di Marina per Poemi», è l'intento, eccellente, della studiosa). «Ci hanno smazzato. Come carte», chiude una poesia del 24 marzo 1925, dedicata a Pasternak. «La Cvetaeva era una donna dall'animo virile, combattiva, indomabile. Nella vita e nell'arte si lanciava in modo impetuoso, avido e quasi rapace verso ciò che è definitivo e determinato, e per raggiungerlo si spinse lontano e superò ogni altro», scrive Pasternak, trent'anni dopo, quando tutto è passato, ed è effimero epitaffio, troppo tardi. L'aveva letta, Marina, la prima volta, nel 1917, senza troppa soddisfazione, per poi scoprirla, clamorosamente («fui conquistato dalla potenza lirica della cvetaeviana, una forma intimamente vissuta»), nel 1922. Negli stessi anni, un secolo fa, Marina si cinge nell'amicizia di Sonecka Holliday, attrice di travolgente bravura, stigmatizzata, pure lei, da un destino disordinato, di fede nell'arte, di sregolatezza, di infelicità. «Il suo era - il colore acceso dell'eroe. Di chi ha deciso di bruciare per riscaldare gli altri», scrive di lei - cioè, di se stessa - la Cvetaeva, in Sonecka (ora Adelphi, pagg. 287, euro 14), «il più grande prodigio di Marina», secondo Serena Vitale. Il libro fonde reportage, biografia stellata e virtuosismo - ricorda un po' la prosa vitale, da cardiopalma de Il salvacondotto, l'opera in prosa più grande di Pasternak -, dialoghi sincopati e affetto senza assoluzione («Sonecka se ne andò - via da me - verso il suo destino di donna. Non venendo a trovarmi si limitò a obbedire alla propria vocazione di donna: amare un uomo - in fondo poco importa quale - e amare solo lui fino alla morte. Io, il mio amore per lei, il suo per me: il nostro reciproco amore non rientrava in nessun comandamento. Di noi due non si cantava in chiesa e non era scritto nei Vangeli»). Personalità dispari, imparentate all'assoluto, Marina e Sonecka. Come sempre, Marina scrive per defraudare la morte. La grande attrice che passò dall'estasi all'asfissia dell'irriconoscenza, dai teatri ai postriboli dell'oblio, morì nel 1934. Nel 1937 la Cvetaeva la riporta in vita, con quella prosa che brucia. Poi, sarà il suo turno, precipitosamente, di morire. Così, laconica, la Vitale ricorda la fine della poetessa di denti e di incensi, del marito Sergej, dei figli Alja e Mur: «Anche Marina tornò, con Mur, in Unione Sovietica - non aveva scelta. Morì suicida il 31 agosto 1941. Sergej venne fucilato il 16 ottobre dello stesso anno per attività controrivoluzionarie. Alja conobbe il lager e l'esilio. Mur cadde in combattimento sul fronte orientale nel 1944». Al poeta Arsenij Tarkovskij, ennesimo amato nell'ambiguo dell'immaginazione, Marina confessò, alla fine del 1940, «Ogni manoscritto è indifeso. E io sono tutta - un manoscritto», come a dire che tra vene e verbi non c'è distanza. Prima di impiccarsi, in quell'appartamento crudo, a Elabuga, aveva chiesto di essere assunta come lavapiatti. Con Pasternak c'era stato quell'incontro, in inverno, avevano «camminato sotto la neve e sulla neve - e mi è passato tutto - come un giorno mi passerà - tutta la vita». Quando Pasternak, qualche anno dopo, regalò alla figlia della Cvetaeva una copia manoscritta del Dottor Zivago, fu come chiedere in sposa Marina, estorcerla dagli inferi, per i capelli.
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© Dott. Giulio Perrotta (2012)