Dott. Giulio Perrotta
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LA "RASSEGNA STAMPA QUOTIDIANA" (IX PARTE)

Tutte le notizie da "Il Giornale" in tema di politica, attualità, cronaca, economia e cultura

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IlGiornale.it - Politica

L’orrore delle manette Cinquestelle (Wed, 20 Feb 2019)
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"Quando avete negato sbarco?" E Bonafede attacca la Gruber (Wed, 20 Feb 2019)
Scontro tra il ministro della Giustizia, Lilli Gruber e lo scrittore Gianrico Carofiglio. "Qui state facendo un interrogatorio", ha sbottato Bonafede Scontro in diretta tra il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, Gianrico Carofiglio e Lilli Gruber nel corso dell'ultima puntata di Otto e Mezzo, in onda su La7. Lo scrittore ed ex senatore Gianrico Carofiglio ha chiesto a Bonafede in quale consiglio dei ministri il governo ha deciso di negare lo sbarco alla nave Diciotti. Come riporta Repubblica, la maggioranza ha sempre sostenuto infatti che la decisione fosse condivisa e non attribuibile solo al ministro dell'Interno Matteo Salvini. "Se Lei vuole attaccare la legittimità dell'atto compiuto faccia pure", ha affermato Bonafede. "Questo ci interessa, non l'abbiamo mai saputo - è intervenuta la conduttrice -. In quale Consiglio dei ministri è stata presa questa decisione?". "Il ministro dell'Interno ha un'autonomia decisionale che in quel caso, seppur non in sede di Consiglio dei ministri, ha condiviso insieme al presidente del Consiglio, al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e all'altro vicepresidente del Consiglio. L'avranno fatto nel modo che hanno ritenuto più opportuno", ha detto Bonafede. "Dove? Al telefono? Al bar?", hanno chiesto Carofiglio e la Gruber. "L'avranno fatto nel modo che hanno ritenuto più opportuno", ha replicato il ministro. "Vabbè, non lo sappiamo, non lo sa neanche lei", è stata la risposta della Gruber. Poi i toni si sono scaldati. "Questo atteggiamento è fortemente sbagliato perché mistifica la realtà. Qui state facendo un interrogatorio", ha concluso Bonafede. Tag:  Nave Diciotti Persone:  Lilli Gruber Alfonso Bonafede Gianrico Carofiglio
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Europee, Salvini: "No gruppo unico con M5s" (Wed, 20 Feb 2019)
Matteo Salvini chiarisce i suoi rapporti con i Cinque Stelle. "Rapporto saldo ma nessuna alleanza alle europee. Abbiamo già i nostri alleati a livello internazionale", spiega il ministro dell'Interno leghista, intervenuto telefonicamente a Rtl 102.5. L'intesa era stata ipotizzata dopo il suo salvataggio da parte della Giunta per le immuntà del Senato, che ha respinto la richiesta di processare Salvini per l'odissea dei migranti sulla nave Diciotti con i voti dei pentastellati. Persone:  Matteo Salvini 
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Salvini: "Viva l’Italia, l’Italia s’è desta o sono processabile perché non mi piace Saviano?" (Wed, 20 Feb 2019)
“Mai detto tra me e Di Maio una storia infinita, sarà stato un giornalista romantico”. E conferma incontro con Boccia per il decreto cantieri veloci, dimezzeremo i tempi “Nella vita reale la politica parla di aria fritta, io esco dagli alberghi e la gente mi pone problemi concreti. Io ho firmato un contratto non è che se i sondaggi mi dicono che sono bello e bravo lo straccio. Abbiamo tante cose da fare”. Così il ministro all’Interno ospite di Agorà ma in apertura, malgrado la specifica di su, smentisce la frase presente sui quotidiani “tra me e Di Maio una storia infinita”: sarà stato un giornalista con la vena romantica... Graziato dai colleghi sulla richiesta della procura di Catania pur se all’inizio diceva di votare sì ma, alla provocazione di Serena Bortone, risponde: "Io non ho chiesto aiuti e aiutini, hanno deciso i senatori e hanno ritenuto che quello che ho fatto lo abbia fatto per gli interessi del Paese. Se fosse andata diversamente sarei andato avanti ugualmente. Fare il ministro dell’Interno è abbastanza impegnativo e preferisco impegnare la mia energia fisica e mentale per combattere la mafia, la camorra, la Ndrangheta ed il traffico di droga anziché girare per aule dei tribunali". Lui il più popolare dell’esecutivo Conte e del Ministro Di Maio. “Io e Di Maio badiamo ai fatti, chi è più popolare o meno popolare si vedrà, poi basta che la sinistra continui a fare gli scatoloni ed andar via come succederà in Sardegna”. E la Tav? “Non siamo al mercato c’è scritto nel contratto, si può rivedere si può tagliare i costi ma il treno costa meno ed inquina meno. Ci si siede al tavolo e se c’è buon senso si va avanti”. L’autonomia lede il Sud: “La strada maestra è la Costituzione e questa prevede che le regioni possano richiedere sino a 23 competenze ed a guadagnare sarà, invece, soprattutto il sud. Oggi dal sud si parte per curarsi, studiare se invece ci saranno politici più responsabili sarà meglio”. Ma l’ordine dei medici di Bari è contro l’autonomia che lede la salute: “Non c’entra un fico secco ed il manifesto è anche di dubbio gusto. Ma io mi chiedo: è più facile andare a fare una chemio da sud a nord o viceversa. Con l’autonomia chi sbaglia paga, non ci potrà essere chi dice è sempre colpa degli altri, dei marziani, di Roma, dell’Europa, no se ti do l’autonomia, se ti do le competenze, se ti do i soldi, se ti do il personale e se la sanità funziona, se i treni funzionano, se i servizi funzionano ti battiamo le mani ma se non funzionano devi rispondere ai cittadini caro governatore della Puglia, della Campania, della Calabria, non è sempre colpa degli altri". Confindustria, in questo particolare momento, è preoccupata dei cantieri fermi e del rischio recessione, “Noi abbiamo cantieri fermi da 15/20 anni e mi domando come mai e chi c’era prima cosa faceva? Approveremo il decreto cantieri veloci che dimezzerà i tempi delle autorizzazioni, delle concessioni, degli appalti e della realizzazione dei lavori. Boccia ha ragione e la prossima settimana cercherò di incontrarlo. Non ci sarà una manovra aggiuntiva, non ci saranno nuove sulla casa, sulla patrimoniale, sui conti correnti stiamo lavorando per questo. Siamo già partiti quest’anno con la flat tax e ridurremo anche l’irpef”. Berlusconi vi chiama isolazionisti ci sarà alleanza di centrodestra? “Ognuno usa gli aggettivi che crede. L’alleanza di centrodestra si a livello locale ma a livello nazionale ho dato la mia parola per il contratto e la mia parola vale più dei sondaggi”. A proposito di giustizialismo e del Premo a Saviano, “Giarruso non è un manettaro, gli saranno saltati i nervi e l’arresto di due settantenni (il riferimento è ai genitori di Renzi ndr) non mi porta alcun godimento perché non è così che si fa politica e spero non si usino le famiglie per fare attacchi politici a tizio o a caio. Non ho letto i libri di Saviano o visto i film ma spero di non essere processato, o processabile, da ministro all’Interno perché ho altri gusti editoriali, cinematografici, musicali, teatrali. Buon per lui per la vittoria a Berlino”. La giornalista aggiunge: e per gli italiani, no? e lui: “Questo cosa vuol dire? Devo dire viva Saviano in diretta? Se volete alzo il cartello e scrivo viva Saviano così siamo tutti contenti” ma poi sorridente : “Quando vince un italiano sono sempre contento, viva l’Italia l’Italia s’è desta e mando un bacio a tutti...” Tag:  Agorà Persone:  Matteo Salvini Luigi Di Maio Roberto Saviano
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Il baratto: Salvini si sdebiterà su Tav, autonomia e reddito (Wed, 20 Feb 2019)
M5s presenta il conto sull'agenda: stop al tunnel, freno al federalismo e via libera in fretta al sussidio di Stato E adesso? «Adesso non cambia proprio nulla. Siamo una squadra, ringrazio per la fiducia. Governiamo con loro, governiamo bene, continueremo a governare a lungo». Dopo il no della giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato sul caso Diciotti, il Matteo immunizzato può tirare un bel sospiro di sollievo e ributtarsi in campagna elettorale: l'alleanza ha tenuto, l'esecutivo gialloverde va avanti e i Cinque stelle appaiono indeboliti e spaccati. Ma il Salvini salvato non può certo rilassarsi. C'è un patto segreto da onorare, una cambiale da pagare e i grillini già bussano all'incasso per bloccare la Tav e «ridiscutere» le autonomie regionali. Senza contare i decreti attuativi con i dettagli del reddito di cittadinanza. Ce la farà il leader della Lega a resistere? È l'altra faccia della medaglia, il lato oscuro della vittoria. Assediato dai ribelli interni, in difficoltà dopo la sconfitta abruzzese e in calo nei sondaggi, Luigi Di Maio ha presentato il conto all'alleato. Il ministro del Lavoro ha faticato parecchio a convincere i suoi ad aiutare Matteo, e ora che c'è riuscito violentando uno dei principi cardine del movimento e frastornando gli elettori, si aspetta che Salvini saldi il suo debito. La prima richiesta è piuttosto pesante, il congelamento almeno a dopo le Europee del progetto di autonomia per Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. In più M5s vuole cambiare il testo in quattro punti fondamentali, scuola, economia, trasporti, ambiente. La seconda pretesa è ancora più onerosa, lo stop alla Torino-Lione. Solo così, bloccando i due dossier, Di Maio può trasformare il cedimento in un trionfo politico. Il problema è che su questi punti Salvini non può assolutamente mollare. Chi glielo racconta alle partite Iva, ai piccoli imprenditori del Nord, insomma al bacino elettorale della Lega, che l'autonomia è rinviata a data da destinarsi, o peggio, non si fa più? E la Tav? Come si può spiegare agli industriali e al mondo del lavoro che il tunnel viene rimesso nel cassetto? Il Carroccio ha il vento nelle vele, l'ultimo sondaggio gli assegna il 33 per cento e il secondo posto al Parlamento europeo dopo la Cdu della Merkel, quindi non è davvero il caso di tradire le attese del proprio popolo. No, non si può. Così adesso la linea è temporeggiare e «rimettersi all'opera», cercando magari di dirottare l'attenzione. «Per me cambia poco, lavoravo tranquillo e continuo a lavorare tranquillo», dice da Bari il ministro dell'Interno. E, per dare sostanza alle affermazioni, ha ripreso a picchiare sul tema immigrazione. «Mi risulta ci sia una nave di una Ong tedesca verso la Libia: se pensassero di avvicinarsi all'Italia cambiassero itinerario. Lo dico prima, così nessuno poi solleva problemi. Uomo avvisato mezzo salvato». Salvini dunque nei panni del vicepremier lascia che siano i suoi a battersi sui dossier. Del resto il fronte dei governatori del Nord è molto agguerrito e sulla Tav la controperizia costi-benefici realizzata per l'Università Cattolica di Milano da Carlo Cottarelli e Giampaolo Galli, non certo due leghisti, ha ribaltato il giudizio dei tecnici di Toninelli: «Finire i lavori conviene». Infine il ministro dell'Interno ha anche un'altra arma per tenere a bada le smanie di Di Maio. Da lunedì il Parlamento dovrà discutere le regole attuative del reddito di cittadinanza e quota 100. Palazzo Chigi parla di «accordo fatto», in realtà il decretone è ancora una scatola vuota e senza copertura finanziaria. La riforma della Fornero sarà pure a rischio, ma i 5s possono permettersi di far saltare il reddito? O Salvini ha già ceduto?
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Se le toghe tornano sul ring della politica (Wed, 20 Feb 2019)
Sia sul caso Diciotti sia nella vicenda dei Renzi i magistrati giocano un ruolo politico: come sempre D avanti l'aula di Montecitorio, il giorno dopo che la giustizia è tornata ad interferire nei giochi della politica, Luca Paolini, il più garantista tra i leghisti, scuote il capo mentre pensa al rischio scampato da Matteo Salvini di andare sotto processo, prima che i grillini decidessero di salvarlo con la sceneggiata della consultazione della base via piattaforma Rousseau: «Lo dico da una vita che i magistrati condizionano la politica. Vedrete che fra un po' uscirà di nuovo qualcosa su Matteo. In fondo, tra Magistratura democratica che guarda al Pd e Davigo e i suoi seguaci che si rivolgono ai 5 stelle, noi leghisti siamo gli unici esposti. In Italia la giustizia uccide». Qualche passo più in là, l'azzurro Enrico Costa, viceministro della Giustizia nel governo Renzi, parla dell'altro caso che tiene banco, cioè l'arresto dei genitori del suo ex premier, appunto il Matteo di sinistra: «La magistratura? È tutta politica». Uno può dire ciò che vuole ma a 25 anni da Tangentopoli, dopo che Pm e tribunali hanno cadenzato l'epopea berlusconiana, anche nei giorni del «governo del cambiamento» le cose non sono cambiate. Anzi. L'operato della magistratura ha assunto il ruolo della Tyche per gli antichi greci, o del Fato per i latini: determina il successo o l'insuccesso dei leader e condiziona pesantemente il quadro politico. Solo che mentre la Tyche è «insondabile», qualche volta le iniziative di alcuni magistrati si prestano a letture politiche. È stato un paradosso ad esempio che la procura di Catania abbia archiviato le accuse contro Salvini per aver sequestrato gli immigrati sulla «Diciotti», mentre il tribunale abbia chiesto l'autorizzazione a procedere al Senato contro il leader della Lega dando via a tutto questo «can can». «Sarà una coincidenza teorizza Paolini ma i componenti del Tribunale dei ministri in questione aderiscono tutti a Magistratura democratica, la corrente di sinistra della magistratura». Cambi argomento, parli della vicenda dei genitori di Renzi, e mentre Ignazio La Russa, cosa che non ti aspetti, spezza una lancia in favore dell'ex segretario del Pd («è una vergogna») un altro parlamentare della Meloni, Achille Totaro, un vero «post-fascista», ti offre questa chiave di lettura: «Tra quelli che hanno chiesto l'arresto dei genitori di Renzi c'è una magistrata vicina alla sinistra più estrema, quella che ha sempre visto come il fumo negli occhi Renzi e lo considera un nemico». E che ci sia una «ratio» in questa affermazione, in fondo, lo ammette tra le righe lo stesso Renzi: «Se io non avessi fatto politica i miei oggi sarebbero tranquillamente in pensione». Magari l'ex premier potrebbe dire molto di più, ma come dice la fedelissima Maria Elena Boschi, «io ho un'altra cultura ma nel Pd la magistratura è uno dei miti rimasti». Per cui certe letture si fanno sottovoce. Così bisogna accontentarsi delle parole del viceministro alla Giustizia del governo Renzi, appunto Costa: «Sono tutti segnali politici». Segnali di cui bisogna analizzare le ripercussioni. E ci si accorge che quando si ha che fare con la Tyche, non è detto che una vicenda giudiziaria determini la conseguenza più scontata. In passato spesso la «persecuzione» giudiziaria di cui è stato oggetto, ha fatto crescere il consenso del Cav nel Paese. La stessa cosa si può dire oggi per Salvini: «Quando è uscita la notizia della richiesta di autorizzazione conferma la maga Alessandra Ghisleri in un giorno la Lega è aumentata nei sondaggi di un punto e mezzo». E a ben vedere l'iniziativa contro il vicepremier leghista ha arrecato più danni ai grillini che non a lui. Basta fare un'analisi veloce delle ripercussioni degli ultimi fatti per averne la conferma. Primo: dopo il No al processo a Salvini, i grillini sono «spaccati», quindi faranno di tutto, ma proprio di tutto, per evitare le elezioni anticipate se non vogliono rischiare di dimezzare la loro presenza in Parlamento. Secondo: se il vicepremier leghista si irrigidirà su temi come la Tav o l'autonomia determinerà una divisione insanabile tra i suoi alleati, mandando in crisi la leadership di Di Maio che si è esposto per difenderlo sulla Diciotti. In sintesi: Salvini ha in mano il destino dei 5 stelle. Altro discorso, invece, riguarda l'arresto dei genitori di Matteo Renzi: è evidente che in questa fase indebolisce l'anima del Pd che non vuole avere a che fare con i grillini e favorisce chi è meno chiaro sul tema, vedi Zingaretti. Solo che in una «sceneggiatura» congressuale già scritta, la figura della «vittima» è una variabile che potrebbe determinare un effetto emotivo di diverso segno. A parte questo, ciò che stupisce è che qualcuno ancora si rifiuti di vedere come le iniziative della magistratura producano un'interferenza decisiva nel gioco politico. Anche i grillini, che dovrebbero essere del tutto estranei da analisi di questo tipo, lo ammettono. Sono convinti che aver «salvato» Salvini dal rischio di finire sul banco degli imputati, garantisca almeno un anno di vita all'alleanza «gialloverde». «Prima forse osserva Stefano Patuanelli, capo dei senatori 5 stelle ma ora non credo proprio che le elezioni politiche siano all'ordine del giorno. Fra un anno, invece, potrebbero essere probabili». Di certo, il «no» al processo al leader della Lega, è considerato dall'anima «governativa» del grillismo un elemento di stabilizzazione. «Conoscendo Di Maio e Casaleggio confida Francesco Silvestri, vicecapogruppo dei deputati grillini non credo che abbiano salvato Salvini senza avere le garanzie che non si andrà ad elezioni politiche nel medio periodo. Sarebbero dei folli». Niente elezioni, quindi, solo che il «No» al processo a Salvini ha dato il via alla rivolta dei duri e puri. Lo stesso Beppe Grillo ieri è stato contestato a Roma. Per le senatrici del movimento Nugnes e Fattori «sono stati venduti i principi fondamentali del movimento». Una reazione, però, che ha rimesso in moto anche l'anima grillina che ama la stabilità, che non vuole tornare a casa anzitempo. Per cui c'è chi, di fronte all'ipotesi di una rottura, ha cominciato a cercare un'altra casa, a fare il «responsabile». Come l'olimpionico a 5 stelle, Felice Mariani, che ha cominciato a sondare diversi interlocutori per accasarsi, con un ragionamento semplice semplice: «Quelli di Fico vogliono rompere con il governo, mentre io voglio fare di tutto per andare avanti nella legislatura». Così si aprono altre prospettive. «È chiaro spiega l'azzurro Giorgio Mulè che l'ipotesi elettorale perde quota e cresce quella di una spaccatura dei 5 stelle. Quindi, torna in ballo l'idea di una maggioranza che metta insieme Lega, Fratelli d'Italia, una parte di 5 stelle e magari qualche nostro fuoriuscito. Sono le voglie di egemonia di Salvini. Ma se noi siamo uniti e manteniamo una percentuale oltre il 10% nel Paese, il tentativo di emarginarci fallirebbe». Un'altra delle tante congetture, delle tante variabili politiche, che, com'è nella tradizione di questo Paese, sono state determinate da una Tyche giudiziaria.
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Immunità parlamentare, quello che la Bonino e compagnia non capiscono (Wed, 20 Feb 2019)
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Spunta pure il lavoro nero: "Pronti a farci interrogare" (Wed, 20 Feb 2019)
I familiari dell'ex premier risponderanno al gip Ad accusarli anche ex dipendenti non in regola Lavoro nero, fatture false, evasione fiscale, programma criminoso. Il gip di Firenze Angela Fantechi, nell'ordinanza di custodia cautelare con cui ha disposto i domiciliari per i genitori ddi Matteo Renzi, Tiziano Renzi e Laura Bovoli, non va tanto per il sottile. Usa parole pesanti come macigni per giustificare la gravità della misura presa. Il gip osserva come «il modus operandi adottato da Renzi e Bovoli affinché Eventi 6 potesse avere a disposizione manodopera senza essere gravata di oneri previdenziali ed erariali, è consistito nel costituire delle cooperative Delivery Service, Europe Service e Marmodiv, poi destinandole all'abbandono non appena esse raggiungevano uno stato di difficoltà economica, più che prevedibile in considerazione che sulle stesse gravava l'onere previdenziale. Con riferimento a Marmodiv anche l'onere fiscale derivante dall'emissione di fatture per operazioni inesistenti al fine di consentire evasione di imposta a Eventi 6». L'esigenza cautelare nei loro confronti, secondo il gip, «emerge dalla circostanza che i fatti per cui si procede non sono occasionali e si inseriscono in un unico programma criminoso in corso da tempo, realizzato in modo professionale, con il coinvolgimento di numerosi soggetti». Con riferimento alla posizione di Renzi e Bovoli sono in evidenza «condotte volontarie realizzate non per fronteggiare una contingente crisi di impresa, quanto piuttosto di condotte imprenditoriali finalizzate a massimizzare il proprio profitto personale con ricorso a strategie di impresa che non potevano non contemplare il fallimento delle cooperative». Insomma, un piano ben architettato e premeditato. Particolarmente interessanti i documenti denominati «Lalla» rinvenuti nel pc di Roberto Bargilli, il socio che guidava il camper di Matteo Renzi durante le sue campagne elettorali. «Il soprannome Lalla è certamente riconducibile a Laura Bovoli atteso che proprio nella cartella Lalla è stata rinvenuta la sua carta di identità. Nella cartella sono stati rinvenuti numerosissimi documenti riferibili alla coop Europe Service, in particolare la lista soci, modelli F24 relativi alla coop per il pagamento dell'Irap e del premio Inail, il file denominato Logo Europe, nel quale è riprodotto il logo della Europe Service identico al quello riportato su alcune fatture acquisite presso la sede della Eventi 6, il file denominato dati per la costituzione, copia dei contratti della Coop Europe Service, nonché contratti di lavoro». Si è poi scoperto che nella società Delivery Service lavoravano anche dipendenti in nero. Sono stati loro stessi a raccontarlo. Luigi Carcione, sentito dalla Finanza il 9 maggio del 2018, ha detto di aver lavorato in una piattaforma logistica a Ospedaletto (Pisa) e di essersi occupato della consegna a domicilio dei Vini Giordano. «Rendicontavo i pagamenti alla Delivery Service Italia e l'interlocutore della casella di posta elettronica della Delivery alla quale inviavo tale rendiconto era tale Lalla». Ovvero Laura Bovoli. Il legale dei Renzi, Federico Bagattini, definisce «esagerata» la disposizione del gip e prepara l'interrogatorio di garanzia che potrebbe svolgersi tra venerdì e i primi giorni della prossima settimana. I coniugi Renzi si sono resi disponibili ad essere ascoltati dal gip. «Presenteremo la richiesta di revoca degli arresti domiciliari», precisa il difensore.
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Renzi abbassa i toni ma attacca: "No al processo sul web" (Wed, 20 Feb 2019)
L'ex segretario dopo l'arresto dei genitori lancia dubbi sulla tempistica: «È stato un capolavoro mediatico» Alla fine Matteo Renzi annulla la conferenza stampa che aveva annunciato ieri sull'onda dell'emozione poco dopo aver saputo che i suoi genitori erano stati posti ai domiciliari per bancarotta fraudolenta. Dopo averci ragionato a freddo sceglie la calma, preferendo esprimere la sua rabbia per un provvedimento che ritiene «abnorme e sproporzionato» in un lungo commento pubblicato nella tradizionale enews, la newsletter che invia ai suoi simpatizzanti. Uno strumento che gli permette di dosare bene le parole, evitando nuove allusioni ad una giustizia ad orologeria - che avrebbe fatto coincidere la notifica dei provvedimenti a casa Renzi, lunedì pomeriggio, con il pronunciamento della base M5s su Salvini - come quelle fatte a caldo ieri in un post su Facebook. «Oggi, casualmente oggi», aveva scritto Renzi, scatenando tra le sue truppe sospetti sulla tempistica dell'inchiesta, al punto che il deputato Pd Michele Anzaldi ieri andava ipotizzando che alcuni esponenti M5s sapessero in anteprima degli arresti. Sospetti messi subito a tacere dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: «Respingo l'idea che ci sia un sistema giudiziario che si muove ad orologeria». Nella enews Renzi torna nei ranghi, pur non rinunciando a sottolineare come la vicenda dei suoi genitori abbia totalmente oscurato tutto ciò che è accaduto lunedì nel mondo della politica: «Un capolavoro mediatico, tanto di cappello». Ma si impone di rimanere calmo: «Non riusciranno a farmi parlar male dei giudici. Chi vuole il mio fallo di reazione, non lo avrà», dice. Ormai però il sasso è stato lanciato nello stagno. I parlamentari renziani sono a briglia sciolta, le loro chat in fibrillazione. Chi un tempo era solito invocare rispetto della magistratura, pur di difendere l'onore del renzismo è pronto per abbandonarsi a toni finora sconosciuti al Pd. Si lavora alla controffensiva politica con l'obiettivo di sfruttare i prossimi appuntamenti di Renzi a Torino e Genova per presentare il suo libro per lanciare una mobilitazione collettiva in suo sostegno. Anche Piero Fassino si mostra garantista chiedendo «a chi svolge la delicata funzione di inquirente» di valutare le conseguenze dei propri atti. Tutto ciò tra il silenzio assordante della sinistra antirenziana e chi contesta l'atteggiamento dell'ex premier verso i magistrati. Si fa sentire il presidente Pd, Matteo Orfini, per esprimere solidarietà, ma anche perplessità sulla tempistica dell'inchiesta. Si fa la conta per vedere chi ha dato solidarietà. C'è Gentiloni, tutti gli ex ministri e pure Zingaretti. Nulla, a parte la Pinotti, dall'area dem di Franceschini. Nella enews l'ex premier usa toni da politico, alternati a quelli personali di un figlio colpito negli affetti più cari, che si sente in qualche modo responsabile di quanto accaduto al padre. Perché per Renzi la verità è una sola: «Se non avessi fatto politica - assicura - oggi i miei genitori non subirebbero questo. Lo sanno anche i sassi. Se loro sono in questa situazione umiliante è colpa del mio impegno politico in questi anni». L'ex leader del Pd dice di non gridare ai complotti: «Chiedo che i processi si facciano nelle aule dei tribunali e non sul web o nelle redazioni dei giornali. I miei genitori, come tutti, hanno diritto ad un processo giusto e rapido». E aggiunge che «chi ha letto le carte e ha un minimo di conoscenza giuridica sa che privare persone della libertà personale per una cosa come questa è abnorme». Tra l'altro, aggiunge, «chi conosce la realtà sa che quelle carte peraltro non corrispondono al vero».
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Accordo sul latte per salvare il voto (Wed, 20 Feb 2019)
Il governo cerca l'intesa per evitare il boicottaggio delle regionali Trovare un accordo significa salvare le elezioni di domenica in Sardegna. Lo sa la politica, lo sanno i pastori. Che si dicono pronti ad accettare un acconto da 80 centesimi al litro per il latte ovino, a patto di arrivare poi a un euro a regime. Ma pretendono anche l'azzeramento del Consorzio di tutela del Pecorino Romano Dop - causa secondo loro del dramma della sovrapproduzione - oltre che una redistribuzione più equa dei profitti nella filiera. Ieri in un migliaio si sono riuniti a Tramatza, nell'oristanese, e hanno approvato all'unanimità una nuova bozza di accordo da portare al tavolo convocato per oggi a Roma. «Mancano però garanzie per il futuro - dicono i pastori - non ci sono certezze su un prezzo stabile nel tempo». Una corsa contro il tempo anche quella della politica che spera di salvare il voto con una tregua sulla vertenza. Sono tanti gli allevatori che hanno già stracciato le tessere elettorali in segno di protesta. Sfiduciati, agguerriti, sono loro i protagonisti dell'ultimo rush di campagna elettorale. Matteo Salvini in tour sull'isola ha promesso di lavorare giorno e notte per trovare una soluzione. Anche perché la sfida tra M5s, centrodestra e il candidato forte del centrosinistra Massimo Zedda, si gioca proprio su un ring circondato da pastori sul piede di guerra. Salvini, che per primo aveva convocato un tavolo al Viminale - le cui soluzioni avevano trovato però il muro dei pastori - ora si dice fiducioso: «Le distanze si sono ridotte». Il ministro ha inoltre annunciato anche che a giorni convocherà «i responsabili della grande distribuzione e dei grandi magazzini, che sono quelli che fanno il prezzo». I pastori chiedono proprio di inserire nell'accordo una «distribuzione più equa dei profitti facendo firmare al soggetto venditore (industrie di trasformazione), clausole nelle quali venga dichiarato che il livello di remunerazione della materia prima utilizzata è tale da coprire i costi di produzione». E ieri il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, insieme con il commissario all'Agricoltura Philip Hogan, ha chiesto più vigilanza sulle frodi di quel latte che arriva da altre parti d'Europa e che viene utilizzato per il Dop.
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IlGiornale.it - Cronache

Quel prete contrario al rosario per Formigoni (Wed, 20 Feb 2019)
Roberto Formigoni potrebbe finire in carcere, ma un prete si è detto contrariato per un rosario organizzato in sostegno del Celeste nel Santuario di Caravaggio Roberto Formigoni, ex governatore della regione Lombardia, è in attesa del giudizio della Cassazione, ma ai suoi amici è stato quasi impedito di pregare per lui all'interno del Santuario di Caravaggio. I lettori ricorderanno come, per via del processo riguardante alcune accuse di corruzione, l'ex esponente del Popolo della Libertà possa essere condannato in maniera definitiva a 7 anni e mezzo di carcere. La giornata in cui dovremmo saperne qualcosa di più è quella di giovedì. Fatto sta che alcuni cattolici, per lo più provenienti dal mondo di Comunione e Liberazione, avevano deciso di pregare, sperando - magari - che questo potesse in qualche modo contribuire al possibile annullamento della sentenza. A raccontare questa storia, tra gli altri, è stato il quotidiano Libero, che ha riportato come Don Cesare Nisoli non sia sembrato particolarmente felice di ospitare quella che voleva essere una preghiera benaugurante per il futuro giudiziario del Celeste. "Io - ha dichiarato il sacerdote in questione a Il Fatto Quotidiano - non posso però permettere che la preghiera diventi uno strumento politico per Formigoni". C'è, poi, un certo doppiopesismo segnalato, considerando che il medesimo Santuario - si legge sempre sul quotidiano diretto da Feltri - è balzato alle cronache per aver ospitato, neppure troppo tempo fa, una manifestazione promossa da fedeli riconducibili al mondo Lgbt. Ma Nisoli, in questa circostanza, ha addirittura inoltrato un comunicato stampa, con lo scopo di distanziarsi dall'iniziativa pro Formigoni. Il prete ha detto di essere un "seguace di papa Francesco", facendo in qualche modo riferimento alla misericordia, ma in questo specifico caso non è sembrato incline ad assecondare il dettame pontificio. Vale la pena sottolineare come la preghiera pro Formigoni abbia avuto luogo nonostante le ritrosie del parroco. Tag:  rosario cattolici Persone:  Roberto Formigoni
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Fatture false e imprenditori fantasma: tutte le accuse contro Tiziano Renzi (Wed, 20 Feb 2019)
Il sistema scoperto dalla Guardia di Finanza vede fatture per operazioni inesistenti o gonfiate. E fra gli imprenditori falsi, ci sono alcuni immigrati irregolari di origine pakistana Tiziano Renzi aveva messo in piedi un sistema complesso ed estremamente radicato. Le indagini della Guardia di Finanza hanno scoperchiato un vaso di Pandora fatto di fatture false, società inesistenti, contributi non pagati, favori e documenti scomparsi. Un vero e proprio "sistema criminogeno", come ritenuto dai giudici che hanno convalidato gli arresti domiciliari. Il sistema da 725mila euro Come iporta Il Fatto Quotidiano, il primo problema riguarda "la galassia di imprenditori ignari e ditte fantasma che la guardia di Finanza ha incontrato indagando sul 'sistematico utilizzo' di fatture emesse per operazioni inesistenti a favore della cooperativa Marmodiv, di cui, secondo i magistrati di Firenze, Tiziano Renzi e Laura Bovoli sono amministratori di fatto". Secondo le accuse del gipè Angela Fantechi, il sistema Renzi ha creato 65 fatture per operazioni inesistenti o gonfiate per un volume di affari di circa 725mila euro. Tutto ruota sempre intorno alla Marmodiv, società che, come si legge nell'ordinanza, nel giro di qualche tempo è diventata il "maggior prestatore di servizi su Firenze per la 'Eventi 6'". Per i pubblici ministeri, la Marmodiv nasce "essenzialmente per consentire alla 'Eventi 6' di avere a disposizione lavoratori dipendenti senza dover sopportare i costi relativi all'adempimento di oneri previdenziali ed erariali". Stesso sistema usato con Delivery Service e Europe Service, entrambe lasciate fallire. Operazioni gonfiate Paolo Magherini, sentito dai pm Christine Von Borries e Luca Turco il 31 maggio 2018, fa il quadro della situazione. Come testimonia l'uomo, la Marmodiv "era amministrata da dei prestanome". "Tutti, nel settore, sanno che la cooperativa è riconducibile alla famiglia Renzi, in particolare a Tiziano e alla moglie". E sulle accuse di fatture false, Magherini è netto: "Le fatture che mi avete esibito, devo ammettere che sono false. Mi fu chiesto di aprire una partita IVA ed emettere le fatture che mi avete mostrato. Mi venivano pagate con bonifici effettuati presso la Banca Sella" e "successivamente io restituivo indietro la somma in contanti per l’intero". Ma la sua azienda non è l'unica. Altre hanno emesso fatture false in favore di Marmodiv. E dal 2013, è un susseguirsi di fatture per operazioni gonfiate o inesistenti. Tutto per far evadere la Eventi 6. Imprenditori inesistenti Tra gli imprenditori fake dei Renzi, molti sono stranieri. Come riporta Il Fatto Quotidiano, "casi emblematici sono quelli di Muhammed Ilyas e Amir Sajiad. Il primo, stando a una fattura del giugno 2016 da 12.200 euro nei confronti della Marmodiv, risulta essere il titolare della ditta 'Distribuzione Italia'. Quando è stato raggiunto dalla guardia di Finanza di Brescia, Muhammed ha però negato di essere a conoscenza di tale società e anche di risiedere a Castano Primo, dove invece ha sede la ditta. Le successive verifiche hanno effettivamente comprovato l’inesistenza della ditta 'Distribuzione Italia'. Amir Sajiad è invece il titolare dell’omonima ditta individuale, ma nega di aver mai effettuato una fattura da 15.398 euro a favore di Marmodiv". C'è poi anche il caso di Mohammad Nazir, titolare di una ditta individuale. Questo almeno è quanto si evince dalle fatture, visto che ne sono state emesse quattro per circa 40mila euro tra il 2016 e il 2017. Tutte in favore di Marmodiv. Il problema è che all'indirizzo della sede dell'azienda, non c'è alcuna ditta, ma una casa. E la ditta giura di non aver mai lavorato per Marmodiv. Una cosa non troppo diversa da Ayesha Kabir, "rappresentante legale dell’omonima ditta individuale che ha emesso nel 2016 una fattura da poco più di 3mila euro. Gli elementi raccolti 'inducono a ritenere che le fatture in oggetto siano effettivamente relative a prestazioni inesistenti', si legge nell’ordinanza". Cooperative e immigrati irregolari Gli investigatori hanno poi messo gli occhi su due cooperative foggiane, la Quick e la Link di Carapelle. Dal 2013 al 2016, l'intermediario è tale Ruggiero Massimo Curci, con numerosi precedenti penali. Le due coop, come le altre ditte, emettono fatture per Marmodiv da 42.443 euro e 34.191 euro. Ma anche in questo caso, la GdF non trova alcuna sede delle società all'indirizzo dato. Ma c'è dell'altro. A Casale Monferrato, la Finanza fa un'altra scoperta. Gli agenti fermano un furgone pieno di volantini pubblicitari e con a bordo sei pakistani, irregolari, e che lavorano per la Bajwa Group srl. Le Fiamme Gialle di Corsico vanno negli uffici della società e scoprono che la rappresentante legale è la pakistana Saima Choudhary, già sotto torchio per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Anche in questo caso, si scoprono fatture false per Marmodiv. Il nodo "Eventi 6" Le accuse nei confronti di Laura Bovoli e Tiziano Renzi e di aver "fatto sparire qualsiasi documentazione societaria delle cooperative fallite" per occultare i mancati versamenti delle imposte e, ovviamente, le fatture per operazioni gonfiate o inesistenti. Queste accuse, come spiega Il Corriere della Sera, hanno convinto "il procuratore Giuseppe Creazzo e l'aggiunto Luca Turco a sollecitare l'arresto dei genitori dell'ex premier". E le accuse nei confronti dei Renzi partono dal 2009, anno di fondazione della Delivery. Il sistema è stato reso noto attraverso i verbali di dipendenti e soci che svelano come tutto sia stato messo in piedi "per proteggere le società di famiglia — prima fra tutte la Eventi 6 — scaricando tutti i debiti sulle coop Delivery, Europe Service e Marmodiv che in questo modo venivano poi portate al fallimento. E che — questo sottolineano i magistrati — avrebbe consentito alla società capo fila 'tra il 2014 e il 2018 di far crescere il volume d’affari da uno a sette milioni di euro'". Come riporta da Il Giornale: "È esaminando la documentazione sequestrata nell'ottobre del 2017 presso la 'Eventi 6', che il procuratore Giuseppe Creazzo, l'aggiunto Luca Turco e il pm Christine Von Borries, hanno riscontrato delle anomalie nella contabilità di tre cooperative collegate, la 'Delivery' la 'Europe service srl' e la 'Marmodiv'". Un sistema perfetto scoperto per dalla Guardia Di Finanza. Persone:  Tiziano Renzi Laura Bovoli
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Gallarate, arrestato tunisino per violenza domestica (Wed, 20 Feb 2019)
La compagna è stata ricoverata all’Ospedale di Gallarate con un trauma craniofacciale. Ad assistere alle violente scene anche il figlio di un anno Uno scambio di battute sull’opportunità di organizzare uscite serali e un televisore che non funzionava. Sono questi i futili motivi che, dopo la fine di una cena con amici, hanno innescato una violenta lite tra un tunisino di 40 anni e la sua compagna italiana di 42. I fatti risalgono alla tarda serata di sabato. Quando il personale della Squadra volante della Polizia di Stato del Commissariato di Pubblica sicurezza di Gallarate (Varese) è intervenuto nell’abitazione dove era stato segnalato un litigio in famiglia, il nordafricano era ancora in notevole stato di agitazione e inveiva contro la convivente. La quarantaduenne ha riferito agli operatori di subire maltrattamenti e violenze da anni. Sabato sera poi, l’ira del tunisino è scoppiata per futili motivi: in preda alla rabbia quest’ultimo ha afferrato il televisore che non funzionava e l’ha gettato a terra. Ad assistere alla scena c’era anche il figlioletto della coppia, un bimbo di poco più di un anno che, spaventato, è scoppiato a piangere. L’intervento degli agenti ha impedito che vi fossero conseguenze ancora più gravi per la donna la quale è stata ricoverata all’ospedale di Gallarate dove ha ricevuto le prime cure per un trauma craniofacciale con prognosi di 20 giorni. L’uomo è stato arrestato e posto a disposizione dell’Autorità Giudiziaria di Busto Arsizio. Tag:  violenza domestica
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Crans Montana, la valanga si stacca e travolge alcuni sciatori (Wed, 20 Feb 2019)
C'è un morto per la valanga a Crans Montana, sulle Alpi svizzere. Tre gli sciatori feriti. La vittima, estratta viva dalla massa di neve in condizioni disperate, è poi deceduta in ospedale. Non risultano dispersi, le ricerche dei soccorritori sono terminate. Uno sciatore, con una telecamera Gopro, ha ripreso il momento esatto in cui la slavina si stacca e travolge alcuni sciatori. valanga 
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Fiumicino, arrestato borseggiatore seriale (Wed, 20 Feb 2019)
Arrestato all'aeroporto di Fiumicino un uomo responsabile del furto aggravato di un bagaglio ai danni di una cittadina francese. Il malvivente è stato notato dai poliziotti mentre si aggirava con fare sospetto tra i passeggeri intenti ad effettuare le procedure di accettazione. Inutile il suo tentativo di fuga, l'uomo è stato bloccato poco prima di raggiungere le porte di uscita dallo scalo romano. Recuperata l´intera refurtiva. rapina  Luoghi:  Fiumicino
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Rubavano escavatori e li rivendevano in Romania, 4 arresti a Perugia (Wed, 20 Feb 2019)
Erano specializzati nei furti di escavatori, trattori e altri mezzi d'opera. In manette a Perugia i 4 componenti di una banda di romeni, un quinto connazionale denunciato a piede libero. I mezzi venivano rubati in centro Italia e poi portati in Romania per essere rivenduti. Recuperata refurtiva per oltre un milione di euro. furti  Luoghi:  Perugia
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Maltrattamenti all'asilo, maestra ai domiciliari nel Nisseno (Wed, 20 Feb 2019)
Urla, minacce e percosse nei confronti di bimbi tra i 3 e i 5 anni. Incastrata dalle telecamere installate all'interno dell'aula, una maestra 60enne di una scuola dell'infanzia di Milena, in provincia di Caltanissetta, è finita agli arresti domiciliari. Le indagini scattate dopo le segnalazioni da parte dei genitori che hanno denunciato ripetuti episodi di maltrattamenti. maltrattamenti su alunni asilo  Luoghi:  Caltanissetta
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Matera, picchia e minaccia la mamma per soldi: arrestato 21enne (Wed, 20 Feb 2019)
Da tempo un 21enne di Matera picchiava e minacciava la mamma per farsi consegnare soldi coi quali, forse, poi comprava droga. Le violenze spesso avvenivano anche dinnanzi alla badante della donna. Il giovane è stato arrestato e posto ai domiciliari lontano dalla casa della donna Estorsione, rapina continuata e maltrattamenti ai danni della madre: queste le accuse che hanno portato gli agenti delle Volanti e della Squadra mobile della Questura di Matera a sottoporre un giovane di 21 anni agli arresti domiciliari. Il ragazzo, infatti, sin dal mese di maggio dello scorso anno aveva iniziato a compiere violenze fisiche e psicologiche contro la mamma disabile. Il tutto per farsi consegnare quotidianamente soldi con i quali, probabilmente, acquistare della droga. Quando la donna si rifiutava, lui andava in escandescenza arrivando a picchiarla e a minacciarla di morte. In alcuni casi, è emerso che il giovane in preda alla rabbia incontrollabile avrebbe anche danneggiato l’abitazione. La sventurata, nonostante le violenze subite, non ha mai pensato di raccontare il dramma che stava vivendo. Un po’ per proteggere quel figlio uscito di senno, un po’ per vergogna. Senza tralasciare il fatto che spesso il giovane le sottraeva il telefono proprio per impedirle di richiedere aiuto. In alcuni casi, i maltrattamenti avvenivano anche dinnanzi alla badante dell’anziana. Quest’ultima ha più volte provato a difendere la sua assistita dalle prepotenze del ragazzo ma i tentativi, seppur coraggiosi, risultavano purtroppo vani. Recentemente, il 21enne per farsi consegnare 50 euro ha afferrato con veemenza la mamma per la gola. Un gesto di estrema crudeltà che ha spinto la donna a rivolgersi alla polizia di Matera. Dai riscontri effettuati dagli investigatori è emerso in tutta la sua drammaticità la conferma di quanto denunciato dalla donna. Con le prove acquisite, l’Autorità giudiziaria ha accolto la richiesta della polizia di adottare la misura restrittiva della libertà personale a carico del giovane al fine di tutelare la vita dell’anziana. Il giovane, così, è stato fermato ed ora si trova agli arresti domiciliari nell’abitazione di parenti, lontano dall’abitazione della madre. Tag:  violenza estorsione Luoghi:  Matera
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La statua del bacio di Times Square imbrattata col #Metoo in Florida (Wed, 20 Feb 2019)
La statua che ritrae il famoso bacio a Times Square tra l'infermiera e il marinaio è stata imbrattata nella città di Sarasota in Florida dove una scritta #Metoo ha adornato la calza della donna È la foto più famosa del Novecento, è stata immortalata da Alfred Eisenstaedt, e ritrae un'infermiera e un marinaio che si baciano a Times Square in uno dei giorni più importanti per la storia americana: la fine della Seconda Guerra mondiale. Una statua era stata eretta nella città di Sarasota in Florida ma durante la notte alcune persone l'hanno vandalizzata scrivendo #Metoo sulla calza dell'infermiera, facendo riferimento all'hashtag lanciato dalle vittime di molestie e abusi sessuali nel mondo dello spettacolo. La polizia sta indagando per venirne a capo. La vernice spray è di colore rosso. I protagonisti della foto sono Greta Freidman che ha sempre dichiarato di essere stata coinvolta in quel bacio, che in realtà non era sua intenzione baciare George Mendonsa, morto qualche giorno fa all'età di 96 anni. La Friedman se n'era andata già nel 2016. "Più che un bacio romantico, è stato un gesto celebrativo" ha detto la stessa infermiera. E qualcuno ha pensato bene di andare ad utilizzare quella statua per poter protestare insieme a tutte le donne che hanno subito abusi da parte degli uomini, riferisce Bbc. Lo stesso marinaio ammise che aveva bevuto parecchio quel giorno. La polizia sta cercando ora i responsabili anche per le spese sostenute per la pulizia della statua visto che sono state investite alcune migliaia di dollari. Tag:  #metoo atti vandalici Luoghi:  Florida
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Casamonica, i carabinieri sequestrano appartamento occupato abusivamente (Wed, 20 Feb 2019)
Sequestrato dai carabinieri a Ciampino un appartamento di proprietà dell'Ater occupato abusivamente da una famiglia appartenente al clan dei Casamonica Un altro colpo è stato inferto al clan dei Casamonica. I carabinieri hanno sequestrato a Ciampino, in provincia di Roma, un immobile che era stato occupato abusivamente. Un’intera famiglia, composta da padre, madre, due figli e una nuora, si era introdotta nell'immobile situato in via Lisbona. L’appartamento in questione è di proprietà dell’Ater, Azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica del Comune di Roma. Ad intervenire sono stati i carabinieri della Compagnia di Castel Gandolfo che hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro preventivo emesso dal Tribunale di Velletri, su richiesta della locale Procura della Repubblica. Le indagini avevano permessi di appurare che l’intera famiglia aveva occupato l’appartamento nel 1997, senza avere alcun titolo per viverci. Gli occupanti infatti non sono assegnatari di quell’alloggio di edilizia residenziale pubblica. Per liberare lo stabile sarebbero state necessarie alcune ore di contrattazione tra gli indagati e gli operanti, restii a collaborare allo sgombero. Alla fine, però, gli occuopanti hanno acconsentito a lasciare l’abitazione senza inscenare proteste. Tag:  Roma clan dei Casamonica appartamento
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IlGiornale.it - Economia

Ora l'industria lancia l'allarme: l'euro ha ucciso gli investimenti (Wed, 20 Feb 2019)
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Il valore della coerenza (Wed, 20 Feb 2019)
Il lavoro sulla brand identity è inutile se questa non viene applicata con coerenza su tutti i touchpoint, sia all’interno che all’esterno dell’azienda e in concerto tra loro. Un logo da solo, per quanto bello o efficace non basta Mesi di ricerca per definire una brand essence pregnante, che permetta di comunicare veramente chi si è e quale sia la propria proposta di valore, non hanno alcun valore, se la piattaforma di marca che incarna questi risultati non si traduce, con costanza e coerenza, nella comunicazione e nei comportamenti di una azienda. In sostanza lavorare sul brand è inutile se poi non applichi la brand identity con coerenza su tutti i touchpoint, sia all’interno che all’esterno dell’azienda e in concerto tra loro. Un logo da solo, per quanto bello o efficace non basta. Cosa significa nel concreto applicare la brand identity in modo coerente? Innanzitutto capire qual è il posizionamento di marca, i valori, il tono di voce. Poi prendere coscienza di quali siano i propri touchpoint principali, i punti di contatto tra il brand e l’utente. Il brand infatti esiste non solo nel prodotto e nella pubblicità “standard” ma vive (e comunica continuamente) attraverso un ventaglio ampio di declinazioni concrete. Partendo dai punti di contatto più fisici, per poi arrivare a quelli più immateriali, sono diversi gli aspetti da tenere in considerazione per lavorare sulla brand consistency. La funzione del packaging, ad esempio, non si esaurisce nella protezione e nel trasporto di un prodotto ma può diventare un veicolo di messaggi rilevanti per il consumatore, per rendere l’esperienza di consumo di un prodotto più appagante, divertente, o che aggiunge informazioni utili sull’utilizzo. Pensiamo ad esempio ai vasetti di Nutella che hanno sempre raffigurato i personaggi del cartoni animati preferiti dai bambini, riempiendo le credenze di casa con oggetti che quotidianamente rinnovano il rapporto con il brand. Anche gli store fisici sono un touchpoint importante e possono lavorare sul lato esperienziale del brand: Palazzo Fendi, a Roma, è un flagship store che rispecchia il patrimonio culturale della maison di moda: “la storia, l’arte e la bellezza di Roma fanno parte del DNA di Fendi”. Il messaggio, elevato e sicuro, arriva diretto e si sostanzia non solo nelle collezioni e nell’architettura del palazzo ma si arricchisce di esperienze coerenti: il terzo piano di Palazzo Fendi è stato trasformato nel primo hotel Fendi e lo store ospita istallazioni sempre diverse create da artisti emergenti. Passiamo quindi a parlare della consistency ad un livello più immateriale, e cioè la declinazione della brand identity a livello di linguaggio: la verbal identity definisce i contenuti tematici attorno ai quali ruota la narrazione di un brand e soprattutto il registro comunicativo, il "tono di voce” che deve essere coerente con la propria identità e rilevante per il proprio target, attraverso tutti i canali di comunicazione. The Official Ferrari Magazine è un canale di comunicazione di Ferrari che esprime con coerenza una identità “da campione”. Tutti gli articoli della home page, infatti, iniziano con termini chiave che non lasciano spazio al dubbio di trovarsi di fronte ad una eccellenza: “La Ferrari 246 Dino Tasmania dominò il campionato della Tasman Cup del 1969”, “Trionfo da record: il V8 Ferrari è Engine of the Year 2018”, o ancora “Le Ferrari messe all’asta raggiungono prezzi da record”… potremmo continuare e troveremmo ancora macchine eroiche, da podio e sensazionali. Anche il gruppo Virgin insiste su mercati molto diversi con sub-brand con identità visive distinte ma con una forte coerenza di fondo a livello di tone of voice, con un registro sempre fresco, energico e sfidante. Questo rende Virgin estremamente riconoscibile. Per coltivare la consistenza della brand identity lungo tutti touchpoint è importante lavorare anche all’interno dell’azienda: i template delle presentazioni, il modo di comunicare, il registro di linguaggio che si utilizza sia con i clienti che tra colleghi. Perché quanto più si condivide uno stile e lo si “vive”, tanto più lo si fa proprio in modo da trasmetterlo in modo spontaneo anche ai clienti. Certo, non tutti possono permettersi di avere uno store come Palazzo Fendi, ma il concetto non cambia. Anche il più semplice stand fieristico può essere pensato per incarnare al meglio la propria brand essence e il proprio posizionamento di marca. La coerenza, di fatto, non ha un costo. Al massimo richiede lo sforzo di comprendere veramente chi siamo e del rigore con cui decliniamo questa identità in ogni manifestazione del brand. Tag:  brand identity brand essence brand consistency Speciale:  Talking Brands focus
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Diamanti-truffa, mega confisca a 5 banche (Wed, 20 Feb 2019)
Sequestrati 700 milioni. Tra i raggirati Vasco Rossi, Diana Bracco e Federica Panicucci I diamanti sono diventati il peggior nemico dei risparmiatori e anche delle banche. Il nucleo di Polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano ieri ha infatti eseguito un decreto di sequestro preventivo per un valore di oltre 700 milioni nei confronti di cinque istituti, due società e una settantina di persone fisiche (tra cui il direttore generale del Banco Bpm, Maurizio Faroni) nell'ambito di un'inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Riccardo Targetti di Milano e dal pm Grazia Colacicco. Il reato ipotizzato è quello di truffa ai danni dei risparmiatori attraverso la vendita di diamanti. Le banche indagate per la legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti sono: Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps e Banca Aletti. Le società coinvolte sono la Intermarket Diamond Business (Idb) e la Diamond Private Investment spa (Dpi) che vendevano i diamanti come forma di investimento a prezzi che per gli inquirenti erano «gonfiati», rendendo di fatto illiquido un investimento presentato, invece, come di facile liquidazione. Le banche sarebbero coinvolte in quanto hanno venduto dai loro sportelli questi prodotti di investimento, anche se non erano loro ma di altre società. Il sequestro è così ripartito, per l'ipotesi di reato di truffa: 149 milioni nei confronti di Idb, 165 milioni di Dpi, 83,8 di Banco Bpm e di Banca Aletti, 32 milioni di Unicredit, 11 milioni di Intesa, 35,5 di Mps. Per l'ipotesi di autoriciclaggio, il sequestro è di 179 milioni per Idb (fallita il mese scorso) e di 88 milioni per Dpi. Le indagini riguardano fatti tra il 2012 e il 2016: secondo l'accusa le due società avrebbero venduto diamanti da investimento a prezzi molto superiori al loro attuale valore attraverso gli sportelli bancari. Tra i clienti che sarebbero stati truffati, ci sono l'imprenditrice farmaceutica Diana Bracco, la conduttrice Federica Panicucci, l'ex showgirl Simona Tagli e anche il cantante Vasco Rossi: la rockstar avrebbe investito nell'acquisto di diamanti 2,5 milioni. Ad accendere un faro sulla vicenda era già stata l'Antitrust che al termine della sua istruttoria aveva irrogato una sanzione complessiva da 15,3 milioni a carico delle due società e di quattro banche (Montepaschi, Banco Bpm, Unicredit e Intesa) che - aveva spiegato il Garante nel suo provvedimento - fornivano «ampia credibilità alle informazioni contenute nel materiale promozionale delle due società, determinando molti consumatori all'acquisto senza effettuare ulteriori accertamenti». Gli stessi istituti, per rispondere alla proteste dei risparmiatori, pur essendosi sempre dichiarate estranee alle operazione di vendita hanno comunque deciso in alcuni casi di provvedere a un rimborso di quanto investito da parte di alcuni risparmiatori. La vicenda a maggio dell'anno scorso si è anche tinta di giallo con la morte di Claudio Giacobazzi, presidente e ad di Intermarket Diamond Business, ritrovato senza vita in una camera d'hotel a Reggio Emilia, non lontano dal casello dell'A1. La procura di Reggio aveva aperto un'inchiesta per istigazione al suicidio.
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Alitalia punta al miliardo. Ma la strada resta in salita (Wed, 20 Feb 2019)
Oggi a Londra vertice con Fs, Delta e EasyJet, occhi su valorizzazione e bad company. La pista Lufthansa Oggi a Londra si incontreranno le delegazioni di Fs, Delta e EasyJet per procedere sulla via di un accordo su Alitalia. Se, come si ipotizza, Delta e Easyjet verseranno 200 milioni a testa, la nuova Alitalia ripulita dai debiti, verrebbe valutata un miliardo. L'esigenza avvertita dalla parte italiana è di fare presto, poiché l'erosione della cassa della compagnia è inesorabile. I negoziati non sono ancora arrivati alla valutazione dei versamenti in conto capitale; per ora, come trapela da ambienti ferroviari, si stanno definendo le quote: FS fino al 30%, Ministero dell'Economia 15-20%, 20% a testa le due compagnie straniere, il rimanente diviso tra altre società a controllo pubblico, come Poste o Leonardo. Ma l'ad Alessandro Profumo ha allontanato l'idea di un coinvolgimento della società della Difesa, e le Poste dicono: «Abbiamo già dato, da Alitalia siamo già stati scottati». Il modello è quello previsto dalla legge: i commissari scorporano i debiti (secondo la compagnia sarebbero molto inferiori ai 3,2 miliardi da più parti indicati), che vengono collocati in una bad company, e vendono la parte attiva della compagnia a una newco costituita dai nuovi soci. Con il denaro incassato, i commissari hanno l'incarico di pagare i creditori, a cominciare dal governo che ha erogato il prestito ponte. Qui sorgono due quesiti: primo, se quel miliardo versato da FS, Delta, EasyJet, ministero eccetera serve ad acquistare la parte buona di Alitalia dai commissari, con che denaro saranno finanziati gli investimenti di cui il rilancio necessita? Secondo: il governo, che esprime la volontà politica di salvare azienda, dipendenti e identità italiana, non risulta abbia speso parole di rassicurazione per i fornitori-creditori che, finendo nella bad company, sono i veri perdenti dell'operazione. Già alcuni aeroporti, fin dal bilancio 2017 (la procedura è cominciata il 2 maggio di quell'anno), hanno cominciato a svalutare i crediti vantati verso Alitalia. Molti osservatori lamentano il fatto che i colloqui siano ancora in alto mare e che intanto la cassa della società, frutto del prestito ponte da 900 milioni e già dimezzata, continui ad assottigliarsi. In alto mare appare poi il piano industriale, promesso per fine marzo, sul quale le indicazioni appaiono molto generiche e tutte a vantaggio altrui: se il salvataggio andrà in porto, EasyJet si impadronirebbe degli slot di Alitalia a Linate (il 60% del mercato), diventando l'operatore determinante per il ricco bacino milanese, dove già opera a Malpensa come prima compagnia con il 35% del traffico. Delta appare più interessata a discorsi sul lungo raggio, ma entrambi i vettori agirebbero anche con il preciso intento di sbarrare la strada a Lufthansa, che resta sempre un candidato possibile. Né Delta né EasyJet hanno inoltre manifestato in modo chiaro la propria volontà, e anche le comunicazioni alle autorità di Borsa Usa e inglesi, sono passate inosservate. Al contrario, Lufthansa ha ribadito le proprie condizioni anche di recente, confermando un interesse che, più passa il tempo, più diventa realistico.
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Dieselgate, VW se la cava Parola alla Cassazione (Wed, 20 Feb 2019)
Respinto il ricorso di un automobilista per il rimborso, l'Appello dà ragione a Volkswagen Berlino È come una lunga partita a tennis con molti game e set. Martedì la giustizia tedesca ha assegnato un punto ai costruttori di autoveicoli diesel: la corte di appello di Braunschweig, in Bassa Sassonia, ha confermato la sentenza con cui il tribunale di Brunswick, anche questo in Bassa Sassonia, aveva respinto la richiesta di un ex cliente di Volkswagen. Il ricorrente aveva comprato una vettura diesel della casa tedesca, ma venuto a conoscenza dello scandalo delle emissioni taroccate aveva chiesto a VW di rimborsare il prezzo dell'auto che, evidentemente, non avrebbe comprato se avesse saputo quanto inquinava. Nella sua richiesta di rimborso, l'ex cliente della casa di Wolfsburg è rappresentato da myRight, un'associazione di consumatori investita da 35mila domande di risarcimento da parte dei proprietari di altrettanti veicoli diesel. VW ha accolto favorevolmente la sentenza dell'Oberlandesgericht di Braunschweig, ma gli avvocati di myRight preparano l'affondo finale alla Corte di Cassazione federale, più lontana dalla Bassa Sassonia (il Land detiene oltre il 20% di Volkswagen) e dagli impianti del gruppo. «Avevamo già messo in conto la sentenza di respingimento ma siamo ottimisti perché la corte di appello ha anche stabilito che il ricorso in Cassazione è esperibile, e questo non lo davamo per scontato», ha spiegato a il Giornale l'avvocato Lene Kohl. Kohl lavora per Hausfeld, un importante studio legale americano, il cui braccio tedesco supporta myRight nella sua azione collettiva contro VW. I successi non mancano: giorni fa il tribunale di Krefeld, in Nord Reno-Westfalia, ha deciso in primo grado a favore del ricorrente «anche se l'uomo aveva già rivenduto la sua auto», ha aggiunto Kohl. La scorsa settimana il quotidiano berlinese Taz aveva fatto le pulci ai dati diffusi in numerose apparizioni televisive dall'ex presidente della Società tedesca di Pneumologia Dieter Köhler: spacciatosi per un esperto di polveri sottili ma in materia non aveva alcuna pubblicazione alle spalle il medico in pensione aveva sostenuto che le emissioni diesel non facciano poi così male. Quando la Taz gli ha chiesto chiarimenti, il luminare ha ammesso che i suoi dati erano sballati. In quel caso il punto era stato assegnato a mezzo stampa ai consumatori gabbati. A chiudere il match dovrà intervenire a questo punto la Cassazione: alla casa di Wolfsburg, myRight chiede 800 milioni in risarcimenti ai propri assistiti. A differenza di quella più recente intentata dall'Automobil club tedesco (Adac) contro VW, quella di myRight non è propriamente una class action ma la somma di tante azioni analoghe: la pratica della class action è ammessa in Germania solo dallo scorso novembre.
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Un nuovo modo di pensare l'economia e la finanza (Wed, 20 Feb 2019)
La finanza contemporanea presenta, quasi quotidianamente, novità di grande importanza che risparmiatori e investitori devono conoscere e comprendere. Il progetto congiunto tra Il Giornale e Moneyfarm punta a sviluppare con decisione tale conoscenza. L'economia e la finanza sono settori da esplorare con gli strumenti giusti, utili a comprendere al meglio i meccanismi che ne regolano la struttura e il funzionamento. Dal generale contesto economico alle novità di mercato, infatti, la conoscenza necessaria per orientarsi in un mare tanto amplio è notevole, considerato inoltre il fatto che l'economia e la finanza sono settori in cui l'impatto dell'innovazione e delle nuove tecnologie si manifesta nella misura più esplicita. A partire dalle prossime settimane Il Giornale lancerà una sezione specificatamente dedicata alle tematiche economico-finanziare, puntando a rafforzare la conoscenza e l'informazione dedicata alle più importanti questioni in materia e, in particolare, agli sviluppi più interessanti nel campo dell'innovazione settoriale e della gestione del risparmio. Il progetto sarà portato avanti in collaborazione con Moneyfarm, arrembante società milanese attiva nel settore della finanza "di confine", giovane e dinamica realtà protagonista a livello europeo per quanto riguarda la gestione digitale del risparmio, votata per quattro anni consecutivi (2015-2018) miglior servizio di consulenza indipendente in Italia. I pilastri dell'attività operativa di Moneyfarm sono chiari e innovativi. La società offre ai clienti prodotti di investimento ad hoc fortemente orientati al profilo del soggetto con cui è in interazione basando la sua attività su quattro pilastri: diversificazione, ottimizzazione dei costi, ricerca di un orizzonte temporale adeguato e monitoraggio costante del portafoglio del cliente. Inserita dall'Agi tra le "start-up modello" italiane, Moneyfarm ha racolto oltre 30 milioni di euro per la sua attività operativa e le recensioni del suo operato da parte dei clienti riportano feedback estremamente positivi, con un grado di soddisfacimento complessivo che sfiora il 95%. La sinergia tra la testata e Moneyfarm si propone di portare avanti uno sviluppo sistemico della consapevole, chiara e trasparente conoscenza di realtà fondamentali per la nostra esistenza quotidiana e, soprattutto, di favorire una presa di consapevolezza dell'esistenza di importanti opportunità nel campo della gestione del risparmio e dell'investimento anche in un Paese, come l'Italia, che ha storicamente visto una preponderanza dei canali tradizionali della finanza. Particolare interesse sarà dedicato al campo del fintech, non più da considerarsi una sorta di "ultima frontiera", quanto piuttosto una realtà concreta e ricca di opportunità e prospettive. William Bagehot, padre del giornalismo economico e fondatore dell'Economist, ha detto che "la vita è un compromesso tra ciò che la tua personalità vuole che tu faccia, ciò che la tua esperienza ti consiglia di fare e ciò che i tuoi nervi ti consentono di fare". Questo ragionamento vale anche come descrizione delle dinamiche economico-finanziarie. Con la consapevolezza del fatto che ogni buon risparmiatore e investitore deve tenere ben presente il fatto che, nell'agire per sfruttare le diverse opportunità che i mercati mettono a disposizione, mosse lungimiranti devono essere dettate in maniera dominante dalla conoscenza razionale e dall'esperienza consolidata. Per questo la conoscenza dei segreti della finanza e delle sue prospettive di sviluppo è importante ed è la più grande assicurazione per prevenire che beni, ricchezze e risparmi, i frutti di lavoro e sacrifici, possano essere messi a rischio o minacciati da shock di varia natura, dai "cigni neri" contro cui di recente il Ministro Paolo Savona ha lanciato un avvertimento, o da azioni promosse senza la dovuta conoscenza della materia. I temi rilevanti non mancano: il filone dominante del progetto sarà, in ogni caso, fortemente concentrato sul risvolto concreto che le grandi realtà e le novità del contesto economico finanziario possono garantire a investitori e risparmiatori consapevoli delle loro potenzialità. Contribuendo a rafforzare un contesto generale che necessita in maniera vitale di stabilità. Tag:  finanza Moneyfarm investimenti
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Da Sondrio alle Cayman Al Creval comandano i fondi (Wed, 20 Feb 2019)
Dumont in regia, ma il primo socio (7%) è un hedge Per anni è stato considerato un piccolo feudo di Comunione e Liberazione, poi con la trasformazione in spa e l'addio al meccanismo «una testa, un voto» tipico delle Popolari, il Credito Valtellinese è diventato una public company, con il cuore a Sondrio ma con fondi esteri al comando a fare da nuova leva e soci che hanno il portafoglio molto lontano dalla Valtellina. Come l'hedge fund Altera Absolute Investments, che ha la base alle Isole Cayman e lo scorso 8 febbraio è diventato il primo azionista dell'istituto guidato da Mauro Selvetti con una quota del 7,07 per cento. Altera, che sarebbe entrato nel capitale in occasione del rafforzamento da 700 milioni del febbraio 2018, potrebbe aver comprato nelle scorse settimane alcune quote dal fondo Steadfast Capital Management del finanziere Robert Pitts. Il fondo dal 2 gennaio è, infatti, sceso sotto la soglia del 5% (al 4,96%) del Creval e da allora potrebbe aver ridotto ulteriormente la propria quota. L'hedge fund Steadfast deteneva a marzo 2018 una quota dell'8,554% del capitale della banca valtellinese. E mentre il fondo delle Cayman si posiziona lungo sul titolo dell'istituto lombardo, Morgan Stanley il 12 febbraio è salita anche se di poco nell'azionariato portandosi dal 5,8% al 6,3%, con diritti di voto per l'1,2%. A seguire c'è una piccola pattuglia di soci che detengono pacchetti attorno al 5% del capitale: il fondo Hosking Partners con il 5,06%, la Dgfd dell'imprenditore francese Denis Dumont (al 5,78%), il fondo Algebris di Davide Serra (al 5,3%) e il Credit Agricole con il 5 per cento. Alla svolta storica avevano messo il sigillo, nell'ottobre scorso, i soci riuniti a Milano - per la prima volta non a Sondrio - votando a larghissima maggioranza l'unica lista di maggioranza presentata, quella promossa dall'azionista franco-svizzero Dumont: favorevole il 69,9% del capitale presente. Un esito scontato, considerando la manovra varata a sorpresa dallo stesso Dumont l'8 agosto: in quell'occasione l'imprenditore attivo nella grande distribuzione aveva chiesto la revoca dell'intero cda come contromossa rispetto al rafforzamento nel capitale da parte dell'altro azionista francese, Crédit Agricole. Al posto del presidente dimissionario Miro Fiordi, manager di lungo corso della banca, i francesi hanno portato Luigi Lovaglio, ex ad della polacca Bank Pekao (il cui controllo è stato ceduto nel 2017 da Unicredit al gruppo Pzu) lasciando il timone a Selvetti. Sul fronte dei conti, il Creval ha chiuso il 2018 con un utile netto di 31,7 milioni contro una perdita di 331 milioni dell'anno scorso. Il cda ha anche avviato l'elaborazione di un nuovo piano industriale dopo aver messo in campo una radicale pulizia di bilancio: lo stock dei crediti deteriorati lordi è stato ridotti a 2 miliardi, in calo del 51% su base annua. In Piazza Affari, però, la performance del titolo Creval resta negativa: nell'ultimo anno le azioni hanno lasciato sul terreno quasi il 31% e ieri hanno chiuso al seduta in calo dell'1,6% a 0,06 euro. CC
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Enel, lascia il presidente di Endesa (Wed, 20 Feb 2019)
Sofia Fraschini Rivoluzione ai vertici di Endesa, il «satellite» spagnolo dell'Enel, azionista di maggioranza con il 70,10%. Borja Prado lascerà la presidenza del colosso energetico all'assemblea generale degli azionisti di aprile. Un'uscita di scena che arriva dopo 10 anni di mandato e che, secondo i media spagnoli, sarebbe stato oggetto di un lunga negoziazione interna «a causa di una serie di incomprensioni» con l'ad, Francesco Starace», voci che non trovano però riscontro sul fronte italiano. Da qui è però partita la sostituzione. Endesa ha, infatti, comunicato alla Consob spagnola (Cnmv) che Enel ha informato il cda che proporrà «un adeguamento del regolamento interno per limitare la durata massima della carica di presidente della società per ragioni di buon governo corporativo». Tale modifica comporterà l'impossibilità di proporre Prado. Insomma, il cambio al vertice è servito. Formalmente, spetterà al cda di Endesa, previsto per l'11 marzo, convocare l'assemblea generale (attesa il 12 aprile) dei soci e proporre i candidati per il ruolo di consigliere. Prado potrebbe essere sostituito da Juan Rosell, ex presidente del Ceoe (la Confindustria spagnola), mentre gli incarichi esecutivi potrebbero essere affidati all'ad José Bogas. Disinnescare «la mina» Prado che secondo i media spagnoli «non ha mai condiviso le politiche» di Enel sia sui dividendi sia in America Latina permetterà all'Enel di affrontare con maggiore tranquillità le sfide future: quella lunga e complessa della transizione energetica, ma anche la questione centrale in Spagna del futuro delle centrali nucleari. Borja Prado dovrebbe chiudere in bellezza con una buona uscita di oltre 13 milioni di euro.
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Lineapelle, attesi 20mila visitatori (Wed, 20 Feb 2019)
Via alla 96esima edizione della fiera diventata un laboratorio di stile L'appuntamento è da domani e fino a venerdì al polo fieristico di Rho, alle porte di Milano, dove sarà ospitata la 96esima edizione di Lineapelle, il salone dedicato alla pelle lavorata e declinata in tutti i modi: dagli accessori ai tessuti, dalle calzature alla pelletteria, fino all'abbigliamento. I numeri sono di tutto rispetto: un'area di 45.700 metri quadrati sarà occupata da 1.255 espositori, con una nutrita rappresentanza straniera (il 38%) a dimostrare il carattere internazionale della rassegna, mentre i visitatori attesi saranno oltre 20mila, a cui si aggiungeranno le delegazioni estere (con il supporto del ministero degli Esteri e dell'Ice) in arrivo da Regno Unito, Russia, Francia, Cina, Stati Uniti, Giappone e Turchia. La fiera si pone l'obiettivo di confermare il suo ruolo di laboratorio stilistico, unendo il contenuto moda delle Trend Area al nuovo concept di allestimento delle Lounge Area, attraverso momenti espositivi tematici, per rendere tangibili le referenze cromatiche e di riferimento concettuale della stagione estiva 2020. Grazie ai suoi spin off di Londra New York, Lineapelle si sta affermando a livello internazionale come piattaforma di business settoriale di assoluto rilievo. A dimostrarlo sono i risultati di un'indagine di Euromedia Research, condotta durante la precedente edizione del salone, secondo cui il 92,2% del campione intervistato considera la rassegna milanese «un evento di successo». Lineapelle96 è il link attivo che connette l'intera filiera direttamente alla moda, in virtù della prossimità con le sfilate di Milano Moda Donna (19/25 febbraio), e alla tecnologia d'avanguardia grazie alla sinergia con Simac Tanning Tech che, negli stessi giorni, ospita a Fieramilano Rho oltre 300 eccellenze innovative specializzate in impianti e soluzioni per l'industria conciaria, calzaturiera e della pelletteria.
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Ecobonus auto: prenotazioni e risorse ad esaurimento (Tue, 19 Feb 2019)
Il bonus auto? Fino a esaurimento e su prenotazione. Il decreto ministeriale di fatto sancisce i termini degli incentivi: erogazione fino ad esaurimento delle risorse Il bonus auto? Fino a esaurimento e su prenotazione. Il decreto ministeriale di fatto sancisce i termini degli incentivi: erogazione fino ad esaurimento delle risorse. Si avranno a disposizione 5 mesi di tempo per l'immatricolazione dal momento che viene prenotato il veicolo. Dunque per chi cambia l'auto con un incentivo è fondamentale il fattore tempo: l'importante è arrivare per primi. Le risorse disponibili sono circa 60 milioni dall'1 marzo per l'anno 2019, 70 milioni per il 2020 e altri 70 per il 2021. Nel caso in cui, come ricorda il Sole 24 Ore, nel 2019 non venissero usate tutte le risorse, quelle rimanenti verrebbero messe a budget nell'anno successivo. Il Mise avrà il compito di monitorare il flusso degli incentivi e le risorse. Per quanto riguarda gli incentivi che sono dedicati ai modelli elettrici e ibridi con emissioni che non superano i 70g/km, sarà creato un portale online gestito da Invitalia. I concessionari dovranno registrarsi sul portale e prenotare gli incentivi sul sito. L'ecobonus vanno riconosciuti per l'acquisto di auto nuove con prezzo di listino inferiore a 50mila euro. Ovviamente l'incentivo viene maggiorato in caso di rottamazione di un vecchi veicolo. In questo caso il bonus è di seimila euro mentre in caso di assenza di rottamazione il contributo scende a 4mila euro fino a un minimo di 1500 euro in caso di emissioni da 70g/km. Tag:  incentivi ecotassa automobili
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IlGiornale.it - Sport

Maxi Lopez punge Wanda Nara e la Lucarelli: "Quante cose avrei da dire su loro due..." (Wed, 20 Feb 2019)
Maxi Lopez ha risposto ad un post di Selvaggia Lucarelli su Facebook: "Quante cavolate di questa presunta signora. Ho tante cose di raccontare di queste 2 nella Milano by night" Il triangolo Icardi-Wanda Nara-Inter sta impazzando ormai da una settimana e pare che ancora se ne parlerà per molto tempo dato che le parti non sembrano convenire ad un accordo. Tanti addetti ai lavori, tifosi e parti in causa stanno dicendo la loro ma in tutto questo caos mancavano le parole dell'acerrimo nemico della coppia Mauro-Wanda: l'ex marito di lei e amico di lui Maxi Lopez. L'attaccante argentino, oggi in forza al Vasco da Gama in Brasile, è stato silente per diverso tempo ma ieri ha risposto per le rime a Selvaggia Lucarelli che ha postato sui social un suo articolo pro Wanda. Maxi Lopez, ha infatti risposto così in riferimento all'ex moglie e alla Lucarelli: "Quante cavolate di questa presunta signora... quando cercano di spostare i loro problemi iniziano a parlare senza senso per cercare di spostare un problema che prima o poi arrivava. Dios las hace y ellas se juntan. Ho tante cose di raccontare di queste 2 nella Milano by night". Maxi e Wanda non si sono lasciati affatto bene e le cose non sono di certe migliorate negli anni. Quante cavolate di questa presunta signora... quando cercano di spostare i loro problemi iniziano a parlare senza senso per cercare di spostare un problema che prima o poi arrivava. Dios las hace y ellas se juntan. Ho tante cose di raccontare di queste 2 nella #milanobynight pic.twitter.com/A9A6Iru6xA — Maxi Lopez (@MaxiLopez_11) 19 febbraio 2019 A queste parole, però, ha subito risposto Selvaggia Lucarelli che dalla sua pagina Facebook ha attaccato: "Vorrei conoscere qualcosa in più delle mie famose notti nella movida milanese, ma temo lui non ne sappia molto, visto che a Milano il ragazzo ha giocato (poco e male) 5 mesi. Mi sento già dentro Il Segreto, comunque". Tag:  FC Inter Persone:  Mauro Icardi Wanda Nara Maxi Lopez
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Dotto 'difende' Collovati: "La donna che parla di calcio smette di esistere appena lo fa" (Wed, 20 Feb 2019)
Il giornalista Giancarlo Dotto sta dalla parte di Fulvio Collavati dopo il polverone sollevato sul tema donne-calcio: "Vado più estremo. Una donna, ma diciamola femmina, che parla di calcio, non mi rivolta lo stomaco, smette di esistere l’attimo stesso in cui lo fa" Le parole di Fulvio Collovati a 'Quelli che il Calcio' hanno stupito tutti e hanno sollevato un polverone mediatico di dimensioni cosmiche. L'ex difensore di Inter e Milan, tra l'altro, è stato anche sospeso dalla Rai per le sue parole sessiste e maschiliste nei confronti delle donne:"Quando sento una donna parlare di tattica mi si rivolta lo stomaco - ha detto in diretta - Se tu parli della partita, di come è andata e cose così, bene. Ma non puoi parlare di tattica perché la donna non capisce come un uomo, non c’è niente da fare". In tanti hanno criticato Collovati per le sue parole e la moglie Caterina che ha provato a prendere le sue difese. C'è chi però la pensa come l'ex calciatore, come il giornalista Giancarlo Dotto che ai microfoni del Corriere dello Sport ha spiegato: "Condivido Fulvio Collovati, non mi piace come l’ha detto. Vado più estremo. Una donna, ma diciamola femmina, che parla di calcio, non mi rivolta lo stomaco, smette di esistere l’attimo stesso in cui lo fa. Ma non perché sia inadeguata e blateri sfondoni, come insinua maldestro Collovati. Smette di esistere, al contrario, quanto più è adeguata, quando ne parla in modo credibile e ti sorprendi a pensare 'Toh, è più brava di Beppe Bergomi'. Lì mi diventa insopportabile. Arrivo a detestarla, per quanto si sottrae al dovere estetico ed etico della differenza, precipitando nell’aberrazione della citazione maschile". Tag:  calcio donne Persone:  Fulvio Collovati
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Inter-Barcellona, c'è l'intesa per Rakitic: pronto un triennale per il croato (Wed, 20 Feb 2019)
L'Inter vuole affondare il colpo con il Barcellona per Rakitic. Offerti 35 milioni, i blaugrana ne vogliono 45: a 40 si può chiudere. Per il giocatore pronto un ricco contratto triennale Il caso Icardi sta continuando ad agitare le acque in casa Inter, ma intanto gli uomini di mercato nerazzurro stanno continuando a lavorare per rinforzare la rosa in vista della prossima stagione. Beppe Marotta e Piero Ausilio hanno infatti messo nel mirino Ivan Rakitic e secondo quanto riporta la Gazzetta dello Sport la delegazione dell'Inter ha già incontrato la dirigenza del Barcellona per formalizzare un'offerta per l'ex Siviglia e Schalke 04. Rakitic è alla sua quinta stagione in blaugrana e in questi anni si è sempre ritagliato il suo spazio vincendo tutto: il croato ha messo insieme 237 presenze condite da 35 reti e dopo tanti anni passati tra Svizzera, Germania e Spagna potrebbe essere l'Italia ad accoglierlo. L'Inter, dopo aver praticamente chiuso per il difensore dell'Atletico Madrid Diego Godin che arriverà a costo zero a Milano ai primi di luglio, sta per piazzare un altro grande colpo di mercato con l'ingaggio di un fuoriclasse come Rakitic. Pare che la distanza sia di 10 milioni di euro dato che l'Inter offre 35 milioni, mentre il Barcellona ne vuole 45 per il cartellino del suo giocatore. La sensazione è che venendosi incontro a metà strada, 40 milioni di euro, i nerazzurri potrebbero incassare il sì della società spagnola dopo l'assenzo garantito dal calciatore. Il club di Corso Vittorio Emanuele è pronto a fargli firmare un contratto triennale fino al 30 giugno del 2022: il suo attuale accordo con i Barcellona scade nel 2021e ha un ingaggio da 5,5 milioni di euro. Tag:  FC Inter Persone:  Ivan Rakitic
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Juve, Pjanic: "Vogliamo tornare a Madrid per giocarci la finale" (Wed, 20 Feb 2019)
Juventus in trasferta a Madrid, con l'Atletico di Simeone, nell'andata degli ottavi di finale di Champions League. "Ci aspettano due partite complicate, ma vogliamo tornare a Madrid per giocarci la finale", spiega in conferenza stampa il centrocampista dei bianconeri, Miralem Pjanic. Champions League Juventus 
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Juve, Allegri: "Dobbiamo porre le basi per passare il turno" (Wed, 20 Feb 2019)
Riparte la Champions per la Juventus in trasferta a Madrid, contro l'Atletico, nell'andata degli ottavi di finale. "Dobbiamo porre le basi per passare il turno", spiega in conferenza stampa il tecnico dei bianconeri, Max Allegri, che annuncia Dybala titolare. Khedira invece è rimasto a Torino per accertamenti. Champions League Juventus Persone:  Massimiliano Allegri 
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Inter, Wanda Nara attacca: "Non gioca più senza la fascia? Quante caz..." (Wed, 20 Feb 2019)
Wanda Nara ha attaccato la Gazzetta dello Sport, accusata di aver riportato una notizia non vera: "Vergognoso! Continuare a dire queste ca... è ancora più pericoloso" Continua il braccio di ferro tra l'Inter, Mauro Icardi e Wanda Nara, con la moglie e agente dell'ex capitano nerazzurro che ieri su Twitter ha attaccato pesantemente la Gazzetta dello Sport. L'argentina, infatti, non ha gradito l'indiscrezione secondo cui il marito non tornerà più in campo fino a quando non riavrà sul braccio la fascia di capitano. Wanda ha attaccato: "Vergognoso!!!! La Gazzetta è partner dell’Inter. Continuare a dire queste cazzate è ancora più pericoloso. La verità è sempre e solo una!!". La verità, per ora, la conoscono solo i protagonisti: Icardi, Wanda Nara, tutta l'Inter e tutto lo spogliatoio nerazzurro diventato improvvisametne una polveriera. Vergognoso!!!! La Gazzetta è partner dell’Inter. Continuare a dire queste cazzate è ancora più pericoloso. La verità è sempre e solo una.!! pic.twitter.com/76LxkkNAa9 — wan (@wandaicardi27) 19 febbraio 2019 Ieri sera, tra l'altro, la famiglia Icardi ha festeggiato il compleanno di Mauro con Wanda Nara che ha invitato solo alcune fidanzate e mogli dei compagni di squadra del marito. Presenti lady Lautaro Martinez, lady Nainggolan, lady Gagliardini, lady Candreva, lady D'Ambrosio: nessuna traccia delle compagne di Marcelo Brozovic, Ivan Perisic, Samir Handanovic e tante altre. Vero è che ogni giocatore costruisce un rapporto più o meno stretto con chi vuole, ma questa potrebbe essere una piccola provocazione di Wanda che ha raccolto e radunato, forse, chi non ha "ammutinato" Icardi. Tag:  FC Inter Persone:  Wanda Nara Mauro Icardi
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Calci di punizione e pugni di ferro: i 50 anni del sergente Mihajlovic (Wed, 20 Feb 2019)
Compie 50 anni Sinisa Mihajlovic, uno dei giocatori simbolo del calcio italiano. Bandiera di Sampdoria, Lazio e Inter, è passato alla storia per i suoi gol su calcio piazzato. Ma anche per le sue idee politiche e l'amicizia con la Tigre di Arkan "Sono nato in un Paese dove non si è duri per scelta, ma per sopravvivere". Quel Paese è la Serbia, anzi, la Jugoslavia. Tra i suoi massimi esponenti calcistici Sinisa Mihajlovic, che oggi compie 50 anni. Un traguardo festeggiato sulla panchina del Bologna, ultima tappa di una carriera infinita - prima da giocatore e poi da allenatore - che merita di essere raccontata e sviscerata in tutte le sue fasi, anche quelle meno felici. I 28 gol su punizione in Serie A, certo, segnati con le maglie di Roma, Sampdoria, Lazio e Inter. La tenera amicizia con il suo secondo padre Vujadin Boskov, l'unico capace di farlo sciogliere in un pianto commosso e liberatorio. Ma anche i 20 anni segnati dalla guerra in Jugoslavia, lui che era figlio di genitori serbo-croati. Il rapporto con la Tigre di Arkan. E tanto altro ancora. "Mi piaceva calciare, non giocare a calcio" Vukovar è come Waterloo, Austerlitz e Marengo. Una piccola città della Croazia, al confine con la Serbia, passata alla storia per l'omonima battaglia che nel 1991 contrappose le truppe jugoslave e le forze di difesa croate. In palio c'era qualcosa di più delle costruzioni barocche che adornano il centro storico della cittadina: il futuro della Jugoslavia, che (anche) il carisma del maresciallo Josip Broz Tito aveva tenuto unita nell'omonima Repubblica Socialista Federale. Fino al 1991, quando la Croazia dichiara la sua indipendenza scatenando la reazione della JNA, la guardia nazionale jugoslava. Che, a fine anno, assedia e conquista Vukovar. Lì Mihajlovic era nato nel 1969, figlio di padre serbo e madre croata. "Da piccolo non mi piaceva giocare a pallone, ma solo calciare. Ogni giorno facevo due km a piedi per arrivare a un campo dove c'era una porta grande, ma senza rete. Per quattro-cinque ore tiravo di continuo, senza mai fermarmi". È su quel campetto che Sinisa affina la sua dote migliore: il calcio di punizione. La sua infanzia è felice. Il giovane Mihajlovic è un capellone, strano per un ragazzo a cui insegnano che la disciplina è tutto. Ed è tifoso della Stella Rossa, il club "serbo" per antonomasia. A 16 anni fa un provino con i crveno-beli, ma viene bocciato. [[youtube w-54sOMkXdo]] Poco male, ci arriverà nel 1991 giusto in tempo per vincere scudetto, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale. Sinisa è un esterno sinistro di centrocampo. Ha un bagaglio tecnico importante: piede, corsa, aggressività e lunghi capelli raccolti attorno a una "faccia da schiaffi". A 22 anni Mihajlovic è già un leader. In Europa segna 5 gol in 10 partite, compreso quello - fortunoso - contro il Bayern Monaco fondamentale per centrare la finale di Bari dove i biancorossi di Belgrado battono ai calci di rigore l'Olympique Marsiglia. Racconta Domenico Arnuzzo, che allora era responsabile del settore giovanile della Sampdoria: "In quella stagione andai più volte a Belgrado per osservarlo. Era un talento incredibile, con qualità tecniche molto importanti, personalità e un carattere fortissimo". "Arkan? Ha salvato la vita a mio zio" Prima di arrivare in Italia ("Ho sempre avuto il desiderio di venire da voi, mi è sempre piaciuto come Paese ma anche per il modo di giocare a calcio"), Mihajlovic gioca un altro anno a Belgrado. La Jugoslavia, però, è una polveriera. Solo un anno prima tifosi e calciatori di Stella e Dinamo Zagabria si erano scontrati prima di una partita di Prva Liga e un certo Zvonimir Boban aveva tirato un calcio a un agente di polizia. Ma è nel 1991 che crolla il castello jugoslavo, con la dichiarazione di indipendenza di Slovenia e Croazia. In Slovenia la guerra si accende e si spegne nel giro di 10 giorni, mentre in Croazia inizia a luglio per non finire mai. È questa, almeno, la sensazione degli abitanti di Vukovar, che si arrendono il 18 novembre dopo un'eroica e inutile resistenza. Nel mezzo fame, morte e distruzione a cui non sfugge neppure la casa natale di Sinisa Mihajlovic. [[youtube BhfLHi_rTfw]] "Mia madre è croata, mio padre serbo. Quando si spostarono da Vukovar a Belgrado, mamma chiamò suo fratello Ivo e gli disse di venire a casa mia. La risposta di mio zio è stata: 'Perché hai portato via tuo marito? Quel porco serbo doveva restare qui così lo scannavamo'. Il clima era questo". Un conflitto etnico con bombe, stupri, violenze di massa e centinaia di persone scomparse nel nulla. C'era la mano della Tigre di Arkan, soprannome di Zeljko Raznatovic, che di Sinisa era amico. Lui non l'ha mai rinnegato. "Gli ho dedicato un necrologio. Era mio amico e capo dei tifosi della Stella Rossa. Con noi giocatori, del club e della nazionale jugoslava, si è sempre comportato bene. Aveva catturato mio zio Ivo, l'ha salvato dopo avermi chiamato al telefono. Ma non condivido i suoi crimini". Precisazione necessaria, quella di Mihajlovic, accusato di voler difendere un assassino. La Roma, Boskov e l'amicizia col "Pupone" "Non vedevo l'ora di venire in Italia". Avviene nel 1992, quando Sinisa approda alla Roma dopo essere stato a lungo corteggiato dalla Sampdoria. Ha una grande voglia di riscatto. Il motivo? L'esclusione della sua Jugoslavia dagli Europei vinti a sorpresa dalla Danimarca. In giallorosso trova un allenatore che sarebbe diventato per lui una sorta di secondo padre: Vujadin Boskov. Lo "zio Vuja", amato in Spagna come in Olanda, in Jugoslavia come in Italia, ha un record: è stato l'unico, in tempi recenti, a scatenare un vortice di emozioni nella testa e nel cuore del "sergente di ferro" Mihajlovic: tanto da farlo piangere. "Era molto intelligente. Tu pensavi che lui faceva ciò che gli dicevi, ma eri tu che facevi quello che diceva lui", il commosso ricordo dell'attuale tecnico del Bologna. [[youtube q_0WLnmxGjk]] Nelle due stagioni in maglia giallorossa, Sinisa segna 7 gol in 69 partite: niente male. "Ci siamo conosciuti per la prima volta nel 1992: io giocavo nella Lazio, lui nella Roma. Ricordo che i media gli avevano dedicato molta attenzione perché era già famoso per le sue punizioni. Siamo diventati subito grandi amici", racconta Dario Marcolin, suo compagno di squadra alla Lazio e vice a Catania e Firenze. Eppure, Mihajlovic non riesce a legare con la piazza giallorossa. Che, solo qualche anno dopo, gli avrebbe riconosciuto il merito di avere svezzato un campioncino in erba: Francesco Totti. "Dovevamo andare a giocare a Brescia. Francesco era solo un ragazzino, ma una volta lo avevo visto giocare a Trigoria con la Primavera: mi aveva impressionato. Vado da Boskov e gli dico: 'mister, portiamolo con noi a Brescia: questo è bravo'. A 15 minuti dalla fine vinciamo 2-0. Mi avvicino alla panchina e dico a Boskov di metterlo dentro. Vujadin urla: 'Ragazzino'. Si alza Muzzi e Boskov: 'No tu, altro ragazzino'. Era il 28 marzo 1993". "Più rigori sbagliati che punizioni" Nell'estate 1994 Mihajlovic passa alla Sampdoria. Qui incontra un ex giallorosso come Sven-Goran Eriksson. Il tecnico svedese aveva lasciato nella Capitale un ricordo dolceamaro, con lo scudetto del 1987 sfumato dopo l'incredibile sconfitta casalinga contro il già retrocesso Lecce. Come spesso capita agli stranieri che non convincono al cento per cento nella loro prima esperienza in Serie A, nella tranquilla piazza genovese Sinisa si trasforma in uno dei giocatori più forti del campionato. Merito anche del secondo cambio di ruolo in pochi anni. Lui che nasceva esterno di centrocampo, complice l'infortunio di Carboni aveva arretrato il suo raggio di azione di qualche metro. Poi, in blucerchiato, da terzino sarebbe stato trasformato da Eriksson in centrale di difesa. Chi l'avrebbe mai detto? "A Genova c'era un'atmosfera familiare. Conoscevo già Mancini oltre al mio compagno in nazionale Jugovic. Il mio spostamento al centro della difesa? Un'idea del mister durante una partita di Coppa Italia. Si era infortunato Franceschetti e Sven mi aveva detto di affiancare Mannini. Io sono disperato e gli chiedo che cosa devo fare. 'Non ti preoccupare, stai in linea con la palla e quando ti arriva fai come quando giochi a centrocampo'. Ringrazio il mister perché la sua intuizione mi ha prolungato la carriera". Come già successo a Roma, con gol all'esordio su punizione dopo appena quattro minuti nel match di Coppa Italia contro il Taranto, Sinisa segna al debutto in maglia blucerchiata. Ancora su calcio piazzato, con il solito mancino che si insacca all'incrocio dei pali. È il 28 agosto 1994 e la finale di Supercoppa Italiana tra Samp e Milan termina 1-1 ai tempi regolamentari. Si va ai rigori. Sinisa se lo fa parare da Rossi e il trofeo si tinge di rossonero. "In carriera ho sbagliato più rigori che punizioni", racconterà divertito - ma con una punta di amarezza - Miha. [[youtube oefMVboT1Jg]] ll tiro dagli 11 metri non è la sua specialità. I tifosi doriani lo capiranno quasi a fine stagione, quando Mancini e compagni perderanno ai rigori la semifinale di Coppa delle Coppe contro l'Arsenal anche per colpa dell'errore, il secondo consecutivo, di Mihajlovic. In compenso, però, il pupillo di Boskov ed Eriksson fa innamorare il pubblico di Marassi con i suoi straordinari tiri da fermo. "Tira la bomba, Sinisa tira la bomba" cantano i tifosi in gradinata sud. Lui li accontenta, eccome se li accontenta. A fronte di una sola rete su calcio di punizione in due anni alla Roma, a Genova ne segna 11 sulle 12 marcature messe a segno in quattro anni alla Samp. "Il più bello? Difficile dirlo. Forse quello contro l'Udinese, anzi no, quello segnato al Bari nel 1997 alla prima panchina di Boskov" che aveva sostituito il "flaco" Menotti. Poi, nel 1998, con un anno di ritardo, raggiunge Lombardo e Mancini alla Lazio. Ferron: "Quella maledetta tripletta..." Quando Sinisa sbarca a Roma, la Lazio è una delle società più ambiziose del campionato. Dopo la vittoria della Coppa Italia e il quasi successo in Coppa Uefa, con i biancocelesti che si arrendono solo in finale all'Inter di Ronaldo e Zamorano, l'aquila vuole tornare a volare come ai tempi di "Long John" Chinaglia. Come sempre, il primo impatto di Mihajlovic sulla sua nuova squadra è positivo. La Lazio vince la Supercoppa Italiana in casa della Juventus, arriva seconda in campionato dietro al Milan e trionfa nell'ultima edizione della Coppa delle Coppe. In mezzo i 9 gol segnati dall'ormai ex centrocampista serbo, di cui 8 in campionato. Tre di questi nella stessa partita, tutti su punizione. Un primato che ha l'altra faccia della medaglia nel viso e nel ricordo del portiere che ha incassato quella tripletta. Oggi Fabrizio Ferron è l'allenatore dei portieri delle nazionali italiane giovanili. Ma negli anni Novanta è stato uno dei portieri più importanti della Serie A, difendendo i pali di Atalanta e Sampdoria. "Chi è Sinisa Mihajlovic? Un grande giocatore e un grande specialista, ma soprattutto un grande amico. Tutti ricordano quel 'maledetto' Lazio-Sampdoria, ma nessuno sa che quella è stata l'unica volta in cui Sinisa è riuscito a farmi gol", racconta divertito. Nonostante sia la vittima di questo record, Ferron ne parla molto volentieri. "Prima di andare alla Lazio, è stato mio compagno di squadra alla Samp. Al primo impatto credevo di trovarmi davanti una persona molto dura. E invece Sinisa si è dimostrato, oltre che serio, simpatico e disponibile, non solo con me. Si trattava di un ragazzo di personalità e carisma: quando parlava, lo stavano tutti a sentire. Era un punto di riferimento per tutta la squadra". [[youtube P7VI8SJKcp4]] Immancabile, ai tempi della Samp, la sfida del venerdì. "Il momento più bello della settimana è quando si provavano le punizioni. Avevo di fronte da una parte Sinisa e dall'altra parte Veron", ride. "Mi hanno allenato molto, è stato un periodo molto divertente. Se abbiamo mai messo in palio qualcosa? No, mai. Tra noi c'era un rapporto sincero, limpido e coinvolgente". Almeno fino al 13 dicembre 1998 (si scherza). Il giorno di Lazio-Sampdoria 5-2, con il tris di Mihajlovic su calcio piazzato. "Quel giorno ricordo che Sinisa non stava bene: e se non stava bene, preferiva lasciare le punizioni ad altri. Ho pensato: 'Che bello, un rompiscatole in meno...'. La prima punizione la calcia Veron: deviazione della barriera e calcio d'angolo. Lo va a battere Sinisa: non sente dolore. È lì che capisce di stare bene. E mi segna un gol dietro l'altro. Lui mi conosceva, sapeva che non mi muovevo fino all'ultimo. Se sono arrabbiato con lui? All'inizio un po' sì, poi ho pensato: meglio lui che qualcun altro! Se ne abbiamo parlato? Certo, tutte le volte che ci vediamo", racconta divertito Ferron che poi conclude: "Solo tre gol presi da Sinisa: se ci pensate è un'ottima media...". Nella prima stagione alla Lazio, Sinisa segna 8 gol in Serie A. Poi, con il passare degli anni, il numero di reti cala: diventano 6, 4, 0, 1, 1. In compenso, però, arriva una pioggia di trofei ad arricchire il suo palmarès. Indimenticabile lo scudetto 1999/2000, conquistato grazie al suicidio juventino tra le pozzanghere dello stadio "Curi" di Perugia. E poi 1 Supercoppa e 2 Coppe Italia, l'ultima al canto del cigno di Mihajlovic con l'aquila biancoceleste. Stagione 2003/2004, la finale con la Juventus si gioca su 180 minuti. All'andata, caricata dal pubblico dell'Olimpico, la Lazio di Roberto Mancini vince 2-0 grazie alla doppietta di Fiore. Sinisa è in panchina, ma al ritorno gioca titolare ed è protagonista della rimonta dal 2-0 al 2-2 che consente a Liverani e compagni di festeggiare la quarta Coppa Italia della storia della società romana. Mihajlovic capisce che è finita: saluta, ringrazia e va all'Inter. [[youtube 8sBcOQg0-Fw]] Da giocatore ad allenatore L'amicizia tra Roberto Mancini e Sinisa Mihajlovic prosegue a Milano, dove arrivano insieme nel 2004 per riportare a Moratti uno scudetto che manca da 25 anni. Il Mancio è un allenatore emergente, ma con le idee chiare. Ha già cominciato a trasmetterle a Mihajlovic, il quale sfrutta le sue ultime due stagioni da calciatore professionista per studiare le tattiche del suo mister. "Siamo come fratelli. Quando giocavamo insieme, a ogni gol subito dava sempre la colpa a noi difensori e io mi arrabbiavo. Ma poi facevamo pace. Se sono diventato un allenatore, lo devo a Roberto e per questo lo ringrazio", ha raccontato una volta Mihajlovic. Il 2006 è l'anno spartiacque del calcio italiano e della carriera del difensore nato jugoslavo e diventato serbo. Da un lato Calciopoli, con la retrocessione in Serie B della Juventus e l'inaspettata vittoria dei Mondiali in Germania. Dall'altro l'addio al calcio di Sinisa, che con l'inizio della nuova stagione entra nello staff di Mancini come suo allenatore in seconda. "Io mi occupavo della fase difensiva, lui di quella offensiva". Inevitabile ripensando ai loro ruolo in campo e ai frequenti litigi che svanivano in un abbraccio. Un aneddoto sulle due stagioni in nerazzurro del Mihajlovic vice del Mancio? Lo racconta Dario Marcolin, allora collaboratore tecnico di Mancini e oggi commentatore tecnico di Dazn. "È stato un biennio irripetibile. Ibrahimovic era abituato a scherzare con tutti, ma non con Sinisa. Con lui aveva un certo timore reverenziale... Diciamo che con lui scherzava solo al 70 per cento! E poi quella volta con Dacourt... Era il suo compleanno e per festeggiarlo con la squadra il francese aveva portato a tavola una bottiglia di Krug! Dacourt chiede a Sinisa: 'Mister, ti piace questa bottiglia eh?'. Come a dire, guarda che champagne di qualità ti faccio bere. La risposta di Sinisa, fantastica: 'Io con questa bottiglia ci lavo la macchina!', e tutta la squadra piegata in due dal ridere", scherza Marcolin. Esaurito il suo mandato in nerazzurro, Mihajlovic si tuffa nella sua prima avventura in solitaria: è il 3 novembre 2008 e a 40 anni ancora da compiere accetta l'incarico di nuovo allenatore del Bologna al posto di Daniele Arrigoni. È l'inizio di una nuova era, in cui Sinisa riesce a ritagliarsi una posizione di tutto rispetto nel campionato italiano. In Emilia va così così e ad aprile rimedia il primo esonero in carriera, poi va a Catania dove porta la squadra alla salvezza con record di punti e una vittoria a Torino con la Juventus che agli etnei mancava dal 1963. Sinisa è un tipo tosto, ambizioso. È giovane, ma mira subito a una panchina prestigiosa. Lo ingaggia la Fiorentina, dove è chiamato a non far rimpiangere Prandelli. A Firenze porta con sè il fido Marcolin che già lo aveva affiancato in Sicilia. Conclude il primo anno al 9° posto per poi essere cacciato nel novembre del secondo anno. Marcolin: "Ecco chi è davvero Sinisa" Ma che uomo è davvero Mihajlovic? La palla passa ancora a Marcolin. "Sinisa passa per essere un duro. In realtà ha il cuore d'oro, soprattutto con la moglie, i figli e gli amici. Diciamo che è più duro nella sfera professionale che in quella familiare. Me lo ricordo da calciatore: era sempre severo con se stesso, attentissimo a mangiare il giusto e a riposarsi bene. Ha sempre avuto una personalità forte, oltre a una straordinaria abilità sui calci piazzati. Ai tempi della Lazio cercavamo tutti di imitarlo: io, Veron, Nedved e Conceição. Ma non c'era niente da fare, lui era l'unico a riuscire a imprimere alla palla l'effetto top speed che la fa scendere all'ultimo. Erano momenti di grande divertimento, ci volevamo bene e ogni volta era una lotta contro Marchegiani e Ballotta". [[youtube ht1ajpbZCYA]] E come allenatore? "È uno che fin dai tempi dell'Inter studia ed è molto innovativo. Lavora molto sulle palle inattive ed elabora situazioni tattiche particolari per sorprendere l'avversario. E poi sa lavorare come pochi sulla testa dei suoi giocatori. È il tecnico ideale per quelle situazioni in cui la squadra difetta di personalità e fatica a trovare soluzioni efficaci in fase offensiva. C'è chi lo taccia di difensivismo ma in realtà ama giocare all'attacco. Ha grande pedigree e carisma. Il suo modulo preferito è il 4-3-3 che può diventare 4-2-3-1, ma in realtà è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. Differenze con il Mancio? Al c.t. azzurro piacciono molto i centrocampisti di inserimento e gli scambi di posizione tra i giocatori, mentre Sinisa è più sulla tattica e sullo stare in campo. ". Le ultime esperienze: Serbia, Milan e Torino Dopo la complicata esperienza alla Fiorentina, nel 2013 Mihajlovic diventa il nuovo c.t. della Serbia. Nell'anno e mezzo trascorso sulla panchina della nazionale serba non riesce a centrare l'obiettivo della qualificazione ai Mondiali di Brasile 2014. Allo stesso tempo, è protagonista di un'accesa polemica con il fantasista Adem Ljajic. Tra i due c'è una scarsa intesa dovuta a ragioni non solo tecnico-tattiche. Infatti Ljajic è nato a Novi Pazar, capoluogo di una regione balcanica a prevalenza musulmana, il Sangiaccato. Un verso dell'inno della Serbia recita: "Dio salva, Dio nutre / il Re serbo, il popolo serbo". Il 20 maggio 2012 Ljajic, prima dell'amichevole con la Spagna, si rifiuta di cantarlo. Mihajlovic non si fa troppi problemi e lo caccia: "Con me l'inno si canta. Chi non lo fa sta fuori". D'altronde Mihajlovic non ha mai nascosto di sentirsi fieramente serbo: "Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la mia nazione, beh sì lo sono. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo, insieme all’Italia che io amo e che oggi si sta rovinando", ha raccontato una volta Mihajlovic al Corriere di Bologna. Tornando al calcio, nel 2013 Mihajlovic torna a casa: lo prende la Sampdoria, penultima in classifica e a serio rischio retrocessione. Il primo incontro con la stampa è indimenticabile: "Questo è un club prestigioso, con 67 anni di storia. E se qualcuno dei miei giocatori questa storia non la conosce, gliela ricorderò io. Cosa dirò alla squadra? Non chiedetevi cosa può fare la Sampdoria per voi, ma cosa voi potete fare per la Sampdoria". Conquista una comoda salvezza, mentre l'anno dopo centra un eccellente settimo posto. [[youtube 25qQ-j9Mykg]] Il resto è storia recente. Nel 2015 lascia i blucerchiati per accettare l'offerta del Milan. Il rapporto con la dirigenza e il presidente Berlusconi è complicato, la squadra non è di alto livello e Sinisa non riesce a ottenere grandi risultati. In realtà, è proprio Mihajlovic a intuire le potenzialità di un giovanissimo portiere, il 16enne Gianluigi Donnarumma. Tutti lo prendono per pazzo, lui fa di testa sua e lo porta in prima squadra facendolo giocare titolare al posto dell'esperto Diego Lopez. Una mossa azzardata che "dimostra la sua capacità di prendere decisioni importanti", spiega l'ex dirigente sampdoriano Arnuzzo. Tesi condivisa anche da Ferron: "Quando ho visto Donnarumma in Serie A ho pensato: finalmente un allenatore che non guarda all'età, ma ai valori tecnici". Conquista la finale di Coppa Italia, ma la sconfitta interna contro la Juventus gli costa la panchina. Poco male perché il 25 maggio 2016 il Torino lo ufficializza come nuovo allenatore granata. È l'inizio di un rapporto tormentato, chiuso dopo un anno e mezzo dopo il ko nel derby della Mole. Proprio contro la Juventus, qualche tempo prima, aveva perso un'altra partita finendo per litigare con Vialli. "Ma quale fallo, Gianluca: stai dicendo una bestemmia calcistica". Solo l'ultimo (o il primo?) di una lunga serie di litigi con i giornalisti. Chi sono? Dare un'occhiata su YouTube, prego. Molti di loro, si sa, non lo amano. Lui, cordialmente, ricambia. "O stai con me o contro di me". Parola del sergente Mihajlovic. Tag:  SS Lazio FC Inter Sampdoria Fc Bologna Persone:  Sinisa Mihajlovic
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Madrid, sogno finale o fine per la Signora del marziano (Wed, 20 Feb 2019)
La Juventus torna a Madrid dove si era conclusa la sua ultima avventura di Champions. Non è più il Bernabeu ma il Wanda Metropolitano, non ci sono più le merengues ma i colchoneros ma è sempre roba serissima, tosta, è la coppa più importante. Cristiano Ronaldo torna a Madrid dove, in quella sera dell'undici aprile del duemila e diciotto, aveva messo fine, con il rigore all'ultimo secondo, alle speranze della squadra che oggi punta proprio su di lui per sconfiggere non soltanto l'avversario ma altre maledizioni. Superfluo dire che questa sia la stazione di passaggio o di arrivo per il club bianconero. Per gli effetti tecnici, psicologici, finanziari. L'Atletico ha tutte le caratteristiche per intossicare il gioco bianconero, sa difendersi, sa attaccare, sa speculare, sa aggredire, non ha un football spettacolare ma nemmeno Allegri rincorre l'estetica e bada al sodo, a un pragmatismo non così prosaico come quello di Simeone ma, comunque, di altissimo rendimento. Cristiano Ronaldo mai ha segnato nello stadio che fu Calderon e oggi Wanda, per i dieci milioni annui dello sponsor cinese, e Metropolitano come la storia insegna dalle parti del Manzanarre. Cristiano Ronaldo meriterebbe la fascia di capitano, questione molto di moda, in queste ore, nei peggiori bar di Milano. Sarebbe un messaggio forte per l'altro club della capitale di Spagna e per lui stesso, re della Champions e protagonista atteso della partita di questa sera. Non sarà così, i sogni restano nel cassetto, Chiellini scambierà il gagliardetto con Godin, difensori entrambi simbolo più del carattere delle due squadre che della propria leadership all'interno dello spogliatoio. Sono altri i confronti che mettono ansia a Simeone ed Allegri. La Juventus deve temere e tenere l'avvio dei materassai, un eventuale vantaggio di questi li porterebbe ad arroccarsi e a ribattere con il contropiede velenosissimo di Griezmann e di Morata o con la rocciosa potenza di Diego Costa. Dunque Allegri sa bene che la fase iniziale, oltre allo studio prudente dei rivali, dovrà mandare messaggi forti agli spagnoli, una Juventus consapevole della propria condizione attuale, del primato in campionato e della voglia di ribadire di essere tra le favorite alla coppa. Questo il manifesto della vigilia, turbata dall'imprevisto Khedira, che verrà affrontato oggi dai medici e dallo stesso calciatore tedesco e che comunque preoccupa tutto l'ambiente bianconero. Lo strano calendario Uefa prevede il ritorno a venti giorni. Molte cose potrebbero accadere nel frattempo. Ma molte cose dovranno accadere questa sera.
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Juventus, si fa sul serio Ronaldo guida l'assalto al cholismo dell'Atletico (Wed, 20 Feb 2019)
Con il campionato in tasca, bianconeri a caccia del vero obiettivo stagionale. E un CR7 in più Con tutto il rispetto per il campionato italiano, comincia oggi la vera stagione della Juventus. Che, al netto dell'eliminazione dalla Coppa Italia per mano dell'Atalanta bella e brava targata Gasperini, nell'attuale serie A ha potuto permettersi di scherzare quasi sempre: la classifica è lì a certificarlo, nessuno si offenda. Stasera, invece, si farà terribilmente sul serio. A Madrid, al Wanda Metropolitano che il prossimo giugno ospiterà la finale di Champions: contro l'Atletico di Diego Simeone, padrone di casa affamato e agguerrito, pur se non al top del cholismo. Non può fallire, la Signora. Perché sarà anche vero che, come ha detto recentemente Allegri, «la Champions è un'ossessione solo per voi», ma in quel «voi» c'è tutto il popolo bianconero con il presidente Agnelli in testa. Ergo: dopo averla inseguita per anni e sfiorata due volte con il tecnico toscano in panchina, non si potrà permettere un'eliminazione anticipata. Per di più, nell'anno in cui è arrivato Cristiano Ronaldo: sarebbe un affronto, un peccato mortale, un disastro calcistico e psicologico. Certo, nulla sarà facile né potrà essere dato per scontato: Griezmann è un sempre pronto a colpire, i colchoneros sono scorbutici per definizione, l'atmosfera sarà calda e via di questo passo. La Juve però è la Juve, consapevole della propria forza e, con CR7 nel motore («ma da solo non ci può far vincere la Champions», così Allegri), anche più spavalda del solito nella sua rincorsa al bersaglio grosso. Inutile andare a cercare l'uomo copertina troppo in là, con sforzi di fantasia inutili: il fenomeno di Madeira dovrà essere il trascinatore e il go to guy, indipendentemente dai gol. Che poi restano comunque il suo biglietto da visita più impressionante, al di là dei cinque Palloni d'Oro e delle altrettante Champions già alzate: fin qui il portoghese ha realizzato 20 reti in 26 ottavi di Champions, addirittura 22 (più otto assist) quelle segnate in carriera all'Atletico. Un incubo per l'Atletico, dal momento che dal 2014 al 2017 i sogni di gloria dei colchoneros nella competizione regina si sono infranti contro di lui: nelle due finali vinte dal Real, il portoghese ha segnato il gol del 4-1 (su rigore) a Lisbona e il rigore decisivo a Milano, mentre nei quarti di finale 2015 fu suo l'assist vincente per il Chicharito Hernandez e due anni fa eliminò da solo l'Atletico in semifinale grazie alla tripletta al Bernabeu. Stasera, Ronaldo andrà a caccia del suo primo gol sull'erba del Wanda, da lui calpestata una sola volta in occasione dello 0-0 del 18 novembre 2017, in Liga. Ci proverà per la prima volta con la maglia bianconera. E Simeone dice: «Lui bestia nera? Penso ai miei giocatori. La forza della Juve è la società. Anche a livello politico? Sono qui a parlare di calcio». «Proveremo a vincere la Champions, come abbiamo sempre fatto - ribatte Allegri - Saranno belle partite tra squadre che hanno un'ottima organizzazione. Qui dovremo porre le basi per passare il turno». Segnando un gol, appunto. Non avendo a disposizione Khedira (per accertamenti in seguito a un'aritmia atriale), ma annunciando la presenza di Dybala tra i titolari: la Joya è il capocannoniere bianconero di Champions (5 gol) ed è di nuovo in fiducia. Magari toccherà a lui spingere la Juve verso il paradiso.
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Tegola Khedira: si ferma per il cuore (Wed, 20 Feb 2019)
Il tedesco ha un'aritmia atriale. Allegri: «Perdo un uomo chiave...» Un fulmine a ciel sereno si abbatte sulla Juventus alla vigilia dell'andata degli ottavi di finale contro l'Atletico di Madrid. Aritmia atriale da verificare per Khedira, che tradotto significa controlli immenti e approfonditi al cuore. «Sami non è convocato, è rimasto a Torino per accertamenti», aveva annunciato lo stesso Massimiliano Allegri ancor prima di iniziare la conferenza stampa al Wanda Metropolitano. Immediato è arrivato il chiarimento con un comunicato ufficiale della società: «Dagli accertamenti medici è emersa l'opportunità di effettuare uno studio elettrofisiologico e eventuale trattamento di un'aritmia atriale comparsa nella giornata odierna». Un problema serio e che non può lasciare tranquillo lo staff medico della Juventus. Il centrocampista tedesco, spesso afflitto da problemi muscolari nella sua avventura in maglia bianconera, era appena tornato a pieno regime e aveva offerto alcune convincenti prestazioni contro Sassuolo, Parma e Frosinone. E invece ecco improvviso il nuovo improvviso stop, che potrebbe essere ben più grave degli altri. Quasi una maledizione in questa stagione per il club torinese, visto che a ottobre si era dovuto fermare anche Emre Can per un nodulo tiroideo e quindi un altro problema extra calcistico. «È un giocatore internazionale, un uomo chiave». Non ha poi usato troppi giri di parole Allegri nel sottolineare il peso di un'assenza di un elemento di questa caratura, specie per un tipo di partita che, banalità, «è un ottavo di finale, dove il margine d'errore è bassissimo». Sarà dunque un'assenza importante quella di Khedira, dato per favorito su Bentancur prima della partenza per Madrid proprio per le capacità del tedesco di interpretare questo tipo di incroci. Poi, ovviamente, c'è la chiave tattica. «Khedira sa inserirsi come pochi altri, è un professore degli inserimenti - disse Allegri qualche settimana fa mentre a Rodrigo manca ancora questa malizia. Un centrocampista deve garantire almeno 5/6 gol a stagione». Cosa fin qui che non è stato in grado di proporre Bentancur; e che dunque riapre il dilemma della tattica e dei potenziali equilibri di chi si sposterà sulla catena di destra.
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IlGiornale.it - Cultura

Gualazzini e "Gli Occhi della Guerra" vincono il World Press Photo (Wed, 20 Feb 2019)
Foto di Marco Gualazzini Il nostro fotografo vince nella categoria "enviroment" con il reportage realizzato in Ciad grazie ai lettori de ilGiornale.it Si scrive World Press Photo e subito si pensa all'empireo della fotografia. Il premio, lanciato nel 1955 dall'omonima fondazione olandese, ogni anno premia il meglio della fotografia a livello mondiale. Candidature provenienti da tutto il mondo, fotoreporter di ogni continente in gara e quasi 80mila scatti inviati alla giuria. Poi il fatidico giorno della nomina dei vincitori. Poche ore fa sono stati resi noti i nomi dei migliori fotografi a livello globale che con i loro scatti sono riusciti a descrivere gli avvenimenti più importanti, le storie più incredibili, le tragedie più drammatiche dell'anno appena concluso. La giuria del World Press Photo ha reso noti i nomi dei 43 vincitori e tra questi c'è quello dell'italiano Marco Gualazzini. Il fotogiornalista nato a Parma nel 1976 ha vinto nella categoria enviroment con il fotoreportage realizzato in Ciad grazie anche al sostegno dei lettori del Giornale.it e Gli Occhi della Guerra. L'11 aprile, giorno della premiazione del World Press Photo, il reportage verrà pubblicato su Gli Occhi della Guerra e, in seguito, su InsideOver.com, la nuova versione in inglese del progetto di reportage de ilGiornale.it. Inoltre, un suo scatto è stato nominato tra le sei fotografie dell'anno e la storia raccontata è stata nominata tra le tre storie dell'anno. Gualazzini da anni segue in modo costante e continuo i principali avvenimenti che interessano il continente africano, in particolar modo le crisi umanitarie. I suoi reportage (GUARDA), molti dei quali realizzati grazie al sostegno dei nostri lettori, sono stati scattati in moltissimi Paesi subsahariani tra i quali Somalia, Nigeria, Sudan, Congo, Ciad e sono stati pubblicati dalle principali testate nazionali e internazionali e all'attivo ha anche il libro fotografico Resilient, edito da Contrasto, che raccoglie gli scatti realizzati in dieci anni di reportage in Africa. Dopo aver appreso la notizia di essere tra i vincitori del più prestigioso premio di fotogiornalismo Gualazzini si è così espresso: ''Il World Press Photo per un fotografo rappresenta sia un traguardo ma anche un nuovo punto di partenza. È un'esperienza importante, moderna e ha due risvolti. Da un lato c'è entusiasmo personale, e sono orgoglioso e lusingato di questo riconoscimento, ma allo stesso tempo sono anche un po' spaventato. Nel fotogiornalismo l'autorialità del fotografo dovrebbe quasi scomparire, invece celebrando i fotografi temo che l'attenzione si sposti dai soggetti delle foto agli autori delle stesse. I protagonisti dovrebbero essere sempre le storie e le persone immortalate''. Proseguendo poi a parlare della fotografia nominata tra le migliori sei foto dell'anno che ritrae un almajiri, un orfano che cammina davanti a un muro su cui dei bambini hanno dipinto con dei carboncini dei lanciarazzi Rpg, Gualazzini ha spiegato: ''Gli almajiri sono dei bambini orfani, prevalentemente rifugiati nigeriani, che vivono in gruppo nelle città del Sahel e durante il giorno mendicano per le strade, si spostano tutti insieme avvolti in jalabie logore e stringendo l'unica cosa che hanno: delle ciotole con le quali questuano un tozzo di pane o qualche moneta. Ho incontrato gli Almajiri in Nigeria e soprattutto in Ciad e mi ha colpito molto vedere questi bambini abbandonati a sé stessi che per farsi forza vivono in gruppo. Osservarli mentre camminavano davanti a quel muro dove avevano disegnato dei lanciarazzi è stato impattante. Loro disegnano delle armi perchè quella è la sola realtà a cui sono abituati, è drammatico che per dei bambini in Ciad la quotidianità sia rappresentata solo dalla guerra. La foto selezionata racconta tutto questo''. Poi il fotogiornalista di Parma ha parlato anche della storia che ha raccontato con il suo servizio e della nomina di questa tra le tre migliori storie dell'anno. ''Il racconto della crisi in Ciad fa parte del percorso giornalistico che sto svolgendo. Da diversi anni lavoro con il giornalista Daniele Bellocchio e stiamo seguendo le crisi in Africa sub-sahariana. Il nostro lavoro è fatto da un confronto continuo e uno scambio di idee e opinioni reciproco. È stato lui a propormi l'idea di fare un servizio sulla crisi del Lago Ciad. Daniele ha trovato la storia, me l'ha proposta, mi ha convinto, l'abbiamo ritenuta importante e siamo partiti. Il Ciad è un Paese totalitario dove si coniugano in una maniera concentrica i principali drammi del nostro presente: il cambiamento climatico che alimenta il terrorismo jihadista e questi fattori a loro volta generano profughi e drammi umanitari. Una matriosca di tragedie che assolutamente deve essere denunciata''. Alle parole del fotografo hanno fatto seguito quelle del collega giornalista Daniele Bellocchio: ''Da diversi anni lavoro con Gualazzini e non posso che essere estremamente felice per questo premio. È il giusto riconoscimento alla dedizione, all'impegno, alla costanza e alla bravura di Marco. Sono anche felice che ad essere premiato sia un lavoro al quale ci siamo dedicati a lungo. Subito abbiamo pensato che occorresse approfondire e raccontare quanto sta avvenendo nel bacino del Lago Ciad e molto importante, da un punto di vista giornalistico, è il fatto che le foto di Gualazzini e la vittoria di questo premio portino l'attenzione mondiale sulla tragedia in corso nel cuore del Sahel che per troppo tempo è stata dimenticata dai media internazionali''. Parole di encomio e incredibile soddisfazione anche da parte di Andrea Pontini, amministratore delegato de ilGiornale.it e cofondatore de Gli Occhi della Guerra: ''Io, da sempre, e tutti coloro che lavorano con me lo sanno, ho un sogno: che uno dei fotografi de Gli Occhi della Guerra vinca il World Press Photo. Il sogno si è avverato. Sono felicissimo e mi complimento con Marco Gualazzini e Daniele Bellocchio perché questo lavoro è il giusto riconoscimento per delle foto straordinarie e per il lavoro di squadra che Marco e Daniele svolgono da anni in modo estremamente professionale. Sono inoltre contento per tutto il team de Gli Occhi della Guerra: questo World Press marca la passione e l'entusiasmo di tutto il gruppo''. Tag:  World Press Photo Gli Occhi della Guerra Persone:  Marco Gualazzini
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La missione di Gergiev, "Dirigendo Musorgskij vi spiego la musica russa" (Wed, 20 Feb 2019)
Il maestro sarà alla Scala dal 27 febbraio con "Chovanscina": "Melodramma capolavoro" Chovanscina di Musorgskij è uno dei titoli d'opera più attesi alla Scala (dal 27 febbraio). Fa paura al solo pronunciarlo: il «ina» finale sta per vigliaccata/congiura dei principi Chovanskij, desiderosi di potere e contrari alle spinte innovatrici di Pietro il Grande. Un affresco grandioso della Russia di fine Seicento curato da Mario Martone per la regia e Margherita Palli per le scene. Ma il leader massimo dell'operazione è il direttore d'orchestra Valerij Gergiev: interprete madrelingua, nato a Mosca (1953), cresciuto in Ossetia e da 31 anni alla guida del teatro Mariinsky di San Pietroburgo. Che è il pilastro del sistema-Gergiev, il quale ha creato festival da un capo all'altro della Russia, sorta di Mariinsky in franchising. È ospite di orchestre di tutto il mondo, ha una conduzione stabile a Monaco e alla testa del Festival di Verbier. Siede nelle giurie di competizioni onde fiutare i talenti da promuovere: Daniil Trifonov l'ha lanciato lui, per esempio. E l'ultima scoperta è la pianista undicenne Alexandra Dovgan, la sentiremo in maggio al Festival di Brescia e Bergamo. Gergiev è un prodigio d'imprenditorialità. Nel 1988 assunse la direzione stabile nonché assoluta del Mariinsky, che da allora non ha sovrintendente: decide lui, su tutto. Ha evitato che il teatro finisse tra i relitti del crollo sovietico. Anni duri, i Novanta, si navigava a vista nella Russia della disgregazione sovietica. Gergiev decise di rimanere anche se «al Metropolitan di New York, dove sono stato per 11 anni il direttore principale ospite, speravano che prima o poi potessi dedicarmi in modo totale a loro. Ma non era possibile: la mia casa è San Pietroburgo». E così, lui, uomo Time, smalto internazionale, aggiunge con naturalezza: «Mia mamma è lì». Ma anche la moglie (rigorosamente osseta), i figli e le inseparabili sorelle. Alla Scala si fece conoscere con un concerto alla testa dell'Orchestra Filarmonica, che da allora dirige con regolarità. «Ricordo come se fosse ieri, era il maggio 1990. Ero venuto a Milano con Rostropovich». Chi assistette al concerto, e comprende la musica, riferisce di una Quarta Sinfonia di Cajkovskij memorabile. Per la verità, la critica non s'accorse del quel giovanotto, concentrandosi sulla leggenda-Rostropovich. E' stato lui a dirigere l'ultima Chovanscina scaligera, 21 anni fa. «Credetemi: è uno dei melodrammi più interessanti che vi siano. Lo sosteneva anche Abbado». Cosa ritroviamo della Russia di oggi? «La storia della Russia si ripete uguale ogni secolo. Abbiamo sempre avuto tre tipologie di zar: forti, come Pietro il Grande, Caterina II e Ivan il Terribile. Quindi prudenti e infine deboli. I Russi vogliono zar forti. Del resto, non siamo piccoli come Olanda, Svizzera o Lussemburgo: Paesi che attraversi in auto in un giorno. In Russia non basterebbe neppur un anno per percorrerla». Per la verità, aggiunge, «spero che in Europa, Russia, Asia e Usa gli zar siano più prudenti. Stiamo vivendo una fase pericolosa. Dovremmo pensare di più al futuro dei nostri figli». Nell'agenda di Gergiev, gli Usa sono sempre state determinanti. A New York, per dire, ha sede una Fondazione a sostegno del Mariinsky. Ed ora? Quanto incidono gli attriti fra i due Paesi sulla rete russo-americana tessuta da Gergiev? «Noi continuiamo ad andare negli Usa. Il Mariinsky ha sempre un'incredibile accoglienza. Del resto, abbiamo una grande orchestra, corpo di ballo, cantanti: perché non dovremmo essere trattati diversamente? La gente va forse alla Carnegie Hall per sentir parlare di Repubblicani e Democratici? No. Vuole sentire musica. Vuole una boccata d'ossigeno». Gli Italiani nel cuore di Gergiev? Ricorda gli incontri con Abbado, Chailly, Muti, Pollini. Il pensiero va «alla cena con Strehler: ore e ore a parlar di musica». E chiarisce: «Da voi rappresento la musica russa. Questa è la mia missione. Però a San Pietroburgo porto tanta musica italiana. Nel nostro repertorio abbiamo almeno 25 opere italiane. Negli ultimi tre anni ho scoperto Simone Boccanegra, Vespri siciliani e riscoperto Falstaff affrontandolo con giovani cantanti. Lavorare con le ultime generazioni offre nuovi spunti. Dal 1988 ho visto alternarsi tre generazioni di cantanti a San Pietroburgo. Arrivai che Olga Borodina era agli esordi, poi è stata la volta della Netrebko, quindi di Abdrazakov. Li ho conosciuti che erano quasi bimbi».
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Passioni, amanti, musica e litigi colossali, tutto (o quasi) Toscanini in 1.200 pagine (Wed, 20 Feb 2019)
La monografia monumentale di Harvey Sachs sazia i patiti del Maestro Harvey Sachs è un'autorità in materia di Toscanini. Al grande direttore d'orchestra italiano, Sachs dedicò una prima monografia nel '78 (Toscanini, tradotta in Italia nel '98); vi fu poi, nel '91, Reflections on Toscanini (mai tradotto) e, nel 2002, le lettere (pubblicate in traduzione lo scorso anno). L'ultimo colossale lavoro, Toscanini. Musician of Conscience trova ora un'attesissima edizione italiana: Toscanini. La coscienza della musica (Il Saggiatore, pagg. 1200, euro 69). Il dubbio che si tratti di un'edizione ampliata del Toscanini di quarant'anni fa è subito fugato dall'autore: «Questo libro è una biografia completamente nuova, non una revisione o una versione ampliata del libro precedente». È, dunque, la monografia definitiva del maestro parmense. Il libro è letteralmente una miniera. Artisticamente, ad esempio, vi si ribadisce la lungimiranza del direttore: «Per lui le Alpi non erano un ostacolo musicale». E infatti fu uomo delle prime: tenne a battesimo la prima italiana del Pelléas et Mélisande di Debussy (il quale scrisse a Toscanini: «Metto il destino di Pelléas nelle sue mani, certo di non poter desiderare nessuno di più leale né di più competente»), di pagine di Ciajkovskij come l'Eugenio Onegin alla Scala, per non parlare dell'amato Wagner («Considerava Wagner la figura più influente della musica tardo-ottocentesca») la cui figliastra Blandine, dopo una prova toscaniniana, commentò: «È la cosa più incredibile a cui abbiamo mai assistito». Niente da fare, invece, per la musica più d'avanguardia: nel '25 fu alla Fenice di Venezia per un festival (con, tra gli altri, Strauss, Schönberg, Stravinskij, Hindemith) al cui termine proruppe lapidario: «Ora che il festival è finito dobbiamo far disinfettare il teatro». E poi c'è l'uomo Toscanini. I gusti letterari: Leopardi («Il poeta che amo di più dopo Dante»), Carducci, Shelley, Byron, Shakespeare, Virgilio («I poeti inglesi li leggeva in inglese, Virgilio in latino»). Le amicizie, i legami, come quello storico di amore-odio con Puccini. Il ricordo del figlio Wally fa sorridere: una volta, Toscanini «disse che non sarebbe più uscito perché se avesse incontrato Puccini lo avrebbe preso a schiaffi. Gli amici venivano sotto casa e gli dicevano: Puccini è pentito, ti chiede scusa: scendi, vieni a trovarlo. Papà gridava: Se lo incontro lo piglio a schiaffi». Problemucci anche con Strauss che si conclusero con un'aguzza lettera di Toscanini al compositore: «La prego di credere sempre alla mia ammirazione per la Sua arte» (sottinteso: non per lei). Tipica fu anche l'ossessione per il sesso. Focosa la relazione adulterina con Ada Mainardi, della quale conservava in tasca un fazzolettino irrorato del suo sangue mestruale chiamandolo blasfemicamente «sacra sindone» (arrivò a scriverle: «I tuoi giorni di grazia non sono ancora arrivati? E i fiorellini del giardinetto della piccola Ada?» laddove i «giorni di grazia» erano i giorni mestruali, i «fiorellini» i peli pubici). E poi con Geraldine Farrar che, dopo le dimissioni dell'amante dal Metropolitan, scrisse: «Devi sapere tutto quello che ti direi ti darei la mia brama è implacabile». Il musicista, il mito, l'uomo. «Avrei molto da raccontare», confidò Toscanini riguardo la sua vita ad alcuni amici: in effetti, le 1200 pagine di Sachs non scherzano affatto.
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La sindrome di Stoccolma della sinistra per il fascismo (Wed, 20 Feb 2019)
Al Museo del Risorgimento di Milano documenti, foto, riviste e disegni dell'epoca del Mussolini socialista A Milano, al Museo del Risorgimento, ieri è stata inaugurata una piccola mostra. Intitolata 1919-1926: il fascismo da movimento a regime (fino al 24 marzo) racconta - attraverso una documentazione originale ricchissima: giornali, riviste, volantini, manifesti, libri, vignette, disegni, fotografie - la nascita dell'esperienza politica che più di ogni altra ha segnato storia, vita e memoria recente del nostro Paese. A un secolo di distanza da quegli avvenimenti, ecco come il Mussolini socialista rivoluzionario s'infilò nel tunnel della dittatura. Vale la pena ricordarlo. Il 21 marzo 1919 in piazza San Sepolcro a Milano nasceva il «Fascio di combattimento». Erano arditi, nazionalisti, futuristi, interventisti e sindacalisti rivoluzionari guidati da un ex socialista ultramassimalista, Benito Mussolini, già direttore de L'Avanti, espulso dal Psi e in quel momento alla guida del Popolo d'Italia. L'obiettivo era un cambiamento radicale della società: suffragio universale col voto esteso alle donne, abolizione del Senato, Assemblea costituente per decidere la forma dello Stato, ruolo legislativo per le rappresentanze professionali e di mestiere, otto ore di lavoro, riduzione dell'età previdenziale a 55 anni, sequestro dei beni delle Congregazioni religiose... Un programma di ultra-sinistra. Poi accadde quello che accadde, e Mussolini - diventato Duce - rivendicò persino la responsabilità politica del delitto Matteotti... La mostra di Milano, divisa in quattro sezioni (dall'interventismo al biennio 1925-26), ognuna delle quali corredata dall'esposizione della stampa di regime e di opposizione e dalla satira del periodo, è ricchissima, intelligente, utile. E, al netto di una locandina graficamente così celebrativa da sembrare disegnata da un nostalgico di Terza posizione, è organizzata dalla Fondazione «Anna Kuliscioff», pietra angolare della storia del pensiero socialista. Il cui presidente, Walter Galbusera, ammette una semplice verità, a dispetto del ridicolo antifascismo al tempo dei fascistometri: «Si possono ritrovare oggi analogie ed episodi assimilabili con le vicende che portarono, un secolo fa, il fascismo al potere. Ma difficilmente la storia si ripete e soprattutto il contesto di oggi è profondamente diverso». Nessun pericolo per la tenuta democratica del Paese. Bene così. Per il resto non rimane che notare una persistente sequela di «celebrazioni» da sinistra del fascismo, soprattutto il fascismo rosso (e non c'è uomo di sinistra che oggi non sottoscriverebbe i principî sociali del fascismo rivoluzionario, o della Carta del Carnaro o della Costituzione della Repubblica sociale...). Incapace di liberarsi dal fascismo, che è di volta in volta ossessione o fascinazione, alla fine la sinistra ne rimane in ostaggio, vittima di una sindrome di Stoccolma intellettuale, per cui si rimane legati a ciò che più è pericoloso alla propria sopravvivenza. Si demonizza il fascismo come male assoluto, ma se ne resta sedotti. Con effetti spiazzanti. La straordinaria mostra Art Life Politics: Italia 1918-43 alla Fondazione Prada di Milano curata da Germano Celant (occorreva il suo pedigree per fare una cosa del genere senza essere accusati di apologia di regime); il museo del Fascismo fortemente voluto dal sindaco (del Pd) di Predappio; l'empatico romanzo M. (Bompiani) del liberal Antonio Scurati; la mostra sul fascistissimo premio Cremona, a Cremona (giunta di centrosinistra)... Piccoli esempi di come la sinistra che vede fantasmi dappertutto, non riuscendo a seppellirli, finisce col resuscitarli.
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Così Volt diede la scossa alla fantascienza futurista (Wed, 20 Feb 2019)
 Il testo di Volt Nel 2247 nazionalismo e internazionalismo avvelenano la Terra. La via d'uscita è imperialista: colonizzare Giove Anno 2247. Gli Stati Uniti d'Europa sono nati per superare le sanguinose guerre fratricide del passato. Politicamente l'unione è figlia della tecnocrazia e della Massoneria. La Capitale è Roma. La sede del Parlamento è San Pietro. La religione ufficiale è una teosofia che vada bene per tutti, atei inclusi. I pochi cattolici rimasti sono scappati fuori città e vivono nascosti come ai tempi delle catacombe. L'unione aveva scelto il comunismo. Il sistema economico però si è rivelato disfunzionale e ha portato al potere un autocrate, aspirante dittatore. Gli unici oppositori sono i militanti del... PD. Tranquilli: è il Partito Dinamico, futurista e reazionario. Il Partito Dinamico crede che il pacifismo forzato degli Stati Uniti d'Europa porterà a nuovi grandi cimiteri sotto la luna. La comunità nasce dalla guerra. Presto riemergeranno, più forti di prima, le nazioni. Il Partito Dinamico vuole combattere tra le stelle e colonizzare Giove, pianeta abitato dai Lemuri, umanoidi giganti ma vulnerabili. Gli Stati Uniti d'Europa non sono d'accordo nonostante sia vivace il dibattito sulla razza dei Lemuri e sull'imperialismo terrestre. Sarà necessario far cadere l'autocrate. Una flotta di astronavi è pronta a partire non appena il Continente sprofonderà nel caos. Nel frattempo strani segnali alimentano il timore che la fine del mondo sia vicina: inquinamento, sovrappopolazione, deficit di risorse energetiche, disastri naturali. La fine del mondo è il titolo del romanzo futurista del conte viterbese Vincenzo Fani Ciotti alias Volt (1888-1927). Fu pubblicato nel 1921. Sorprendente. Volt aveva la sfera di cristallo? Come ha fatto a guardare così in profondità l'Europa? Volt è stato un grande personaggio. Futurista e reazionario come i protagonisti del suo romanzo, scrisse alcuni dei manifesti più originali del movimento inventato da Filippo Tommaso Marinetti, quelli della moda femminile e della casa. Fascista della prima ora, cercò di orientare le scelte di Mussolini attraverso una intensa attività pubblicistica. È il rappresentante di un fascismo che attrae poco. Desideroso di archiviare la rivoluzione, Volt pregava il Duce di creare una aristocrazia nera, una oligarchia illuminata che, a suo dire, avrebbe dovuto raccogliere l'eredità della Destra storica. È il fascismo-regime ma in una forma nobile, ben diversa dalla realtà fatta di gerarchi più o meno ridicoli. Volt aveva poi presente le grandi questioni che avrebbero portato l'Europa al suicidio della Seconda guerra mondiale. Nazionalismo, internazionalismo e imperialismo sono al centro della sua riflessione. Nazionalismo e internazionalismo sono due facce della stessa medaglia. Entrambi sono insufficienti e dannosi in misura diversa (l'internazionalismo è il peggio del peggio). In questa visione rientra la riflessione sulla necessità dell'impero. Niente a che vedere però con la propaganda, come mostrano i dubbi superati ma ben espressi del romanzo. Tuttavia, secondo Volt, la salute di un popolo si misura dal desiderio di espansione affidato all'audacia di pochi coraggiosi. Ora La fine del mondo (GOG, pagg. 208, euro 15), esce in una pregevole edizione che raccoglie anche testi non narrativi di Volt e un omaggio all'autore, di Filippo Tommaso Marinetti. Grande merito della riscoperta di Volt è da attribuirsi a Gianfranco de Turris, autore della bella introduzione che colloca La fine del mondo nella cultura dell'epoca. Se il romanzo risente dell'influenza di H.G. Wells, ben noto a Volt come risulta da alcune lettere, dal punto di vista ideologico è la trascrizione in chiave fantastica di Teoria sociologica della guerra dello stesso Volt, saggio opportunamente ristampato in appendice. L'orizzonte in cui si collocano queste opere è la filosofia di Vilfredo Pareto, che assegna alle élite un ruolo chiave. Volt, scrive de Turris, è anche un anticipatore, per alcuni versi, del barone Julius Evola. Senza dubbio, il romanzo di Volt, pur avendo una struttura narrativa esile, è ricco di spunti interessanti. Ad esempio, il protagonista Paolo Fonte, pezzo grosso del Partito Dinamico, nota come la guerra non sia affatto scomparsa grazie alle istituzioni sovranazionali, ha soltanto assunto una forma diversa: la rivolta e la rivoluzione all'interno delle «antiche» nazioni. Ancora, sull'immigrazione, Paolo Fonte offre questa riflessione al lettore: «Visto che la razza bianca in Australia non si decideva a moltiplicarsi Giapponesi e Cinesi avevano deciso di popolare per loro conto quei vasti deserti. Protetta dal regolamento internazionale che vieta di porre una barriera alle correnti emigratorie, la razza gialla aveva metodicamente popolato e fertilizzato il continente australiano. Quando i gialli furono avviati ad essere la maggioranza del Paese, inalberarono bandiera propria, proclamando la loro indipendenza. La guerra, scusate! La rivoluzione durò cinque anni, con varia vicenda. Un plebiscito annunziò infine la pacifica annessione dell'Australia alla repubblica giapponese». Che differenza c'è fra una simile rivoluzione e una guerra d'annessione?
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"Ecco la mia Napoli made in Usa" (Tue, 19 Feb 2019)
L'autrice americana ha esordito con un romanzo in italiano Perduti nei Quartieri spagnoli è il romanzo d'esordio di Heddi Goodrich. Oltre a essere entrato subito in classifica, il libro (Giunti, pagg. 462, euro 19) ha una particolarità: è stato scritto in italiano, ma la sua autrice è americana. Come la protagonista «Eddi», anche Heddi è venuta in Italia durante il liceo e poi ha frequentato l'università a Napoli, all'Orientale. E poi - spiega Heddi dalla Nuova Zelanda, dove vive con il marito e i due figli - ha lavorato lì fino a 28 anni. Insomma una americana innamorata di Napoli, come la sua «Eddi», la quale a Napoli, e nei suoi Quartieri, si innamora davvero... Come è arrivata in Italia? «Sono arrivata a sedici anni tramite uno scambio culturale. Non vedevo l'ora di scappare dall'America. L'associazione mi ha mandato a Castellammare di Stabia. Era il 1987 e la mia nuova casa era piena di crepe del terremoto dell'80, Maradona ancora giocava per il Napoli». Come mai ha deciso di scrivere il romanzo prima in italiano? «In verità avevo scritto una prima bozza in inglese anni fa, ma faceva schifo. Mi sono dedicata alla famiglia, ho insegnato. Però quella storia napoletana non mi lasciava in pace, e ogni tanto la tiravo fuori e tagliavo, riscrivevo...». E poi? «Una mia amica neozelandese ha avuto un presagio che mi ha cambiato la vita: ha visto le pagine del mio libro, stampate e rilegate; ha visto le parole stesse ed erano in italiano». Così è passata all'italiano? «Pensavo si sarebbe trattato di una goffa traduzione del testo inglese. Ma non è andata così: mi sono resa conto che stavo riscrivendo il romanzo. E che, per la prima volta, scrivevo con un trasporto totale». L'ha tradotto lei in inglese? «Sì, anche se all'inizio ero titubante. Avevo paura di perdere la mia voce italiana. Sto ancora limando la traduzione con i miei editor newyorkesi della HarperCollins per farla uscire a settembre». Napoli è molto presente nei romanzi degli ultimi anni. Si è ispirata anche a questi? «Ho scritto il romanzo su un'isola in mezzo al Pacifico, in una situazione di quasi totale estraneità al mondo letterario italiano. Non ho voluto leggere romanzi ambientati a Napoli, non volevo farmi condizionare». Niente Saviano o Ferrante? «Appena ho completato il manoscritto ho ordinato La paranza dei bambini di Saviano. Ho fatto una eccezione, solo durante l'ultimo periodo di scrittura, per la quadrilogia della Ferrante: però in quei bellissimi romanzi la città non era molto presente o, dove compariva, non assomigliava alla mia Napoli». Di Napoli racconta gli odori, è una città quasi sensoriale. «Ho scritto il romanzo innanzitutto perché ero lontana da Napoli: le parole mi servivano per ricreare l'esperienza tridimensionale e multisensoriale di un luogo di cui sentivo la mancanza. Napoli ti inonda di grida, risate, puzze, profumi, calore». Perché ringrazia Franchini? «Alla Giunti sono diventati come una seconda famiglia per me. Antonio Franchini è stato il primo lettore in assoluto del mio romanzo». Perché i Quartieri sono così emblematici di Napoli? «Uno degli aspetti che rende unica Napoli è il fatto di avere il centro storico più grande del mondo. E non è un centro storico sterilizzato dal turismo, bensì il cuore pulsante di una città che è viva e ribelle in ogni sua cellula, sin dall'antichità. Poi, se guardi il quartiere dall'alto, su una cartina, vedi un reticolo di strade ben ordinato e pensi che sarà facile orientarti. Ma, come Napoli stessa, il quartiere non si presta a facili interpretazioni. Ti distrae. E tu ti confondi, ti perdi come in un labirinto. È un'esperienza necessaria, piena di sorprese, belle e brutte».
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L'architetto "pop" e colorato che rivoluzionò il design (Tue, 19 Feb 2019)
Morto il protagonista di una stagione che cambiò l'estetica Milanesissimo, creò oggetti icona come la poltrona "Proust" È una data, il 1980, a segnare la svolta contemporanea dell'architettura in Italia. E non solo. Fino ad allora questa disciplina, che Leonardo considerava la più nobile e completa delle arti, non ha ancora una propria sezione indipendente alla Biennale di Venezia, istituita proprio in quell'anno in cui si capisce che (a soli 24 mesi dal caso Moro) l'Italia ha fretta di ripartire con un'inedita joie de vivre. Il 1980, dunque, è l'anno della prima Biennale di Architettura, l'anno del postmoderno introdotto da Paolo Portoghesi, galleggiante sul Canal Grande nel Teatro del Mondo, costruzione effimera di Aldo Rossi che cita i dipinti metafisici di Giorgio de Chirico, provocatoriamente esperita dalla mostra curata da Alessandro Mendini, L'oggetto banale, senza timore di usare un termine per molti riduttivo, ovvero di come il design entra nella nostra vita quotidiana con simpatia e leggerezza, definendo così uno stile tutto italiano dove l'ornamento non è più un delitto, dove si può giocare con il colore, le forme arrotondate, funzione ed estetica a braccetto senza entrare in rotta di collisione. Brusco stop all'era del minimalismo, alla sua ideologia. Rischio del kitsch? Può darsi, ma ne valeva la pena. Alessandro Mendini è stato un rivoluzionario, un pioniere, un creativo (per una volta il termine ha solo accezione positiva) che non ha esitato a buttarsi in un'epoca nuova, forse l'ultima golden age della cultura italiana, che accanto al design e all'architettura vide l'esplosione della pittura (la Transavanguardia), della moda, il trionfo degli Azzurri ai mondiali di Spagna, il successo planetario de Il nome della rosa di Umberto Eco, la fine del monopolio televisivo e quella del duopolio Dc-Pci per una progressiva laicizzazione della società. Tocca dunque spostare il calendario dell'ingresso dell'Italia nella contemporaneità dal '68 all'inizio degli anni '80. Quel sapore di libertà, così intenso, non lo avevamo conosciuto mai. Milano ieri ha dato addio ad Alessandro Mendini, scomparso a 87 anni, attivo fino all'ultimo. Lascia un vuoto epocale: la sua curiosità intellettuale, il savoir-faire, l'eleganza, il sorriso. Non è stato un archistar ma un architetto organico ed eclettico, un designer popolare, uno snodo decisivo per leggere i formidabili anni '80, quando proprio da Milano partì il senso di una nuova Italia, da bere sì ma anche da pensare. Era nato a Milano nel 1931, vissuto da ragazzo in una casa borghese disegnata da Piero Portaluppi, in compagnia dei quadri moderni di Savinio, Severini, Campigli e Morandi. Laureatosi in Architettura, i suoi riferimenti più diretti sono stati Rogers, Nizzoli e Gio Ponti. Disegnava, scriveva, teorizzava, dirigeva le riviste: Casabella, Modo, Domus, così sempre presente nel dibattito del suo tempo. Con lo studio Alchimia ha radicalizzato l'idea di design, verso un approccio calligrafico, coloristico e simbolico. Non è un caso lo si ricordi per i tanti oggetti, mobili, accessori che se da un primo sguardo possono apparire ludici, a un'analisi più attenta s'intrecciano con la pittura e la scrittura. Suo capolavoro di fine anni '70 è la poltrona «Proust», una vecchia seduta ottocentesca dipinta a mano in stile pointilliste, sintesi perfetta della sua idea mediterranea di post-moderno: cos'è, arte, design, ornamento, provocazione? E poi gli Swatch, i vasi e le caffettiere per Alessi, apribottiglie e cavatappi, il ruolo da art-director per diverse aziende, dall'Italia all'Estremo oriente. Membro onorario della Bezalel Academy di Gerusalemme, Compasso d'Oro nel 1979 e 1981, Chevalier des Arts et Des Lettres, insignito dell'onorificenza dell'Architectural League di New York: alcuni tra i più importanti riconoscimenti per un intellettuale vulcanico, pensatore silenzioso eppure capace di lavorare in gruppo, a metà tra Factory e antico cantiere. Nel 1989 apre, assieme al fratello Francesco, l'Atelier Mendini, un gruppo mobile di circa venti persone, tra cui la figlia Fulvia, valente pittrice neo-pop. Atelier come laboratorio artigianale e progettuale, finestra su un mondo aperto a continue sollecitudini esterne. Il Mendini architetto firma alcuni capisaldi degli anni '80, e tra questi il Museo di Groningen in Olanda, il Forum-Museum di Omegna, una torre a Hiroshima, stazioni della metropolitana a Napoli. Ogni tanto, forse per sentirsi più libero, si dedicava alla pittura in quelli che chiamava Dipinti progettuali, retti sul meccanismo di citazione/autocitazione. Se ne va un gigante, non è parola usata a caso.
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Il "canzoniere" erotico, ironico (e iconografico) di Grasso (Tue, 19 Feb 2019)
In un articolo pubblicato di recente sulla London Review Of Books (titolo: «On the Sixth Day») Charles Nicholl ragionava intorno all'influenza decisiva di Petrarca nella lingua inglese, leggendo i Sonnets di Shakespeare e Romeo e Giulietta come un manifesto del «petrarchismo» d'Albione. In forma speculare Martin McLaughlin, accademico a Oxford, tra i grandi conoscitori della letteratura italiana in Inghilterra, parla, a proposito dell'ultimo libro in versi di Sebastiano Grasso, È ancora tempo di arcobaleni? (SE, pagg. 128, euro 20; con dieci disegni di Ruggero Savinio), di «influsso della tradizione petrarchesca», giudicandolo «un breve canzoniere». D'altronde, la varietà tematica delle poesie di Grasso, sempre colte, dai tratti epigrammatici «Sognare/ in fretta è quanto ci resta (Magritte docet») spesso erotiche «Che strano sapore hanno questi baci/ sorpresi dalla notte che perde colore», pare una sinuosa variazione dal Cantico dei Cantici fitte di rapaci afflati che bello questo gioco di versi: «Vorrei dirti frasi d'amore come al tempo/ dei faraoni.../ Ma nei tuoi occhi avanzano/ gioie e disastri baudelairiani» fa pensare a un Borges che giochi a trasmutare Petrarca in diverse tradizioni, in svariati mondi. Poeta che traduce il quotidiano nell'indimenticabile, con nitidezza ironica («A cerchi concentrici volano alcuni uccelli/ di cui non so nulla, certamente cantati/ da poeti come Seifert. Anche i nostri corpi/ talvolta impacciati prendono il volo,/ ma con altri gridi»), il carisma di Grasso è identificato da Adonis in una Lettera personale che rende aureo questo volume: «Reinventare ogni cosa in un orizzonte più ampio, più profondo e più splendente». L'«Appendice» iconografica, piuttosto, va letta come esplicita esegesi dei testi: vi si vede un giovanissimo Grasso di fianco a Ezra Pound, a Pasolini, a Moravia, alcune fotografie specificano l'amicizia con Brodskij, Luzi, Bonnefoy, quasi la poesia sia una fratellanza, l'indole alla comunità. In particolare, sorprende uno scatto del 2008: Grasso, assieme a Evgenij Evtushenko, onora Boris Pasternak sulla sua tomba, a Peredelkino. «Imparentati a tutto ciò che esiste.../ frequentando il futuro nella vita di ogni giorno», scrive Pasternak nel poema Le onde, identificando in questo gesto di furiosa compassione il compito del poeta. Alla stessa missione si vota, con radiosità, la poesia di Grasso.
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"Racconto il Rinascimento, è stato il secolo dei giganti sia di marmo sia di carne" (Tue, 19 Feb 2019)
Il noto restauratore e scrittore ci racconta i segreti dei grandi artisti dell'Italia delle Signorie Antonio Forcellino è uno dei più noti restauratori italiani (ha lavorato sul Mosè di Michelangelo e l'Arco di Traiano), un grandissimo esperto di arte rinascimentale ed è membro del Comitato per le celebrazioni dei 500 anni della morte di Leonardo da Vinci, promosso dal ministero per i Beni e le attività culturali. L'anno scorso ha dato il via, con Il cavallo di bronzo, ad una impegnativa trilogia romanzesca, Il secolo dei giganti (HarperCollins), per raccontare i cent'anni di storia più densi dell'arte italiana, dalla nascita di Leonardo alla morte di Michelangelo Buonarroti. Questa settimana arriva in libreria il secondo tomo dell'opera, Il colosso di marmo (HarperCollins, pagg. 528, euro 17). Ne abbiamo parlato con lui. Come è nata l'idea di una trilogia sul Rinascimento? «Io mi occupo di Rinascimento da sempre, sia come restauratore sia come saggista. Ho lavorato al progetto di una fiction con Roberto Faenza e uno sceneggiatore americano... Lì mi sono chiesto: ma che bisogno c'è di inventare duelli, amori improbabili per rendere cinematografico il nostro Rinascimento? Nel Rinascimento c'è già tutto. Poi mi sono messo a riflettere su quanto tra Quattrocento e Cinquecento fosse complicato e difficile sopravvivere per gli artisti, coinvolti in un grandissimo livello di violenza e di convulsioni politiche. Ed ecco, è nata l'idea raccontare attraverso gli artisti tutto quel secolo fondamentale, iniziato con Leonardo e finito con la parabola di Michelangelo». Come si regola per creare l'alchimia tra realtà ed invenzione nei romanzi? «Parto sempre dai documenti, la fiction serve solo a colmare i vuoti. Sono esistenze abbastanza complesse e avventurose da non richiedere di più. Contano le fonti in primo luogo». Qual è il rapporto tra gli artisti e i potenti? Se ne parla molto nei suoi libri... «Il rapporto tra arte e potere è esistito ed esisterà sempre. L'arte ha una grande forza di manipolazione e i politici hanno sempre pensato di sfruttare questa forza. Nel Rinascimento mi spingo a dire che senza le intuizioni di alcuni grandi politici, dai Medici ai Gonzaga, non sarebbe nata nemmeno la grande arte. Gli artisti dovevano tenere conto dei loro desiderata sulla creazione del consenso ma poi cercavano di ritagliare uno spazio per la loro estetica». Ci sono stati artisti cinquecenteschi con una precisa visione politica? «Sicuramente Michelangelo aveva delle idee precise sulle libertà borghesi e soffriva la tirannia dei Medici, anche se poi ha lavorato anche per loro. E aveva delle precise idee sulla religione, tanto da avvicinarsi molto a correnti che poi furono considerate eretiche. Raffaello aveva, invece, quello che potremmo definire un progetto culturale che vedeva in Roma un punto di riferimento che avrebbe dovuto sviluppare una cultura universalistica innervata nella saggezza degli antichi. Leonardo meno, cambiava spesso committente ed era meno interessato forse a questo tipo di cose...». In questo libro dà largo spazio alla realizzazione del David di Michelangelo come manifesto della libertà repubblicana di Firenze. «Sì erano tutte idee portate avanti da Machiavelli. C'era, probabilmente, Machiavelli anche dietro alla realizzazione delle due grandi battaglie, quella di Anghiari fatta da Leonardo e quella di Càscina affidata a Michelangelo. Erano due grandi manifesti alla creazione di quella milizia popolare a cui Machiavelli teneva. Il David poi era un'opera colossale e poteva, davvero, essere un simbolo potente per la Repubblica». Nel libro fa capire molto bene perché fosse un'impresa titanica realizzarlo. «Per l'epoca realizzare una scultura così era uno sforzo incredibile. Servivano tre piani di impalcato, non si aveva mai la visione completa dell'opera. La difficoltà tecnica aveva già fatto desistere altri artisti dall'utilizzo di quel blocco di marmo da cinque metri». Lei è un restauratore, questo come cambia il suo modo di scrivere dell'arte? «Come restauratore sono ossessionato dalla materia. A differenza di uno storico dell'arte il mio primo interesse va a come la materia è stata trasformata da un uomo per diventare oggetto d'arte. Quindi, racconto il dettaglio della fattura, io sono uno che le opere d'arte le tocca e le odora...». Cos'è che noi moderni conosciamo poco della vita degli artisti del '500? «La fatica. Impalcature fragili, polvere, scalpelli da riaffilare, da fondere ex novo... Noi siamo abituati ad una società industriale. L'artista cinquecentesco doveva saper fabbricare di tutto. Si sottoponevano a sforzi fisici che per noi sarebbero impensabili. Dietro la grandezza di quell'epoca c'erano uomini giganteschi e disposti a dare tutto». Lei ha seguito il sogno rinascimentale lungo tutto un secolo. Perché è fallito? «È fallito perché l'Italia non ha superato le sue divisioni interne. Una grande cultura e una grande vitalità non sono state capaci di portarci oltre le fratture. Altri Paesi che erano altrettanto frazionati hanno trovato una nuova unità, come Francia e Spagna. E ci hanno invaso ponendo fine a quell'epoca di splendore».
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Al Carnevale di Venezia, la Regata della “Pantegana” (Mon, 18 Feb 2019)
Dopo la festa sull’acqua continuano i festeggiamenti per l’apertura del Carnevale a Venezia con la regata della “pantegana”. 120 imbarcazioni, per un totale di 700 vogatori, hanno formato un corteo di barche che ha sfilato per il Canal Grende scortando una “pantegana” fatta di cartapesta. Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev Carnevale di Venezia regata 
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© Dott. Giulio Perrotta (2012)