Dott. Giulio Perrotta
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LA "RASSEGNA STAMPA QUOTIDIANA" (IX PARTE)

Tutte le notizie da "Il Giornale" in tema di politica, attualità, cronaca, economia e cultura

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IlGiornale.it - Politica

Toninelli si allinea a Salvini: "Sbarco Diciotti? Giusto aspettare l'Ue" (Tue, 21 Aug 2018)
La nave con i 177 migranti ancora ferma al porto di Catania. Il ministro grillino: "D'accordo ad aspettare l'Ue" La nave Diciotti è ancora lì, ferma al porto di Catania con 177 migranti a bordo. La loro sorte è nelle mani dell’Europa, che deve rispondere alle sollecitazioni del governo italiano che chiede di suddividere gli immigrati tra tutti i Paesi membri. Per ora l’Ue non si è pronunciata ufficialmente. E così Salvini è tornato all’attacco, ricordando ai colleghi delle varie cancellerie Ue che i migranti sbarcati a Pozzallo a Luglio (e che le capitali europee avevano accettato di accogliere) sono ancora tutti nel Belpaese. Ad eccezione di quelli che si è presa la Francia. Ecco allora che la nave Diciotti viene tenuta in stallo. Salvini lo ha detto chairamente anche oggi: "O l'Europa inizia a fare sul serio ricollocando gli immigrati oppure inizieremo a riportarli nei porti da dove sono partiti". La posizione del ministro ha fatto scattare l’assedio della sinistra, che chiede di aprire un fascicolo d’indagine per verificare se ci sono i presupposti del reato di sequestro di persona. Anche Roberto Saviano si è accodato, attaccando il “ministro della Mala Vita” e definendo il caso Diciotti un “sequestro di persona plurimo di Stato”. Salvini però tira dritto. E ora anche Toninelli sembra accodarsi alla posizione leghista. Ieri, infatti, si era parlato di uno scontro tra ministeri. Il Mit, infatti, ha autorizzato la rotta della Guardia Costiera verso Catania garantendo l’approdo. Ma subito dopo il Viminale aveva smentito di aver mai dato l’autorizzazione allo sbarco. E infatti la Diciotti è sì “approdata” a Catania, ma i migranti non sono “sbarcati”. Differenza di lana caprina, ma sostanziale. "Io ho dato l'ok a fare entrare nel porto di Catania la nave della guardia costiera ma sono d'accordissimo con Salvini ad aspettare" un segnale dell'Europa, ha detto Toninelli a Zapping su Radio1. "Monitoriamo costantemente lo stato di salute dei passeggeri e dell'equipaggio sulla Diciotti che hanno viveri, i medici, hanno costante controllo". Il ministro, poi, è tornato ad attaccare La Valletta, colpevole – secondo il governo – di non aver fatto il proprio dovere in alto mare. "Malta che doveva intervenire non l'ha fatto - ha affermato Toninelli - era mare maltese e siamo intervenuti noi, quindi l'Italia ancora una volta ha salvato vite umane ma non possiamo gestire da soli i flussi migratori". Tag:  immigrazione Persone:  Danilo Toninelli Matteo Salvini
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Diciotti, Saviano attacca Salvini: "Mandante di un sequestro di persona di Stato" (Tue, 21 Aug 2018)
Roberto Saviano al Salone Internazionale del Libro La navein porto a Catania. Salvini vuole redistribuire i migranti in Ue. Lo scrittore: "È sequestro di persona plurimo" Non poteva mancare, ovviamente, Roberto Saviano. Lo scrittore torna ad attaccare Matteo Salvini sul caso della nave Diciotti, ancora ferma al porto di Catania in attesa che i Paesi Ue decidano di accogliere una redistribuzione degli immigrati a bordo. "Il governo tiene in ostaggio 177 esseri umani - scrive l'autore di Gomorra - La Diciotti, che da 5 giorni non può sbarcare chi è a bordo per ordine del ministero degli Interni, rappresenta un caso gravissimo e illegale di sequestro di persona plurimo 'di Statò". Non è la prima volta che Saviano mette nel mirino il ministro dell'Interno. Famosa la sua definizione di "ministro della Mala Vita", epiteto che gli è costato (insieme ad altri fattori) una querela per diffamazione su carta intestata del Viminale. Gli appelli dello scrittore contro il leghista sono ormai all'ordine del giorno. E al centro dell'attezione c'è quasi sempre la questione migratoria. Oggi Saviano pubblica la fotografia dell'articolo 13 della Costituzione, quello che definisce "inviolabile" la libertà della persona. "La legge - scrive l'autore - prevede che un soggetto possa rimanere nella disponibilità della polizia giudiziaria (tale è la Guardia costiera) per un termine massimo di 48 ore. Trascorso questo tempo, senza la convalida di un giudice, siamo al cospetto di un sequestro di persona". E poi tira in mezzo il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, che per primo ha messo sotto indagine una Ong e ha alzato il velo di ipocrisia sull'operato delle navi umanitarie. "È vero o no, quanto affermo, procuratore della Repubblica di Catania, dottor Carmelo Zuccaro? Lo chiedo a lei perchè, almeno questa volta, è competente a procedere. Se questa situazione fosse effettivamente dovuta ad atti formali del ministero degli Interni (mi permetto di suggerirle di approfondire con attenzione questa circostanza), si saprebbe già sin da ora chi è il mandante di questo sequestro di persona 'di Stato'. Ma se nessuno procede, ci troveremo al cospetto di una grave omissione di atti di ufficio che, ledendo il principio di separazione tra i poteri dello Stato, mette l'Italia al di fuori della civiltà giuridica". Non manca neppure un post scriptum: "Qualche settimana fa fui dileggiato da un giornalista per avere affermato che l'azione del governo è ispirata alla palese violazione della Costituzione, peraltro proprio con riguardo alla inviolabilità della libertà personale. Caro Antonio Polito, adesso le basta? Cosa farà ora, si incatenerà per protesta davanti al ministero degli Interni? Ci scriverà un articolo con il quale si scuserà con i suoi lettori per non aver capito nulla (nella migliore delle ipotesi) di quanto stava e sta accadendo? O - cosa massimamente auspicabile - finalmente si deciderà a leggere la Costituzione?". Tag:  immigrazione Nave Diciotti Persone:  Roberto Saviano Matteo Salvini
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Assedio della sinistra su Salvini: "Si apra un fascicolo su Diciotti" (Tue, 21 Aug 2018)
Sulla Diciotti la sinistra agita le manette. Boldrini: "Sono ostaggi". E c'è chi invita il comandante della nave a disobbedire Tutti contro Matteo Salvini. Politici, magistrati, ex presidenti della Camera. Sulla questione della Nave Diciotti, arrivata a Catania ma non autorizzata allo sbarco dei migranti, la sinistra è tornata all’attacco del ministro dell’Interno e della decisione del governo di non far subito scendere in porto i 177 immigrati. Per carità, non è strano che avversari politici non condividano le idee del capo del Viminale di turno. Il leader della Lega in fondo ha deciso di non cedere e di tirare dritto. Ieri il Mit, guidato da Toninelli, ha autorizzato l’imbarcazione della Marina a fare rotta verso Catania. Ma il leghista non lui farà scendere in porto finché l’Europa, come da richieste italiane, non accetterà di redistribuire tra i Paesi gli immigrati. La questione è spinosa. A quanto pare la parola data non sempre viene rispettata e dunque il governo questa volta vuol essere sicuro che i 177 migranti vengano davvero accolti oltre confine. Dei 450 sbarcati a Pozzallo a Luglio – ha rivelato Salvini - "la Germania aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. Il Portogallo aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. La Spagna aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero. L'Irlanda aveva accettato di accoglierne 20: ne ha presi zero. Malta aveva accettato di accoglierne 50: ne ha presi zero". Lo stallo della Diciotti (che, ricordiamolo, ha recuperato in area Sar maltese i migranti senza informare – a detta di Salvini – il Viminale) ha una motivazione politica ben precisa. Eppure continua l’attacco della sinistra, che parla di sequestro di persona, ostaggi e violazioni della Costituzione. “Una nave della Guardia costiera italiana con a bordo anche donne e minori che non può attraccare in un porto italiano – ha scritto su Twitter, immancabile, Laura Boldrini - due ministri che litigano, 177 persone tenute in ostaggio e la credibilità del nostro Paese in frantumi per un pugno di like". Sulla stessa linea anche Magistratura Democratica, la storica formazione di sinistra dei giudici italiani. Per i magistrati il caso Diciotti "suscita interrogativi inquietanti di vario tipo”. Cosa inquieta i pm? "A cominciare dal potere del ministro di adottare una simile decisione - spiegano - Per non dire della privazione della libertà di persone senza alcun intervento della magistratura. Si tratta di un'ulteriore violazione dei valori e delle regole della Costituzione. Auspichiamo che nessuno rimanga silente". E silente non è rimasto Possibile, il movimento politico di Pippo Civati. "I migranti a bordo della Diciotti sono privati della libertà personale senza che ciò sia stato deciso da un magistrato”, attacca Andrea Maestri, secondo cui ci sono addirittura “i presupposti per aprire un fascicolo, non contro ignoti ma con nomi e cognomi, ipotizzando il reato di sequestro di persona”. "Impedire l'approdo ai migranti, salvati doverosamente in mare, costituisce una misura attraverso cui viene limitata o ristretta la libertà personale", dice l'esponente di Possibile. Secondo Maestri “l'illegittimità della condotta” del governo di tenere in stallo i migranti per “ottenere dagli altri Paesi europei una redistribuzione” è una “incontrovertibile" condotta “illegittima”. Dunque, che i magistrati intervengano. Oppure il comandante della Diciotti diserti. "Se fossi un pubblico ufficiale con qualche potere decisionale – conclude Maestri - come il comandante della nave Diciotti, di fronte ad un ordine illegittimo, quale è quello di trattenere persone in mare contro la loro volontà, eserciterei il dovere giuridico di disobbedire (Art. 51 codice penale) conducendo la nave in porto e favorendo un approdo sicuro e tempestivo". Tag:  immigrazione Nave Diciotti Persone:  Matteo Salvini
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"C'è legame tra Salvini al potere e il crollo del ponte di Genova" (Tue, 21 Aug 2018)
Ecco l'ultima teoria che arriva dalla Francia. Jacques Attalli la pubblica sul blog su L'Expresse (la stessa rivista che attaccò Salvini) La teoria di Jacques Attalli è chiara. C'è un legame tra il crollo del ponte di Genova e l'arrivo al potere di Salvini. Chiaro, no? Il leghista arriva al potere e il viadotto Morandi crolla. La causa non può che essere questa. Ma andiamo a vedere più nel dettaglio il ragionamento che l’economista, saggista e banchiere francese ha scritto sul suo blog su L’Expresse, la stessa rivista che ha dedicato una copertina al ministro dell’Interno italiano definendolo “xenofobo”, “populista” e che “fa tremare l’Europa”. Secondo Attalli ci sono dieci motivi che spiegano il crollo del ponte. Il primo è tecnico: “Questo ponte avrebbe dovuto essere riparato da tempo – scrive - e chiunque sia colpevole di negligenza dovrebbe essere severamente punito”. Fin qui, nulla da eccepire. Ma colpevoli per Attalli sono anche “i residenti” che vivono vicino al ponte che “affermano di aver avvertito dei rischi", ma che hanno peccato di "non aver insistito e di non aver creato le condizioni per una soluzione tecnica, sociale, economica o politica". I morti, per l’economista, sono tutte vittime “di una sindrome ben nota: maggiore importanza viene data alle auto che viaggiano su un ponte rispetto alla solidità di quel ponte”. L’Italia avrebbe dovuto tenere il viadotto Morandi con più considerazione, vista l’importanza strategica che ha per la regione. Non è invece colpa dell’Europa. Ma dell’uso “improprio del debito pubblico, che avrebbe dovuto essere utilizzato per finanziare le infrastrutture, non per migliorare il benessere delle generazioni presenti usando il credito”. "Se misuriamo in che modo una comunità protegge i suoi beni – continia Attalli - per il bene delle generazioni future (cioè come è "positivo"), questi problemi vengono alla luce. Quindi, dal momento che Positive Planet1 ha iniziato a misurare la "positività" dei paesi OCSE, l'Italia è sempre stata classificata al livello più basso nella classifica2, perché, tra le altre cose, le sue infrastrutture sono disordinate”. Ed ecco che arriva la correlazione tra caduta del ponte e Salvini. Gli Italiani per l’economista hanno forte preoccupazione del futuro e la classifica prima descritta ne è un indicatore. E questo produce il “ declino dei tassi di natalità” e l'”aumento del populismo”. ”In effetti – scrive Attalli - c'è un legame tra l'arrivo al potere di Salvini e il crollo del ponte di Genova: entrambi riflettono la stessa paura del futuro e una mancanza di fiducia in se stessi”. Tag:  ponte crollo ponte Speciale:  Ponte crollato a Genova focus Persone:  Matteo Salvini
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La telefonata segreta tra Salvini e Di Maio (Tue, 21 Aug 2018)
O siamo alla vigilia della prima vera crisi del governo gialloverde o siamo all'inizio di una lunga stagione di quotidiana presa per i fondelli dell'opinione pubblica I casi sono due. O siamo alla vigilia della prima vera crisi del governo gialloverde o siamo all'inizio di una lunga stagione di quotidiana presa per i fondelli dell'opinione pubblica. Propendo per la seconda ipotesi, perché il collante di questo governo non è fare le cose, promesse o necessarie, ma solo mantenere alto il consenso presso i rispettivi elettorati. Non è necessario quindi che la gente dica «bravo che hai fatto», per loro è sufficiente incassare quotidianamente un più semplice «bravo che hai detto». Così in queste ore mentre Matteo Salvini annuncia che la nave della Guardia costiera italiana Diciotti, al largo da giorni con il suo carico di 177 immigrati raccolti in mare, non attraccherà mai in un nostro porto (e giù gli applausi dei leghisti) il suo collega Cinquestelle Toninelli fa sapere di avere autorizzato lo sbarco a Catania (applauso dei grillini). Mettetevi nei panni del povero comandante della Diciotti. A chi dare retta? Al ministro dei Porti o a quello degli Interni? Stessa cosa per la tragedia di Genova. Sarà revocata la licenza ai Benetton e statalizzata la società Autostrade? Per Di Maio sicuramente sì, per la Lega certamente no come annunciato ieri da Giancarlo Giorgetti, braccio destro di Salvini. Posizioni opposte su temi così cruciali dovrebbero fare presagire se non crisi almeno una imminente verifica di governo. E invece tutto va avanti come se nulla fosse tra amichevoli pacche sulle spalle e complimenti reciproci. Segno che siamo di fronte al più banale del gioco delle parti. Mi immagino una telefonata tipo di questi giorni tra Di Maio e Salvini. «Ciao Luigi, scusa il disturbo. Non ti arrabbiare ma sto per dire che la Diciotti non toccherà mai il suolo italiano e che piuttosto la faccio affondare. Facciamo un po' di scena poi sistemiamo le cose». Risposta: «Figurati Matteo, non c'è problema. Già che ti sento, sto per dire che compriamo noi le autostrade, so che è una cavolata ma mi serve per tirarmi un po' su nel sondaggio di Mentana di domani sera». Esagerato, paradossale? Non tanto, comunque meno di quello che uno possa pensare. Domanda. Quanto ci è costato tenere la Diciotti in mare aperto per giorni, e quanti centinaia di milioni (anche di piccoli risparmiatori) sono stati bruciati in Borsa per l'incertezza sul futuro delle autostrade? Risposta: chi se ne frega, quel che conta è il gradimento degli italiani. Domani - fin che dura - è un altro giorno, un altro selfie, un'altra balla.
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Toninelli, selfie davanti al mare FI: "Oltraggio a morti di Genova" (Tue, 21 Aug 2018)
Il ministro Danilo Toninelli finisce nella bufera per una foto scattata al mare in compagnia della moglie Maruska Il ministro Danilo Toninelli finisce nella bufera. Tutta colpa di una foto. Il ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, dopo aver partecipato al Cdm di Genova e ai funerali delle vittime della tragedia del ponte Morandi, ha ripreso le sue vacanze. E così su Instagram ha deciso di pubblicare un selfie in compagnia della moglie Maruska. E nella foto compare anche un cappellino della Guardia Costiera impegnata in queste ore nel caso Diciotti. La foto è stata accompagnata da una didascalia: "Qualche giorno di mare con la famiglia con l’occhio sempre vigile su ciò che accade in Italia. Ma tutti gli eroi della guardia costiera, dai vertici fino all’ultimo dei suoi uomini, sono sempre con me. Anzi li tengo sempre in... testa". Un'immagine questa definita inopportuna da Forza Italia che ha messo nel mirino il ministro."Avevamo chiesto che il ministro venisse già questa settimana in Parlamento per riferire sul disastro del ponte Morandi, ma Toninelli aveva fatto sapere di aver bisogno di tempo per raccogliere più informazioni e ha fissato al 27 agosto. Forse, vista la scenografia della foto su Instagram, il tempo gli occorreva per raccogliere conchiglie", ha affermato il portavoce azzurro, Giorgio Mulè. Poi arriva l'affondo: "Siamo davanti a un oltraggio delle vittime e della verità — continua il deputato forzista — Il ministro Toninelli invece di stare spaparanzato al mare rimuova immediatamente come gli chiediamo da due giorni i componenti della commissione da lui nominati in aperto conflitto di interessi: chiediamo scusa noi per lui agli italiani. In quella foto non c’è l’Italia, ma un politico ridicolo che non si rende neppure conto di quanto sia inopportuno andarsene in giro e abbandonare la nave del suo Paese. Si vergogni". Pronta la replica dello stesso Toninelli: "Mi fa ridere chi mi accusa di essere al mare con la mia famiglia. Sono fisso al telefono e seguo ogni cosa che riguarda il ministero dei trasporti. E sono felice di farlo stando vicino a chi amo di più e da cui sono quasi sempre lontano. Si chiama amore, ma forse per certa gente è solo un’utopia". Persone:  Danilo Toninelli
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Nazionalizzazioni, FI: "Basta con i carrozzoni" (Tue, 21 Aug 2018)
Il governo, soprattutto l'ala grillina, dopo il crollo del ponte di Genova porta al centro del dibattito politico le nazionalizzazioni. FI: "Nostalgia da prima Repubblica" Il governo, soprattutto l'ala grillina, dopo il crollo del ponte di Genova porta al centro del dibattito politico le nazionalizzazioni. Un tema che questo che da un lato i grillini col piede sull'acceleratore, dall'altro la Lega, con Giorgetti che frena sull'ipotesi di statalizzare i servizi dati in concessione ai privati. Proprio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio su questo punto è stato molto chiaro: "Nel dibattito nazionalizzazioni sì o no io non sono molto persuaso che la gestione diretta dello Stato sia di maggiore efficienza, però è una discussione che si farà". E in questo quadro Forza Italia respinge ogni ipotesi che possa portare alle nazionalizzazioni: "Ha ragione il sottosegretario alla presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti a non essere persuaso dall'idea che lo Stato gestisca con più efficienza dei privati. Nazionalizzare non conviene quasi mai: Forza Italia sarà sempre contraria a nazionalizzazioni che finiscono per scaricare sui cittadini contribuenti i costi di inefficienze e malagestione, come è accaduto per decenni durante la Prima Repubblica. Siamo passati da una gestione quasi esclusivamente pubblica dei grandi servizi, che ha alimentato sprechi e inefficienze, a privatizzazioni fatte male (dai governi Prodi e D'Alema negli anni Novanta), svendite di Stato che hanno creato dei veri e propri monopoli privati al riparo della sana pressione concorrenziale. Oggi non abbiamo bisogno dell'ennesimo carrozzone pubblico per le autostrade, ma di un controllo pubblico più severo e una gestione privata che paghi e venga sostituita se sbaglia e opera male", ha affermato la vice presidente della Camera e deputato di Forza Italia, Mara Carfagna. Sulla stessa linea il governatore della Liguria, Giovanni Toti: "Il governo ha lea legittimità di ripensare al sistema delle concessioni anche se l’idea di tornare alle nazionalizzazioni mi sembra una nostalgia da Prima Repubblica e non trovo francamente sia una soluzione convincente". Tag:  Forza Italia nazionalizzazione Persone:  Giancarlo Giorgetti
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Giorgetti: "Rivedere le concessioni Dalle tv fino ai telefonini" (Tue, 21 Aug 2018)
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti in un'intervista al Corriere parla del tema caldo della revoca delle concessioni ​alle aziende private Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti in un'intervista al Corriere parla del tema caldo della revoca delle concessioni alle aziende private per la gestione delle autostrade. Il sottosegretario ha le idee chiare e frena su passi affrettati da parte del governo: "Al momento parlarne è assolutamente prematuro. In concreto, bisogna verificare l’esito della procedura di annullamento della concessione alla società Autostrade. A quel punto si può decidere con qualche indicazione in più. O si può anche fare un’altra gara per vedere le condizioni che puoi spuntare. Non ci sono tabù. Il punto è valutare bene, caso per caso". Ma Giorgetti poi va oltre a parla anche di rivedere le concessioni anche su altri fronti: "Il punto è decidere per il meglio. Il tutto Stato non è buono, ma neanche il tutto privato. Credo che valga per ogni bene dello Stato" e "i beni veri dello Stato non sono gli immobili di cui si parla sempre. Sono le concessioni: quanto prende lo Stato dall`acqua minerale che compriamo a 2 euro a bottiglia? Quanto dal metano sotto terra o dalle concessioni televisive? Quanto dall'etere in cui viaggia il segnale dei telefonini? Io credo che lo Stato debba fare periodiche valutazioni. E poi, scegliere per il meglio". Infine Giorgetti spiega quali saranno i prossimi passi dell'esecutivo: "È necessario discutere seriamente di quel che vogliamo fare dei veri beni dello Stato. E cioè, appunto, quelli oggetto di concessione". Tag:  governo nazionalizzazione concessioni Persone:  Giancarlo Giorgetti
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Giorgia Meloni: "Il Pd vuole denunciarmi. Il loro ultimo delirio" (Tue, 21 Aug 2018)
La leader di Fratelli D'Italia scrive su Facebook che la giunta della Regione Abruzzo aveva come "geniale punto all'ordine del giorno denunciarmi" per aver osato criticare le scelte di Mattarella "Gli ultimi deliri del Pd al governo della Regione Abruzzo: prima di dimettersi per scegliere la poltrona di senatore, D'Alfonso ha riunito la giunta con un geniale punto all'ordine del giorno: denunciarmi". A scriverlo è Giorgia Meloni sulla sua pagina Facebook. Il motivo di tale denuncia? lo spiega alla perfezione il leader di Fratello D'Italia: "Sì, avete letto bene. Intendono denunciarmi perché ho osato criticare le scelte di Mattarella sulla mancata nomina del Ministro Savona. Il Pd vorrebbe un mondo dove è consentito solo ripetere le idiozie della sinistra, e dove chi non è d'accordo viene sbattuto in un centro di rieducazione sovietico. Fortunatamente, tra poche settimane, anche in Abruzzo avremo l'occasione di mandarli a casa". Giorgia Meloni, infatti, dopo le elezioni, quando in Parlamento si dibatteva sulle nomine dei ministri, non ha accettao il mancato ruolo di Paolo Savona al ministero dell'Economia è in più situazioni lo ha definito "un precedente pericolosissimo. Se si tace si accetta che l'Italia sia una colonia". Così si era iniziato di parlare di impeachment e ora arriva la condanna piddina. Tag:  Pd Persone:  Giorgia Meloni
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Salvini taglia costi per migranti Centri d'accoglienza nel mirino (Tue, 21 Aug 2018)
Diminuito il numero dei migranti al Cara di Mineo. Salvini: "Obiettivo chiusura". E il costo per immigrato scende a 15 euro Dopo la chiusura dei porti e meno sbarchi nel nostro Paese, Matteo Salvini dà una stretta sull'accoglienza: il Cara di Mineo, in provincia di Catania, passerà da 3 mila a 2 400 ospiti. Ma non solo. Il costo giornaliero per immigrato scenderà dai 29 euro ai 15 euro. Matteo Salvini, durante l'incontro in giunta con il sindaco di Catania Salvo Pogliese, ha confermato che il Cara di Mineo sarà "meno oneroso e meno affollato". Ma non è tutto perché questa questa misura fortemente voluta dal ministro "comporterà risparmi superiori a 10 milioni di euro in un anno, sono felice di far risparmiare gli italiani". Insomma, il vice premier ha le idee piuttosto chiare e, mentre conferma la nota diffusa dal Viminale nella quale viene spiegato che "va a conclusione il bando per il centro migranti di Mineo, con meno presenze, meno costi e tempi più brevi", ribadisce qual è il suo vero obiettivo: la chiusura del centro d'accoglienza. Il piano di Salvini prevede i sigilli, visti i problemi igienico-sanitari e di sicurezza già presentati dalla struttura. "L'obiettivo finale resta la chiusura - conferma il ministro - ma stiamo dimostrando di aver imboccato la strada giusta. Dalle parole ai fatti". Il ministro, poi, ha anche ancticipato che "nei prossimi 5-6 mesi arriveranno in città altri quaranta uomini della polizia di Stato". Tag:  Cara di Mineo immigrazione Persone:  Matteo Salvini
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IlGiornale.it - Cronache

Palermo, uccide il suo vicino. Poi scappa: è caccia all'uomo (Tue, 21 Aug 2018)
Lite tra vicini a Palermo. La vittima, Cosimo D'Aleo, di 43 anni, è stato trovato riverso in strada. A sparare un vicino che ora si è barricato in casa, armato Una lite tra vicini sembra essere la causa di un omicidio, avvenuto questa sera a Palermo. Si sa ancora poco di quanto successo. Il luogo della tragedia è via Sferracavallo, alla periferia ovest della città. Sul posto è subito arrivata la polizia, avvertita da alcuni vicini di casa che hanno sentito degli spari. La vittima, Cosimo D'Aleo, di 43 anni, è stato trovato riverso in strada. A sparare un vicino che prima si è barricato in casa, poi è poi è fuggito via in auto. L'uomo è ancora armato e la polizia lo sta cercando.. Tag:  omicidio Luoghi:  Palermo
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"Non è stato stupro, ma...". Un sms potrebbe smentire Asia Argento (Tue, 21 Aug 2018)
L'attrice nega rapporti sessuali con Bennett. Ma il sito Tmz pubblica gli sms che lei avrebbe inviato : "Non è stato stupro, ma ero gelata" Un sms inviato al compagno Anthony Bourdain potrebbe smentire quanto dichiarato oggi da Asia Argento. L’attrice, finita nella bufera dopo lo scoop del New York Times, oggi aveva provato a difendersi dall’accusa di aver pagato il silenzio Jimmy Bennet che l’aveva accusata di violenza sessuale. L’Argento ha parlato di “persecuzione” nei suoi confronti e, pur ammettendo che i 380mila dollari sono finiti a Bennett, ha respinto "il contenuto dell'articolo pubblicato dal New York Times che sta circolando nei media internazionali”. Il punto centrale della nota diffusa dall’attrice è questo: “Non ho mai avuto alcuna relazione sessuale con Bennett", ha scritto nero su bianco Asia. In serata, però, dopo la conferma del Nyt che definisce “verificate” le notizie pubblicate ieri, anche il sito di gossip Tmz entra a gamba tesa sulla vicenda. Il sito ha pubblicato il testo di alcuni sms che la attrice avrebbe inviato all’ex compagno Anthony Bourdain. E che sembrano suggerire che il rapporto sessuale ci sia stato. "Non è stato stupro ma ero gelata - avrebbe scritto nel messaggio la Argento al celebre chef - Lui era sopra di me dopo avermi detto che sono stata la sua fantasia sessuale da quando aveva 12 anni". Nello scambio di messaggi, Bourdain scrive anche che il pagamento "non è ammissione di niente, nessun tentativo di comprare il silenzio, semplicemente un'offerta per aiutare un'anima torturata che cerca disperatamente di spillare denaro". E questa versione è stata confermata anche dalla Argento nella sua nota di oggi. “Bennett - ha scritto Asia - sapeva che il mio compagno, Anthony Bourdain, era percepito quale uomo di grande ricchezza e che aveva la propria reputazione da proteggere in quanto personaggio molto amato dal pubblico. Anthony insistette che la questione venisse gestita privatamente - ha aggiunto Asia Argento - e ciò corrispondeva anche la desiderio di Bennett. Anthony temeva la possibile pubblicità negativa che tale persona, che considerava pericolosa, potesse portarci. Decidemmo di gestire la richiesta di aiuto di Bennett in maniera compassionevole e venirgli incontro. Anthony - ha proseguito l’attrice - si impegnò personalmente ad aiutare Bennett economicamente. A condizione di non subire più intrusioni nella nostra vita". Tag:  violenza sessuale Persone:  Asia Argento Jimmy Bennett
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Asia Argento nega le accuse. Ma il Nyt la gela: "Documenti verificati" (Tue, 21 Aug 2018)
L'attrice parla di "persecuzione" nei suoi confronti. Ma il quotidiano: "Ha avuto quattro giorni per replicare" Lei rispinge le accuse, loro confermano tutto. È scontro tra Asia Argento e il New York Times dopo che il quotidiano americano ha portato alla luce la vicenda che ha investito l’attrice e regista italiana. Dopo un giorno di silenzio, la figlia di Dario Argento ha deciso oggi di intervenire su quanto riportato dal Nyt. Il quotidiano ieri aveva rivelato ​come Asia abbia versato 380mila dollari al giovane attore Jimmy Bannet che la accusava di violenza sessuale per fatti che, secondo il giovane, sarebbero accaduti cinque anni fa in un hotel in California. "Nego e respingo il contenuto dell'articolo pubblicato dal New York Times che sta circolando nei media internazionali”, ha scritto in una nota l’attrice che ora rischia di perdere anche il ruolo di giurata a X Factor. “Sono profondamente scioccata e colpita leggendo notizie che sono assolutamente false. Non ho mai avuto alcuna relazione sessuale con Bennett". Argento parla di una "vera e propria persecuzione" nei suoi confronti. La grande accusatrice di Weinstein non nasconde di aver versato la cifra a Bennet. Ma nega quanto raccontato dal giovane (ex) amico. "La nostra per diversi anni è stata solo un'amicizia", ha raccontato la Argento. Amicizia finita "quando, dopo essermi esposta sul caso Weinstein, Bennett inspiegabilmente mi fece una esorbitante richiesta di denaro". “Bennett - continua Asia - sapeva che il mio compagno, Anthony Bourdain, era percepito quale uomo di grande ricchezza e che aveva la propria reputazione da proteggere in quanto personaggio molto amato dal pubblico. Anthony insistette che la questione venisse gestita privatamente - aggiunge Asia Argento - e ciò corrispondeva anche la desiderio di Bennett. Anthony temeva la possibile pubblicità negativa che tale persona, che considerava pericolosa, potesse portarci. Decidemmo di gestire la richiesta di aiuto di Bennett in maniera compassionevole e venirgli incontro. Anthony - prosegue l’attrice - si impegnò personalmente ad aiutare Bennett economicamente. A condizione di non subire più intrusioni nella nostra vita" Ora Asia Argento, scaricata anche dal movimento #MeToo, si dice pronta a assumere “nel prossimo futuro tutte le iniziative a mia tutela nelle sedi competenti". Ma il New York Times, sentito dall’Ansa, conferma tutto il contenuto dell’articolo. Il portavoce del quotidiano si è detto "fiducioso dell'accuratezza del lavoro giornalistico basato su documenti verificati e molteplici fonti". E poi ha sottolineato che "la Argento, il suo avvocato e il suo agente sono stati ripetutamente contattati e hanno avuto quattro giorni per replicare alla storia uscita domenica scorsa". Tag:  New York Times Persone:  Asia Argento Jimmy Bennett
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Kyenge torna alla carica: “Non demonizzate le Ong” (Tue, 21 Aug 2018)
L’ex ministro del centrosinistra si scaglia contro l’"atteggiamento da irresponsabili” del governo italiano Torna a parlare Cecile Kyenge, sempre pronta ad intervenire quando si tratta di immigrazione e “porti aperti”. L’occasione per prender parola, questa volta, è il blocco della nave Sea Watch, ancorata a Malta da circa due mesi. Ed è all’equipaggio dell’imbarcazione che l’ex ministro ha portato il suo conforto durante una visita a bordo, come raccontato da "EuropaToday". “La demonizzazione delle Ong deve cessare subito, perché pregiudica le attività volontarie di salvataggio delle persone in difficoltà nel Mediterraneo e mette a rischio i diritti umani”. La Kyenge ritiene che il messaggio di speranza portato dalle navi delle Ong debba andare oltre l’ostruzionismo ed il crescente spirito nazionalista che inizia a palesarsi in alcuni paesi dell’Unione Europea. “La nave di Sea Watch e le altre navi delle ong si impegnano quotidianamente per sopperire alle lacune dei governi nazionali europei, che da qualche mese danno prova di irresponsabilità e colpevole attendismo. È necessario dire con forza che l’azione delle ong è fondamentale per la sicurezza e la salvezza di migliaia di migranti che attraversano il Mediterraneo in condizioni di enorme difficoltà: il mestiere delle Ong è quello di salvare la vita alle persone, agendo in sussidiarietà rispetto alle inadempienze dei governi europei, alla mercé dei populismi sovranisti e xenofobi. Qualcuno vuole per forza impedire l’attività solidaristica delle Ong?”. Pronta, ovviamente, la stoccata nei confronti del governo italiano, “che da mesi gioca sporco, demonizzando le Ong”. Per il caso specifico della Sea Watch, invece, Kyenge si scaglia contro il blocco imposto dal governo di Malta e si dice preoccupata per il destino dei disperati che subiscono questo ostruzionismo immotivato. “Se Sea Watch e le altre navi umanitarie non possono salpare, diminuiscono le opportunità per salvare i migranti in difficoltà, in questo periodo estivo di elevato flusso. Non possiamo permettere che una decisione così ideologica metta a rischio la vita delle persone: è da irresponsabili pure l’atteggiamento degli esponenti dell’attuale governo italiano che in questa situazione continuano ad alimentare il clima d’odio verso l’attività solidale delle Ong”. Tag:  ONG (Organizzazioni Non Governative) accoglienza Persone:  Cecile Kyenge Luoghi:  Malta
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Napoli, capretto in carrozzina per il rito musulmano: "Fermo, non sgozzarlo" (Tue, 21 Aug 2018)
Il consigliere Iodice intercetta uno straniero con un capretto legato su un passeggino, probabilmente pronto al sacrificio per la festività. Resta alta la tensione tra i residenti della zona di piazza Garibaldi a Napoli Polemiche a Napoli per la “Id al-adha”, la festa islamica del sacrificio, che si svolgerà tra la serata di oggi martedì 21 agosto e sabato 25. Seguendo la tradizione, il rituale prevede il sacrificio mediante sgozzamento di un animale adulto e fisicamente integro, in genere un ovino un bovino o un camelide. È proprio questo aspetto particolare ad aver allertato gli animalisti ed i residenti della zona di piazza Garibaldi, scelta come luogo per i festeggiamenti. Dinanzi a tali preoccupazioni ha cercato di stemperare la tensione il responsabile dell’immigrazione della Cgil Campania Jamal Qaddorah, negando che episodi del genere si siano verificati durante le celebrazioni. Ciò nonostante il livello di attenzione si è mantenuto decisamente elevato tra la popolazione. Ne è prova il video ripreso da Salvatore Iodice, consigliere della II municipalità, che ha intercettato uno straniero pronto a compiere il rituale fino in fondo. “Ero in auto con mia moglie in via Annunziata”, ha raccontato il consigliere su “Il Mattino”, “ed ho visto con la coda dell’occhio un ragazzo con un passeggino, da cui si intravedevano le zampe di un animale. Allarmato sono sceso dall’auto urlando contro il ragazzo intimandogli di liberare il capretto”. Iodice minaccia lo straniero dicendo che avrebbe chiamato le forze dell’ordine, ed in effetti è così che è andata a finire, con 4 volanti giunte sul posto per cercare di risolvere il problema. “Il giovane diceva di aver fatto sempre questa cerimonia nel suo paese e che era sua intenzione continuarla a fare.”, ha proseguito il consigliere. Lo straniero, un cittadino di nazionalità marocchina, è stato quindi identificato e denunciato per maltrattamento di animale. Nonostante questo primo tentativo di aggirare le leggi italiane sia stato sventato, permane la preoccupazione tra i residenti per i prossimi giorni. Tag:  festività islamica Luoghi:  Napoli
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Il governo chiede 2 miliardi. Ma Autostrade dà 500 milioni (Tue, 21 Aug 2018)
Concluso il primo Cda dopo il disastro di Genova. Autostrade conferma il ponte nuovo. Ma prende tempo sulla revoca Autostrade prende tempo sulla revoca della concessione, delibera gli interventi per 500 milioni euro per far fronte alle emergenze di Genova e conferma la volontà di ricostruire il ponte sulla A10 con "risorse proprie" entro otto mesi da quando arriveranno le autorizzazioni. Si è riunito oggi il Cda di Autostrade dopo il drammatico crollo del viadotto Morandi. I Consiglio, scrive in una nota la società, "ha osservato un minuto di silenzio in ricordo delle vittime e ha espresso sentito cordoglio e vicinanza alle famiglie delle vittime, alle istituzioni e all'intera comunità di Genova". Il Cda ha preso alcune decisioni, tutte in linea con quanto dichiarato dall'amministratore delegato nella conferenza stampa dei giorni scorsi. E nonostante oggi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte abbia chiesto ad Autostrade più di quanto promesso ("L'offerta potrebbero intanto quadruplicarla o quintuplicarla"), la società conferma gli impegni economici già annunciati. "In attesa degli esiti degli accertamenti in corso - si legge nella nota - il Consiglio ha condiviso una prima lista di iniziative (per una stima preliminare di 500 milioni di euro - finanziati con mezzi propri)". Nel dettaglio, è stato deciso un "supporto alle famiglie colpite dalla tragedia": alle famiglie delle vittime e agli sfollati, andrà un "fondo per soddisfare le prime esigenze". Poi è stato proposto al Comune di Genova l'istituzione di "un Fondo sociale di alcuni milioni di euro - che sarebbe gestito dal Comune stesso - da destinare in aiuto alle famiglie delle vittime, indipendentemente da eventuali indennizzi o risarcimenti futuri". Di cifre, al momento, non si parla. Sul ponte, invece, la linea non cambia. "Autostrade per l'Italia sta proseguendo le attività di progettazione per la ricostruzione del ponte Morandi - si legge nella nota - Il progetto (per il quale Autostrade sta coordinando a Genova un gruppo di imprese, esecutori e progettisti anche di livello internazionale) prevede la demolizione delle attuali strutture rimaste del ponte sul Polcevera e la ricostruzione del ponte in acciaio secondo le più moderne tecnologie ad oggi disponibili in un periodo stimato di 8 mesi, a decorrere dall'ottenimento delle necessarie autorizzazioni". Ora dunque la palla passa a governo, regione e Comune. Per l'abbattimento del moncone rimasto in piedi la procura ha già dato il via libera nel caso fosse necessario, nonostante il sequestro disposto per le indagini. Intanto, però, Genova dovrà fare i conti con un problema non indifferente per il traffico. Autostrade e il Comune hanno studiato dei progetti per alleviare il "dolore" in attesa del nuovo ponte. Si tratta della creazione di "un asse viario sul lato destro del torrente Polcevera, una rotonda per facilitare l'ingresso al porto, la messa in sicurezza di un viadotto di proprietà demaniale di accesso al casello di Genova Aeroporto, un percorso riservato ai mezzi pesanti sulle aree Ilva". Confermata anche la sospensione del pedaggio, "con effetto retroattivo a partire dal 14 agosto e fino alla completa ricostruzione del ponte sul Polcevera", per il transito in autostrada. Resta però ancora aperta una partita. Forse la più importante. Il governo ha infatti avviato l'iter per la revoca della concessione. Ma su questo punto, il più spinoso, il Cda ha deciso di non decidere. E di rinviare il tutto, dopo aver preso atto della lettera ricevuta dal Ministero dei trasporti, a quando il Cda "verrà riconvocato in tempo utile per fornire e deliberare un adeguato riscontro alle stesse". Tag:  Autostrade per l'Italia Speciale:  Ponte crollato a Genova focus Persone:  Giuseppe Conte Luoghi:  Genova
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Dà fuoco a distributore di benzina: "Self-service mi ha rubato 5 euro" (Tue, 21 Aug 2018)
Vendetta choc per un operaio di 50 anni di Pordenone: l'uomo ha dato fuoco al distributore di benzina che gli aveva rubato 5 euro Una vendetta escogitata male e che poteva mettere a rischio l'intera città di Pordenone. Un operaio di 50 anni, M.R., ha tentato di dare fuoco all'intero distributore “Q8” di via Grigoletti 92. Le telecamere di sicurezza hanno permesso l'identificazione e i carabinieri lo hanno denunciato per danneggiamento. Gesto choc Una scena alla quale si fatica a credere quella immortalata dal circuito di sicurezza della pompa di benzina. Il 50enne viene ripreso mentre inserisce 5 euro nella colonnina del self-service; poi estrea la pistola erogatrice e sparge a terra tutto il liquido infiammabile. L'operaio non si preoccupa di non farsi riprendere e nemmeno di evitare di calpestare la benzina. Infatti poco dopo appiccato il fuoco le fiamme rischiano di raggiungere anche lui. Il rogo, datato 16 agosto 2018, fortunatamente si è spento da solo quando è esaurita il liquido versato a terra. I danni per il distributore sono di circa mille euro. (Clicca qui per il video) Tag:  fuoco Luoghi:  Pordenone
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Roma, gestrice di b&b aggredita da profughi (Tue, 21 Aug 2018)
Intervistata da Radio Cusano Campus racconta: "Vivo e lavoro da anni a Piazza Vittorio. Sta peggiorando ogni giorno di più. Questi immigrati bevano e si ubriacano" "Piazza Vittorio peggiora ogni giorno di più", a dirlo è Natasha, una ragazza che gestisce un bed & breakfast sulla nota piazza romana. Ai microfoni di Radio Cusano Campus ha raccontato la sua esperienza con alcuni profughi che sostavano davanti all'ingresso della sua attività. "Un mio principio è sempre stato che un diritto tolto a un'altra persona è un diritto tolto a me - dice -. Però questo non ha niente a che vedere con situazione di degrado e pericolo di Piazza Vittorio. Vivo e lavoro da anni a Piazza Vittorio. Sta peggiorando ogni giorno di più. Cosa succede? Quando piove, queste persone - disperati senza permesso di soggiorno che vedo bivaccare e ubriacarsi da anni e con alcuni dei quali ho avuto modo di parlare - si spostano dal giardino per mettersi sotto i portici". E poi arriva al punto del suo discorso: "Stavo facendo un check-in con dei clienti del mio b&b e c'era una di queste persone che stava mangiando per terra. Sono andata lì per parlarci e gli ho detto che loro non potevano stare lì, vicino alla mia attività perché queste scene diventano cattiva pubblicità e cattive recensioni per la zona. La risposta è stata un'aggressione verbale, mi hanno data della 'razzista' e ho cominciato a spaventarmi quando hanno dato segno di venirmi contro. Quella è proprietà privata, tra l'altro: la porzione dei portici appartiene ai proprietari dell'attività". Ma cosa è accaduto dopo il suo intervento? "Dopo l'attacco verbale - continua - si sono avvicinate anche altre persone e, visto che sono anni ormai che fanno questo a Piazza Vittorio, hanno cominciato a dirmi che loro possono stare lì perché è suolo pubblico e che potevo anche chiamare i carabinieri che tanto a loro non sarebbe successo nulla". Insomma, gli immigrati sanno di poter fare il bello e cattivo tempo a casa nostr. Tanto rimangono impuniti. Ma il racconto choc non si ferma qui. Natasha deve addirittura mettere in guardia le turiste: "Appena arrivata a Piazza Vittorio ero rimasta colpita dalla molestie soprattutto verso le donne. Avverto le giovani turiste che ospito nel b&b di non vestirsi troppo succinte e di evitare certe zone, come Piazza Vittorio o anche Colle Oppio, ormai in mano agli spacciatori. Spesso anche la gente che vive lì legalmente sembra non accorgersi del problema. Ho parlato della mia paura nel vivere lì e una signora mi ha risposto 'a me non hanno mai dato fastidio', come a intendere che fossi stata io a 'provocarli', in qualche modo". Insomma, il quartiere sembra essere completamente diviso sul tema. "Ci vivono personalità importanti - conclude Natasha - che però ignorano questi problemi e il risultato è che la piazza è abbandonata e la cittadinanza non la vive La cosa più assurda in questi anni? Di tutto. Anche gente che mangiava quello che aveva appena rigettato. È un ricettacolo di persone anche con disturbi mentali in alcuni casi. Non so se c'è un posto nel mondo in cui queste persone possano essere felici". Tag:  immigrazione Luoghi:  Roma
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Cavo colpisce bambina al Luna Park (Tue, 21 Aug 2018)
La piccola di 5 anni è stata colpita alla testa da un tirante spezzato della giostra del luna park Una bambina di soli 5 anni è stata colpita alla testa da un cavo metallico staccatosi dalla ruota panoramica di un Luna Park. Il tragico evento è avvenuto nella serata di ieri durante la festa patronale di Giovinazzo (Bari), dove è stato allestito un parco giochi. Momenti di divertimento si sono trasformati presto in un incubo quando la bimba, che passeggiava allegramente con i suoi genitori, è stata colpita violentemente da un tirante staccato improvvisamente dalla giostra. Anche la madre della piccola è rimasta lievemente ferita al braccio dalla caduta del pezzo di ferro lungo circa un metro e mezzo. Nell'attesa che il personale del 118 giungesse al Luna Park, il padre e la madre della bambina hanno prontamente prestato i primi soccorsi poichè le ferite riportate nell'impatto hanno provocato un'abbondante perdita di sangue. La giovane vittima è stata poi dunque ricoverata d’urgenza presso il Policlinico di Bari ed è stata sottoposta ad intervento chirurgico. Al momento la piccola resta in prognosi riservata ma non sarebbe in coma, anche se le sue condizioni di salute restano gravi. Attualmente sono in corso le indagini dei carabinieri di Molfetta, che hanno posto sotto sequestro la giostra incriminata. Le forze dell'ordine sono al lavoro per ricostruire l’esatta dinamica dell’episodio e per individuare i diretti responsabili del grave incidente. Tag:  luna park incidente bambina Luoghi:  Bari
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L'enorme "creatura" in spiaggia: "Nessuno sa cosa possa essere" (Tue, 21 Aug 2018)
Una misteriosa creatura arriva sulle spiagge della Russia. Pesa quattro tonnellate ed è pelosa. Lo stupore dei cittadini Nessuno ancora sa di cosa si tratti. A quale animale appartenga. O che tipo di strana creatura sia. Inevitabilmente la carcassa di un "mostro" rigettata sulla spiaggia dal mare ha attirato l'attezione degli abitanti. Che non hanno mancato di avvicinarsi e di riprenderla con un cellulare. Il tutto si è svolto in Russia. Tolstikova Lyubov, ha trovato per prima questo animale in avanzato stato di decomposizione. Secondo le prime informazioni trapelate, la massa dalla strana forma ha un peso di quattro tonnellate. A guardarlo, appare peloso e bianco. Il suo arrivo sulla spiaggia, dicono i quotidiani locali, potrebbe essere stato dovuto ad una tempesta che ha ingrossato il mare. "Era veramente grande, all'inizio mi sono anche spaventata" - ha detto Lyubov - Insieme agli altri residenti abbiamo dovuto scavare a lungo sulla sabbia per rimuovere la creatura. Tuttora nessuno sa cosa sia". Non è la prima volta che accade qualcosa di simile. Altre persone, neppure molto tempo fa, hanno visto grandi carcasse spiaggiare. Lo scorso maggio un avvistamento simile era avvenuto nelle Filippine. Un anno prima, invece, era toccato all'Indonesia. Di cosa si tratterà? Tag:  mare
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IlGiornale.it - Economia

La rivoluzione di Dazn: ecco cosa serve per esultare al gol (al momento giusto) (Tue, 21 Aug 2018)
La piattaforma per la trasmissione di alcune partite della serie A sta lavorando con Telecom per ottimizzare il segnale in streaming anche in vista della partita clou di sabato sera Napoli-Milan. I problemi dello scorso weekend non imputabili alle reti di tlc italiane. Il rimedio è la fibra ottica in Italia Sarà il calcio a sviluppare la rete e gli abbonati in fibra ottica in Italia? Forse visto che l’ingresso in Italia di Dazn, piattaforma per lo streaming, ossia la visione in diretta degli eventi sportivi sul web, ha portato una ventata di novità per gli utenti di Internet, fisso o mobile che sia. Con una unica certezza: per esultare in tempo reale al gol della squadra del cuore serve una connessione in fibra ottica. Purtroppo sono ancora pochi gli italiani che l’hanno, un po’ per mancanza della materia prima, ossia della rete in fibra fino a casa, ma non solo. Anche chi potrebbe collegarsi alla rete non lo fa per paura di spendere troppo, anche se la momento tutti gli operatori hanno offerte convenienti, ma anche di dover bucare i muri per portare, dalla cosidetta «borchia» situata di solito in cantina, fino in casa il cavo in fibra che deve essere integro. In attesa di convincere i più ad abbonarsi almeno alla banda ultralarga (da 30 a 100Mb disponibile sull’80% del territorio), se proprio non c’è la fibra fino a 1Giga, Dazn sta lavorando con Telecom Italia per cercare di migliorare le prestazioni per le prossime partite tre partite del weekend di campionato di serie A, tra cui la partita clou Napoli -Milan, sabato alle 20 e 30. Del resto anche l’ad di Dazn, James Rushton, in una intervista alla Gazzetta dello Sport, non ha imputato colpe alla rete, o meglio alle reti, italiane di tlc. I problemi registrati sono avvenuti dunque a livello di distribuzione del traffico, che attualmente avviene attraverso varie piattaforme di content delivery (Cdn) internazionali (Akamai, Limelight, Level 3, Amazon). Akamai ha spiegato che i problemi registrati sono stati essenzialmente di Encoding e anche di switch tra diversi fornitori di Cdn cosa che ha creato delle interruzioni e ritrasmissioni (ossia quando, a un certo punto delle partite trasmesse sabato e domenica scorsa, l’immagine si è prima bloccata e poi è ripartita da capo). Insomma la distribuzione dei contenuti doveva essere gestita meglio da Dazn che ha registrato un picco di sottoscrizioni dato che il primo mese è gratuito. Il risultato è che il traffico generato dalle partite trasmesse in streaming è stato superiore ai 3 Terabits, un numero di dati enorme, il maggiore mai generato in Italia. Del resto anche l’ottimizzazione delle performance di rete ottenuta con una Cdn può essere più alta in caso di distribuzione di contenuti Vod (Video on Demand) rispetto allo Streaming on line, caso quest’ultimo delle partite di calcio: si parla di una differenza intrinseca nel sistema di circa 25/30 secondi nella distribuzione.Quanto alla rete mobile la visione, secondo quanto raccolto dai social, è stata migliore rispetto al fisso anche se il problema di latenza resta. Probabilmente le ridotte dimensioni dello schermo di uno smartphone hanno potuto fornire una percezione di qualità superiore rispetto a quello di uno schermo Tv. Infatti i protocolli «adattivi» delle Cdn assorbono una quantità di banda crescente che su un grande schermo appaiono più evidenti. La velocità di download conseguibili da una rete mobile 4G vanno dai circa 75 Mb della banda 800 MHz agli oltre 150 della 2600 MHz. La prima consente una buona velocità anche dentro gli edifici, le altre sono meno efficienti. Le velocità tipiche che si registrano in rete vanno dai 25 ai 35 Mbit al secondo in download con latenze tra i 30 e i 55 millesecondi. Punto negativo è che la banda è condivisa all’interno della cella in caso di eventi in diretta deve essere ripartita e per ogni singolo cliente risulta quindi nettamente inferiore. Un altro lato negativo è il consumo di giga: un evento in diretta come una partita di calcio consuma come minimo 1Gbyte di traffico.Nella rete fissa si registrano velocità in download che vanno dai pochi Mega dell’Adsl ai 100/200 Mb dell’Fttc a 1 G dell’Ftth con latenze decrescenti dagli 80-100 millesecondi dell’Adsl ai 50 (massimo) dell’Ftth. Una delle criticità maggiori è anche il settaggio da parte del cliente dell’Home Networking per cui, per esempio, l’experience attraverso smart Tv può essere peggiore di quella attraverso Pc o tablet. Infatti, oltre alla capacità del Wifi domestico, che limitano ancor di più la banda disponibile (che viene condivisa con tutti gli apparati attivi in quel momento nell’abitazione), emergono le differenze di efficacia nel Buffering tra i Pc e i Tablet e le Smart Tv essenzialmente per differenti processori e software a disposizione. E, naturalmente, per eventi live trasmessi in rete tali differenze diventano importanti. Tag:  Dazn
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Grecia salva, ma c'è la bomba debito (Tue, 21 Aug 2018)
Bruxelles festeggia: "Atene sta in piedi da sola". Nel Paese l'austerity non è finita «Giorno storico, inizia un nuovo capitolo. Le importanti riforme messe in atto dalla Grecia hanno preparato il terreno per una ripresa sostenibile», declama il commissario Ue per gli Affari economici, Pierre Moscovici. Copia-incolla del numero uno della Commissione europea, Jean-Claude Juncker: «I cittadini greci iniziano un nuovo capitolo nella loro storia». Piccola variazione sul tema dal presidente dell'Eurogruppo e del board dell'Esm (il fondo salva-Stati), Mario Centeno: «Il Paese per la prima volta dal 2010 sta in piedi da solo». Mancavano solo le grida di giubilo per festeggiare ieri l'uscita di Atene dal piano di assistenza finanziario, che ha garantito prestiti per un totale di quasi 290 miliardi di euro in cambio dell'arrivo sul suolo ellenico degli squadroni dell'austerity. Un modus operandi fatto di tagli alle pensioni, compressione dei salari e svendita del patrimonio pubblico che tanto deve piacere al nostro ex presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni: «Tsipras - commenta in un tweet - ha salvato il suo Paese con riforme e senso di responsabilità. Chapeau». E già: giù il cappello, gesto familiare per chi da quelle riforme è stato rovinato. Non pochi, magari, fra quel 21% della popolazione ridotto in povertà, il doppio rispetto a otto anni fa. Il problema, però, non è l'apologia del rigore fatta ieri da Bruxelles&Soci, ma se la cura da cavallo alla quale è stata sottoposta la Grecia l'abbia davvero messa in grado di farcela da sola. Senza mai dimenticare che Atene non ha riacquistato la piena sovranità, ma resta una sorvegliata speciale soggetta all'attuazione delle riforme già concordate e non ancora attuate, il primo dato che dovrebbe corroborare l'idea di una ritrovata sostenibilità è quello del ritorno alla crescita. Un +1,4% nel 2017 cui dovrebbe seguire quest'anno un'espansione del 2%. «Meglio dell'Italia», ha detto qualche osservatore. Che magari dimentica di ricordare come il Paese governato da Alexis Tsipras abbia bruciato, dal 2010, il 25% del Pil e sia dunque ben lontano dal recuperare i livelli pre-crisi. Una missione forse impossibile per chi, ora, poggia la propria crescita praticamente solo sul turismo dopo aver (s)venduto il patrimonio statale a cinesi (porto del Pireo alla Cosco), tedeschi (aeroporti) e anche italiani (le ferrovie alle Fs). Di sicuro la Grecia non può affidare la propria ripartenza ai consumi, a causa dell'erosione subita dal potere d'acquisto (-28% dal 2008) e dei tagli inferti agli assegni pensionistici (-13%), destinati peraltro a un'ulteriore decurtazione nel 2019. Soprattutto, la Grecia ha un deficit di spese private e gettito fiscale per l'ancora elevato livello della disoccupazione, scesa sì di sette punti percentuali rispetto al picco del 2013 (27%) ma ancora circa otto punti sopra rispetto al 2010. Di fatto, sono inoltre stati smantellati gli ammortizzatori sociali: chi è senza un posto da tempo incassa appena il 7% di quanto percepiva prima del licenziamento contro il 55% garantito nella Repubblica ceca e il 68% in Lussemburgo. E chi un lavoro ancora ce l'ha, deve far fronte alla mannaia delle tasse, il 40% su uno stipendio medio mensile di 900 euro, contro il 14% versato dai contribuenti in Irlanda. Provvedimenti, definiti da qualcuno di «macelleria sociale», incapaci comunque di intaccare la montagna del debito, salito dal 126% del Pil del 2009 all'attuale 180% per effetto della disastrosa applicazione del moltiplicatore fiscale, che secondo il Fondo monetario internazionale doveva essere pari a 0,5 quando in realtà è stato cinque volte più alto, data la fragilità del sistema greco. Un errore costato caro in termini di Pil e maggiore disoccupazione (al 25% contro il 15% previsto), ammesso a scoppio ritardato dallo stesso Fmi. Che, forse per rimediare, si batte da tempo per ottenere un taglio del debito greco. Senza il quale la Grecia non può stare in piedi con le proprie gambe. Persone:  Alexis Tsipras Luoghi:  Grecia
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Inizia l'autunno caldo del Sole e di Confindustria (Tue, 21 Aug 2018)
Consob chiede sanzioni per cinque ex, tra cui Treu e Napoletano. E ora tocca al verdetto della Procura Con la ripresa delle attività dopo l'estate, il gruppo Sole 24 Ore dovrà affrontare il più classico degli autunni caldi. Il nuovo ad, Giuseppe Cerbone, arrivato dopo le burrascose dimissioni di Franco Moscetti e del presidente Giorgio Fossa, lavorerà alla sua prima trimestrale. Sarà un momento fondamentale visto che l'azionista di controllo, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, ha chiamato Cerbone (che ha lasciato l'Ansa) proprio per capire lo stato dei conti a quasi un anno dall'aumento di capitale da 50 milioni che ha permesso il riequilibrio patrimoniale, ma non quello economico. Cerbone lavorerà quindi a un nuovo piano d'impresa, una sorta di fase 2, che implica un cambiamento radicale di strategia, da presentare entro fine anno. Per cercare quella parità di bilancio che, a causa del calo dei ricavi, è ancora distante. La semestrale si è chiusa con un rosso di 4,1 milioni e con una posizione finanziaria netta negativa per 5,9 milioni, in peggioramento di 12,5 milioni rispetto a inizio anno, che diventano 15,5 al netto del risarcimento incassato dalla società Di Source, quella coinvolta nella falsificazione dei dati di vendita. Pesano gli oneri straordinari di ristrutturazione legati ai tagli di personale, ma resta un trend preoccupante. Lo dimostra l'andamento del titolo in Borsa: da novembre scorso, quando è stato lanciato l'aumento di capitale a 0,96 euro per azione, il titolo ha perso il 36%, e vale ora 0,61 euro. Per Confindustria, che ha investito 30 milioni nell'operazione, significa averne già bruciati oltre 10. Con tutto quello che ne consegue a livello interno: le grandi territoriali del nord, in particolare, manifestano crescente insofferenza per le sorti del Sole. Un caso che, quando ormai manca un anno alla corsa per la successione di Boccia, promette di diventare un campo minato. E di essere decisivo nelle scelte per il futuro dell'associazione, sia politicamente, sia dal lato finanziario. Inoltre, Boccia e il suo nuovo ad si troveranno presto ad affrontare il tema reputazionale: il 6 marzo scorso la procura di Milano aveva ottenuto sei mesi di proroga per le indagini partite un anno fa sugli ex vertici del gruppo, per permettere di acquisire ulteriori atti. Quindi le conclusioni dell'inchiesta, nelle mani del pm Fabio de Pasquale, dovrebbero arrivare a breve, entro settembre, con l'eventuale richiesta di rinvio a giudizio. Anche perché, nel frattempo, gli atti attesi dal pm sono arrivati: il 3 agosto la Consob ha terminato l'istruttoria aperta a sua volta nell'ottobre 2016, inviando al gruppo e alla procura un faldone di 56 pagine e una lettera in cui contesta i reati di falso in bilancio e manipolazione del mercato; le violazioni sono contestate alla società e a cinque «ex» del gruppo: l'ad Donatella Treu, il direttore responsabile del quotidiano Roberto Napoletano, il direttore finanziario Massimo Arioli, il responsabile dell'area vendite Alberto Biella e la responsabile del digital business Anna Matteo. In particolare Treu, Napoletano e Matteo sono accusati di avere fornito «un quadro informativo falso della situazione economica finanziaria del Sole 24 Ore spa, suscettibile di fornire indicazioni false e fuorvianti in merito alle azioni del Sole». Coinvolto anche Biella, mentre Arioli avrebbe svolto un ruolo chiave. Tra i nomi nel mirino dalla Consob non compare quello dell'ex presidente Benito Benedini, che pure risulta indagato in procura, tra l'altro, per la vendita del ramo d'azienda Business Media. Tecnicamente la lettera della Consob segna l'inizio di un procedimento sanzionatorio amministrativo che, tra controdeduzioni e audizioni, può durare fino a 210 giorni. E può concludersi anche con l'archiviazione. Tuttavia segna un passaggio importante. Non è un caso che la società abbia reso pubblica l'esistenza della notifica: pur essendo quotata, non era tenuta a farlo, tanto che una tale trasparenza, nella storia dei rapporti tra Consob e soggetti vigilati, è più unica che rara. È allora evidente che il nuovo corso di Cerbone, fin dal suo primo atto, punta a una forte soluzione di continuità con il passato. Anche perché se è vero che le contestazioni Consob sono di tipo amministrativo, i reati relativi sono, invece, penali e interessano anche il pm. Tag:  sole24ore Confindustria
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Attacco speculativo contro l'Italia? Ecco come il governo può affrontarlo (Tue, 21 Aug 2018)
 Url redirect:  http://www.occhidellaguerra.it/attacco-speculativo-contro-litalia-ecco-come-il-governo-puo-affrontarlo/ Attacco speculativo contro l'Italia Così il governo può affrontarlo Persone:  Giuseppe Conte
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Nuovo tonfo in Borsa per Atlantia (Tue, 21 Aug 2018)
Il titolo cede il 4,6%, spettro class action dagli Usa. Il rebus assicurativo Milano Seduta da dimenticare per Atlantia in Piazza Affari che cede un altro 4,6% a 18,4 euro. E in serata sono filtrate dagli Usa voci di una possibile class action contro il gruppo controllato dai Benetton: lo studio legale statunitense, specializzato in contenziosi, «Bronstein, Gewirtz & Grossman» sta esaminando «potenziali rivendicazioni per conto di acquirenti di Atlantia» davanti al crollo dei titoli. Oggi è in agenda il primo cda di Autostrade per l'Italia dopo tragedia di Genova del 14 agosto, mentre domani è atteso il board della capogruppo Atlantia per aggiornare i consiglieri, sopratutto quelli indipendenti, sul crollo del ponte Morandi e sui numerosi profili tecnici, assicurativi e legali aperti dalla tragedia. E sono numerosi. A iniziare dai punti interrogativi relativi a chi pagherà il conto per le 43 vittime del crollo del viadotto Polcevera sulla A10, i feriti, le auto, i tir e i capannoni industriali distrutti, gli sfollati e, infine, la ricostruzione del ponte, ritenuto tra le principali arterie del Paese. «Pagheranno le assicurazioni. Nel prossimo futuro tuttavia Atlantia, oltre alle minacciate multe o ad ogni altro eventuale problema legale, vedrà sin da subito decollare il costo dei premi assicurativi. Non meno del 50%» prevede un esperto di risk management che preferisce l'anonimato: «In questi casi le compagnie assicurative coprono la ricostruzione dell'attività danneggiata entro determinati massimali che non penso siano stati superati. Stimo infatti danni, complessivi, per 600 milioni circa, la metà di quelli causati dal naufragio del Costa Concordia, per cui le assicurazioni non hanno battuto ciglio». Molte le compagnie attive nella gestione dei grandi danni, tra cui anche Zurich, Aig, Generali, Swiss Re, Allianz, Axa, UnipolSai e XlCatlin. In questi casi, stando all'esperto, è coperto in genere anche il danno derivante da colpa grave. «Le assicurazioni invece si tirano fuori - prosegue il risk manager - in caso di sussistenza del dolo, ovvero quando i responsabili e manager della società sono consapevoli di una determinata situazione di rischio di cui accettano gli eventuali danni». Ufficialmente, per quanto riguarda il collasso del ponte Morandi, si sa solo del coinvolgimento tra gli assicuratori di Swiss Re ma è probabile che le compagnie specializzate abbiano concorso a coprire pro quota e per tipologia di rischio l'intera rete autostradale. Si parla di: danni diretti e indiretti ai beni in gestione, compreso il mancato incasso del pedaggio; responsabilità civile verso terzi per gli eventi verificatesi nello svolgimento dell'attività di impresa (in questo ambito, secondo Atlantia, sono cinque le compagnie coinvolte) e copertura della responsabilità degli amministratori rispetto, ad esempio, appunto a una class action dei soci. Si guardano in particolare le mosse di azionisti di peso come Gic il fondo sovrano di Singapore (all'8,1% del capitale) e Blackrock (al 5% circa). Da registrare, poi, il muro in difesa del gruppo alzato dai dirigenti di Atlantia: «Nessun freno agli investimenti per la sicurezza, nessun taglio alle spese di manutenzione da immolare sull'altare del dio profitto. Al contrario, la volontà di investire pesantemente in sicurezza».
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Salini Impregilo incassa 555 milioni negli Usa (Tue, 21 Aug 2018)
Venduta a Eurovia una parte di Lane. L'ad Salini: «Forte plusvalenza» e il titolo fa +5% Sofia Fraschini Colpo grosso per Salini Impregilo che in Usa ha ceduto una divisione non strategica - portando a casa un centinaio di milioni di potenziale plusvalenza - e si prepara a rivedere il piano industriale e finanziario alla voce target, dividendi e debito. L'operazione, in canna da tempo, riguarda la divisione Plants & Paving della controllata a stelle e strisce Lane Construction. Un asset non strategico per il gruppo che è stato ceduto ad Eurovia Sas, società del gruppo Vinci, per 555 milioni di dollari. «Cento milioni in più dell'esborso resosi necessario per l'acquisto di tutta Lane solo 3 anni fa, con una generazione di una ingente disponibilità di cassa e di un considerevole utile», ha commentato il numero uno del global contractor italiano, Pietro Salini. L'operazione, che ieri ha spinto il titolo in Borsa (+5% a 2,45 euro), è stata accolta con favore dagli analisti: «Il prezzo è di circa il 10% superiore alle attese e corrisponde a un rapporto enterprise value\ebitda pari a 11 volte». Per il gruppo di costruzioni italiano, questa razionalizzazione, che passerà anche da un taglio dei costi, sarà un passaggio fondamentale per potersi concentrare nel settore delle grandi infrastrutture complesse degli Usa. Dopo la cessione, Lane continuerà infatti a essere tra le società leader nei trasporti, nel tunnelling e nel settore acqua, con un fatturato atteso di 1,4 miliardi di dollari. «Gli Stati Uniti ha spiegato il cfo Massimo Ferrari - rappresentano, il primo mercato per Lane, e l'obiettivo è di ottenere fino al 40% del suo fatturato globale nell'area del Nord America nei prossimi tre anni». A cascata, la controllante Salini ora si prepara a un autunno bollente «con un nuovo piano industriale e finanziario che sarà svelato tra novembre e dicembre», spiega Ferrari annunciando che la società potrebbe mettere in atto una serie di azioni: dall'aumento del dividendo, al buyback, al riacquisto del debito. Abbiamo tutte le opzioni, adesso puntiamo al closing nell'ultimo trimestre dell'anno». Quanto all'indebitamento (1,1 miliardi a giugno) per Ferrari «c'è la possibilità di ridurlo, ma senza alcuna urgenza, grazie a tassi favorevoli». La possibile quotazione a Wall Street sembra invece ancora lontana: al momento, ha detto il cfo, «c'è una fase di studio e di riflessione che andrà di pari passo con la crescita del business in Usa». Sempre ieri, Salini si è aggiudicata un contratto per progettare e costruire la I-10 Corridor Express Lanes in California. Il valore complessivo dell'opera ammonta a 672,9 milioni di dollari, e la quota parte di Salini è di 404 milioni. Sul fronte delle cessioni, Salini si prepara a mettere sul mercato una concessione in Argentina, Ausol (Autopista del Sol) per almeno 80 milioni.
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Privatizzazioni boomerang (Tue, 21 Aug 2018)
La tragedia di Genova «e 'l modo ancor m'offende», richiamando l'Alighieri, ha troppe zone d'ombre. Una fa rabbia: lo scaricabarile su chi aveva la responsabilità di assicurare la periodica manutenzione per garantire la tenuta del ponte Morandi. In assenza di trasparenza e con omissis nel contratto di concessione. Ho letto una disarmante dichiarazione di Andrea Giuricin che insegna Economia dei trasporti: «Secretare le concessioni fu uno sbaglio. E gli omissis riguardano proprio la remunerazione in cambio degli investimenti, in cambio dei quali alle singole società sono stati riconosciuti, anno dopo anno, gli aumenti dei pedaggi. Nessuno sa come». Nascondere qualcosa non è mai una buona pratica (ci siamo dimenticati di Ustica?), figuriamoci in materia di privatizzazioni non a caso alquanto chiacchierate quando lo Stato cedette quel suo ramo ai Benetton. È più che giusto che una società produca utili, ma quando la logica del profitto è oggettivamente a scapito della manutenzione costante della sede stradale allora siamo davanti a qualcosa che stride. Una cosa è certa: il ponte è caduto, i morti e i parenti delle vittime e dei feriti e i cittadini/contribuenti con loro, chiedono che siano individuate responsabilità certe. E la giustizia operi in tempi celeri. La politica non dovrebbe approfittare della drammatica situazione per affermare uno statalismo di ritorno. Il dramma di Genova ci dice che la commistione fra pubblico e privato è solo fonte di ambiguità. È miope prendersela con le privatizzazioni per interessi di parte. Più saggio realizzare privatizzazioni vere. Nel segno della trasparenza. Tornerò sull'argomento dopo pignola lettura del contratto di concessione. www.pompeolocatelli.it
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Rating, Moody's frena sull'Italia: "Attendiamo le riforme" (Mon, 20 Aug 2018)
L'agenzia di rating Moody's In questi tempi di continue sfide tra il governo, i mercati e Bruxelles, potrebbero tornare ad agitare le acque (ancora una volta), i giudizi delle agenzie di rating In questi tempi di continue sfide tra il governo, i mercati e Bruxelles, potrebbero tornare ad agitare le acque (ancora una volta), i giudizi delle agenzie di rating. Di fatto negli ultimi giorni con le parole di Giorgetti e quelle di Salvini che vedono all'orizzonte un possibile attacco da parte dei mercati con qualche impennata improvvisa dello spread, arriva una frenata da parte di una delle più importanti agenize di rating, Moody's. L'agenzia infatti ha annunciato di aver rinviato il processo di revisione per un eventuale declassamento del rating italiano in attesa di "maggiore chiarezza" sull’andamento dei conti pubblici e sul percorso delle riforme. Di fatto l'agenzia americana attende di vedere le prossime mosse del governo. L'esecutivo infatti è atteso da un banco di prova importante come la legge di Bilancio ma anche da alcune riforme annunciate che potrebbero entrare nel calendario dei lavori già subito dopo l'estate. La riforma delle pensioni e quella del Fisco sono i "sorvegliato" speciali da parte dei mercati e delle agenzie di rating. Tag:  Moody's agenzie di rating
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Per i mercati ora la Grecia siamo noi (Mon, 20 Aug 2018)
«La fine della maratona del salvataggio della Grecia, di lunedì scorso, potrebbe far supporre che le preoccupazioni per l'euro siano finite, ma ora i mercati tremano a causa dell'Italia». Così scrive Marcus Walker sul Wall Street Journal di ieri mostrando che lo spread sui titoli decennali italiani sui tedeschi il 17 era arrivato a 2,70 punti, con una netta inversione di rotta, rispetto al marzo. La ragione di ciò, secondo l'editorialista del WSJ, è che questo governo non dà garanzia circa la riduzione del deficit mentre il Pil italiano cresce in modo fiacco, sicché è ancora inferiore del 5% quello pre crisi del 2007, mentre il Pil medio dell'Ue è a +5%, il tedesco a +10, il francese a +6, lo spagnolo a +4. Anziché cercare di porre rimedio alla bassa crescita, con politiche che danno più spazio all'afflusso di capitali in Italia, garantendone la solvibilità, il governo attuale - scrive l'editorialista - si presenta con il ministro degli Affari europei Savona, che definisce l'euro come una «gabbia tedesca» e col presidente della Commissione bilancio Borghi che dice che la Banca centrale europea dovrà prendersi in carico il debito pubblico italiano, per evitare il crollo dell'euro. Ma la Bce continua Walker -, se interverrà scaricherà il costo della crisi sul sistema bancario e sull'economia dell'Italia. Perciò l'investimento finanziario sta lasciando l'Italia. Sin qui il WSJ. Il 18 il ministro delle Infrastrutture Toninelli ha inviato ad Autostrade per l'Italia una lettera con cui avvia la revoca della concessione dell'Autostrada A10 del 1997 e delle successive integrazioni. La revoca farebbe ricadere sulla finanza pubblica investimenti sino ad ora sostenuti dalla concessionaria, utilizzando i proventi dei pedaggi. Autostrade per l'Italia ha fatto meno investimenti di quelli che avrebbe dovuto fare. Proprio per questo il passaggio alla finanza statale della spesa di investimento in questione risulta molto pesante. E dove troverà i mezzi finanziari, questo governo, che già vuole usare una parte delle risorse del bilancio per il reddito di cittadinanza, un minimo di flat tax, la ri-nazionalizzazione di Alitalia, eccetera? Invece, si potrebbe chiedere a Autostrade per l'Italia uno sforzo maggiore di investimento «riparatorio» per il disastro di Genova, costruendo non uno ma due ponti in ferro, per il traffico degli autocarri e a quello delle auto. Ciò per ridurre l'eccesso di pressione a cui è stato sottoposto il ponte Morandi e per fare manutenzioni tempestive in uno dei due ponti, senza stop al traffico, che temporaneamente andrebbe tutto sull'altro. Ho fatto solo un esempio di ciò che occorre fare, per non diventare un caso Grecia. Lo Stato e il mercato possono collaborare in un gioco a somma positiva, col principio aureo che al mercato bisogna dare buone regole e controllori perché funzioni. Una politica con cui l'Italia ricava il prestigio dai fatti positivi, non da atti di sfida e arroganza, che innescano giochi a somma negativa, in cui ci perdiamo tutti.
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Incubo della nazionalizzazione: si finirà dalla padella alla brace (Mon, 20 Aug 2018)
 Ma per il ministro Toninelli è conveniente Da noi il 14 agosto del 2018 rischia di riportarci indietro all'idea dello Stato padrone Dal punto di vista strettamente economico, cinico, ci sono pochi dubbi. Se un cliente paga un prezzo per un servizio che non ottiene, anzi gli procura un danno, il fornitore del servizio è inadempiente. Insomma ci sono pochi dubbi sul fatto che la società Autostrade per l'Italia, controllata dalla famiglia Benetton, sia colpevole. Fermiamoci qua. Non entriamo in questioni altrettanto importanti, ma non strettamente economiche. E continuiamo il filo del nostro ragionamento. Il governo ha detto che vuole riprendersi il servizio che aveva ceduto ai privati, cancellando la concessione che aveva loro dato nel 2002. Autostrade non fornisce un servizio qualsiasi: ma si avvale di strade costruite alcuni decenni fa con i quattrini dei contribuenti e che non sono replicabili (non è immaginabile affiancare una nuova autostrada in concorrenza a quella esistente): è un monopolio naturale. La posizione è dunque invidiabile. Non ci può essere un concorrente. I Benetton facevano maglioni ed erano i numeri uno al mondo. Poi è arrivata Zara, H&M e loro sono praticamente scomparsi. Ciò non può avvenire sulle autostrade. Il dilemma dunque per un economista è banale. A chi facciamo gestire questa montagna di asfalto? All'inizio del 2000, governi di sinistra (paradosso dei paradossi) decisero di affidare la gestione ai privati. All'asta non si presentò nessuno. Un gruppo australiano mollò all'ultimo istante. E la gara la vinsero i Benetton. Tutti temevano che lo Stato controllore avrebbe potuto usare il suo arbitrio per imporre tariffe massime e investimenti minimi. Oggi al contrario si rimprovera allo Stato di avere chiuso un occhio su tariffe e manutenzione. Per gli economisti questo potrebbe essere il caso di un controllato che ha catturato il controllore. Privatizzare un monopolio naturale è, al contrario, una buona idea solo se lo Stato si mette a controllare il privato che ha vinto la gara. Altrimenti si privatizza solo la rendita di posizione derivante da un monopolio. Il che non è detto che sia economicamente sbagliato, ma è decisamente iniquo. Ante privatizzazione, lo Stato aveva la proprietà delle strade e anche il controllo della loro gestione. Post privatizzazione, lo Stato ha perso la gestione, ma avrebbe dovuto mantenere il controllo. Vi sono pochi dubbi che da un punto di vista strettamente tecnico sia meglio la seconda ipotesi. Vediamo infatti a cosa andremmo incontro se il governo Conte dovesse riprendersi la concessione: tralasciando i pur fondamentali aspetti giuridici. Ebbene la prima evidente situazione che si verificherebbe è che in seno allo Stato (attraverso le sue diverse articolazioni) si riunirebbero controllo e proprietà delle autostrade. Vi sembra una buona soluzione? Lo stesso ministero che non ha controllato i privati (esiste addirittura una direzione che dovrebbe vigilare sulle concessioni autostradali) con quale forza riuscirebbe a controllare se stesso? Perché oggi dovrebbe avere l'indipendenza e la forza di fare nei confronti del proprio vicino di banco, ciò che ieri non ha fatto per lo sconosciuto? Un po' come lo Stato che con una mano vuole fare la Salerno-Reggio Calabria e con l'altra non la fa? Risultato: esponenti politici che la inaugurano ogni tot anni. E in caso di incidente come si comporterebbe? Le nostre infrastrutture viarie sono entrate nell'età critica. E il discorso non vale solo per l'Italia, ma per tutto l'Occidente ricostruito dopo la guerra. Insomma il rischio che ci siano altri crolli è elevato. Ebbene qualcuno davvero ritiene che la distribuzione delle responsabilità tra pubblici ufficiali, controllate statali e funzionari pubblici sarebbe più lineare di quella a cui stiamo assistendo oggi? In pochi mettono in discussione la corresponsabilità nei controlli da parte del ministero oggi, immaginate lo scaricabarile domani? Sulla questione finanziaria, la confusione sarebbe anche maggiore. Lo Stato ha due leve: quella fiscale e quella del prezzo (pedaggio) che potrebbe far pagare alle sue autostrade ri-nazionalizzate. Ciò che toglie da una parte (pedaggi pagati direttamente) potrebbe aggiungere, in modo non trasparente, dall'altra. Come peraltro ha fatto per decenni. Con il favoloso paradosso di spostare sulla fiscalità generale il prezzo di un servizio localizzato. Sulle manutenzioni e investimenti, qualcuno davvero pensa che il sistema pubblico sia più pulito, veloce, economico rispetto a quello privato? E chissà che montagna di investimenti dovremmo fare. E da dove si parte? Roma centralizzerebbe tutto, ma non volete una bella conferenza Stato-Regioni per stabilire le priorità e il tutto da sottoporre a quell'allucinante codice degli appalti votato dal governo Renzi? La quasi certezza è che ciò che i privati non fanno per interesse, il pubblico non fa per burocrazia. Siamo in una situazione drammatica. Abbiamo un privato che ha sbagliato. Di brutto. E una reazione politica che rischia di peggiorare le cose. Il medesimo governo vuole infatti nazionalizzare Alitalia, unendola alle Ferrovie dello Stato. Vuole fare una banca pubblica, in concorrenza alle private. Già dispone di una buona parte delle nostre strade. Ha una bella fetta di aziende controllate, dall'Eni alle Poste. Ha intenzione di riprendersi l'acciaio. E solo loro hanno idea di come voler utilizzare il nostro risparmio postale, attraverso la pubblica Cassa depositi e prestiti. L'11 settembre ha riunito gli americani, ma anche comportato il Patriot act e le violazioni delle libertà dei padri fondatori; da noi il 14 agosto del 2018 rischia di riportarci indietro all'idea dello Stato padrone, che pensavamo aver sconfitto per sempre. Speciale:  Ponte crollato a Genova focus
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Valentino Rossi e Francesca Novello ufficialmente fidanzati: la foto su Instagram diventa virale (Tue, 21 Aug 2018)
La foto di Valentino Rossi e Francesca Sofia Novello è subito diventate virale sul web e sancisce definitivamente l'ufficialità della loro storia d'amore Finalmente Valentino Rossi e Francesca Sofia Novello sono usciti allo scoperto rendendo così ufficiale la loro storia d'amore. I due sono stati paparazzati spesso insieme in questi mesi con la ragazza che qualche settimana fa aveva avuto da ridire con i media che ironizzavano sulla loro storia d'amore: "In molti mi chiedono di postare foto e video con Vale, mi domandano quando ci sposeremo. Ma ho solo 24 anni! Ora come ora è davvero impossibile.E poi quanto veleno. Mi dicono che quella sua ex è più bella di me, che io sto insieme a lui solo per i soldi e per la fama. Ma è pura follia! Se sta insieme a me ci sarà una ragione, o no?". [[gallery 1566982]] La 24enne aveva poi continuato: "Io e Vale stiamo insieme e allora? Giusto per fugare ogni dubbio, per questo e molti altri lavori sono stata scelta molto prima che venisse fuori la mia relazione con Vale". Adesso la Novello ha deciso di togliere tutti i dubbi e naturalmente in accordo con Valentino Rossi ha pubblicato una foto su Instagram che sono subito diventate virali visto che li ritraggono insieme, felici ed innamorati. [[ @valeyellow46 Un post condiviso da Francesca Sofia Novello (@francescasofianovello) in data: Ago 20, 2018 at 8:47 PDT ]] Tag:  MotoGP Persone:  Valentino Rossi
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La nuova fiamma di Valentino Rossi: ecco chi è Francesca Sofia Novello (Tue, 21 Aug 2018)
Fonte foto:  Instagram Francesca Sofia Novello La nuova fiamma di Valentino Rossi: ecco chi è Francesca Sofia Novello 1 Sezione:  Sport Tag:  MotoGP Valentino Rossi e la sua nuova fiamma Francesca Sofia Novello sono usciti allo scoperto rendendo pubblica la loro relazione. Ecco alcuni scatti della bella ragazza del Dottore Persone:  Valentino Rossi Francesca Sofia Novello
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Renzi junior supera il provino: sarà l'attaccante dell'Udinese primavera (Tue, 21 Aug 2018)
Francesco Renzi, attaccante classe 2001 e figlio dell'ex premier, ha superato il periodo di prova con l'Udinese, si aggregherà alla squadra primavera friulana Francesco Renzi, figlio dell'ex premier ha superato le due settimane di prova nel ritiro estivo di Ampezzo, sarà l'attaccante dell'Udinese primavera. Buone notizie per Francesco Renzi e papà Matteo, il giovane attaccante classe 2001 ha convinto tutti e farà parte della rosa dell'Udinese primavera per il prossimo campionato di categoria, che prenderà il via da settembre. Classe 2001, di ruolo centravanti, Francesco Renzi ha iniziato la sua carriera con l'Affrico di Firenze nella categoria Allievi, salendo alla ribalta come capocannoniere del girone regionale e conquistando la convocazione nella Nazionale Under 17 dilettanti. Prima un provino nel Genoa, terminato con un nulla di fatto poi l'interesse dell'Udinese, scaturito in un periodo di prova di due settimane nel ritiro di Ampezzo agli ordini di David Sassarini. Preparazione estiva in cui il piccolo Renzi ha convinto lo staff tecnico friulano delle sue qualità sul campo. La presentazione ufficiale delle liste avverrà dopo il consueto briefing tra Daniele Pradè, responsabile dell'area tecnica dell'Udinese, lo staff tecnico delle squadra primavera e il responsabile delle giovanili bianconere Angelo Trevisan ma la promozione nella primavera di Renzi junior sembra ormai certa. Francesco Renzi sarà quindi uno dei volti nuovi del prossimo campionato Primavera 1, che prenderà al via dal prossimo 15 settembre. Tag:  calcio Udinese Calcio Persone:  Francesco Renzi
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Cristiano Ronaldo si rilassa con Georgina a Como: spa e ristorante di lusso per i due (Tue, 21 Aug 2018)
Cristiano Ronaldo e la fidanzata Georgina sono stati paparazzati a Como in compagnia del figlio Cristiano jr. I due sono arrivati in riva al lago in elicottero ed hanno trascorso una giornata tra passeggiate, spa e ristorante Cristiano Ronaldo sarà il personaggio più chiacchierato, almeno in Italia, e con lui anche la sua fidanzata Georgina. Il fuoriclasse di Funchal, pur senza segnare, ha già incantato al suo esordio con la maglia della Juventus con cui ha sfiorato più volte il gol nella sfida vinta al 93' contro il Chievo Verona. Il 33enne portoghese ex Sporting Lisbona, Manchester United e Real Madrid, infatti, è un gran lavoratore e si è immortalato il giorno successivo la sfida contro i clivensi mentre si allenava duramente in palestra, nonostante fosse stato concesso un giorno di riposo. Cristiano Ronaldo, però, è anche uno che ama divertirsi e rilassarsi in compagnia della sua famiglia come dimostrano le vacanze trascorse nel mese di luglio in Grecia. Secondo quanto riporta il Settimanale Chi, che uscirà in edicola domani mercoledì 22 agosto, CR7 ha portato Cristiano jr e Georgina a rilassarsi tra la Spa Villa d'Este e il ristorante di Villa Serbelloni sul lago di Como. L'ex Real Madrid è giunto sul lago di Como come una stra dato che è arrivato in elicottero ed ha girato per tutto il giorno con grandi occhiali da sole e non si è mai allontanato dal suo staff preferendo stare in completo anonimato. Tag:  Juventus Persone:  Cristiano Ronaldo Georgina
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La "pazza" serata di Nainggolan e Corona in discoteca (Tue, 21 Aug 2018)
I due sono stati ospiti d'onore nella discoteca "La Casa Loca" di Dalmine, in provincia di Bergamo Radja Nainggolan non è ancora sceso in campo con la nuova squadra a causa di un infortunio che già sono iniziate le polemiche. E non poche. L'ex della Roma, infatti, è stato pizzicato durante una serata piuttosto movimentata con Fabrizio Corona. Corona chi? L'ex re dei paparazzi. E la serata è stata davvero su di tono. A rivelarlo è il sito calciomercato.com che racconta nei minimi dettagli della "pazza" serata: "Venerdì Nainggolan si è recato alla discoteca 'La Casa Loca' di Dalmine, in provincia di Bergamo, dove è stato - insieme a Fabrizio Corona - l'ospite vip di una serata speciale. Tanti scatti, foto e selfie con i tifosi per il belga - alcuni dei quali finiti sulla pagina Facebook del locale - , che sabato, come testimoniato dalla foto seguente, si è poi presentato regolarmente alla Pinetina per l'allenamento (con la stessa maglia del giorno prima)". Quindi, prima baldoria e poi sul campo. Ma ciò che ha attirato l'attenzione degli utenti - oltre al fatto che manco la maglietta si è cambiato - non è tanto la serata in discoteca quanto "le condizioni di Radja Nainggolan e Fabrizio Corona durante la serata". I due, infatti, come mostrano diversi video pubblicati su Instagram sono piuttosto su di giri. Entrambi coricati sul divanetto del locale, fanno quasi fatica a muoversi. E in un video pubblicato da Dagospia si vede Corona pronunciare poche ma semplici parole prima di mettersi le mani in faccia: "Mamma mia". Ma non finisce qui. Perché l'attenzione è tutta su Nainggolan. Il nuovo acquisto dell'Inter di Luciano Spalletti, infatti, risponde a chi gli fa notare che il giorno dopo deve andarsi ad allenare: "Nainggolan, domani devi andare a giocà. Va' a casa a dormì". E la risposta di Radja? Un bel dito medio. Nel mentre Corona rimane coricato sul divanetto e non sembra nemmeno "perfettamente lucido". Inevitabilmente, la "pazza" uscita di Nainggolan fa ripensare alle parole dell'allenatore nerazzurro di qualche settimana fa sugli eccessi della vita privata del calciatore: "L'età gli toglie qualcosa se non mette qualcosa della sua vita personale a posto, ora può fare ragionamenti che gli permetteranno di sfruttare gli ultimi 3-4 anni di carriera". Sicuramente questi filmanti non gli faranno cambiare idea. (Guarda) Persone:  Radja Nainggolan Fabrizio Corona Luciano Spalletti
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Formula 1: il mercato piloti definisce gli ultimi volanti (Tue, 21 Aug 2018)
Gasly ufficializzato in Red Bull, Sainz in Renault, quasi certo l'arrivo di LeClerc in Haas e la conferma di Raikkonen. Le basi del ricambio generazionale sono state gettate. Ultimi giri di valzer per i sedili della Formula 1: questo fine settimana il Circus tornerà in pista a Spa in Belgio dopo la pausa estiva e aver delineato buona parte dei posti ancora vacanti. Il passaggio di Daniel Ricciardo dalla Red Bull alla Renault ha smosso le acque, innescando una piccola reazione a catena: la McLaren, che si era detta interessatissima all’australiano, non ha perso tempo e ripiegato di Carlos Sainz. Il pilota spagnolo tenuto un in disparte e bilico dalla Red Bull, ha trovato nella scuderia di Woking una sistemazione stabile per i prossimi anni, con un contratto (sembrerebbe) almeno biennale. Occupare il posto lasciato da Ricciardo sembrava, secondo alcune voci del paddock, impossibile: la non idilliaca convivenza passata in Toro Rosso con Max Verstappen avrebbe minato con un presunto veto del giovane olandese/belga il suo ritorno. Cosi Helmut Marko ha ufficializzato il passaggio di Pierre Gasly alla prima squadra nel 2019: il pilota francese campione del mondo GP2 nel 2016 attualmente in Toro Rosso si è indubbiamente meritato la promozione, visti gli ottimi risultati ottenuti quest’anno con la vettura di Faenza. La Red Bull si ritroverà il prossimo anno con la più giovane coppia di piloti attualmente in griglia, ma Gasly potrà contare su un anno di esperienza maturata con le power unit Honda rispetto a Verstappen. Going full Gas in 2019! @PierreGasly to join Max from next season https://t.co/Gb8jG7ESHQ #F1 pic.twitter.com/BXaPuIGHLn — Red Bull Racing (@redbullracing) 20 agosto 2018 Viceversa in casa Ferrari, si sarebbe delineato il futuro all’insegna della continuità: secondo alcune voci, la competitività di Raikkonen avrebbe garantito al pilota finlandese un contratto biennale, facendogli di fatto concludere la carriera a Maranello al compimento dei prossimi 41 anni. Dopo il titolo mondiale piloti e due costruttori della prima parentesi 2007/2009, questa lunga permanenza dimostrerebbe ancora di più l’affezione per Raikkonen verso il Cavallino Rampante. LeClerc verrebbe invece promosso in Haas per sostituire Grosjean al fianco del confermato Magnussen: la scuderia americana sta ben figurando in questo 2018 dimostrando la validità del progetto e del binomio Dallara / Ferrari combattendo per il quarto posto costruttori. Il pilota monegasco si troverebbe quindi tra le mani un volante competitivo che gli permetterebbe di vincere e maturare ulteriormente senza il peso mediatico di Maranello sulle spalle e la competizione interna con Vettel. Questi nomi, con Lando Norris che proverà nelle libere a Spa come possibile sostituto di Vandoorne, sono di fatto il ricambio generazionale dei futuri protagonisti della Formula 1: molti freschi di vittoria in GP2, alimentano le speranze di chi li ha “covati” da Red Bull a Ferrari. Il tempo dirà se la fiducia dimostrata nel promuoverli in Formula 1 cosi giovani, sia stata la scommessa vincente che i team sperano. Tag:  Formula 1 Gran Premio Belgio Spa (F1) McLaren Ferrari Red Bull Persone:  Kimi Raikkonen Sebastian Vettel
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Balotelli resta al Nizza: l'annuncio ufficiale del club francese (Tue, 21 Aug 2018)
Annuncio ufficiale del Nizza, Mario Balotelli resterà nel club francese fino a fine stagione, salta definitivamente il trasferimento al Marsiglia Mario Balotelli resta al Nizza, arriva l'annuncio ufficiale del club francese. Termina con un nulla di fatto un estate molto tormentata per Mario Balotelli, accompagnato dai soliti rumors di un ritorno in Italia con Sassuolo e Parma interessate e protagonista di un lungo tiro e molla con Nizza e Marsiglia, società interessata al suo acquisto. L'interesse del Marsiglia era partito sin da luglio, quando Balotelli era stato intravisto nella sede dei marsigliesi, comportamento che aveva provocato l'ira della società nizzarda e di tutti i tifosi, divisi da una grande rivalità con l'Om. La mancata presentazione nel ritiro estivo aveva oltretutto provocato una rottura insanabile anche con Patrick Vieira, neo allenatore del Nizza, che ne aveva invocato la cessione. Tutto sembrava già pronto con Balotelli, pronto a raggiungere Rudi Garcia al Marsiglia per una cifra tra i 5 e i 10 milioni di euro. Ma ecco l'improvviso rallentamento, Super Mario comincia ad allenarsi con i compagni e il Marsiglia sembra allentare il suo interesse, una frattura che si ricompone pian piano con il Nizza fino al colpo di scena, davvero impensabile fino a qualche settimana fa, Balotelli resta a Nizza fino a fine stagione quando scadrà il suo contratto, continuando a percepire un ingaggio di 6 milioni di euro netti. Una decisione ponderata nel segno della continuità, che farà sicuramente bene a Balotelli, davvero rinato in Costa Azzurra e nella Ligue 1, dove ha messo a segno 33 gol in 51 presenze ,prestazioni grazie a cui ha riconquistato la Nazionale. Il Nizza protagonista di un inizio stagione stentato, un solo punto in due partite contro Caen e Reims, match che Balotelli ha saltato per squalifica, ne ha annunciato la convocazione per la prossima trasferta a Lione, impegno molto duro in cui sarà necessario il suo apporto. Mario #Balotelli a choisi. Et c’est l’@ogcnice. pic.twitter.com/QEEy4dz6Ze — OGC Nice (@ogcnice) 20 agosto 2018 Tag:  calcio Nizza Persone:  Mario Balotelli
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Djokovic è tornato: "Superate le montagne russe" (Tue, 21 Aug 2018)
Battuto Federer in due set, il serbo primo giocatore a vincere tutti i Master 1000 del circuito Novecentotrentacinque giorni dopo l'ultima volta, la sfida a Cincinnati tra Djokovic e Federer doveva per forza essere storica. Lo è stata. Vincendo 6-4, 6-4 la finale, Novak ha firmato definitivamente la sua resurrezione diventando il primo giocatore della storia ad imporsi in tutti i Master 1000 del circuito. Un'impresa ancor più tale proprio perché dall'altra parte della rete c'era Roger, in una partita simbolo dell'era più fantastica del tennis. Che, fortuna nostra, non è ancora finita. Djokovic, Federer e - naturalmente - Nadal: amici quasi mai, rivali per sempre, campioni assoluti. Ognuno di loro ha il suo record da lucidare, ognuno di loro ha vissuto la crisi di mente e di corpo che accade nel corso di una carriera, nessuno però è mai stato come loro. E forse lo sarà. Giorni fa, per dire, l'Economist è uscito con una prima pagina dedicata ad Alexander Zverev, facendo i conti in tasca al simbolo della Next Gen e chiedendosi se sarà lui il prossimo numero uno: vedendo però partite (e dopopartite) come quella di Cincinnati, dove tra l'altro il tedesco è uscito al primo turno, la strada sembra ancora lunga. Djokovic-Federer è stato ancora un livello superiore, nonostante i 37 anni appena compiuti di Federer e gli incubi appena passati da Djokovic e spezzati dalla vittoria di Wimbledon. Il serbo ha vinto perché ha giocato meglio, lo svizzero ha perso perché si è mosso peggio e ha sbagliato molto. Entrambi hanno trionfato comunque alla fine, mostrando cosa vuol dire essere campione. Ad esempio quando Nole ha spiegato che il suo Golden Masters non è ancora niente rispetto a quello che hanno vinto Roger e Rafa: «Sono finalmente tornato dopo due anni sulle montagne russe e loro sono un esempio per me, sono i campioni che mi spingono a fare sempre il meglio per superarmi e a superarli. Ma in confronto alla loro, la mia camera dei trofei è una stanzetta». E ha vinto in fondo anche Federer, ammonendo i giornalisti su come si vivono le sconfitte: «Invece di concentrarvi sui miei troppi errori alla risposta, guardate ha quello che è riuscito a conquistare lui oggi. Qualcosa di incredibile». Classe, talento, sportività. Tra una settimana cominciano gli Us Open e a 15 anni dal primo successo di Federer in uno Slam i favoriti restano sempre loro: Novak, Roger, Rafa. Certe partite spiegano perché.
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De Zerbi, Andreazzoli e Semplici: in serie A aria fresca di provincia (Tue, 21 Aug 2018)
Tecnici di poca esperienza, ma con idee chiare Sassuolo, Empoli e Spal viaggiano con le grandi Cento panchine scarse in cinque: questa la somma dell'esperienza accumulata in Serie A ai blocchi di partenza della nuova stagione da Roberto De Zerbi (41), Leonardo Semplici (38), Aurelio Andreazzoli (15), Lorenzo D'Anna (3) e Roberto D'Aversa (0). Allenatori dal curriculum, dall'età e dalle filosofie diverse, tutti però abili nel lasciare il segno dopo i primi 90 minuti di A. Uomini e storie calcistiche di provincia, quella che in Italia non ha mai tradito, diventando nella migliore delle ipotesi anche un fenomeno di esportazione. Magari un domani ritroveremo qualcuno di loro sulla panchina del Chelsea di turno. Maurizio Sarri docet. L'exploit della giornata l'ha regalato De Zerbi con il suo Sassuolo, capace di battere quella che secondo molti è la più accreditata rivale della Juventus in chiave-scudetto, ovvero l'Inter. Messosi in evidenza nel biennio 2014-16 alla guida del Foggia in Lega Pro, De Zerbi è alla terza panchina di A, ma in passato non era mai stato una prima scelta, essendo subentrato a campionato in corso sia a Palermo che a Benevento. Con questi ultimi però, lo scorso anno, ha fatto vedere cose egregie, a dispetto del difficile contesto tecnico (la squadra era sul fondo della classifica, pressoché spacciata). Il suo è un calcio propositivo, sempre alla ricerca del controllo della partita con il possesso palla. Non ha dominato contro l'Inter, ma il risultato ottenuto dimostra capacità di coniugare idee e pragmatismo. Portare l'estetica del calcio a livello superiore sembra essere l'obiettivo che si è prefisso anche Andreazzoli a Empoli, nel solco di quel laboratorio calcistico inaugurato nella stagione 2012-13 dal citato Sarri. L'impronta lasciata sul club toscano è rimasta indelebile, anche se in pochi avrebbero puntato su Andreazzoli quale tecnico capace di inserirsi in tale solco. Pur con le dovute differenze, il suo Empoli è stato una macchina da calcio lo scorso anno: 88 gol segnati, 28 gare consecutive in rete (migliorato il record del Pescara di Zeman), 27 match senza sconfitte. L'impatto con la A, già conosciuta nel 2013 quando subentrò proprio a Zeman sulla panchina della Roma, è stato un secco 2-0 al Cagliari. L'Empoli non vinceva la prima casalinga in A da 11.663 giorni. Vittoria anche per la Spal di Semplici, che è riuscito a migliorare il già ottimo esordio dello scorso anno, quando fermò sul pareggio la Lazio. Domenica i ferraresi hanno espugnato Bologna, mettendo il primo dei «tanti piccoli mattoncini» (per usare un'espressione cara a Semplici) che portano a un grande finale di stagione. Tra i 20 allenatori di A, Semplici è il secondo più longevo dopo Allegri, essendo alla guida del club da 3 anni e 8 mesi. Un esempio di coerenza e programmazione che andrebbe studiato. Debuttante assoluto è invece D'Aversa, che dopo un'estate tribolata ha portato il Parma al primo punto stagionale. Quello che è sfuggito al Chievo di D'Anna nel recupero, dopo una partita giocata a testa alta contro la Juventus. Un buon segnale per il prosieguo della stagione, tribunali permettendo.
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La dura vita del nuovo acquisto: segna solo Inglese (Tue, 21 Aug 2018)
I soliti Dzeko e Immobile ai ritrovati Milik e Berardi: unici «deb» in gol il bomber del Parma e Pasalic C'è chi ha innestato subito la marcia giusta offrendo assist al bacio dopo un'ubriacante serpentina, ma anche chi si è perso girovagando per il campo; di certo la nuova Serie A ha scoperto per l'ennesima volta che, in gol, ci vanno sempre i soliti. E che i nuovi acquisti fanno molta fatica a buttarla dentro. La prima giornata del nostro campionato ha rispolverato i vari Dzeko, Immobile e Insigne, ha ridato lustro a chi, per vari motivi, era finito nel dimenticatoio (Berardi e Milik su tutti) ma ha palesato anche la difficoltà ad andare in gol dei nuovi: ti aspetti la prodezza di Cristiano Ronaldo o Lautaro Martinez, alla fine ti ritrovi i gol di Roberto Inglese per il Parma, l'unico dei nuovi attaccanti ad andare a segno, e di Pasalic dell'Atalanta, lui un centrocampista. Incroci e casualità del destino, anche se bisogna ammettere che molti di coloro che hanno cambiato maglia in estate hanno girato a dovere: la Roma ha dimostrato di avere nella panchina una risorsa incredibile, con l'ingresso in campo di Cristante, Schick e Kluivert (bellissimo il suo assist per Dzeko) che ha cambiato la fisionomia del match. Chi ha deluso è Pastore, per il quale Di Francesco dovrà trovare una collocazione tattica precisa. Discorso simile per la Juventus: con Cuadrado fuori fase e Douglas Costa spesso in difficoltà, sono stati gli inserimenti di Mandzukic e Bernardeschi a ribaltare il match. Soprattutto visto che Cristiano Ronaldo è tornato, per una giornata, ad essere umano, nell'attesa che possa esplodere già sabato in casa contro la Lazio. E la sfida contro i biancocelesti sarà test probante per entrambe le squadre: i bianconeri hanno accolto il buon ritorno di Bonucci, al quale ha fatto da contraltare un Cancelo che è piaciuto ad intermittenza; tra i capitolini, invece, male Milinkovic-Savic, che dopo un'estate passata tra rumors e (presunte) trattative dovrebbe rappresentare il valore aggiunto di questa Lazio, invece di perdersi contro un Napoli il cui pregio principale è stato quello di aver già assorbito le idee tattiche di Ancelotti. Che sabato giocherà contro il suo Milan al San Paolo, per un altra gara dal sapore particolare. Bocciatura su tutta la linea per Lautaro Martinez e Dalbert: dal primo, soprattutto dopo quanto mostrato nelle amichevoli estive, Spalletti deve pretendere di più. Anche se in area di rigore c'è sempre tale Icardi che aspetta palloni giocabili dai vari Politano, Perisic e Nainggolan: altrimenti sarebbe come avere una Ferrari parcheggiata sempre in garage.
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La solitudine del cecchino che cercava spari perfetti (Sun, 19 Aug 2018)
Nel romanzo di Enard un tiratore combatte per le vie della città. Ma rischia di essere circondato e deve trovare la via di fuga. A qualunque costo e senza mai esitare Anticipiamo in queste pagine, per gentile concessione delle edizioni e/o, uno stralcio tratto dal romanzo La perfezione del tiro (pagg. 184, euro 16) di Mathias Enard che arriverà nelle librerie il 29 agosto. Enard, classe 1972, ha studiato storia dell`arte all`Ecole du Louvre e traduce e insegna arabo e persiano. Tra i suoi libri ricordiamo Zona (Rizzoli) e Bussola (e/o) con cui ha vinto il premio Goncourt e il Von Rezzori. La perfezione del tiro è stato il suo primo romanzo e racconta di un cecchino travolto nel gorgo di una guerra senza speranza. Fu una settimana così lunga e sfibrante, quella, che non ebbi neanche il tempo di pensare a Myrna. Contrariamente a quel che credevamo, ci fu un tentativo di sfondamento del nostro fronte centrale e ci siamo difesi come forsennati; hanno tentato una grossa diversione per alleggerire i loro combattenti sulle colline sperando che fossimo obbligati a richiamare delle truppe di rinforzo. Fatica sprecata, la loro, abbiamo resistito da soli, le nostre difese erano efficacissime, però è stata dura. La giornata peggiore è stata giovedì. Ci hanno bombardato per tutta la mattina a colpi di mortaio e prevedevamo che si mettesse male. Eravamo quasi privi di artiglieria, solo qualche Rpg, perciò aspettavamo tranquillamente che arrivassero. Ero alla mia solita feritoia, troppo vicino alle loro linee per prendermi una granata; coprivo una mitragliatrice che di sotto controllava un vicolo. Sapevamo che loro stavano preparandosi proprio lì, in mezzo alle case, e non potevamo fare niente. È passato il comandante e ci ha detto di tenerci pronti, che probabilmente mancava poco. Il loro piano di solito è quello di prendere i primi due palazzi, perché se riescono a portar su in cima una mitragliatrice e un mortaio poi cercano di coprire le truppe in modo che possano avanzare e attraversare la strada, e così di seguito. Invece quel giorno, siccome sapevano di essere più numerosi di noi, hanno provato a prenderci alle spalle lanciando due offensive in simultanea, una verso il mare e l'altra a est. Era un buon piano, il loro, e siamo stati fortunati a non finire accerchiati. Piovevano ancora le granate quando abbiamo sentito che c'era uno scontro verso il mare, il rat-ta-ta-ta-ta-ta regolare della nostra mitragliatrice, delle esplosioni e delle raffiche. Ho dato un'occhiata nel binocolo, ma a parte il fumo non si vedeva niente. Lo scontro si faceva serio e ci domandavamo se era il caso di andare di rinforzo, il comandante però ci aveva detto di non muoverci a nessun costo. Il primo che ho visto avanzava nel vicolo rasente i muri, facendo segno ad altri dietro di lui. Andavano da un portone all'altro, saranno stati una ventina. In quel momento ho sentito delle raffiche e delle bombe a mano alla mia destra, un po' indietro, e ho pensato se i compagni non li fermano, finiamo accerchiati. Ho imbracciato il fucile e ho fatto fuori il loro ricognitore con un proiettile in faccia nel momento in cui si allontanava un po' dal muro. Sotto, la mitragliatrice era sempre silenziosa, quegli idioti non si erano accorti di niente. Ho sparato una cartuccia nel muro proprio accanto a loro perché si svegliassero. Quando il proiettile ha colpito il muro si è scatenato il panico, hanno subito aperto il fuoco senza aspettare di capire. Ci hanno dato dentro per un minuto buono, nel vuoto, un vero e proprio fuoco d'artificio di intonaco senza nessun risultato - se non quello di rivelare la posizione della nostra mitragliatrice. Dietro di me sentivo che il combattimento si intensificava. Dovevano essere almeno una ventina. Da dove fossero arrivati, non avevo idea. Ogni tanto sentivo fischiarmi sopra la testa un proiettile vagante, perciò significava che erano in alto. Ma non potevo attraversare il tetto per andare a vedere, avevo già abbastanza problemi davanti, una cosa per volta. I due idioti continuavano a far fuori tutte le cartucce contro i muri. Mi chiedevo quanto ci avrebbero messo quelli di fronte per piazzare un mortaio in batteria dietro il vicolo e neutralizzare la nostra mitragliatrice e quei due imbecilli. Un quarto d'ora se andava bene. Perciò fra dieci minuti dovevo essermene andato altrimenti rischiavo di beccarmi alla meglio una bomba a mano e alla peggio una granata. Qui non ero più di nessuna utilità, se non forse salvare la mitragliatrice nel caso in cui i due idioti non si fossero resi conto di essere stati scoperti. Ho attraversato il tetto quasi a quattro zampe per vedere cosa succedeva nella via sul retro. A quanto pareva i nostri erano in difficoltà. Controllavano il grande edificio al centro della piazza, attaccati da due lati, e ben presto lo sarebbero stati anche da un terzo se la colonna di fronte a noi avesse oltrepassato il nostro sbarramento. Dal mio tetto avevo una visuale dall'alto degli assalitori sulla sinistra. Ho imbracciato il fucile e ne ho fatto fuori uno, sulla terrazza di una casa, un proiettile nella pancia, niente di che, è finito lungo disteso e ha preso a contorcersi come un verme. Ho pensato che eravamo quasi in trappola, a meno che non scendessimo e non ci arrischiassimo anche noi nei vicoli. Attraversare la via principale per raggiungere i nostri era impossibile senza farsi ammazzare; salire verso est era un'idiozia totale, se non per abbandonare il combattimento (oltre tutto lassù c'erano le mine dei campi abbandonati) e anche verso il mare si combatteva. Quindi dovevamo fare un ripiegamento offensivo, portare la mitragliatrice sull'altro lato e provare a venire un po' in aiuto ai compagni. Quando prendo una decisione che so essere quella giusta, poi mi piace agire in fretta. Sono sceso di corsa fino alla mitragliatrice, era rimasto un solo servente, il secondo era stato colpito alla testa da una scheggia o da un pezzo di cemento ed era per terra. «Andiamo» ho detto, «bisogna fare in fretta, disimpegniamo un po' l'altro lato». L'ho aiutato a trasportare la mitragliatrice, il ferito l'abbiamo lasciato lì perché per lui non potevamo fare niente, siamo scesi di cinque o sei piani e ci siamo messi in una stanza dove c'era un enorme squarcio fatto da una granata e una vista a centottanta gradi sui tipi sotto, sui loro tetti. Probabilmente pensavano che i compagni avessero già preso il nostro palazzo, perché da questo lato erano scoperti. Abbiamo piazzato la mitragliatrice e cominciato a sparare a tappeto sui tetti per costringerli a mettersi al riparo. Nel mentre, ne abbiamo ammazzati due, inchiodati al cemento dalla 12.7. Non si sono resi conto di cosa succedeva. Purtroppo non potevamo rimanere lì a lungo, perché di sicuro fra poco il palazzo sarebbe stato attaccato, era il casino più totale. Quegli altri dovevano chiedersi quanti fossimo lì dentro. Cominciavo a sudare, ero mezzo sordo per via della mitragliatrice, abbiamo sentito una grossa esplosione più su, il mortaio dei tipi di fronte, o un Rpg, e ci è crollato addosso tutto l'intonaco. Dovevamo filarcela, insomma, ma con la mitragliatrice non saremmo andati granché veloci. Abbiamo preso delle scale secondarie e siamo scesi di corsa. Il pivellino che era con me era uno della riserva, era la sua prima battaglia, tremava e inciampava in continuazione. Non la smetteva di chiedere «e adesso cosa facciamo, eh, cosa facciamo?» e non potevo rispondergli che cazzo ne so, perché sarebbe andato ancora più nel panico. Non so cos'avrei dato perché in quel momento ci fosse con me Zak, che era chissà dove dietro di noi con la sua squadra. Intanto che scendevo le scale al buio ne approfittavo per riflettere, facendo lunghi respiri; avevo un orecchio che mi fischiava e il sudore sugli occhi e pensavo che quell'umiliazione gliel'avrei fatta pagare cara, ai bastardi dell'altra parte. Arrivando al terzo o al quarto piano abbiamo rallentato per metterci in ascolto. Non si sentiva né il mortaio né la mitragliatrice né niente ed era ancora più inquietante perché magari erano proprio lì dietro la porta. Abbiamo continuato pian piano a scendere finché non siamo arrivati nel locale caldaia, nello scantinato. Mi sono fermato per riflettere. Ho nascosto la mitragliatrice con le munizioni dietro un condotto del riscaldamento, un ottimo nascondiglio. Dovevamo uscire dal garage, che dava sul lato, magari lì non c'era nessuno. Siamo entrati, c'era una puzza tremenda, dovevano esserci dei cadaveri da qualche parte. Ho sentito il novellino che si vomitava addosso, dovevamo attraversare tutto il garage fino alla porta. L'ho spinto. Dài, cammina. Tirava su col naso come un moccioso. Nel buio urtavamo contro macchine abbandonate e cose invisibili, molli e schifose. È spazzatura, ho mentito per tranquillizzare il novellino. Dovevamo orientarci, per fortuna sapevo dove si trovava l'uscita rispetto alle scale. Il suolo sotto i nostri piedi ha cominciato a salire, abbiamo seguito la rampa, sempre al buio. Verso la porta c'era un po' di luce, perché era stata perforata dalle schegge. Si sentivano i combattimenti in lontananza, sembravano terribili. Ma dietro la porta niente. A destra, in una specie di bugigattolo, c'era un'uscita pedonale, era chiusa a chiave. Il novellino ha perso la pazienza, ha fatto saltare la serratura con una raffica, alcuni proiettili sono rimbalzati contro il muro e se n'è beccato uno nella gamba. Mi dava così sui nervi, quello stronzetto, che niente niente aveva segnalato la nostra presenza, aveva la faccia coperta di lacrime, la mimetica coperta di vomito, mi guardava senza capire cosa gli succedeva, per terra, con la mano sul polpaccio che perdeva una marea di sangue. Le orecchie avevano ripreso a fischiarmi per via del rumore della sua raffica dentro il bugigattolo, ho sollevato un po' il fucile verso la sua faccia e ho premuto il grilletto senza più guardarlo. La cartuccia ha riecheggiato a lungo. Ho aspettato qualche secondo prima di gettare uno sguardo fuori. Era la via laterale. Nessuno. Ero stanco morto, distrutto. Mi sono chiesto cosa avrebbe fatto Zak in un momento del genere. Andare a sinistra voleva dire andare verso di loro, e a destra uguale. Di fronte c'era la porta di una casa, e allora ho pensato che ero un uomo di altitudine, un uomo dei tetti, e che lassù avrei potuto riposarmi un po' e pensare a una tattica per tirarmi fuori da quella trappola. In due balzi ho attraversato la strada e mi sono infilato nella casa. Mathias Enard Speciale:  Controcultura focus
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Così finì la Primavera di Praga (Sat, 18 Aug 2018)
La primavera di Praga finì in un caldo giorno d'agosto di 50 anni fa. Ricordo quella mattina: ero in treno, alla stazione di Monaco di Baviera, di ritorno da un viaggio di studio in Norvegia, quando lessi le prime notizie sullo «sbarco», avvenuto proprio a cominciare dalla sera del 20, dei carri armati sovietici e dei Paesi satelliti (tranne la Romania) nella capitale ceca che pose termine alle nostre speranze giovanili e alle illusioni del Sessantotto: era l'amara conclusione di un sogno di mezz'estate durato troppo poco. Un sogno che, comunque, non tramontò del tutto perché lasciò tracce importanti oltrecortina tanto che, a cominciare dagli anni '80, quella specie di rivoluzione silenziosa voluta dal riformista Alexander Dubcek, passata alla storia come «rivoluzione di velluto», dette il «la», per quanto possibile, a un comunismo dal volto più umano. Tutto cominciò, nel gennaio '68, quando Dubcek salì al potere e portò aria fresca in Cecoslovacchia: se a Budapest, dodici anni prima, il vento riformista sfociò subito nella rivoluzione ungherese, a Praga il primo segretario del Partito Comunista, assieme all'economista Ota Sik e a pochi altri, cercò di accelerare in modo soft il processo di destalinizzazione che nelle Repubblica cecoslovacca stava progredendo più lentamente rispetto ad altri Paesi del Patto di Varsavia. Le riforme di quello che Dubcek chiamò «socialismo dal volto umano», da una certa democratizzazione a un parziale decentramento dell'economia, da una maggior libertà di movimento a minori censure per i giornali, non intendevano mettere in discussione la fedeltà a Mosca, ma non furono condivise dall'Urss di Breznev che non poteva rischiare una defezione cecoslovacca nel periodo più caldo della «guerra fredda» con l'Occidente. Il Cremlino dette così il via alla «normalizzazione» e in quella notte di mezzo secolo fa circa settemila tra carri armati e veicoli corazzati del Patto di Varsavia entrarono nella capitale: il dado era tratto e Dubcek finì come manovale in un'azienda forestale. Su quella stagione, il segretario nato vicino a Bratislava si soffermò in un'intervista quando, vent'anni dopo, venne in Italia per incontrare Giovanni Paolo II, il Papa polacco con il quale dialogò a lungo in slavo, e per ricevere la laurea honoris causa a Bologna. Parlò di «rinascita», sulla scia delle riforme in Urss di Gorbaciov, e trovò una specie di continuità tra la «primavera di Praga» e la perestrojka anche se - in quell'Unione Sovietica che si sarebbe dissolta nel 1991 - era ancora definito «il fallito uomo politico». Molto più lusinghiero fu invece il giudizio su Dubcek e sulla «primavera di Praga» che dette Gorbaciov quando venne ad Arcore nel '94, poco prima della discesa in campo del Cavaliere. Ma di quella grande stagione oggi non è restato molto, oltre alla suddivisione politica tra Repubblica Ceca e Slovacchia, proposta dallo stesso Dubcek, attuata pochi anni dopo. E anche in Italia i ricordi della «primavera di Praga» si sono affievoliti, a parte la canzone di Francesco Guccini e il busto dedicato a Dubcek alla facoltà di Scienze politiche dell'Università di Forlì. Eppure fu proprio lui a dare la scossa al blocco comunista finita in quella notte di mezz'estate.
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Il Papa, il sultano e quei principi litigiosi: così l'Europa perse la crociata d'Ungheria (Fri, 17 Aug 2018)
Un saggio racconta lo sfortunato scontro a Oriente con la Sublime Porta «L'esatto contrario, almeno in questo caso, di quell'immagine di generali da operetta che la storiografia ha assegnato ai comandanti in capo degli eserciti della Chiesa, giudicandoli soltanto campioni del più puro e spregiudicato nepotismo». Così chiude la sua opera (La santa impresa. Le crociate del papa in Ungheria, 1595-1601, Salerno Editrice, pagg. 200, euro 14) Giampiero Brunelli. A chi si riferisce? A due «pari campioni di gloria militare», Alessandro Farnese, duca di Parma, e Giovan Francesco Aldobrandini, nipote del papa Clemente VIII. Il secondo, morto nel 1601, aveva riconquistato Strigonia ai turchi in Ungheria, «operazione militare che stupì enormemente i contemporanei». Fu il protagonista delle tre spedizioni volute dal papa contro l'invasione ottomana dell'Ungheria: nel 1595, nel 1597 e nel 1601. Il protestantesimo aveva sottratto alla Chiesa quasi tutta l'Europa del Nord, Francia e Spagna si erano combattute fino allo sfinimento e la Francia per creare difficoltà all'impero asburgico non aveva esitato a stringere trattati di amicizia con gli ottomani. In questo quadro, «quasi soltanto il papa, con il suo Stato, con il suo screditato esercito, decise di prendere le armi». Il papa cercò in ogni modo di coalizzare i prìncipi cristiani, ma doveva fare i conti con una serie di problemi. Sulle nazioni luterane e sull'Inghilterra anglicana non poteva contare: l'odio per i papisti le induceva a fare il tifo per il turco. Venezia temeva per i suoi possedimenti e non intendeva provocare la Sublime Porta. L'imperatore Rodolfo II: una cospicua fetta dei suoi sudditi era protestante. E c'è un altro aspetto: l'ideologia islamica faceva dell'impero ottomano un regime totalitario. Tutta la terra e tutti i sudditi appartenevano al sultano. Così, immensi eserciti si muovevano a un suo cenno. Il cristianesimo, invece, aveva foggiato istituzioni e uomini liberi. L'imperatore non aveva neanche una frazione del potere che aveva il sultano. Doveva consultare le varie Diete, i nobili, le città libere, e contrattare tutto. I soldi per ogni spedizione, praticamente, glieli diede il papa. E poi c'era il problema delle precedenze: ogni comandante non avrebbe mai obbedito a qualcuno che gli fosse inferiore o anche pari in rango. La malattia infantile, insomma, del campo cristiano era l'individualismo. Anche l'arruolamento non era un problema per il turco ma per i cristiani sì. Questi ultimi erano tutti volontari e dovevano essere pagati. Il papa fece ricorso anche all'indulto per i banditi. La misura, però, riempì le schiere di avanzi di galera. E poi le malattie: genti mediterranee sopportavano male il clima ungherese, torrido d'estate e gelido d'inverno. Le tre spedizioni si risolsero in un flop. Gli unici successi furono ottenuti dai guerrieri del papa (che si svenò finanziariamente). Il tanto esecrato nepotismo papale fu in quell'occasione, invece, la scelta migliore: Giovan Francesco Aldobrandini era capitano della guardia pontificia e l'unica guerra che aveva visto era quella al banditismo. Andò a morire di polmonite in Ungheria e la sua morte scrisse la parola fine sulla crociata. Un esempio delle difficoltà: poiché era malato, incaricò il suo luogotenente, Flaminio Delfini, di mettere d'accordo gli ufficiali superiori. Solo che questi rispondevano ai nomi di Paolo Savelli (il cui casato aveva dato anche dei papi), Orazio Baglioni (erede dei signori di Perugia), Carlo Malatesta, Vincenzo Gonzaga e Giovanni de' Medici (i cui nomi non hanno bisogno di commento). I quali si guardarono bene dal prendere ordini da un Delfini qualsiasi. Ecco un altro esempio: riconquistata una città, i cattolici restaurarono il duomo trasformato in moschea; e i protestanti distrussero tutte le statue, gli arredi e gli affreschi. Malgrado tutto, nel 1717 il principe Eugenio di Savoia liberò per sempre l'Europa dai turchi.
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Schoeps, l'ebreo nazionalista che voleva la Prussia imperiale (Fri, 17 Aug 2018)
Prima "fedele a Hitler", nel 1938 fuggì dalla Germania ma rimase sempre devoto alle sue idee conservatrici Qui siamo di fronte a un autore e a un libro particolari. Hans-Joachim Schoeps (Berlino, 1909 Erlangen, 1980) era un intellettuale ebreo nazionalista, cui fu consentito di pubblicare ancora nel Terzo Reich un volume delle opere di Kafka (sotto la cura di Max Brod), poiché era considerato «hitlertreu» («fedele a Hitler») finché a Natale 1938 capì l'antifona e fuggì in Svezia, pur mantenendosi coerente con le sue idee conservatrici. Ma ciò che è strabiliante è che il padre, Julius Schoeps, nato nel 1865 nella Prussia Occidentale, medico militare, pluridecorato, anche lui nazionalista convinto, non abbandonò il Terzo Reich, anzi si sentì in dovere a 75 anni di presentarsi volontario quando Hitler nel settembre 1939 dichiarò guerra alla Polonia. Come finì? Lui morì nel Lager di Theresienstadt e la moglie in quello di Auschwitz. Nel dopoguerra il figlio tornò in Germania, ebbe come risarcimento la cattedra all'Università di Erlangen e seguitò a pubblicare opere a favore della comprensione ebraico-tedesca, nonché scritti animati da una struggente nostalgia per la Prussia e per la dinastia degli Hohenzollern come testimonia un libro pubblicato nel 1955, tradotto nel 1965 da Carlo d'Altavilla, alias Julius Evola, ora ripubblicato: Hans-Joachim Schoeps, Lo spirito prussiano (Oaks, pagg. 300, euro 18; a cura di Giovanni Sessa). Purtroppo quando Evola usava lo pseudonimo, le sue traduzioni erano meno accurate. Un solo esempio: al tempo di Federico II un certo mugnaio Arnold di Potsdam ebbe un contenzioso col sovrano culminato nella celebre frase: «Ci sarà pure un giudice a Berlino» a difendere i suoi diritti. L'episodio viene sempre citato a testimonianza del senso di giustizia della Prussia federiciana, solo che al frettoloso traduttore sfuggì questo aneddoto e trasformò il mugnaio (in tedesco: «Müller») in Arnold Müller, varie volte menzionato nel libro e così non si capisce più il contesto. Tuttavia meritava riproporre l'antologia di Schoeps sulla storia prussiana costruita con preziose testimonianze storiche; il libro è strutturato in capitoli tematici che illustrano la cultura conservatrice e le tradizioni monarchiche, militari, amministrative della Prussia, con una tenue speranza in una resurrezione della Prussia, abolita dal trattato di pace e ora divisa tra Germania, Polonia e Russia. Insomma è improbabile che possa risorgere quello stato fondato nel 1226 dai terribili Cavalieri della Croce Nera dell'Ordine Teutonico (che fino al 1660 partecipava come feudo autonomo al Regno di Polonia). L'antologia si raccomanda anche per la prefazione di Giovanni Sessa, il quale ricostruisce un'esperienza straordinaria della cultura tedesca tra le due guerre, quella culminata nelle opere di quegli autori che si rifacevano alla «Rivoluzione conservatrice», che ebbe in Spengler e nel Thomas Mann delle Considerazioni di un impolitico i suoi più originali pensatori (la medesima casa editrice, la Oaks, nel 2017 ha pubblicato un saggio di un altro rivoluzionar-conservatore, Arthur Moeller van den Bruck su Tramonto dell'Occidente? Spengler contro Spengler a cura di Stefano G. Azzarà). Spengler, Moeller van den Bruck, con Stefan George, Carl Schmidt, Jünger - e più defilati Benn e Heidegger - e altri (tra cui vari scrittori ebreo-tedeschi, tra cui Schoeps) erano gli esponenti di questa esperienza artistica e intellettuale, detta della «Germania segreta», così battezzata da Stefan George, in una sua lirica, con lo stupefacente programma di istaurare un «Socialismo prussiano». A questa comunità (non fu mai un gruppo, una associazione, una organizzazione) appartenne anche Claus von Stauffenberg che il 20 luglio 1944 tentò insieme ad altri ufficiali e intellettuali di salvare la Germania facendo fuori Hitler. Fu invece il Führer a far fuori lui con tutti i congiurati e così fu soffocata nel sangue, con gli alti ufficiali prussiani, la loro «Germania segreta». Dopo il 1945 furono pochi i superstiti di questa utopia regressiva, tra cui questo ebreo solitario che continuò a sognare il ritorno della Prussia e del suo spirito imperiale.
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Corrado Alvaro: "Per mia fortuna dissi no al Pci..." (Fri, 17 Aug 2018)
Rivolgendosi a un amico nel 1952, lo scrittore motiva il rifiuto della candidatura alle elezioni del '48 La recente riedizione dell'opera distopica di Corrado Alvaro, L'uomo è forte (Bompiani), uscita nel 1938, propone una riconsiderazione della statura letteraria dello scrittore calabrese, che anticipò i temi orwelliani del controllo totalitario sull'individuo da parte di uno Stato ispirato all'ideologia collettivista. Alvaro scrisse il romanzo dopo un viaggio nella Russia sovietica, e non c'è dubbio che il modello preso di mira era quello comunista, anche se è altrettanto vero che nella Germania nazista il libro fu vietato. Dunque, il precursore italiano di Orwell fu un nemico giurato dello stalinismo? Non proprio, perché ora scopriamo che, appena dieci anni dopo la pubblicazione del volume, Alvaro ricevette l'offerta di una candidatura al Parlamento, da parte del Pci. Per comprenderne le ragioni bisogna tornare all'epoca dei suoi esordi narrativi. L'autore di Gente in Aspromonte, fondamentalmente, era un liberale, ma già il suo approccio nei confronti del fascismo fu molto adattivo, tanto è vero che, grazie anche all'appoggio di Margherita Sarfatti, la «regina» delle arti durante il Ventennio, gli furono spalancate le porte dei maggiori giornali. Pur atteggiandosi, nel dopoguerra, a perseguitato di Mussolini, la sua firma poté comparire regolarmente, sulla Stampa di Torino, a partire dal 1926. Ma essa dilagò anche in una serie di altre testate, dal Primato di Bottai, a Critica Fascista. Impensabile che tale produzione giornalistica avesse potuto aver luogo senza il preventivo endorsement, con relativa iscrizione al partito. Alvaro, addirittura, beneficiò di un lauto anticipo, di 15mila lire, su fondi della Pubblica sicurezza, per la creazione di un soggetto cinematografico sulla redenzione delle paludi pontine. Nel 1939, del resto, fu propagandista e cantore di Littoria, una delle «nuove città» sorte dalle bonifiche ducesche. Non è perciò un caso che Il Gazzettino di Venezia, pubblicato nel territorio della Repubblica di Salò, il 26 marzo 1945, dando la notizia delle dimissioni dello scrittore dalla direzione in Roma del Giornale radio nazionale della Rai (sottoposto al controllo alleato), a sole tre settimane dalla nomina, lo definisse sprezzantemente «rinnegato». Nel marzo del 1947, Alvaro divenne direttore del Risorgimento di Napoli, da cui fu cacciato, dopo soli quattro mesi, per un insanabile conflitto con l'editore, Achille Lauro, che non approvò la svolta progressista impressa da Alvaro. Dunque il letterato, nel dopoguerra, virò a sinistra? In realtà, questa «conversione», che possiamo anche leggere come un'ulteriore prova di adattamento, nei confronti di un partito, quello comunista, che faceva incetta di intellettuali da arruolare sotto le proprie bandiere, non è stata indagata. Finora era noto soltanto che Alvaro fu tra le personalità di maggior prestigio del panorama culturale nazionale - insieme a Quasimodo, a Saba, e a molti altri - che si schierarono con il Fronte Popolare, alle elezioni politiche del 1948. Ma, se emergessero - come di fatto adesso emergono - le prove delle ulteriori lusinghe esercitate dal Pci nei suoi riguardi, non ci sarebbe molto da meravigliarsi, se si considera che Togliatti, dopo aver cooptato il meglio della giovane generazione formata dal fascismo, non si fece scrupoli nell'aprire le porte del partitone rosso agli esponenti dell'intellighenzia borghese disposti ad accettare quell'ospitalità. Vi furono casi celebri, fra tutti quello di Massimo Bontempelli, che nel '48 si candidò al Parlamento, con i socialcomunisti. Nutrita la schiera degli «intellettuali organici» che militarono nel Pci: da Sibilla Aleramo a Vittorini, da Pratolini a Bilenchi e a Brancati, per citare soltanto alcuni nomi. Un caso a parte fu la posizione di empatia di Malaparte nei confronti del comunismo sovietico, che esordì, fin dagli anni della sua militanza nel cosiddetto «fascismo di sinistra», per evolvere poi, nell'ultimo scorcio della sua vita, in filomaoismo. Ciò non valse peraltro a trasformarlo in un aggregato di lusso al variegato convoglio togliattiano; e, ciò, semplicemente, perché Kurt, libertario fino al midollo, era irriducibile a qualunque ideologia, tanto da rinverdire lo storico legame di gioventù con il Partito repubblicano. Ultimo, illustre esponente, invece, dei maître à penser accasati al Bottegone fu Alberto Moravia che, nel 1984, fu eletto, quale indipendente, nelle fila comuniste, al Parlamento europeo. Ora, per tornare ad Alvaro, un documento eccezionale quanto inedito, una sua lunga lettera autografa all'amico fiorentino Aldo Fortuna (conosciuto nelle trincee della Grande Guerra), svela i retroscena, rimasti ignoti, del suo sofferto rapporto con il mondo comunista. Un rapporto che non giunse mai al livello di sudditanza, per la capacità del letterato di sottrarsi all'abbraccio soffocante con il Pci, al quale scelse di non iscriversi. L'epistola, in possesso di privati, e datata 5 agosto 1952, fu vergata nella casa di campagna di Alvaro, a Vallerano, in provincia di Viterbo. Dato il rapporto di confidenza con il destinatario, che in qualità di legale era stato anche curatore degli interessi dello scrittore, la lettera è caratterizzata da un tono intimo, quasi da confessione. Vi si leggono anche gli echi di considerazioni retrospettive, grazie alle quali questo documento assume il significato di un testamento morale, a bilancio di un'intera esistenza. Alvaro morrà, infatti, l'11 giugno 1956, a 61 anni. Così si rivolge a Fortuna: «E il tempo stringe, temo di averne perduto troppo, e dovrei concludere questa vita azzardata anche nelle promesse (...). Aver chiuso clamorosamente un'esperienza di direttore d'un giornale di Napoli, con Lauro di cui non volli essere lo strumento dopo che ero andato per fare qualcosa in favore dei miei paesi, mi chiuse la strada della direzione di ben maggiori giornali, e fu anche questa una fortuna. Dopo molti errori in cui ho perduto tempo, denaro, e acquistata finalmente esperienza, mi ritrovo quello che ero, uno scrittore che non deve nulla a nessuno e da nessuno spera niente». Poi, la notizia più sorprendente: ossia l'offerta, da lui rifiutata, di candidarsi alle elezioni del '48: «Per fortuna ho smesso l'idea di essere utile nella vita attiva, feci in tempo a tirarmi indietro e non varcare la porta del Parlamento, sia pure come indipendente di sinistra». Il diniego di Alvaro, in tal senso, circoscrive il valore della sua dichiarazione di voto a favore del Fronte Popolare. Una scelta di campo, sì, ma non irreversibile e, soprattutto, non incondizionata, fino all'ingaggio stabile nelle solenni aule ove si esercita la democrazia rappresentativa. La lettera all'amico fiorentino contiene anche un accenno, denso di preoccupazione, alle sorti incerte del figlio Massimo, il quale, invece, ha provato sulla propria pelle l'esperienza drammatica di aderire al partito-chiesa, salvo poi doversene distaccare, per una crisi di coscienza. Scrive Alvaro: «c'è Massimo che dopo molte traversie istruttive coi comunisti, nella cui organizzazione era entrato, si ritrova a dover ricominciare, e ad aver appena superato la crisi dei dissidenti o eretici. Ora fa qualcosa alla Radio e al Mondo».
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L'ingegnere che fa parlare i pianoforti in italiano (Tue, 14 Aug 2018)
Ha cominciato a produrli 40 anni fa, oggi sono acquistati anche dal sultano del Brunei: "Dopo i 30 anni perdono grinta" Paolo Fazioli, romano, classe 1944, è diplomato in pianoforte, laureato in ingegneria e ha maturato esperienza di manager nell'azienda di mobili di famiglia. Quale poteva essere il suo destino? Incrociando queste esperienze il legno, la musica, la meccanica, l'impresa -, esce un unico risultato: costruttore di pianoforti. Alla fine degli anni Settanta l'idea è prima maturata nella teoria, poi si è concretizzata. Il primo esemplare da concerto fu battezzato nel teatro di Sacile (Pordenone), la città friulana dove ha sede la fabbrica, nel 1981: Fazioli lo ha ricomperato in tempi recenti e oggi lo considera come Paperone considerava la sua «numero uno». Gli si avvicina, lo scopre affettuosamente, indica il numero di serie, e accenna un preludio di Chopin, così, stando in piedi. Poi, quasi sospirando, guarda i tasti: «Erano ancora in avorio. Dal 1988 è proibito usarlo e oggi si utilizza un composto di plastiche e ceramiche. Il bianco resiste di più nel tempo, ma l'avorio aveva un attrito diverso con le dita». Già il primo esemplare era perfettamente riuscito e l'età prossima ai 40 anni lo conferma: «Fu un avvio entusiasmante dice - l'attività partì bene». Ma quanto dura un pianoforte? «Anche un secolo, dipende dall'uso. Ma se viene tenuto sotto sforzo da un professionista dopo trent'anni perde grinta...». La fabbrica di Sacile è appena stata ingrandita. Allo stabilimento si aggiunge un raffinatissimo auditorium ad acustica modificabile, dove si tiene una stagione concertistica. In quegli 8mila metri quadrati 50 tecnici costruiscono 140 pianoforti all'anno, sei modelli tutti a coda, con lunghezze che vanno dai 156 ai 308 centimetri del gran coda da concerto, più lungo dei concorrenti, che porta, su richiesta, un brevetto Fazioli: il quarto pedale, per dosare meglio i pianissimi. Il ciclo produttivo, tra lavorazioni e stagionature, è di due anni. La costruzione in senso tecnico impegna circa 700 ore. Il modello più venduto è l'F183, la finitura più richiesta è il nero lucido tradizionale. Ma il catalogo prevede anche delle varianti, si può scegliere una laccatura bianca, rossa o blu, la finitura in olivo o in noce, ci si può spingere a strumenti aerodinamici con un'unica gamba centrale, la cui architettura ricorda quella di uno yacht. Poi ci sono gli ordini speciali. Per esempio il gran coda costruito per il sultano del Brunei, che lo volle tempestato di pietre preziose e intarsiato di madreperla. Un cliente orientale chiese il coperchio dipinto con un paesaggio veneziano in stile Canaletto, di recente in Cina è stato consegnato un gran coda ricoperto d'oro zecchino. Ma Fazioli di queste deviazioni un po' carnevalesche non parla volentieri. In effetti il tradizionale pianoforte a coda è quello nero lucido. Estetica a parte, anche un pianoforte ha una sua evoluzione. Il 10% del bilancio dell'azienda viene investito in ricerca. Così un brevetto Fazioli, oltre a quello del quarto pedale, è la tavola armonica in tre strati di abete, dove quello centrale, perpendicolare agli altri due, rinforza la tenuta: ottima per climi secchi, dove si rischiano fessurazioni. Altri accorgimenti riguardano il sistema per mettere in risonanza per simpatia le vibrazioni di quella porzione di corda che sta dopo il ponticello. Anche il telaio in ghisa, quello che trattiene lo sforzo dell'accordatura e che partecipa al colore del suono dando più potenza, è su disegno Fazioli. Come la meccanica - cioè la parte, molto complessa, che permette alla pressione delle dita di essere trasmessa al martelletto che percuote la corda è sempre più propria: la costruisce la tedesca Renner, fornitrice di molte delle marche più prestigiose, ma lo fa sulle specifiche dettate dal costruttore. Chiediamo: avrebbe senso costruirsi la meccanica in casa? «Non per le nostre dimensioni. Ha senso dai 2-3mila pianoforti all'anno in su. Non lo fa la Steinway, che ne fabbrica di meno, lo fanno i giapponesi di Yamaha, che hanno dieci volte quella produzione». Per inciso, il costruttore di pianoforti più grande del mondo si chiama Pearl River, è cinese, ne sforna 150mila all'anno, verticali e code, per un mercato, la Cina, dove i pianisti sono 50 milioni. Perchè Fazioli ha deciso quarant'anni fa di dedicarsi alla costruzione di pianoforti? Qual era il suo obbiettivo? L'ingegnere-pianista romano puntando alla qualità più elevata andava a scontrarsi con eccellenze indiscusse, tedesche e americane, che avevano monopolizzato il mercato di altissimo livello. Ma lui, che fin da piccolo amava «confrontare gli strumenti» si era nel tempo convinto che i pianoforti più famosi avevano un suono pesante, molto rotondo, persino un po' vecchio. Si chiedeva, se sarebbe stato possibile ottenere qualcosa di più brillante, caldo e fresco allo stesso tempo, «solare e luminoso come il bel canto italiano. Ecco dice volevo un suono veramente italiano». Questo obbiettivo è stato raggiunto grazie ai materiali e alle tecniche di costruzione, e la conferma viene dalle testimonianze e dalle preferenze dei grandi pianisti classici e jazz e dagli acquisti di teatri e di società di concerto in tutto il mondo. Molti di loro dicono poi che «un Fazioli si suona da solo», nel senso che la tastiera e la meccanica sono pronte e svelte ad assecondare ogni desiderio dell'interprete permettendogli qualunque sfumatura. Il suono è al tempo stesso brillante, potente e duraturo. L'azienda è di proprietà al 95% della famiglia Fazioli, per il 5% della finanziaria regionale Friulia; fattura 9 milioni di euro, ha un margine lordo del 25% e le prospettive, nonostate un mercato mondiale non ovunque facile, sono positive. Il 95% della produzione viene esportato e il mercato più promettente è la Cina. Ma un dato in particolare sorprende: l'azienda non ha un euro di debiti, nessuna esposizione finanziaria. «Ho sofferto troppo all'inizio racconta il fondatore quando i bilanci chiudevano in rosso e io mi sentivo dipendente dai direttori di banca. Ora con le banche abbiamo solo rapporti operativi e i direttori non li conosco nemmeno». In azienda è già presente il figlio Luca, 30 anni, laurea in economia, studi di pianoforte, attivo nel marketing. E' presto invece per Delfina, dieci anni, che ha già comunque una vera passione per la tastiera. Speciale:  Controcorrente focus
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Nelle piazze italiane la gioventù è eterna (Tue, 14 Aug 2018)
Nelle architetture accoglienti d'un tempo si ferma il Tempo. Mentre noi rincorriamo un pallone La piazzetta centrale di Zoagli fa venire in mente i racconti illustrati di Richard Scarry, quelli con Sandrino e Zigo Zago, che tutti i bambini del mondo conoscono bene. Quello di Scarry è un mondo fatto tutto di cose familiari, dove tutti si conoscono o sembrano conoscersi da sempre, e così è per questa e altre piazze ben riuscite, che riescono a includere nell'estetica generale anche gli aspetti meno belli, come il palazzo delle poste o l'incombente ponte della ferrovia. Di forma rotonda, circondata quasi tutta di vecchie case liguri gialle, rosse, bianche che si arrampicano una dietro l'altra come spettatori di una partita di calcio, piena di panchine di pietra e di ferro battuto, questa piazza mi invita a sostare qualche minuto per ascoltare il suo racconto, che è il racconto di tutte le piazze. Alle sette di sera, ecco le mamme, in costume e pareo, rientrare con i piccoli nel passeggino per la veloce spesa prima della cena. Ci sono persone più anziane, gente del posto, che nel loro ligure strascicato discorrono del tempo che farà domani standosene in piedi davanti al bar, prima o dopo l'aperitivo. Ci sono altri attraversamenti, ragazze irrequiete al telefono, ragazzotti in marcia verso destinazioni segrete, uomini che parlano tra loro di soldi, donne assorte davanti allo smartphone, che sorridono lusingate, si mordono il labbro, scrivono freneticamente, talvolta arrossiscono. Si immaginano storie, ma sono storie generiche, buone per tutti, è raro immaginare una vera storia, di quelle capaci di inchiodare il protagonista come una farfalla esotica dentro una teca. Eppure siamo tutti farfalle esotiche. Il tempo scorre in modo diverso per ciascuno. Le mamme si affrettano verso gli ultimi doveri della giornata, i vecchi indugiano con il sole che non scende, gli uomini indaffarati ignorano la circostanza astronomica perché, attaccati ai loro telefoni, ne inseguono un'altra. A dominare tutta la scena, però, c'è un gruppo di ragazzini, sui dieci-dodici anni che, sistemate quattro paia di infradito, due a due, ai due lati della piazza, ne hanno fatto due porte e adesso, quattro da una parte e quattro dall'altra, stanno per cominciare la loro partita. Sarà una finale di Champions? Di Coppa del Mondo? Prima viene, naturalmente, il rito della formazioni. I due capitani, i due maschi alfa, un lungagnone bruno e un biondino con la faccia da furbetto e gli occhi buoni, se la giocano a pari e dispari. Il vincitore sceglie per primo, poi l'altro, e così via fino a che le formazioni sono pronte. La partita comincia, ed è subito evidente che, escluse le due porte, per quei ragazzini il campo è il mondo stesso. Per loro i passanti, le mamme con i passeggini, gli anziani, le panchine, i vicoli laterali sono altrettanti elementi della partita. Il campo di calcio non ha confini veri e propri, ci si rincorre dovunque, si dribblano i passanti, la partita si sviluppa dietro le porte, che sono il solo punto fermo di tutta questa festosa narrazione. Colpisce la sicurezza con cui, in mancanza di un arbitro, i giocatori concordano sulle decisioni: «alto», «palo», «gol» sono altrettante affermazioni certe. È sera, dopo una giornata di mare, e non c'è voglia di litigare (cosa che in altre circostanze costituirebbe un ingrediente quasi necessario). Oltre all'arbitro che non c'è, e al fallo laterale o di fondo inesistenti perché il campo non ha confini, diverse regole vengono ignorate in quanto inessenziali, come quella del fuorigioco. Esistono solo i piedi, un pallone e la piazza, cioè - appunto - il mondo. In tutto questo c'è qualcosa che sembra precedere la nascita del tempo. Mi vengono in mente certe storie antiche, come quella riferita da Giorgio de Santillana in Fato antico e Fato moderno (ed. Adelphi) dove un ragazzino marina la scuola e se ne va a pescare al laghetto. Poi, stanco, si addormenta accanto a un albero e sogna di trovarsi su una nave e di assistere a una partita in cui alcuni pirati usano palle di cannone al posto delle bocce. Quando il ragazzino, ridestatosi, torna al paese non lo riconosce più: scopre di aver dormito per trecento anni. Ecco, il biondino tira, ma ci sono troppe gambe in mezzo: il pallone di gommapiuma s'impenna, piroetta, rimbalza male, viene deviato due o tre volte e alla fine supera la linea di porta: è gol. Il lungagnone impreca, ma deve riconoscere che è gol. Danzando e strizzando l'occhio all'amico sconfitto, il biondino spara un bel «tranquilli ragazzi, tutto calcolato». E io ripenso a quando di anni ne avevo anch'io dieci o dodici, e giocavo esattamente come loro, e anche noi formavamo le squadre a pari e dispari, anche noi segnavamo le porte con zaini, giacche o infradito a seconda della stagione, anche noi facevamo a meno dell'arbitro, anche per noi il fuorigioco e il fallo laterale non esistevano, anche per noi il campo di gioco e il mondo erano la stessa cosa. Stesse parole, gol, alto, palo, tutto calcolato. Stesse danze di esultanza, stessi tuffi esagerati dei portieri, a metà tra l'emulazione del campione visto in tv e la felicità del cane che, liberato dal guinzaglio, corre e si rotola per terra. E, soprattutto, stesse parole. Certo, loro sanno usare l'informatica meglio di me, frequentano i social senza sospetti, mentre io ero quasi un contadinello. Eppure eccoci tutti uguali, negli anni, nei decenni, come se fino a una certa età il tempo non esistesse, come se fino alla soglia dell'adolescenza fossimo tutti dèi, tutti risparmiati dalla colpa di Adamo, tutti innocenti, crudeli ed eterni. Il Tempo arriverà, corromperà, invecchierà, ma c'è un'epoca in cui il tempo non esiste, in cui un pallone e quattro infradito formano la struttura, il principio di ragion sufficiente del mondo. Ma perché avvenga tutto questo forse ci vuole anche una piazza, una bella piazza italiana, edificata, come tutte le piazze più belle, da uomini che avevano saputo conservare nel proprio sguardo la memoria di quell'età dell'oro senza arbitri, senza falli laterali o fuorigioco, di quella pausa divina, di quella sospensione provvidenziale che anticipa il Tempo e lo rende, forse, più accettabile.
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Così Duchamp "l'americano" ha dato scacco matto all'arte (Tue, 14 Aug 2018)
L'artista che ha inventato il concettuale diede il meglio lavorando negli Usa. Perché per lui creare era essere liberi Marcel Duchamp prima di scegliere il museo di Philadelphia per collocarvi le sue opere dopo la morte, girò a lungo gli Stati Uniti. Non voleva più essere francese, anche se accettò di capitanare la quadra mondiale francese di scacchi: la passione e abilità per gli scacchi fu il paravento dietro cui si nascose per creare le ultime opere della serie Ètant donnés per vent'anni dal 1946 al 1966, due anni prima della morte. Scelse questa città in cui nacque la nazione americana con la Dichiarazione di Indipendenza, la rivoluzione politica che avrebbe fatto nascere la prima Repubblica democratica del mondo in un'epoca di sole teste coronate. Il Museo di Arte Moderna di Philadelphia è il luogo destinato dal testamento di questo artista dalla bizzarria influenzata dalla matematica: «La matematica mi affascina, anche se non ho il talento del matematico che però ritrovo negli scacchi». Sostenne più volte, beffardo davanti alla camera da presa, di considerare la propria vita un'opera d'arte ready made, bella e fatta, così com'è. Era stata, quella, la sua dichiarazione d'indipendenza dalla banale divisione fra bello e brutto, cosa che faceva impazzire gli americani. «Quel che è bello per me è brutto per un altro, non è un metro di misura». Definizione in fondo più saggia di quella, di Benedetto Croce secondo cui «tutti sappiamo che cos'è l'arte, dunque non perdiamo tempo a definirla». Quel che conta invece è l'intenzione dell'artista. È lui che certifica l'oggetto artistico che non è necessariamente un dipinto o una scultura. Per esempio può essere il famoso orinatoio - la Fontana che si trova in molte versioni in tutti i principali musei del mondo. O una bianca gabbia per conigli riempita di sassi. O una combinazione di una ruota di bicicletta con uno sgabello. L'importante, sostenne Duchamp senza incontrare obiezioni ma molta irritazione, è che l'artista decida lui, installi nel museo e poi guardi l'effetto che fa. Tutto il Novecento è stato teatro degli scandali dell'arte. Paul Cézanne che mette a soqquadro Parigi con una montagna blu compresa soltanto da Rainer Maria Rilke che ne scriveva febbricitante alla fidanzata, Pablo Picasso che dipinge le puttane di un bordello di Barcellona (della via Avignon a luci rosse) con gli occhi e i visi devastati dalle asimmetrie, via via fino ad Andy Warhol che eleva a opera d'arte il barattolo di zuppa Campbell da prelevare, ready made, al supermercato. Se oggi un artista può dipingere o mettere in scena un'installazione come artefatto provocatorio e fatica a trovare la misura dello scandalo, lo si deve a questa gente ma in particolare a Duchamp che è stato il teoreta di una rivoluzione che nella sua mente gareggiava con quella americana, nata a Philadelphia. A Philadelphia le sue opere offrono il godimento della liberazione dall'ossessione per il significato: esattamente ciò che Duchamp voleva. L'opera è quel che è. Non allude. Non significa. Non è un rebus enigmistico. Un'opera d'arte, specialmente se ready made cioè importata dalla realtà, non richiede interpretazioni. Prima di dire degli Ètant Donnés, è d'aiuto un'idea storica del personaggio che, contro ogni sua volontà riuscì a morire in Francia, sua ex madrepatria rifiutata, seppellito a Rouen e non negli amati Stai Uniti di cui era cittadino. Michel veniva da una famiglia di artisti famosi di sentimenti pacifisti, ma più che altro nauseato dall'ossessiva esaltazione della guerra purificatrice, di gran moda nel 1914. Amico di Man Ray, decise di fuggire a New York dove viveva un suo parente. Gli aveva fatto particolarmente orrore l'entusiasmo di Picasso per le prime tele mimetiche sui camion militari, che vedeva come arte cubista. Partì senza sapere una parola d'inglese. Poi parlò in modo fluente, elegante ed europeo. Poco dopo il suo arrivo a New York lo troviamo arrampicato sull'arco di trionfo di Washington Square alla guida di una manifestazione di artisti. Era quasi frenetico nella voglia di dare all'America ciò che ancora non aveva: un'arte nazionale. Questa passione lo porterà per un anno sotto i riflettori del comitato per le attività anti americane guidato dal senatore McCarthy. Non protestò, ma si rivolse ai suoi potenti amici per farsi liberare da quella seccatura che considerava idiota. Il presidente Roosevelt, durante il New Deal, quando apprezzava la politica sociale di Mussolini, aveva varato un grande piano di aiuti governativi anche agli artisti di strada. Uno degli artisti beneficiati dal sussidio fu Jackson Pollock che ingombrava i marciapiedi di tele apparentemente insensate e invendute. Fu Duchamp a capirne la matematica e a imporlo a Peggy Guggenheim, insieme a molti altri artisti di cui diventò il talent scout. Finita la guerra e la seccatura del comitato per le attività anti americane, Marcel sparì dal campo dell'arte. A chi gli chiedeva che cosa facesse, rispondeva che si dedicava agli scacchi, di cui era giocatore di livello mondiale. Tornò in Francia parecchie volte e il 2 ottobre del 1968 si trovava lì, in piena contestazione studentesca e artistica quando morì per un'improvvisa polmonite all'età di 82 anni. Soltanto allora nella sua casa di New York furono trovate le opere smontate che formano il gruppo Ètant donnés. Erano il frutto segreto di venti anni di lavoro: etichettate come la Cascata e il Gas per l'illuminazione. Le opere erano nate destinate al Museo di Philadelphia che ne aveva più di cento altre fra cui il Nudo che scende le scale, il famosissimo Grande Vetro e le opere che aveva firmato con il suo nom de plume Rose Selavy (Rose, c'est la vie...). Sono queste costruzioni a dominare la collezione Duchamp insieme a un profluvio di carte, appunti, manuali e le sculturine «erotic objects» e tutte le foto Polaroid delle sue stesse opere, molte delle quali scattate dalla sua amica Denise Brown Hare. Jasper Johns, l'ultimo del gruppo degli espressionisti astratti americani ma anche l'autore dell'infinita serie di bandiere a stelle e strisce su legno, definì gli Ètant donnés come «il più stravagante gruppo di opere che un museo abbia mai esibito», fra cui i due buchi in una porta di legno senza maniglia murata nei mattoni, attraverso cui godere la spettacolare vista di una donna nuda su un letto a gambe aperte fra le foglie morte. Si tratta di un complicato montaggio di fotografie con un motore che spinge l'acqua di una cascata. Duchamp ebbe la postuma soddisfazione di essere riuscito di nuovo, nel 1969 quando l'opera fu finalmente montata e ultimata secondo le sue istruzioni, a provocare un grande scandalo, dividendo gli animi fra entusiasmo e indignazione, nulla a che vedere col bello e il brutto. Il grande scacchista aveva di nuovo vinto.
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La lezione di V.S Naipaul , genio senza (finte) radici (Mon, 13 Aug 2018)
 Il Nobel della superiorità occidentale Ha rifiutato le etichette postcoloniali e ha fatto dell'ambizione bruciante una forza letteraria Ad esempio, la didascalia «letteratura postcoloniale» potete rimettervela nel gozzo. Perfino del colonialismo, in fondo, gl'importava per meri, doverosi effetti estetici. Anche la letteratura inglese gl'interessava poco. Davanti all'happy hour di cariatidi svedesi, pronunciando il discorso per il Premio Nobel, 2001, V. S. Naipaul cita Marcel Proust, mica Shakespeare, per ribadire che «tutto ciò che ha valore per me, è nei miei libri», che la biografia di uno scrittore è parziale e fuorviante, che «i dettagli della vita, le stranezze, le amicizie possono essere spiattellate, ma il mistero della scrittura rimarrà. Nessuna eloquente documentazione può svelarlo. La biografia di uno scrittore o l'autobiografia sarà sempre definita dall'incompletezza». Salvo poi, parlare narcisisticamente di sé. V. S. Naipaul scriveva in inglese, ma avrebbe potuto essere Stendhal, e per tutta la vita fu più flâneur che impegnato, più esteta che moralista del mondo che cambia. La parola adatta per definire la vita di Naipaul è ambizione. Era corroso dall'ambizione e questo, di solito, è il solo dei valori forti per un grande scrittore. Nato a Trinidad nel 1932 il 17 agosto avrebbe compiuto ottantasei anni da indiani immigrati laggiù nel tardo Ottocento, cresciuto all'ombra del padre, Seepersad, reporter del Trinidad Guardian e romanziere in potenza, finito il ciclo di studi ottiene una borsa per andare a Oxford, UK. Non attende di meglio. Oxford gli fa schifo. «Odiavo Oxford. Odio tutti quei gradi, tutte quelle idee di università. Ero lontano da tutti. Ero molto più intelligente di quelli che frequentavano il mio corso. Non mi vanto: il tempo dimostra che ho ragione», ha detto Naipaul, vent'anni fa, al Paris Review. A Oxford rischia di farsi fuori eccesso di narcisismo? ma resiste («Mi sarei ucciso. Un mio amico lo ha fatto. Eccesso di stress. Era un ragazzo di razza mista. Adorabile. Luminoso. Uno spreco»). L'Inghilterra è la chiave di volta per le ambizioni di Naipaul: «Avrei potuto diventare dottore o ingegnere, volevo soltanto imparare l'inglese a Oxford non perché m'interessasse l'inglese o Oxford, ma perché quella era una via di fuga da Trinidad... Mi sentivo oppresso dalla meschinità della vita coloniale... dalle intense dispute in cui le persone venivano giudicate e condannate in base a questioni morali. Non era una società generosa il mondo coloniale, il mondo indù». Nato ai Caraibi, Sir per Sua Maestà d'Albione, Naipaul ha scritto degli indiani in Africa e dei musulmani in Indonesia, ha scritto dell'India e del Congo e aveva l'amante in Argentina: è stato l'emblema dello sradicato, che cerca le radici per intagliarle in voluttuose fiction e distruggerle. Il successo lo visitò presto, con Il massaggiatore mistico, con cui, a 25 anni, ottiene il primo di molti premi, il «John Llewellyn Rhys Prize», assegnato agli scrittori del Commonwealth di maggior talento. Lo sguardo fazioso, sinuosamente cinico, da cantastorie con la lingua di cobra, lo ha reso un saggista geniale: Naipaul sarò ricordato per i reportage (Un'area di tenebra, Fedeli a oltranza), per gli studi intransigenti, polifonici e narrativi (La perdita dell'Eldorado). Riguardo ai romanzi, per molti il libro più bello di Naipaul è Una casa per Mr. Biswas, che nel 1961 lo consacra come grande scrittore in lingua inglese; io suggerirei di ristampare Guerrillas, uscito da Mondadori nel 1991 e lasciato lì, ma l'opera ineccepibile è A Bend in the River, del 1979, uscito in Italia come Alla curva del fiume (Rizzoli poi Mondadori) e Sull'ansa del fiume (Adelphi). La storia di Selim, giovane indiano infatuato dal sogno di conquistare il cuore di tenebra dell'Africa, è quella di Naipaul, fin dall'incipit («Il mondo è quello che è, e non c'è posto per chi si lascia vincere dall'inerzia e non ha ambizioni»), pare scritta da un Joseph Conrad (altro espatriato e sradicato pure lui) senza fregole retoriche, da un Kurtz che non si vergogni di dettagliare anatomicamente l'orrore. «Bisogna guardare dentro di noi, non cercare un nemico fuori di noi. Dobbiamo esaminare le nostre debolezze, capire chi siamo»: questo era le mot juste di Naipaul. Dopo il delirio delle piogge, «oltre la curva del fiume», Selim osserva delle «masse di giacinti acquatici, grandi scure isole galleggianti sull'oscuro fiume... Pareva che la pioggia e il fiume strappassero al cuore del continente un pezzo del suo bosco sacro per farlo scorrere giù fino all'oceano». Eccolo. Un enorme giacinto, «il grande fiore color lilla», su un fiume rapinoso, di fango. Eccolo. Naipaul.
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Era il Nobel della superiorità occidentale (Mon, 13 Aug 2018)
Nei suoi libri ha dimostrato con grande lucidità che le civiltà non sono tutte uguali È morto il Nobel della superiorità occidentale. Nel 2001 V.S. Naipaul aveva vinto il premio svedese perché i parrucconi terzomondialisti dell'Accademia di Stoccolma dei suoi libri non avevano capito molto, si erano fatti ingannare dal colore della pelle, effettivamente scuretto, e se ne erano usciti con una motivazione che avrebbe potuto funzionare con dozzine di altri autori di tutt'altro orientamento: «Per aver unito una descrizione percettiva a un esame accurato incorruttibile costringendoci a vedere la presenza di storie soppresse». In crisi di idee come si ritrovano la potrebbero riciclare per premiare prossimamente l'africanofilo Edoardo Albinati, lo scrittore che va in Niger con la fidanzata e scopre che gli indigeni sono tanto belli e tanto buoni, tutto il contrario di noi europei brutti e cattivi e magari perfino elettori di Salvini. Ecco, lo scrittore anglo-indo-caraibico è stato capace di dirci, con una prosa smagliante e senza mai cedere ad atteggiamenti militanti, immediatamente politici, che non tutte le civiltà sono uguali e che la civiltà occidentale è la migliore. Andatevi a leggere La maschera dell'Africa e scoprirete perché il bestsellerista inglese Robert Harris, un bianco col complesso del biancore, lo ha definito «razzista e tossico». Andatevelo a leggere prima che il masochismo relativista lo censuri come sta accadendo con Kipling. «Nonostante l'oro e la gloria, il regno ashanti non conosceva la scrittura. Per vederlo come qualcosa di grandioso occorreva essere un Ashanti e consultare (in assenza di rovine spettacolari) gli struggimenti del cuore». E così, con poche parole, l'indiano nato nei Caraibi sotto il dominio britannico (Trinidad nel 1932 era parte dell'impero su cui imperava Giorgio V, il nonno di Elisabetta) liquida l'Africa pre-coloniale e riabilita il colonialismo che a sud del Sahara portò la scrittura e dunque la legge, la ragione, la scienza. Portò anche una religione, il cristianesimo, che proibì i sacrifici umani tipici del paganesimo. Nel capitolo dedicato all'Uganda, dopo aver visitato un monumento del 1881 Naipaul scrive: «Durante la costruzione del mausoleo erano stati sacrificati nove uomini. Il principe Kassim mi spiegò che un tempo i sacrifici umani erano pratica comune quando si innalzavano le colonne di una tomba». Questa è l'Africa e non è per comodità che uso il tempo presente: nel Continente Nero il ventunesimo secolo sta ricongiungendosi col diciannovesimo, in Sudafrica la fine dell'apartheid ha riportato in auge i sacrifici animali come viene raccontato in un capitolo di questo libro che tutti gli invasionisti (chiamo invasionisti coloro che parteggiano per sbarchi, ricongiungimenti, insediamenti africani in Italia) dovrebbero leggere. Forse a Stoccolma non se ne sono accorti ma Naipaul ha avuto il coraggio di descrivere il razzismo africano (il razzismo dei neri nei confronti dei bianchi e il razzismo delle tribù nere nei confronti delle altre tribù nere), in passaggi che tralascio di virgolettare perché finirei subito lo spazio. Ripeto, andatevelo a leggere, La maschera dell'Africa. Se poi giustamente temete anche l'islam aggiungo come consiglio di ferragosto Fedeli a oltranza, sempre Adelphi, libro-reportage sui danni causati dal Corano in Indonesia, Iran, Pakistan, Malesia. Viene da apparentarlo a Oriana Fallaci, Naipaul, anche per il carattere indomito. Non era il Nobel della simpatia bensì un vecchio signore conservatore geloso della propria libertà di giudizio e di espressione. Ci sia di esempio.
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© Dott. Giulio Perrotta (2012)