Dott. Giulio Perrotta
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LA "RASSEGNA STAMPA QUOTIDIANA" (IX PARTE)

Tutte le notizie da "Il Giornale" in tema di politica, attualità, cronaca, economia e cultura

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IlGiornale.it - Politica

Il fuori onda di Salvini al telefono con Casellati: "Ho sondato Di Maio..." (Fri, 20 Apr 2018)
Salvini: "Ho visto che la Ronzulli ha detto che è tutto chiuso. Io continuo testardamente e ingenuamente... Voi fate le vostre valutazioni" "Ciao Elisabetta, devi andare al Quirinale? Io ho sondato Di Maio ma qua... Mi ha detto "sto ragionando". Così Matteo Salvini, in una telefonata con Elisabetta Casellati, sentita dai cronisti. "Fai tu, fammi sapere - ha proseguito il segretario leghista rivolto alla presidente del Senato - Ho visto che la Ronzulli ha detto che è tutto chiuso. Io continuo testardamente e ingenuamente... Voi fate le vostre valutazioni". Intanto oggi il leader della Lega ha espresso la sua preoccupazione per il futuro governo: "Ho la netta sensazione che c'è qualcuno che vuole perdere tempo, che vuole un governo tecnico alla Monti voluto da Bruxelles, che vuole spennare gli italiani. Per evitare questa fregatura io farò qualunque cosa, anche scendere in campo". Persone:  Matteo Salvini Maria Elisabetta Alberti Casellati
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Berlusconi: "Mai al governo con i grillini Troveremo voti in Parlamento" (Fri, 20 Apr 2018)
Il Cav manda un messaggio chiaro: "Evitare presa del potere da parte dei 5 Stelle. Il Movimento è un pericolo per il Paese" Silvio Berlusconi ribadisce la posizione di Forza Italia e chiude le porte ad una ipotesi di governo centrodestra-M5s. Dopo i ripetuti veti da parte di Di Maio, il Cavaliere manda un messaggio molto chiaro parlando da Larino, in provincia di Campobasso: "Con il M5s non avremmo nulla da spartire e non potremmo mai governare. Abbiamo cercato di dare un seguito all'esperienza del centrodestra pensando che fosse utile che qualcuno con la nostra competenza fosse dentro con questa squadra di inefficienti, ma adesso sono assolutamente convinto che questi M5s sono un pericolo per l'Italia e bisogna evitare che prendano il potere". Sugli altri scenari per la formazione di un nuovo esecutivo, il leader di Forza Italia vede un'altra strada percorribile da parte del centrodestra: "Il governo del centrodesrta potrebbe ''concretamente fare accordi con uomini saggi, con i parlamentari dei gruppi misti e anche esponenti del Pd". Poi ha aggiunto: "Sono contrario al no secco al Pd per un discorso sul programma". Infine l'ex premier mette in guardia gli elettori da un governo con i 5 Stelle a Palazzo Chigi: "I cinque stelle sono un ''pericolo per il Paese, non sono un partito democratico. Il 5 stelle è il partito dei disoccupati, di quelli che non hanno e vogliono togliere a chi ha... Dopo tanto tempo mi ritrovo ancora a spiegare queste cose agli italiani, mi sono anche rotto". Tra le varie ipotesi degli ultimi giorni c'è anche quella di un ritorno alle urne in cado di mancato accordo. Scenario questo che non temuto proprio dagli azzurri come sottolinea la capogruppo Maria Stella Gelmini: "Forza Italia non teme il voto. Anzi, se tornasse nuovamente candidabile Berlusconi avremmo anche da guadagnarci. Abbiamo avuto una difficile campagna elettorale perché il fondatore del nostro partito era ingiustamente incandidabile, ma il punto è che se si tornasse alle urne a perderci sarebbe il Paese che ha bisogno in fretta di un governo che risolva i reali problemi dei cittadini". Persone:  Silvio Berlusconi Luigi Di Maio
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Salvini: "C'è chi vuole un tecnico per spennare gli italiani" (Fri, 20 Apr 2018)
Salvini al Salone del mobile: "Al termine della visita, dopo che avrò sentito Di Maio, Berlusconi, Meloni, e tutti quanti, vi dirò" "Ho la netta sensazione che c'è qualcuno che vuole perdere tempo, che vuole un governo tecnico alla Monti voluto da Bruxelles, che vuole spennare gli italiani. Per evitare questa fregatura io farò qualunque cosa, anche scendere in campo". Matteo Salvini, al suo arrivo al Salone del Mobile, espone la sua preoccupazione dopo il secondo giro di consultazioni. "Oggi parlo solo di Salone del Mobile. Al termine della visita, dopo che avrò sentito Di Maio, Berlusconi, Meloni, e tutti quanti, vi dirò", ha aggiunto il leader della Lega. Persone:  Matteo Salvini
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Governo, Forza Italia chiude a Di Maio: "Tentativo fallito, basta schiaffi" (Fri, 20 Apr 2018)
La Ronzulli chiude definitivamente ai Cinque Stelle: "Non si può continuare a prendere schiaffi in faccia pur mostrando grande disponibilità, responsabilità e generosità" La trattativa tra il Movimento 5 Stelle e il centrodestra è definitivamente archiviata. A chiudere il fascicolo è Licia Ronzulli dopo che Luigi Di Maio ha chiuso le porte sia a Forza Italia sia a Fratelli d'Italia. "Non si può continuare a prendere schiaffi in faccia pur mostrando grande disponibilità, responsabilità e generosità", mette in chiaro la senatrice azzurra a Circo Massimo, su Radio Capital, mettendo così la parola "fine" a un eventuale governo con i Cinque Stelle. Alla fine la svolta non c'è stata. Il tutto perché Di Maio si è lasciato frenare dalla paura di un accordo con Forza Italia. "L'apertura di Di Maio è durata meno di sette ore, sembrava ci fosse uno spiraglio per far cadere i veti - spiega la Ronzulli - quando Salvini ha riferito la possibilità, Berlusconi si è detto d'accordo, a condizione di avere pari dignità e di non mettere Forza Italia in un angolo". Durante l'intervista a Circo Massimo, la senatrice azzurra nega che ci sia mai stata una discussione su un appoggio esterno di Forza Italia a un governo formato dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle: "Non se n'è mai parlato. Non esisteva ieri, non esiste oggi e non esisterà domani. Non faremo i portatori d'acqua". "Non ha mai bluffato, abbiamo sempre giocato a carte scoperte. Non giochiamo poker". A Radio Capital la Ronzulli attacca attacca apertamente il leader pentastellato. "Non ho ancora capito cosa vuole fare Di Maio da grande - dice - evidentemente vuole solo sedersi sulla poltrona di Palazzo Chigi, non gli interessa degli italiani". Nessun problema di fiducia, invece, con l'alleato leghista: "Ci fidiamo di Matteo Salvini, non romperà l'unità del centrodestra". La prospettiva, allora, potrebbe essere un governo formato dal Movimento 5 Stelle e dal Partito democratico. Una soluzione che, secondo alcuni retroscena, avrebbe dei sostenitori anche in Forza Italia. Ronzulli, però, è di un'altra opinione: "Nessuno tifa per questa ipotesi che non ci riguarda - dice - Ci siamo presentati agli italiani per governare, non per andare all'opposizione". E sulla possibilità di tornare alle elezioni si rimette alle decisione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. "Ma non sarebbe giusto per gli italiani tornare al voto". Tag:  Forza Italia Movimento 5 Stelle (M5S) Persone:  Licia Ronzulli Luigi Di Maio Silvio Berlusconi
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L'ultima trovata della Raggi: rimpatri assistiti per i nomadi (Fri, 20 Apr 2018)
La Raggi prova a coprire il flop del piano annunciato mesi fa per sgomberare i campi. Ma i rimpatri assistiti rischiano di non essere praticabili "Rimpatri assistiti per i nomadi". È l'ultima trovata del sindaco Virginia Raggi per provare a superare l'emergenza dei campi rom nella Capitale. Si tratta di uno strumento che inizialmente era stato previsto nel piano lanciato dalla giunta per affrontare l'annoso problema degli insediamenti ma che si sta rendendo necessario dopo il blitz dei vigili nel Camping River, uno dei campi nomadi della Capitale che avrebbe dovuto essere chiuso il 30 settembre dello scorso anno ma dove di fatto vivono ancora oggi circa 380 persone. L'amministrazione è in ritardo sulla tabella di marcia per le difficoltà incontrate nell'applicazione delle misure di accompagnamento. Visto l'impatto sotto le attese ottenuto finora dal piano del Campidoglio, varato a maggio dello scorso anno, che prevedeva la chiusura progressiva degli insediamenti a partire da quelli della Monachina e Barbuta, la Raggi starebbe lavorando per mettere mano alla delibera introducendo anche la possibilità di un contributo economico per il rimpatrio assistito nei Paesi di origine. Dopo aver censito 4.700 residenti negli insediamenti, come riporta l'agenzia Agi, la Giunta starebbe pensando a nuove misure per accelerare sulla buona riuscita del piano. "È in via di definizione una delibera che amplia le possibilità di estendere i progetti inclusivi del piano per il superamento dei campi rom anche ad altre forme di aiuto, tra le quali il rimpatrio assistito, che inizialmente non era previsto", spiega all'Adnkronos Marco Cardilli, delegato alla Sicurezza del Campidoglio. Una misura, quella dei rimpatri assistiti, che "riguarderà tutti i campi a partire da quanto abbiamo sperimentato nel Camping River". Già da alcuni mesi, dopo un accordo sottoscritto tra il Campidoglio e l'ambasciata di Romania, dei funzionari del governo romeno avrebbero proposto nei campi delle opportunità di rimpatrio legate a dei percorsi di inserimento lavorativo. In realtà, come fa notare oggi il Tempo, i "rimpatri assistiti" si potrebbero rivelare quasi tutti impossibili: la maggior parte dei nomadi che vivono a Roma sono "naturalizzati in Italia". Non solo. Molti di loro sono nati proprio nella Capitale. Il piano dell'esecutivo Raggi parla di "accompagnamento all'abitare" attraverso "il superamento delle logiche emergenziali" e dei "grandi insediamenti monoetnici". Il Campidoglio sta già offrendo a chi vuole uscire dai campi soluzioni come il buono casa, un contributo che copre l'affitto di un appartamento solitamente per un anno, o l'auto-recupero di immobili dismessi. Oppure "il reperimento sul mercato immobiliare privato" di case per coloro che sono in condizione di "sostenerne le spese". Tag:  rom nomadi Persone:  Virginia Raggi
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Per un elettore su tre stallo colpa dei grillini (Fri, 20 Apr 2018)
Una sola parola ha accompagnato queste trattative nelle ultime settimane: stallo. E gli elettori adesso "processano" i partiti Una sola parola ha accompagnato queste trattative nelle ultime settimane: stallo. Già perché tra giri di consultazioni e veti il governo è ancora in alto mare. Eppure gli elettori che il 4 marzo hanno scelto di esprimere la propria preferenza alle urne un'idea se la sono fatta sul colpevole di questa empasse. Secondo quanto rileva un sondaggio Swg per il Messaggero di fatto per un elettore su tre la colpa dello stallo è del Movimento Cinque Stelle. Secondo i dati del sondaggio per il 35 per cento degli elettori a bloccare tutto sono le scelte di Di Maio. Per il 27 per cento lo stallo è dovuto alle posizioni del Cav mentre solo un 12 per cento indica in Salvini il responsabile di questo ritardo per la formazione del governo. Ma il capo politico del Movimento Cinque Stelle deve porre attenzione sul fronte interno. Infatti lo stesso sondaggio Swg rileva come il 18 per cento dell'elettorato grillino cominci a nutrire una vera e propria insofferenza per le mosse di Di Maio. Tra le ipotesi che sono emerse in questi giorni c'è anche quella di un ritorno alle urne. Il 69 per cento degli elettori chiede però una nuova legge elettorale prima di una nuova tornata alle urne. E la maggioranza degli elettori ha anche le idee chiare su come declinare una nuova legge elettorale: sistema proporzionale a doppio turno con un ballottaggio tra i primi due candidati. Insomma i ritardi sulla formazione di questo nuovo esecutivo potrebbero aprire nuovi scenari all'interno dei partiti con conseguenze non facilmente prevedibili. Tag:  Movimento 5 Stelle Persone:  Luigi Di Maio
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Da Pajno alla Severino: ecco a chi Mattarella potrebbe dare l'incarico (Fri, 20 Apr 2018)
Ora che il secondo giro di consultazioni volge al termine e sembra non aver permesso di raggiungere un accordo per un governo, le ipotesi di un incarico a una personalità terza si fanno più forti Ora che il secondo giro di consultazioni volge al termine e sembra non aver permesso di raggiungere un accordo per un governo, le ipotesi di un incarico a una personalità terza si fanno più forti. È il cosiddetto "governo del presidente". Ma quali sono i nomi che Sergio Mattarella ha in mente? Secondo un articolo della Stampa ce ne sono almeno quattro. Il primo è Alessandro Pajno, presidente del Consiglio di Stato dal 2016, giurista palermitano da sempre vicino al capo dello Stato e apprezzato anche dal Movimento 5 Stelle. Il secondo nome che circola è quello dell'ex ministro della Giustizia Paola Severino, anche lei apprezzata dai grillini soprattutto per la legge che porta il suo nome e ca va sans dire che ha escluso Berlusconi dalla scena politica. Poi c'è Sabino Cassese, 83enne professore emerito alla Normale di Pisa. Infine Carlo Cottarelli non è mai stato fatto fuori dalla lista dei papabili. Lui che fu dirigente del Fmi e commissario alla spending review col governo Letta, è apprezzato anche da Berlusconi. Persone:  Sergio Mattarella
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Meloni asfalta Di Maio: "Se vuoi essere Batman, devi prima vincere" (Fri, 20 Apr 2018)
La leader di FdI punge il grillino postando una canzone di Cremonini: "'Nessuno vuole essere Robin' ma per essere Batman devi vincere le elezioni" Dopo i segnali positivi, Luigi Di Maio ha deciso di chiudere le porte al centrodestra. "Parlo solo con Salvini", ha detto il capo del Movimento 5 Stelle, dopo l'incontro con il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, raddoppiando di fatto i suoi veti (sia su Forza Italia sia su Fratelli d'Italia). Oggi, però, Giorgia Meloni gli ha risposto per le rime su Facebook: "Se vuoi essere Batman, devi prima vincere le elezioni". "... tutti col numero dieci sulla schiena/e poi sbagliamo i rigori/ti sei accorta anche tu/che in questo mondo di eroi/nessuno vuole essere Robin...". È una delle strofe della canzone che la Meloni dedica dalla propria pagina Facebook a Di Maio. La leader di Fratelli d'Italia non riporta la citazione nel suo breve post, ma si limita a linkare il videoclip del brano di Cesare Cremonini. Poi, però, commenta: "'Nessuno vuole essere Robin' ma per essere Batman devi vincere le elezioni". Persone:  Giorgia Meloni Luigi Di Maio
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Sudtirolesi, l'Italia respinge Vienna (Fri, 20 Apr 2018)
Ritirata la proposta di aprire i consolati austriaci agli altoatesini Non è rimasta senza risposta la prova di forza dell'Austria sull'Italia, celata dietro la mano tesa ai cittadini del Sud Tirolo. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha annunciato il passo indietro del cancelliere Sebastián Kurz sul disegno di legge trasmesso al Parlamento che voleva aprire le porte dei suoi consolati ai sudtirolesi di lingua tedesca e ladina, in barba alle regole europee. In sostanza prevedeva che gli altoatesini - il riferimento è al solo gruppo linguistico tedesco e ladino, perché ricade sotto la «funzione tutrice» dell'Austria, prevista dalla Costituzione di Vienna - potessero rivolgersi anche a un consolato austriaco in caso di emergenza, e non solo alla sede diplomatica dell'Italia. Gli abitanti della provincia autonoma, sebbene cittadini italiani, avrebbero potuto scegliere a quale bandiera chiedere assistenza in caso di arresto, di grave incidente, di vittime di reati, di malattia oppure morte. Una doppia opzione che non è però contemplata dalla recente direttiva europea alla cui attuazione si rifaceva la proposta di Kurz: infatti, la norma introduce la protezione consolare dei cittadini Ue da parte di un altro Stato solo laddove i loro Paesi non abbiano rappresentanze. Insomma, non certo il caso dell'Austria, che con questa forzatura rischiava di aprire un'ulteriore crepa nelle relazioni bilaterali con Roma, dopo l'idea di concedere agli altoatesini il doppio passaporto. «Apprendiamo con soddisfazione che l'iter del procedimento legislativo è stato bloccato», recita una nota del titolare della Farnesina. Lo stop arriva dopo una formale lettera di protesta presentata mercoledì dall'ambasciatore italiano Sergio Barbanti. Il provvedimento di Vienna era, secondo Alfano, «assolutamente non conforme alle norme Ue in materia di cittadinanza europea e del tutto contrario al diritto internazionale, oltre a essere assolutamente non in linea con la collaborazione che dovrebbe esistere tra Paesi Ue». Tanto che di fronte alla reazione italiana, Kurz avrebbe optato, per ora, per il passo indietro. Una decisione che «dimostra che la collaborazione tra Paesi europei è un bene da preservare con cura ed equilibrio», commenta Alfano. Congelati l'esercito al Brennero anti migranti, la doppia cittadinanza e il doppio consolato, non resta che attendere la prossima mossa. O provocazione.
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Sanità più cara, Italia divisa Al Sud 1 su 5 non può curarsi (Fri, 20 Apr 2018)
Rapporto dell'Università cattolica: spesa per la salute in crescita, metà del Paese non può permettersela Non siamo tutti uguali di fronte alla malattia. Luogo di residenza e condizioni economiche fanno la differenza tra la vita e la morte. A confermare ancora una volta che in Italia la sanità non è uguale per tutti e funziona a due velocità è il rapporto Osservasalute curato dall'Università Cattolica di Roma. Al sud una persona su cinque confessa di non avere i soldi per pagarsi le cure. Una percentuale preoccupante, addirittura quadrupla rispetto a quella rilevata nelle regioni settentrionali. E anche la mortalità «prevenibile attraverso adeguati interventi di sanità pubblica è drammaticamente più elevata nelle regioni meridionali: la Campania e la Calabria, sono le regioni che nel quadro complessivo mostrano il profilo peggiore», è scritto nel rapporto. «Dal punto di vista della sanità, il Sud d'Italia è come se fosse un Paese diverso. Lì ci sono indicatori sanitari inferiori a Paesi come la Tunisia -avverte il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, Walter Ricciardi- Serve un Piano Marshall per la sanità del Sud». Continua ad aumentare la spesa privata dei cittadini che per curarsi devono mettere mano al portafogli. La media nazionale nel 2015 corrisponde ad una spesa di 588 euro ed è in continua crescita: nel 2005 era di 477 euro. Onere per le famiglie che cresce in tutte le regioni, con un tasso che va dallo 0,6 della Lombardia al 3,7 della Basilicata. Nel 2015 la spesa privata pro capite più alta si registra in Valle d'Aosta con 948 euro e la più bassa in Sicilia con 414. Anche la spesa sanitaria pubblica sale ma resta comunque più bassa rispetto a molti paesi Ue. La media nazionale per la spesa sanitaria pubblica pro capite corrisponde 1.845 euro. Dove il sistema sanitario funziona e c'è maggiore benessere si registrano meno morti per patologie oncologiche o malattie croniche come il diabete e l'ipertensione. Osservasalute rileva che nel 2015, la provincia autonoma di Trento è stato registrato il valore più basso, 195,6 ogni 10.000 abitanti mentre la Campania vanta il triste primato di quello più alto, 297,3 sempre per 10.000 abitanti. Dunque il tasso di mortalità per malattia in Campania è più alto del 22 per cento rispetto a quello nazionale e del 14 rispetto alle altre regioni del Mezzogiorno. Non stupisce quindi che la Campania sia la regione dove la speranza di vita alla nascita è più bassa in confronto al resto d'Italia, 78,9 anni per gli uomini e 83,3 anni per le donne contro una media di 80 anni per gli uomini e 85 per le donne. Differenze sempre esistite e che nel corso degli anni non solo non si sono colmate ma anzi sono peggiorate, avverte Osservasalute. L'altro fronte di preoccupazione è la progressiva diminuzione dei medici del servizio sanitario nazionale che è in costante riduzione dal 2012: da 109.151 unità nel 2012 a 105.526 unità nel 2015 meno 3,3. Un dato con il segno meno anche in rapporto alla popolazione che pure diminuisce. Sempre di meno anche gli infermieri da 271.939 nel 2012 a 266.330 nel 2015. Un dato tanto più preoccupante rispetto all'invecchiamento progressivo della popolazione con l'aumento inevitabile dei malati cronici e delle persone non autosufficienti. Il 30,3 per cento degli over 65 non è in grado di usare il telefono e neppure di prendere le medicine. Una larga fetta di popolazione che non sa o non può gestire le risorse economiche, preparare i pasti, fare la spesa, svolgere attività domestiche. L'ultimo allarme riguarda l'aumento delle persone obese. Nel 2016 più di un terzo della popolazione adulta, il 35,5 è in sovrappeso e poco più di una persona su dieci è obesa, 10,4.
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IlGiornale.it - Cronache

Ora Natalie Portman rifuta il "Nobel ebraico": "Avvenimenti in Israele troppo dolorosi" (Fri, 20 Apr 2018)
L'attrice israelo-statunitense non andrà in Israele a ritirare il Premio Genesis a causa di quanto sta accadendo a Gaza Quanto sta accadendo in Israele è troppo doloroso. È questo il motivo che ha portato l'attrice israelo-americano a rifiutare il Premio Genesis, detto il "Nobel ebraico" per la pace. A confermare la notiza è stato un rappresentante di Nathalie Portman: "I recenti avvenimenti nel Paese sono stati estremamente dolorosi per lei", ha affermato. Come riporta l'Huffington Post, il ministro della cultura israeliano avrebbe reagito dicendo che l'attrice "ha ceduto alle pressioni del Bds", movimento a guida palestinese per il boicottaggio di Israele. In una nota il premio ha comunicato di "temere che la decisione di Portman causerà alla nostra iniziativa filantropica una politicizzazione per evitare la quale abbiamo lavorato duramente negli ultimi cinque anni". Nathalie Portman, una delle più famosi attrici di Hollywood, è nata a Gerusalemme il 9 giugno 1981 ed è stata in seguito naturalizzata cittadina americana. Tre anni fa ha scritto, diretto e interpretato A Tale of Love and Darkness, film ispirato allo scrittore israeliano Amos Oz. Tag:  Premio Genesis Persone:  Natalie Portman
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Sindaco dedica via a Almirante e Berlinguer: l'Anpi non lo invita al 25 aprile (Fri, 20 Apr 2018)
Il sindaco di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna, vorrebbe omaggiare i due leader per cercare una pacificazione nazionale. Ma la sinistra (e CasaPound) si oppone Lui ci vorrebbe provare. Sindaco di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna, ha un'idea che definire ambiziosa è forse un eufemismo: punta alla "pacificazione nazionale" a oltre 70 anni dalla guerra civile che insanguinò l'Italia dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Insomma: vorrebbe superare le contrapposizioni ideologiche destra-sinistra. In che modo? Dedicando una via a Enrico Berlinguer e a Giorgio Almirante. Entrambi, insomma. Non solo uno "di parte". Tanto che entrambe potrebbero confluire in una strada (o una piazza) che sarà chiamata, appunto, "pacificazione nazionale". Sindaco di centrodestra, la mozione è passata in consiglio ma con l'opposizione di tutto il centrosinistra (il Pd ha presentato sei emendamenti), del Movimento Cinque Stelle (uscito dall'aula) e di CasaPound (che vorrebbe dedicarla solo a Almirante e che aveva proposto una mozione in questo senso tempo fa). "Per la prima volta in Italia, un’amministrazione di centrodestra decide di dedicare una strada a Enrico Berlinguer", dice al Tempo il sindaco. "Con questa mozione ho fatto il mio appello alla pacificazione nazionale, specie in vista del 25 aprile. Metabolizzare, non deformare il passato". E ancora: "La ratio della nostra scelta - continua il sindaco di Grosseto - è stata proprio quella di andare nella direzione del superamento delle contrapposizioni ideologiche. Non vogliamo dare un giudizio sulla storia di 70 anni fa. Ma Almirante e Berlinguer, ognuno a proprio modo, sono stati personaggi che hanno operato convintamente per il raggiungimento della pacificazione nazionale". La cosa però non ha funzionato. Carlo De Martis, esponente della Lista Mascagni, ha detto che la mozione porta ad una "aberrante equiparazione tra fascismo e antifascismo. Un atto che infligge una ferita alla nostra comunità, aprendo nuove divisioni". Altro che pacificazione. Casa Pound Gino Tornusciolo che, dopo le elezioni del 4 marzo, è stato estromesso dalla maggioranza perché il sindaco si è detto lontano “da ideologie vetuste ed estremismi”. La mozione, riporta il Fatto, è stata firmata da Elisabetta Ripani (Forza Italia), Bruno Ceccherini (Fratelli d’Italia), Stefano Pannini (Vivarelli Colonna sindaco) e Francesca Pepi (Maremma migliore). Ma l'opposizione non ha apprezzato. E infatti di fronte al comune Rifondazione Comunista e l'Anpi hanno indetto un picchetto e minacciano di "non voler invitare il sindaco alle celebrazioni del 25 aprile" perché, ha detto il presidente provinciale di Anpi Flavio Agresti "l’intitolazione della via ad Almirante è un atto grave e vergognoso". Tag:  sinistra guerra civile italiana Persone:  Enrico Berlinguer Giorgio Almirante
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India, orrore durante le nozze: 11enne stuprata e uccisa da un parente degli sposi (Fri, 20 Apr 2018)
In manette un 25enne: il ragazzo è accusato di aver stuprato e ucciso un bambina di 11 anni durante un matrimonio in India India sotto choc per un atroce crimine contro una ragazzina di 11 anni. Doveva essere una giornata di festa: il matrimonio in famiglia nel distretto di Kabirdham, invece si è trasformato in incubo. La bambina è stata stuprata e poi uccisa. L'arresto Un omicidio orribile che ha indignato l'India intera. In manette è finito un giovane di 25 anni. L'uomo avrebbe prelaevato con la forza la bambina, l'avrebbe portata in aperta compagna, lontano da sguardi indiscreti e poi l'avrebbe stuprata e uccisa. Il ragazzo si trovava insieme alla vittima in un matrimonio di famiglia nello stato di Chhattisgarth. Dopo l'atroce violenza, il giovane si sarebbe sbarazzato del corpo senza vita dalla vittima gettandolo in un canale. Poi sarebbe tornato alla festa e avrebbe festeggiato come nulla fosse, come riporta Leggo. Tag:  stupro violenza India
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Roma, incinta dopo lo stupro: quattro anni all'aguzzino (Fri, 20 Apr 2018)
La vittima è una studentessa finlandese. Il carnefice invece un bengalese che con la scusa di portarla a casa l'ha violentata Quattro anni e quattro mesi di carcere per "l'aggressione animalesca" perpetrata dal giovane bengalese, Khann Saddam, ai danni di una studentessa finlandese. Non solo: la beffa per la ragazza è arrivata con una gravidanza inattesa interrotta qualche settimana dopo la violenza dello straniero. La proposta e l'agguato La sentenza - arrivata con il rito abbreviato - contro il bengalese è di violenza sessuale aggravata. Angela Leonardi, avvocato di parte civile, però storce il naso e su Il Messaggero commenta la condanna: "Ritengo che la pena di 4 anni e 4 mesi sia bassa - e aggiunge - Sono state concesse le attenuanti che il pm nella sua requisitoria ha inteso richiedere ritenendo che esistano tra l'imputato e la parte offesa delle barriere culturali che ne giustifichino l'applicazione". E inoltre, ci tiene a sottolinearlo la Leonardi: "La mia assistita anche se esula dal capo di imputazione, ha dovuto affrontare anche un aborto nel suo Paese per via della violenza". Per i giudici avrebbe influito la differenza culturali tra i due. Ma andiamo con ordine: una notte dello scorso settembre il lavapiatti avvicina con fare cortese - l'uomo viene descritto come una persona mite - la ragazza finlandese. Lei accetta di essere portata a casa - nonostante quella figura non l'avesse mai vista prima - e gli da un bacio. Lo racconta anche ai giudici: "Hai bisogno di andare a casa? Ti accompagno io", era l'offerta del bengalese. Camminano ma la macchina non si trova: "Ogni tanto - spiega la 20enne -chiedevo ma la macchina dov'è? Alla fine mi dice: 'Sì, però se vuoi un passaggio, mi devi prima dare un baci'". In prima battuta glielo nega. "Poi ho visto che si è irritato, si era alterato allora ho pensato, ho pensato dico va be', è un bacio non è poi così grave" ammette in Aula. La giovane motiva le sue scelte al pm dell'interrogatorio, Cristiana Macchiusi: "Ho pensato magari gli do un bacio e lui mi porta a casa". E invece no, il carnefice la spinge in un angolo e la stupra, "come i randagi in strada" da definizione del pm. La differenza culturare sta nel bacio: lui l'ha visto come una dichiarazione, un permesso ad avere un rapporto sessuale. Lei ovviamente no. E così si consuma la violenza, condannata con solo quattro anni. Ora la studentessa è andata via da Roma: "Segue una terapia psicologica e di questa vicenda non vuole più parlare", ha spiegato il suo avvocato. Tag:  Roma stupro condanna
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Con Apollo sarà estate per dieci giorni (Fri, 20 Apr 2018)
Sarà estate in anticipo in tutto il nord Italia. Di fatto le temperature nelle prossime ore raggiungeranno i 28 gradi al Nord grazie ad "Apollo" Sarà estate in anticipo in tutto il nord Italia. Di fatto le temperature nelle prossime ore raggiungeranno i 28 gradi a Milano, Trieste, Torino, Bologna e Firenze. Una vera e propria estate in questa primavera che aveva debuttato con la pioggia. Le temperature tornano invece a regimi normali nel centro e sul sud. Rare eccezioni sono quelle con i 26 gradi di Napoli, Catanzaro e Taranto. Il tutto è merito dell'anticiclone "Apollo" che resterà sul nostro Paese per i prossimi dieci giorni. Secondo quanto riporta il sito ilmeteo.it, queste temperature resteranno stabili anche nella giornata di domani, sabato 21 aprile. Si registrerà comunque la flessione di qualche grado, ma il sole e il caldo resteranno a far compagnia nel weekend. Un calo più consistente delle temperature si registrerà nella giornata di domenica soprattutto nel Centro-sud. Il caldo anomalo di questi giorni ha investito mezza Europa con temperature oltre le medie stagionali in Gran Bretagna dove si toccano i 27,9 gradi. Si tratta del record assoluto dal 1949. Insomma per le scampagnate del 25 aprile ci sarà dunque il sole a far compagnia ai pic nic degli italiani che si metteranno su strade e autostrade per una gita fuori porta. Unica nosta stonata per il sud. Infatti domani tutte le zone interne della Sicilia, ma soprattutto la zona dei monti Nebrodi e il settore Etneo saranno interessate dallo sviluppo pomeridiano di temporali accompagnati da locali grandinate e possibili allagamenti. Stessa cosa anche domenica con i temporali che potrebbero interessare anche il settore tirrenico della Calabria. Tag:  meteo estate
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"Copperfield, a me gli occhi". E il mago svela il suo trucco (Fri, 20 Apr 2018)
Incidente durante un numero, si ferisce un partecipante E l'illusionista è obbligato dal giudice a spiegare la magia Questa volta il trucco non gli è riuscito. Dopo una Ferrari, un vagone dell'Orient Express e persino la Statua della Libertà, David Copperfield sperava di far sparire anche la denuncia del britannico Gavin Cox, che nel 2013 finì all'ospedale mentre si prestava a uno dei numeri più famosi del prestigiatore. Invece, niente da fare: i giudici della corte di Las Vegas hanno voluto che la magia gli venisse spiegata in dettaglio, per capirne il meccanismo e accertare le responsabilità degli imputati. E così è stato. Era il 2013 quando Cox, 57 anni, volò dal suo Kent alla capitale del divertimento negli Usa per assistere con la moglie a una delle serate che l'illusionista vivente più famoso del mondo nonché più ricco: il suo patrimonio ammonta a 850 milioni di dollari continua a tenere a Las Vegas e a Musha Cay, una delle sue undici isole private nelle Bahamas. Cox si è trovato a essere uno dei tredici spettatori che Copperfield avrebbe fatto sparire dal palco del MGM Gran Resort e Casinò, per poi farli ricomparire dietro la platea, nel numero chiamato «Lucky #13», i fortunati tredici. Fortunato, però, il 57enne non lo è stato: scivolando dietro le quinte del teatro, sostiene di aver riportato danni cerebrali permanenti che gli sono costati più di 400mila dollari in cure mediche. Chris Kenner, produttore e amico di Copperfield, martedì si è dovuto presentare di fronte alla corte di Las Vegas. Nonostante la richiesta degli avvocati difensori, è stato obbligato a spiegare come funzionasse il trucco. I partecipanti - ha spiegato Kenner - vengono scelti casualmente, lanciando in platea grossi palloni, e vengono poi messi in un gabbia sospesa sul palco. La gabbia viene coperta con un telo: quando questo viene sollevato, puff, il gruppetto è scomparso. Le persone ora lo sappiamo vengono in realtà fatte uscire dal retro della gabbia e indirizzate da alcuni assistenti all'interno di cunicoli bui che portano fuori dal teatro. Poi vengono fatti rientrare dalla cucina del resort e passare dal retro della sala, in modo da ricomparire in tempo per il gran finale. Cox ha raccontato di essersi ferito quando è stato «spinto senza alcuna guida o indicazione in un'area di lavori in corso, con polvere di cemento e detriti per terra» che l'hanno fatto «scivolare e cadere». Il malcapitato è stato portato in ospedale e liquidato con il referto di spalla lussata, ma una volta rientrato nel Regno Unito ha iniziato a soffrire di dolori cronici, mal di testa e stati confusionali. Sottoposto a ulteriori controlli, gli è stato diagnosticato un trauma cranico e si è dovuto sottoporre a due operazioni al collo e alla spalla. Al Daily Mail ha dichiarato di essere stato lasciato con la memoria a breve termine danneggiata e dipendente da un respiratore durante la notte. Lui e la moglie ora chiedono «una somma molto alta» (ma imprecisata) a Copperfield, Kenner, al resort e all'impresa edile rea di aver abbandonato sul posto i calcinacci. Il numero dei «fortunati tredici», ha spiegato il produttore ai giudici, è andato in scena migliaia di volte nel corso degli ultimi vent'anni, per un totale di 55mila partecipanti solo nell'ultimo decennio e nessun ferito. Lo stesso Copperfield continua a esibirsi con grande frequenza: nel 2017 ha tenuto più di 600 spettacoli a Las Vegas, incassando 61,5 milioni di dollari. In aula Kenner ha ammesso che le condizioni fisiche dei partecipanti non vengono valutate prima di iniziare il numero e che non viene detto loro cosa dovranno fare. Allo stesso tempo l'avvocato dell'hotel ha fatto presente che quella stessa sera Copperfield aveva fatto lo stesso percorso per un'altra illusione e che se avesse riscontrato pericoli particolari lo avrebbe detto. L'illusionista che tagliò in due l'ex compagna Claudia Schiffer ha fatto, nel frattempo, un'altra magia: il numero dei «Lucky #13» non sarà più eseguito durante lo spettacolo a Las Vegas. Sparito, come migliaia di persone da tutto il mondo. E persino la Statua della Libertà.
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Puntura con il sonnifero, muore un orso marsicano (Fri, 20 Apr 2018)
L'animale non sopravvive all'anestetico dato dai veterinari. Nel 2014 il caso Daniza in Trentino Le apparenze ingannano. Anche nel mondo animale. Un orso può offrire, a prima vista, l'impressione di un animale quasi invulnerabile. Comunque potente e in grado di assorbire tranquillamente un'iniezione anestetica. E invece non sempre è così. Anche gli animali più forti nell'immaginario collettivo, possono rivelarsi infatti estremamente deboli. La storia dell' orso bruno marsicano morto ieri nel Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise lo dimostra tristemente. I fatti. Durante un'operazione di cattura prevista tra le attività autorizzate dal ministero dell'Ambiente, il plantigrado infatti non è sopravvissuto. «La squadra ha effettuato le procedure per anestetizzare e mettere in sicurezza l'animale, il quale già nella prima fase ha manifestato problemi respiratori», hanno precisato i responsabili del Parco, spiegando che è stato seguito il protocollo di cattura già ampiamente collaudato. La morte dell'orso si è verificata in un sito di cattura nel Comune di Lecce nei Marsi, nell'Aquilano, allestito a febbraio e controllato con un impianto di videosorveglianza. La squadra di cattura, allertata dal segnale di allarme collegato al sistema, ha verificato la presenza di un orso in trappola e, spiega il Parco, seguendo il protocollo ha effettuato «le procedure necessarie ad anestetizzarlo e metterlo in sicurezza». Nonostante le manovre di rianimazione, però, l'animale (un giovane maschio in precedenza mai marcato né dotato di radiocollare) è morto in poco tempo. «È la prima volta che ci troviamo di fronte a un'emergenza anestesiologica in occasione di una cattura», ha spiegato il presidente del Parco, Antonio Carrara, sottolineando che, «per quanto il protocollo utilizzato riduca i rischi per l'orso non si possono escludere totalmente». «Confermo la piena fiducia nello staff del parco e mi auguro che l'analisi necroscopica possa fare piena luce sulle cause di morte», ha concluso il presidente Carrara. La carcassa del plantigrado sarà ora trasferita all'Istituto Zooprofilattico per l'accertamento delle cause della morte. «Ci auguriamo che i carabinieri forestali e la magistratura facciano presto chiarezza sul caso», scrivono in una nota i responsabili provinciali del Movimento animalista, sottolineando come «vi sono inquietanti somiglianze con l'uccisione dell'orsa Daniza, in Trentino, nel settembre del 2014». «Anche in questo caso - spiegano gli animalisti - la morte dell'animale potrebbe esser stata causata da una dose eccessiva di anestetico. Resta il fatto che abbiamo perso un altro orso marsicano, una sottospecie ridotta al limite dell'estinzione (si stima che ce ne siano appena una cinquantina) dal bracconaggio e dall'antropizzazione del suo territorio. Per questo non possono esserci esitazioni nel difendere quest'inestimabile patrimonio di tutti, né perdonismi quando si tratta di individuare precise responsabilità». Parole che lasciano prevedere che il «caso» non si chiuderà qui.
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Tess, il cacciatore di pianeti (im)possibili. Così il satellite scruterà lo spazio profondo (Fri, 20 Apr 2018)
In orbita a 8 chilometri. Obiettivo: i corpi celesti fuori dal sistema solare Brillano le stelle, non brilla solo il sole. Ma tutti i mondi possibili, noi li andremo a cercare. Per capire se esiste un altro pianeta come il nostro, a chilometri e chilometri da noi. Esistono pianeti che ruotano attorno a stelle lontane, pianeti di cui non conosciamo l'esistenza. Pianeti che vanno scoperti, trovati, catalogati. Tess è partito; la sua missione durerà due anni. Un'impresa, ma per ora è andato tutto bene. E Tess sta a 8mila km di altezza, questa la sua orbita attuale. Cercherà esopianeti: pianeti simili al nostro, ma nemmeno nello stesso sistema solare. Pianeti lontani che ruotano attorno a stelle che non sono la nostra. Già Kepler aveva tentato lo stesso viaggio e la stessa ricerca. Aveva scoperto l'esistenza di circa 3600 esopianeti. Ma Tess, che sta per transiting exoplanet survey satellite, avrà una marcia in più e sarà migliore: i dati di Tess permetteranno di osservare stelle dalle 30 alle 100 volte più luminose di quelle osservate da Kepler. Ed è costato tanto, questo cacciatore di pianeti: 337 milioni di dollari. Il lancio è avvenuto nella notte del 18 aprile ed è stato posticipato di due giorni per verifiche. Progettato dalla NASA e sviluppato dal Mit e costruito da Orbital ATK, Tess è stato lanciato con successo dalla rampa di lancio 40 di Cape Canaveral, con il razzo Falcon 9. Quello di Elon Musk. Dovremo aspettare 60 giorni per vederlo all'opera. Andrà ad analizzare le stelle, trovando i punti di luce meno luminosi. Immaginandoci una lampada e un oggetto posto tra noi e questa lampada, possiamo capire il funzionamento di Tess: l'oggetto frapposto tra Tess e la brillantezza della stella sarà visibile. L'obiettivo, infatti, è quello di scovare pianeti nelle orbite delle stelle più luminose che si trovano nei pressi del nostro sistema solare. Si tratta di circa 200.000 stelle. E per farlo, osserverà le variazioni e le pieghe della luce. Quando i pianeti si frappongono tra la sonda e la stella osservata dagli strumenti, diventano maggiormente visibili. La diminuzione di luminosità nel punto attraversato da un pianeta indicherà la sua presenza. Ogni due minuti, Tess scatterà delle fotografie che verranno immagazzinate come francobolli, detti postal stamps, catturate da 4 fotocamere a campi d'osservazione adiacenti, con tempo di esposizione di 2 secondi e che vanno accoppiate per coprire un arco di volta celeste che arriva a 24° di larghezza e 96° di altezza. L'analisi delle stelle maggiormente luminose sarà fatta partendo da un ritaglio, un dettaglio di campo. Le immagini aiuteranno a capire come si muove la luce al passaggio del pianeta intorno alla stella. Altre fotografie, più ampie, a qualità più alta (Full-Frame Images), saranno scattate ogni 30 minuti. Tess è oggetto orbitante che guarda stelle che brillano, un piccione viaggiatore fatto a telescopio, che ci permetterà di conoscere qualcosa in più di questo universo che conosciamo ancora così poco.
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Si gioca al casinò 600mila euro dei fedeli. Il prete ludopatico promette: "Li restituirò" (Fri, 20 Apr 2018)
L'ex parroco ha patteggiato un anno: "Ridarò tutto, datemi solo del tempo" Venezia - Se i preti sono malati di sesso. D'amore. E di... gioco. Due anni fa don Contin, quel parroco, ormai ex, della parrocchia di San Lazzaro, nel padovano, che organizzava festini, orge, faceva sesso con le amanti, in canonica aveva falli in lattice disposti in ordine crescente e tra gli scaffali aveva i video delle orge catalogati con i nomi dei Papi. Ecco, l'altro giorno don Contin ha patteggiato un anno, pena sospesa, e un risarcimento da 11 mila e 500 euro, per lesioni personali aggravate e minacce nei confronti di una sua ex amante. Ma ieri a una trentina di chilometri da quella parrocchia, è emersa la verità su un altro caso, un altro prete. Questa volta malato di gioco. E anche questo ha patteggiato due anni di reclusione per essersi intascato 600 mila euro giocandosi i soldi delle offerte, quelle dei fedeli, quelle che ogni domenica la gente che va a battersi il petto in chiesa mette nell'apposita busta. Dopo il verdetto ha promesso: «Restituirò tutto, datemi solo un po' di tempo». Il parroco incriminato, anche lui ormai ex, è don Flavio Gobbo, della parrocchia dei Santi Vito e Modesto di Spinea, un comune in provincia di Venezia. Soldi, di proprietà della parrocchia, che sarebbero dovuti servire per realizzare un oratorio, ma che invece il don ha preferito investire nel gioco d'azzardo. Il caso era scoppiato ancora nell'autunno di due anni fa quando don Gobbo se n'era andato improvvisamente. La Diocesi di Treviso in quell'occasione aveva comunicato che il parroco aveva sospeso il servizio per «una situazione di affaticamento» che lo aveva «spinto a chiedere ai superiori un tempo di riposo», concessogli dal vescovo. Ma in realtà poco dopo si scoprì che dalle casse della parrocchia mancavano dei soldi, inizialmente si parlava di duemila, tremila euro. Da lì partirono le indagini che hanno portato ad accertare che il buco è in realtà maggiore. Sono circa 600 mila euro. Un debito creato in poco tempo, da quando don Gobbo aveva iniziato a reggere la parrocchia di Spinea. Ad accorgersi è stato il Consiglio per gli affari economici, che aveva subito avvisato il vescovo di Treviso. I soldi sarebbero spariti un po' alla volta. Don Gobbo «prelevava» goccia dopo goccia e poi li restituiva, ma poi non è stato più in grado di contenersi e ha iniziato a vendere anche alcuni beni della parrocchia, che tra l'altro è pure una delle più ricche della Diocesi. Aveva detto che quei soldi sarebbero serviti per farci l'oratorio. Che però non è mai stato realizzato. Mercoledì si è chiuso il processo a suo carico, il don che è stato sospeso dalla diocesi, ora ha avviato un percorso di cura per ludopatia, a cui fa sapere la diocesi «ha accettato fin da subito di sottoporsi». Ma né la parrocchia, ne il vescovo si sono costituiti parte civile: prima della conclusione delle indagini preliminari, il don ha firmato un accordo transattivo con il quale si impegna a restituire, a rate, almeno una parte del denaro sottratto. Sperando che almeno ora don Gobbo cominci a camminare dritto.
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Ecco la rete di Messina Denaro: "È tornato, è come Padre Pio" (Fri, 20 Apr 2018)
Colpo ai fiancheggiatori del super latitante: 21 arresti. La telefonata: "Il bimbo sciolto nell'acido? Ha fatto bene" «Una statua gli devono fare... una statua... allo zio Ciccio che vale. Padre Pio ci devono mettere allo zio Ciccio e a quello accanto... Quelli sono i santi». Parlano così del super latitante Matteo Messina Denaro e del padre Francesco i suoi fidi intercettati a marzo nell'ambito dell'operazione Anno zero coordinata dalla Dda di Palermo che ha inflitto un duro colpo alla rete di fedelissimi della primula rossa della mafia. A parlare è il cognato di Messina Denaro. «Voialtri tanto mangiate dice con riferimento ai politici - State facendo diventare un Paese... L'Italia è uno stivale pieno di merda... le persone sono scontente». Oltre a lui, i carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Trapani e le squadre mobili di Palermo e Trapani e lo Sco hanno arrestato 21 affiliati alle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna, indagati per i reati di associazione di tipo mafioso, estorsione, danneggiamento, detenzione armi e intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalle modalità mafiose, e un indagato deve rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa. Tra i destinatari del provvedimento restrittivo figura lo stesso super latitante, a conferma del suo perdurante ruolo di capo della provincia mafiosa di Trapani, indicato dai suoi fidi quale erede naturale di Totò Riina. Lui, Messina Denaro, resta introvabile. È coperto da una fitta rete di sodali. A sentire le intercettazioni di Angelo Greco, uomo d'onore di Campobello di Mazara, il boss ha fatto capolino in territorio di Marsala nel dicembre 2012. «Dice che era in Calabria ed è tornato - parla uno degli arrestati - passa qua e i cristiani ci vanno». Ma, latitante dal 1993, dopo le stragi di mafia, è ancora a piede libero e nessuno osa criticare il suo operato. «Allora ha sciolto a quello nell'acido, non ha fatto bene? Ha fatto bene». È la scioccante frase intercettata di uno dei mafiosi arrestati nel blitz, che si riferisce al piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino. Il 13enne fu rapito, tenuto sotto sequestro per 779 giorni, ucciso e sciolto nell'acido per indurre il padre a ritrattare. «Se la stirpe è quella... suo padre perché ha cantato?» risponde l'altro. «Il bambino è giusto che non si tocca dice l'interlocutore - però aspetta un minuto. Perché se no a due giorni lo poteva sciogliere... Settecento giorni sono due anni. Tu perché non ritrattavi tutte cose? Se tenevi a tuo figlio, allora sei tu che non ci tenevi». «Giusto! Perfetto! E allora, fuori dai coglioni» dice l'altro. Le indagini hanno documentato anche il ricorso all'intimidazione per infiltrare il tessuto economico locale. È da esso che trae sostentamento la rete, che si avvale della collaborazione di imprenditori. È stato, ad esempio, accertato come alcuni indagati, attraverso insospettabili, siano intervenuti in aste giudiziarie per riappropriarsi di beni sequestrati e si è documentato l'interesse della criminalità organizzata per il settore delle scommesse. A sostentare il circuito familiare del latitante c'era l'imprenditore Carlo Cattaneo del settore dei giochi e scommesse online. Gli incontri importanti avvenivano nell'agenzia pratiche auto di Antonino Triolo, per far giungere i pizzini a Gaspare Como, cognato del latitante, designato quale reggente del mandamento di Castelvetrano, grazie a Nicola Accardo, capo della famiglia di Partanna. Una parte di corrispondenza riservatissima rivolta dal super latitante ai suoi familiari e ai vertici della mafia è finita nelle mani degli inquirenti. I pizzini erano a casa di Nicola Accardo, figlio del defunto «Ciccio». Ed è emerso come Messina Denaro abbia privilegiato, nella scelta dei soggetti da porre al comando dell'organizzazione, il criterio «dinastico», individuando persone della sua cerchia familiare, affinché il vincolo mafioso coincidesse pienamente con quello di sangue.
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Una polizza sulla vecchiaia (Fri, 20 Apr 2018)
Qualche tempo fa, un amico, mi ha chiesto di incontrare suo padre. Mi raccontò di quanto fosse preoccupato per gli indirizzi finanziari del suo genitore e sperava che, parlandogli, potessi aiutarlo ad orientarsi meglio. Ho accettato di buon grado, pur non essendo un consulente. Il papà del mio amico è un importante notaio, ha superato da poco la settantina e ha accumulato un patrimonio importante. Aveva deciso di utilizzare buona parte del patrimonio per acquistare una polizza a rendita immediata: in pratica, a fronte di un versamento di una somma importante, si sarebbe garantito una rendita certa, altrettanto importante, per tutta la vita, ma, alla sua scomparsa, il capitale non sarebbe più stato a disposizione degli eredi. Volevo comprendere le motivazioni che spingevano il notaio verso quella scelta, capire perché avesse deciso di sacrificare tanti soldi per acquistare la certezza di una rendita che, probabilmente, avrebbe potuto garantirsi lo stesso gestendo i suoi risparmi. Le sue risposte mi hanno lasciato a bocca aperta: «Sai- mi disse- la vita mi ha insegnato tante cose, sto andando avanti con l'età e, in futuro, potrei non avere la capacità di gestire il mio patrimonio. Ho tanti soldi, proprietà, cosa pensi aspettino i miei figli, i generi, le nuore e i nipoti? Che lasci loro quanto accantonato, magari nel minor tempo possibile. Ma se invece di tanti soldi, io avessi una rendita legata alla mia vita cosa faranno? Verranno sempre a trovarmi. Si occuperanno di me, mi cureranno e coccoleranno, avrò sempre i nipotini attorno perché, finché sarò in vita, potranno in qualche modo beneficiare della mia rendita. Credi ancora che la mia sia una scelta sbagliata? Lo spieghi tu a mio figlio?». Cosa aggiungere? Di questo si parlerà nel corso della trasmissione Mercati Che Fare in onda, domani, sabato, alle 16.30 su TgCom24 di Mediaset. leopoldo.gasbarro@me.com
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Amazon Prime oltre i 100 milioni (Fri, 20 Apr 2018)
Sempre più abbonati al servizio di consegna veloce È l'esercito dei fedelissimi di Amazon, composto da oltre 100 milioni di persone abbonate a Prime, il servizio di consegna veloce e illimitato. Un meccanismo fidelizzante, la molla che spesso istiga a uno shopping compulsivo: una volta pagato il canone annuale (99 dollari negli Usa, 36 euro in Italia, dallo scorso 4 aprile), ci si scorda delle spese di spedizione. L'invio gratuito abbatte il prezzo dell'articolo, e invoglia così a far altri acquisti. Per Jeff Bezos, che nella lettera agli azionisti ha per la prima volta rivelato ieri quanto sono gli aficionados al servizio, Prime è una medaglia appuntata al petto perché sa benissimo che è un volano straordinario nella crescita del giro d'affari (178 miliardi lo scorso anno) e, quindi, un moltiplicatore di utili (nel 2017, 3 miliardi, +47%). Dalla fine del 2015, quando il gigante dell'ecommerce aveva genericamente rivelato di avere «decine di milioni» di clienti Prime, la crescita è stata esponenziale. Al pari di profitti e giro d'affari. Questa progressione inarrestabile, frutto del cambiamento di abitudini da parte dei consumatori e di una politica di vendita basata su prezzi concorrenziali, ha lasciato sul campo i morti e i feriti del commercio al dettaglio tradizionale, con migliaia di saracinesche abbassate nei piccoli negozi come nelle grandi superfici. È un fenomeno non ancora esaurito, soprattutto negli Usa: da inizio anno, oltre 77 milioni di metri quadrati di immobili destinati allo shopping hanno chiuso i battenti, con un ritmo destinato a superare il record del 2017 di 105 milioni di metri quadrati spariti. Donald Trump ha, non a caso, il dente avvelenato nei confronti del patron di Amazon, ritenuto tra l'altro il responsabile delle perdite subite dalle Poste americane, cui il gruppo ricorre per recapitare i pacchi ordinati sulla piattaforma. Nella lettera ai soci Bezos non ha fatto alcun riferimento esplicito alle critiche mosse dal presidente Usa, ma non ha mancato di ricordare che nel 2017 il gruppo «ha spedito oltre 5 miliardi di articoli con Prime in tutto il mondo» e che per conto delle pmi ne ha spediti «miliardi». Come a dire: se Amazon si arrangiasse con le proprie spedizioni, le Poste ne soffrirebbero. Ultima annotazione: l'anno scorso Bezos ha intascato da Amazon 1,7 milioni, 59 volte in più della media dei suoi 560mila dipendenti. RPar
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Generali, si alza il muro dell'italianità (Fri, 20 Apr 2018)
L'ingresso della storica sede triestina delle Assicurazioni Generali Caltagirone: «Io ci tengo molto». E i soci tricolori (23% del capitale) scavalcano gli stranieri In un'assemblea che non portava al voto grandi temi e non aveva all'ordine del giorno rinnovi di poltrone, a tenere banco tra soci di Generali ieri a Trieste è stata l'italianità. Con la «magnifica preda», come Enrico Cuccia definiva la prima compagnia assicurativa italiana, diventata un polmone finanziario di dimensioni internazionali, l'attenzione resta sempre alta. Già in passato i movimenti interni all'azionariato triestino hanno fatto da termometro per testare la capacità del sistema italiano di far fronte ad eventuali offensive straniere. Con l'occhio rivolto soprattutto a Parigi. Francese è l'ad di Generali, Philippe Donnet, manager vicino a Bolloré, e l'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, a sua volta amico di Donnet. Unicredit e Bolloré sono i primi due soci di Mediobanca che, a sua volta, è determinante nel controllo di Generali. E soprattutto francese è Bolloré che dopo l'ingresso nel capitale di Piazzetta Cuccia ha mosso la sua Vivendi all'arrembaggio di Mediaset e Telecom, dove la contrapposizione Italia-Francia è arrivata al limite. Tanto da far alzare barricate a Cdp in assenza di un esecutivo in carica. Eppure, negli ultimi mesi qualche spia si è accesa anche nella «pancia» del Leone dove soci pesanti come il gruppo Caltagirone e la famiglia Benetton hanno cominciato a fare acquisti di titoli. Il primo ha rafforzato la presa salendo dal 3,65% dell'anno scorso al 4%, i secondi tramite la holding Edizione figurano ora al 3,04 per cento. Come per mandare un messaggio: ci siamo, abbiamo i soldi e rappresentiamo un argine. Insomma, se qualcuno vorrà mettere le mani su Generali, sappia che prima dovrà fare i conti con noi. «Non so le motivazioni di Benetton, noi siamo saliti perché credo nella società, che sta andando bene», ha detto ieri Francesco Gaetano Caltagirone (che del Leone è anche vicepresidente) a margine dell'assemblea. Senza escludere nuovi acquisti («dipende dal mercato) e aggiungendo una frase non casuale: «Io tengo molto all'italianità». Guardando agli altri soci, Mediobanca si è diluita dal 13 al 12,95% per la recente emissione di oltre 3 milioni di azioni della compagnia assicurativa, legata al piano di incentivazione di lungo termine (la quota è comunque destinata ad essere ridotta al 10% nei prossimi anni). Completa il gruppo dei maggiori azionisti Delfin, la finanziaria di Leonardo Del Vecchio, al 3,15 per cento. Proprio il patron di Luxottica ha commentato con un «magari», l'ipotesi che sulla compagnia vengano fatte operazioni, «anche dall'estero», sulla falsariga di quella ipotizzata da Intesa a inizio 2017 perché «operazioni così fanno piacere agli investitori, fanno salire il titolo». L'ad Donnet minimizza: «Non mi risultano mire su Generali, non chiedete a me, quello che so è che i nostri azionisti sono soddisfatti». Eppure il nucleo dei soci italiani con quote superiori al 3% è tornato a superare gli investitori istituzionali esteri nel capitale della compagnia. Complessivamente, con l'incremento della quota di Caltagirone e l'ingresso di Benetton, il nocciolo tricolore vale infatti il 23,12% contro il 19,79% del 2017. Gli istituzionali esteri, invece, sono scesi complessivamente al 22,91% dal precedente 24,37% (nel 2016 erano al 19,87% e nel 2015 al 20,97%). Il bilancio ieri è stato approvato con una percentuale bulgara: al momento del voto erano presenti azionisti in proprio o per delega con il 52,8% del capitale e di questi per il 99,7% hanno votato a favore. La relazione sulla remunerazione ha poi raccolto voti favorevoli pari al 93,6% dei presenti in assemblea, che erano pari in quel momento al 52,7% del capitale. I contrari sono stati il 5,2%, astenuti l'1,06 per cento.
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Bolloré nei guai per Tim passa Vivendi a Yannick (Fri, 20 Apr 2018)
Il finanziere lascia la presidenza: «Per investire così serve coraggio». Risale lo scontro con Elliott Accerchiato da partite spinose e cocenti delusioni, Vincent Bolloré lascia, a sorpresa, la presidenza di Vivendi al figlio Yannick. Il passo indietro è avvenuto all'assemblea dei soci del gruppo francese che in Italia è azionista di riferimento di Telecom (23,9%) e ha il 28,8% di Mediaset, alle spalle di Fininvest. La Borsa di Parigi ha salutato la mezza ritirata di Bolloré spingendo Vivendi al rialzo: +3,4%. Ufficialmente il finanziere bretone lascia per motivi generazionali. Yannick, classe 1980, è molto più vicino per età alle élite mondiali, a partire dal presidente Emmanuel Macron. «È l'ultima assemblea che presiedo. Va lasciato spazio ai giovani», ha detto Bolloré, 66 anni, affermando di non voler fare come il re Sole che, dopo un regno di 5 decadi, cedette il potere al bis-nipote. L'uomo d'affari resta alla guida della holding di famiglia, cui fa capo Vivendi. L'ultima stagione del raider bretone non è stata particolarmente fortunata, soprattutto sul fronte italiano dove bruciano le minusvalenze potenziali di 1,5 miliardi circa (Tim è in carico a un prezzo medio di 1,08 euro; Mediaset a 3,27 euro). Cui si aggiunge la causa intentata dalla galassia Fininvest-Mediaset (che hanno chiesto danni fino a 3 miliardi) per il mancato acquisto di Premium. E anche le autorità italiane sono scese in campo contro il finanziere. Eppure, ieri, lo shopping in Italia è stato difeso dall'intero vertice di Vivendi. Bolloré ha evidenziato come gli investimenti nella Penisola abbiano sempre suscitato critiche, sin dall'ingresso in Mediobanca: «Tutto questo fa parte delle cose della vita, bisogna essere coraggiosi» anche perché «è alla fine della fiera che si contano gli animali». Arnaud de Puyfontaine, ad di Vivendi e presidente di Tim, ha sostenuto che «ogni governo sarebbe felice di avere un gruppo come Vivendi che investe più di 5 miliardi nel Paese». «Le relazioni con l'esecutivo sono buone». Eppure, pochi giorni fa, il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda ha definito Vivendi un «pessimo azionista» per Telecom. E Cdp è già entrata nel gruppo tlc (4,2%) per appoggiare Elliott e il possibile ribaltone al vertice, oggetto dell'assemblea del 24 aprile. La guerra tra Vivendi ed Elliott per Tim ha visto ieri una nuova escalation. Il fondo di Paul Singer ha definito le posizioni di Vivendi «prive di sostanza», ricordando il crollo in Borsa di Telecom dall'ingresso dei francesi (-35%), «i ripetuti passi falsi strategici», la «governance inappropriata» e «i numerosi conflitti di interesse». «Vivendi - ha detto Elliott - è solo l'azionista più grande in Tim, ma i suoi interessi non sono più importanti di quelli degli altri». De Puyfontaine ha replicato: critiche «contrarie alla realtà dei fatti». In Borsa Telecom ha chiuso a 0,86 euro (+1,4%). Quanto a Mediaset un portavoce Vivendi ha detto: «Non è finita. Siamo molto pazienti. Non c'è fretta».
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Allarme tedesco: "Trump ci manda in recessione" (Fri, 20 Apr 2018)
Le probabilità di una contrazione del Pil salite in un mese dal 9 al 32% secondo l'indice Imk È un'alleanza non scritta, ma vale comunque perché fondata su un punto di assoluta sintonia: Donald Trump e le sue politiche protezionistiche sono un pericolo. Lo ribadisce Christine Lagarde, numero uno del Fondo monetario internazionale, mai tenera con chi si pone in aperto contrasto coi principi del globalismo; lo afferma Berlino, che proprio nei rigurgiti trumpiani di stampo vetero-mercantilista vede crescere i germi per una possibile recessione in Germania. Benché al momento sia una disputa irrisolta con la sola Cina, l'inroduzione dei dazi da parte della Casa Bianca è la variabile che ha peggiorato il quadro congiunturale mondiale, su cui «si addensano più nubi» rispetto a quante ce ne fossero lo scorso ottobre, ha avvisato la Lagarde. Che mette subito a fuoco il nemico da combattere: «Bisogna stare alla larga dal protezionismo, incoraggiando uno smantellamento delle barriere commerciali e non commerciali, anche nei servizi». Questa è la prima priorità, le altre sono prestare «attenzione ai rischi finanziari e di bilancio», e alimentare un modello di crescita «che porti benefici a tutti». Naturalmente, la ricetta del Fmi per «aggiustare il tetto finché c'è il sole» è la solita, quella di sempre: fare le riforme. La Grecia ne sa qualcosa, con i noti risultati in termini di impoverimento complessivo del Paese. Ma il Fondo, «resta impegnato a supportare» il Paese mediterraneo il cui popolo «ha attraversato otto anni difficili di adozione di politiche economiche severe». In cambio delle quali ha ricevuto aiuti miliardari, poi subito svaniti per onorare gli impegni finanziari. Ora la Lagarde rinnega quelle misure, «non necessariamente prese su consiglio del Fondo, che non ha chiesto ulteriori misure di austerità». Di sicuro, la Germania e il suo ex ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble non hanno provato ad addolcire la pillola ad Atene. Un po' quello che sta facendo Trump con Berlino, accusata di barare con l'export e di sfruttare i Paesi amici. Così, i venti di protezionismo che soffiano dal 1660 di Pennsylvania Avenue arrivano gelidi sopra l'indice Imk, quello che funziona come un semaforo (ora è passato dal verde al giallo) e usa la produzione industriale per segnalare i rischi di recessione nei prossimi tre mesi. Aumentati in modo esponenziale in poche settimane: in marzo erano solo del 6,8%, adesso le possibilità di una contrazione dell'economia sono balzate al 32,4%. Colpa dell'inquilino della Casa Bianca e delle incertezze che ha seminato sull'economia e sui mercati finanziari. Insomma: una spia d'allarme si è accesa, e la Bce non potrà non tenerne conto. Uno scivolamento della Germania in recessione coinvolgerebbe l'intera eurozona, costringendo Mario Draghi a rivedere l'exit strategy dal piano di acquisti. E anche il rialzo dei tassi subirebbe uno slittamento ben oltre la prima metà del 2019.
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Fmi, il reddito degli spagnoli supera gli italiani (Fri, 20 Apr 2018)
La Spagna adesso supera ancora l'Italia. Secondo quanto riporta l'Fmi di fatto il reddito pro capite dei cittadini iberici è di 38.286 dollari contro i 38.140,3 degli italiani La Spagna adesso supera ancora l'Italia. Secondo quanto riporta l'Fmi di fatto il reddito pro capite dei cittadini iberici è di 38.286 dollari contro i 38.140,3 degli italiani. E nei prossimi anni il divario è destinato ad aumentare. Come riporta il Financial Times nel 2022 la Spagna sarà il 7 per cento più ricca del nostro Paese. Solo dieci anni fa l'Italia era il 10 per cento più ricca della Spagna. Di fatto l'Fmi con i suoi studi delle ultime settimane ha messo nel mirino l'Italia sottolineando l'esigenza di una frenata nella corsa del debito. Inoltre l'istituto guidato dalla La Garde suggerisce al governo italiano una tassazione maggiore sugli immobili e sulla ricchezza. Misure queste che secondo l'Fmi potrebbero frenare l'avanzata del debito. Sempre sul fronte del derby tra Italia e Spagna, i dati riportati dal World economic Outlook dell'Fmi segnalano che Madrid dal 2015 ha fatto registrare tassi di incremento superiori al 3 per cento: una cifra doppia rispetto a quella dell'Italia. E così il sorpasso si è consumato nel 2017 con un vero e proprio "schiaffo" da parte del Paese iberico all'Italia. A quanto pare l'incertezza politica seguita alle elezioni in Spagna e il lungo percorso per la formazione di un nuovo governo non hanno minato la crescita del Paese. Adesso anche Roma si trova nella stessa situzione che ha affrontato Madrid. Ci saranno le stesse conseguenze sulla crescita? Tag:  Spagna reddito
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Italia ancora senza governo. Eppure il Pil 2018 cresce (Thu, 19 Apr 2018)
Meglio nessun governo che uno che faccia una cattiva politica di bilancio Roma - Cresciamo meno di tutti. Nella classifica del Pil anche i Paesi che negli anni passati sono stati sottoposti alle cura della Troika battono l'Italia. Dal Fondo monetario internazionale è arrivata un'altra conferma di quanto la crisi dell'economia italiana sia strutturale. Nel Rapporto sull'economia mondiale del Fmi presentato ieri c'è una piccola buona notizia, cioè un lieve miglioramento rispetto alle ultime previsioni. Nel 2018 il Pil tricolore crescerà all'1,5% e all'1,1% nel 2019. Nel World economic outlook di ottobre le percentuali erano rispettivamente dell'1,1% a fine 2018 e 0,9% nel 2019. Il miglioramento nelle previsioni è stato registrato proprio mentre l'Italia è alle prese con una crisi politica che per il momento non ha trovato sbocchi. Difficile dire che si tratti di un bis del caso Spagnolo. Dieci mesi senza governo tra il 2015 e il 2016 e una crescita economica che nello stesso periodo toccò il 3,2%. Ci sono stati casi simili in Belgio, Olanda e anche in Germania (ma in questo caso sorprende molto meno). Il fatto è che quelle previsioni un po' meno pessimistiche degli economisti di Washignton sono i rilessi di una ripresa che ci ha solo sfiorato. Anche Spagna e Grecia cresceranno più del Belpaese quest'anno, rispettivamente del 2 e del 2,8%, mentre la media dell'Eurozona si attesta al 2,4%, trascinata dalla Germania (+2,5%). Per questo il fondo guidato da Christine Lagarde ha sentito la necessità di tirare in ballo direttamente il caso italiano esprimendo preoccupazione per la situazione politica. «L'incertezza politica - avverte il Fmi facendo riferimento a Roma, ma citando pure Brasile e altri - dà anche origine a rischi di attuazione delle riforme o alla possibilità di riorientamenti delle politiche, anche nel contesto delle elezioni imminenti o delle loro conseguenze immediate in diversi Paesi». Serve un governo, quindi. Ma il governo che verrà dovrà fare le riforme e, per quanto riguarda le leggi di Bilancio, si potrà muovere dentro un perimetro molto stretto. «Gli alti indici del debito sovrano e le tendenze demografiche sfavorevoli - si legge in una parte del rapporto dedicata a noi, ma anche alla Spagna - richiedono un miglioramento del saldo primario strutturale per porre il debito in una decisa posizione di calo». Insomma la tesi del Fmi è che «diversi Paesi hanno esaurito il proprio spazio» di bilancio. Tradotto, le politiche per lo sviluppo immaginate dalle politica italiana sono senza benzina. E, piuttosto che un governo che faccia una cattiva politica di bilancio, è meglio che non ci sia nessun governo.
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Il giallo dell'ex vicepresidente Unicredit (indagato) sparito nel nulla (Thu, 19 Apr 2018)
La procura di Milano non riesce a notificare la chiusura delle indagini all'emiratino Khadem al-Qubaisi, l'ex vicepresidetnte Unicredit Che fine ha fatto Khadem al-Qubaisi, l'ex vicepresidetnte Unicredit indagato per insider trading sui titoli della banca? Se lo chiede la procura di Milano che da mesi lo cerca - anche tramite rogatoria internazionale - per notificargli la chiusura delle indagini. Come racconta Repubblica, la stampa emiratina sostiene che l'uomo d'affari sia in carcere dal 2016, mentre l'autorità giudiziaria di Abu Dhabinon si pronuncia. Il 47enne, ex presidente del fondo sovrano Abaar Investments, è accusato di aver comprato e venduto - tra il 9 e il 10 giugno 2010 - 119 milioni di euro di azioni Unicredit, guadagnando 21,6 milioni. Guadagno che avrebbe ottenuto "sapendo che Abaar stava per entrare nel capitale dell’istituto, fino a diventarne primo socio", come dimostrano - ricostruisce sempre Repubblica - i movimenti del suo conto corrente svizzero. Al-Qubaisi, tra l'altro, è indagato anche per riciclaggio di centinaia di milioni di euro in una maxi inchiesta internazionale sul fondo sovrano malese 1Mdb. Sarà davvero in carcere? Tag:  Unicredit Persone:  Khadem al-Qubaisi
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Reputazione, ecco la top 10 delle aziende in Italia: Ferrero sul podio (Thu, 19 Apr 2018)
La classifica "Italy RepTrak 2018" del Reputation Institute Dopo essersi confermata l'azienda italiana con la migliore reputazione al mondo secondo la classifica Global RepTrak 100, Ferrero conquista anche la leadership dell'azienda con la migliore reputazione in Italia, scavalcando Walt Disney (quest'anno terza). Secondo la Reputation Institute Italy RepTrak del 2018, si conferma sul podio anche Ferrari, passando dalla terza posizione dell'anno scorso alla seconda nel 2018. Continua la crescita di Lavazza che si posiziona al quarto posto. Nella Top10 altre due italiane: Pirelli al nono posto e Giorgio Armani al decimo. Nel 2018 la reputazione delle aziende in Italia è scesa (-3,5 punti) rispetto all'indice dello scorso anno portando il valore medio al punteggio di 67,3 punti su100. Tale valore si attesta ai livelli reputazionali del 2014 (67,4) e dimostra come le aziende, nel corso dell'ultimo anno, non siano state capaci di conquistare appieno la fiducia degli italiani. Rispetto alla classifica 2017, da evidenziare il crollo del settore Telco (-7,8 punti) in un anno caratterizzato dalle polemiche per le cosiddette “’bollette a 28 giorni” che ha contribuito a erodere la fiducia degli italiani nei confronti di un settore già alle prese con problemi legati a costi e trasparenza. Battuta d'arresto anche per l’automotive (-3 punti). Continua a indebolirsi - seppur in maniera inferiore rispetto alla media nazionale - la reputazione del settore finanziario (-3,8 punti per le banche, -2,3 per le assicurazioni). In un anno in cui sono cresciute le aspettative degli italiani sul ruolo sociale delle aziende, crolla la reputazione di alcune aziende globali colpite da crisi nella percezione del loro workplace come Amazon (-4,7) e Ikea (-7,1) e della loro trasparenza come nei casi di Apple (-10,4) e Facebook (-9,1). Da evidenziare, infine, a differenza dell'anno scorso quando gli italiani si sono dimostrati particolarmente esterofili nel giudicare le aziende, le buone performance delle principali imprese italiane: Unipol (67,1) è l'azienda italiana più reputata nel settore finanziario complessivo mentre Intesa Sanpaolo (60,6) è la prima banca italiana per reputazione. Pirelli rientra nella Top10 (+21 posizioni rispetto al 2017) mentre Barilla, recuperando 12 posizioni, torna nelle prime 20. Complessivamente, delle prime venti aziende per reputazione in Italia, 1 su 2 è italiana. “In un periodo caratterizzato da una crescente sfiducia nei confronti della politica e alle Istituzioni, crescono inesorabilmente le attese nei confronti delle Aziende, oggi impreparate a guidare quel cambiamento atteso dai consumatori - ha affermato Fabio Ventoruzzo, vice presidente di Reputation Institute -. Le aziende devono trovare il coraggio di guardare oltre la profittabilità del business nel breve termine. Le grandi imprese, anche se di settori diversi, devono avere interessi e progettualità convergenti per proporre una visione di medio-lungo periodo, assumendosi una leadership autentica e credibile proprio in un momento di vuoto della rappresentanza”. “Il calo della reputazione non è dovuto all’aumento del numero degli ostili nei confronti dell’azienda ma è influenzato dall’incremento significativo degli indecisi: sono questi i consumatori che le Aziende devono riconquistare e convincere per rafforzare il legame emotivo con gli italiani – ha spiegato Stefano Cini, managing director di Reputation Institute Italia -. Se prima era sufficiente raccontare cosa fanno e chi sono le aziende, oggi cresce l’aspettativa degli italiani nel chiedere il perché le aziende devono essere scelte. Gli italiani chiedono di creare valore condiviso, ossia influenzare positivamente i temi sociali attraverso i propri prodotti e servizi”. "Siamo orgogliosi di essere ancora una volta al vertice della classifica del Reputation Institute in Italia. E per questo dobbiamo ringraziare i nostri consumatori e tutti coloro che hanno deciso di confermare la stima e la fiducia nei nostri confronti”, ha commentato a margine della presentazione della classifica Alessandro d'Este, presidente e ad di Ferrero Commerciale Italia -. Siamo l'azienda con la più alta reputazione al mondo nel settore alimentare e, con una visione più allargata, prima anche di tutto il largo consumo; siamo inoltre - ha aggiunto - la prima azienda italiana nella classifica globale e oggi ci confermiamo primi assoluti anche in Italia. Reputazione, Responsabilità Sociale e Rispetto per le persone, siano essi i nostri collaboratori o tutti i nostri consumatori che quotidianamente rinnovano la loro fiducia verso di noi, sono per Ferrero valori fondanti. Una priorità assoluta, che si concretizza nella qualità dei nostri prodotti e dei nostri processi, ma anche in eticità e responsabilità nei nostri comportamenti. La reputazione è per noi un fondamentale asset intangibile, un patrimonio aziendale da proteggere e coltivare nel tempo attraverso azioni costanti e concrete". Tag:  reputazione aziende in Italia RepTrack Italia Ferrero Ferrari Lavazza
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Fca cade in Europa: -8%. Ma Jeep fa da paracadute (Thu, 19 Apr 2018)
Il mercato perde il 5,2%, pesano le giornate di lavoro in meno. Bene anche Alfa. Il Lingotto sale in Borsa: +0,6% Marzo negativo per le vendite di automobili in Europa (-5,2%), mercato che però mantiene il segno positivo nel primo trimestre (+0,6%). E mese difficile anche per Fiat Chrysler Automobiles: immatricolazioni in calo dell'8% (-4,3% da inizio anno), ma con il marchio Jeep che attenua la caduta grazie al +42,3% del mese scorso e a una crescita, da gennaio, del 52,6%. Oltre brand americano, bene Alfa Romeo: +8,6% a marzo e +15,6% nel trimestre. Nel gruppo guidato da Sergio Marchionne soffre, invece, Fiat (-12,4%), mentre la Casa premium Maserati ha immatricolato più modelli il mese scorso (933 rispetto ai 626 di febbraio), portando il dato trimestrale a 2.335 unità. La Borsa, però, sembra non preoccuparsi, in questo momento, delle immatricolazioni complessive del Lingotto. Importanti restano Jeep e Alfa, marchi che, con Maserati, saranno centrali nel futuro del gruppo, e ai quali l'ad Marchionne dedicherà ampio spazio all'Investor Day del primo giugno. E sempre analisti e banche d'affari restano concentrati sui conti trimestrali che Fca presenterà il 26 aprile, e sulla scommessa di Marchionne di presentarsi a Balocco con la cravatta se il Lingotto avrà azzerato il debito. E così, ieri, Piazza Affari ha mantenuto Fca sopra la parità (+0,60% a 19,70 euro), bene ahche la holding Exor: +0,92% a 61,34 euro. Un'altra ragione per cui c'è molta attenzione sul titolo riguarda l'inserimento di Alfredo Altavilla, coo di Fca per l'Europa, da parte del fondo Elliott, nel board di Telecom. E come anticipato dal Giornale, il fatto che Elliott sia entrato nel capitale del big coreano Hyundai, con la quota di un miliardo, e abbia poi deciso di candidare il top manager italiano per il cda del gruppo di tlc, potrebbe significare che le parti (Hyundai e Fca) stiano in qualche modo dialogando grazie al «ponte» del fondo Usa. Lo stesso Marchionne, in proposito, ha dichiarato di aver accolto positivamente la decisione di Elliott di rivolgersi ad Altavilla. Il Centro studi Promotor, intanto, spiega il calo in marzo del mercato europeo con l'«effetto calendario»: a pesare sono state una o due giornate lavorative in meno rispetto al 2017. Ma cresce anche la disaffezione del pubblico verso i motori diesel, atteggiamento condizionato dalla campagna di demonizzazione in corso. Tra gennaio e marzo, nei primi cinque mercati (Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna), la domanda di auto diesel si è ridotta del 18%, che equivale a una quota di penetrazione passata dal 47%, nello stesso periodo del 2017, all'attuale 39 per cento. Tag:  auto
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Arsene Wenger abdica: a fine anno lascia il calcio (Fri, 20 Apr 2018)
"Amerò e sosterrò per sempre l'Arsenal", chiude così il suo messaggio di addio. Arsene Wenger lascerà l'Arsenal a fine stagione dopo 22 anni al timone dei Gunners Tre Premier League fra il 1997 e il 2004 e sette coppe d’Inghilterra, l’ultima nel 2017 con l'Arsenal: una carriera lunga 22 anni che a fine stagione troverà la fine. Arsene Wenger abdica: "È il momento giusto". Recordman Ventidue anni alla guida dei Gunners. Vittorie, sconfitte e tantissimi talenti passati sotto il suo sguardo: Henry, Viera, Pires, solo per citarne alcuni. Coppe, trofei e soddisfazioni che affollano il palmares di Wenger, che ora ha trovato il coraggio per salutare il suo regno: l'Emirates Stadium. I titoli sono tantissimi, anche se l'ultimo campionato conquistato è datato 2003-2004, quello dominato, sudato e meritato. Quello delle leggende. Ventidue anni e 17 titoli. Numeri non da poco: 3 Premier, 7 FA Cup e 7 Community Shield, conquistati in 1422 panchine, con 2722 punti ottenuti in 22 campionati inglesi. Cifre che incontrano anche un record, raggiungo con l'Arsenal degli Invicibili. Wenger è il detentore del record di partite consecutive senza sconfitte in Premier League: 49. Wenger lascia. E lo fa con lo stile e la classe che hanno contraddistino la sua carriera e il suo personaggio di Re e padre buono: "Sono grato per aver avuto il privilegio di servire il club per tanti anni memorabili. Ho gestito il club con il massimo impegno e serietà. Voglio ringraziare lo staff, i giocatori ed i tifosi che rendono questa squadra così speciale. Ai tifosi dico di sostenere sempre questi colori per portarli in alto. Amerò e sosterrò per sempre l'Arsenal". E i Gunner da loro profilo ufficiale posso solo scrivere una cosa: "Grazie Arsene". E grazie anche dagli amanti del calcio. https://t.co/Q9saKdTZOT — Arsenal FC (@Arsenal) 20 aprile 2018 Tag:  Arsenal FC Persone:  Arsene Wenger
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Svezia, Ibrahimovic indesiderato "È solo un egoista, non ci serve" (Fri, 20 Apr 2018)
Dopo le dichiarazioni di partecipazione al Mondiale, Ibrahimovic viene duramente attaccato da un compagno di Nazionale Ibrahimovic ha gonfiato il petto e al canale ABC ha dichiarato che sarebbe andato sicuramente in Russia. Al Mondiale. Sottolineando però che non avrebbe aggiunto altro. Ora - andando oltre alla convocazione che non è certa da parte del ct della Svezia - qualcuno storce il naso contro l'attacante in forza ai Los Angelse Galaxy. Attacco frontale "Non ho idea se verrà convocato o meno, dipenderà dal tecnico, ma noi ci siamo qualificati senza di lui". Dichiarazioni chiare che nell'immediato suonano stonate e poco pacifiche. Il grido di battaglia è di Karl-Johan Johnsson, estremo difensore del Guingamp (Ligue1) e secondo portiere della Svezia. Il portiere ha chiarito alla rivista francese Main Opposée che Ibra non è ben voluto: "Lui è un egoista, un individualista sia come persona che come giocatore. Noi invece siamo un gruppo. Non ho dubbi che se venisse convocato giocherebbe bene, ma noi dovremmo cambiare totalmente il nostro gioco, perché tutto sarebbe subordinato a lui e alle sue giocate. Alla fine, ci siamo meritati di andare in Russia senza di lui, con un sistema ben definito e collaudato e non sono così sicuro che il tecnico voglia nuovamente modificare tutto", come riporta La Gazzetta dello Sport. Tag:  Nazionale mondiale Persone:  Karl-Johan Johnsson
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Vettel vs Max, Vale vs Marquez La lezione F1 al far west in pista (Fri, 20 Apr 2018)
Rivalità simili, incidenti fotocopia. Ma il Circus delle auto sa gestirli, quello delle moto è succube dei propri campioni Sergio Arcobelli Quella tra Sebastian Vettel e Max Verstappen e tra Valentino Rossi e Marc Marquez è una storia che potrebbe ispirare un regista o un romanziere. Ma nemmeno il più audace sceneggiatore, magari un Quentin Tarantino di turno, avrebbe potuto scrivere un copione così hollywoodiano per un duello a spade katana stile Kill Bill, tanto per citare uno dei capolavori del regista statunitense. Come ogni storia d'amore o, come in questo caso, di profondo odio e rancore tutto ha avuto inizio con un contatto di gara che, in seguito, ha visto uno dei contendenti utilizzare parole forti e toni un po' minacciosi nei confronti del colpevole di turno. «È un idiota». «È un bastardo». Già. Basta davvero poco, anche un vaffa di troppo, per scatenare l'Apocalisse. «È un pazzo, ha centrato Rosberg come un idiota». Non usò mezzi termini nel suo team radio Max Verstappen, quando Sebastian Vettel prese in pieno il malcapitato Rosberg al via della partenza della Malesia nel 2016. «Max? Meglio non commentare» tagliò corto Seb. Un ragazzino che accusa di negligenza e imprudenza un quattro volte campione del mondo? Roba da matti. «Mi copia i sorpassi, deve darmi dei soldi quel bastardo!». Così Valentino, prima di salire sul podio, apostrofò scherzosamente la matricola spagnola per il sorpasso aggressivo subìto al Cavatappi - fotocopia di quella di Rossi su Stoner nel 2008 - ad opera di Marquez a Laguna Seca nel 2013. Da lì in poi, come è oramai noto a tutti, sarebbe poi incominciata la Battaglia dei bastardi prendendo in prestito l'epico scontro della ormai celebre serie tv campione di incassi del Trono di Spade -. Un clima di guerra tra il decano del Motomondiale e l'erede al trono legittimo senza esclusione di colpi bassi e non ancora finito. Al contrario di quanto succede tra Vettel e Verstappen. Perché almeno il non sempre tranquillo Vettel, pensiamo alla ruotata rifilata un anno fa ad Hamilton con successive scuse dopo colloquio con il presidente Fia, Jean Todt, ha fatto tesoro degli errori passati e accettato che Max gli porgesse delle scuse - benché a malincuore, ovvio - dopo l'autoscontro di domenica scorsa in Cina. In Argentina, invece, non c'è stato nessuno sorriso finto e nessuna stretta di mano. Peggio. Uccio, l'amico del Dottore, ha suggerito allo spagnolo, che era andato al box Yamaha per scusarsi con Valentino, di andare altrove. E ora che accadrà? Chissà. Ma in tutta questa triste storia soltanto una cosa è certa. Ovvero che il Circus di F1 è molto più strutturato e maturo rispetto a quello a due ruote. Perché nel corso degli anni, la Formula 1 si è permessa di bacchettare i suoi eroi, da Fangio a Lauda, da Senna a Schumi e così via, quando questi alzavano i toni e la bagarre oltre il limite. E, chi più chi meno, incassava la ramanzina di team e vertici federali. Al contrario di quanto accade nel mondo delle due ruote, dove chi dovrebbe governare questo sport e gestire i team pare quasi succube e in balìa dei propri campioni. Infatti i boss di Honda e Yamaha hanno preferito diplomatici silenzi o frasi pilatesche e quelli federali e dell'organizzazione non hanno preso seri provvedimenti contro l'uno o l'altro. Risultato: il motomondiale è ormai un Far West, solo che tra cowboy volano pallottole... e le pallottole fanno molto male.
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MediaPro: "Venderemo i diritti tv" (Fri, 20 Apr 2018)
Rounes in Lega di A. «Non c'è solo Sky, pagheremo la fideiussione» Milano «Data per garantita la certezza del rispetto degli impegni finanziari, da commissario la parola preoccupazione è sbagliata. C'è dispiacere che ad oggi non possiamo annunciare chi trasmetterà le partite. Ne prendiamo atto, ma non è dipeso dalla volontà della Lega». Il commissario della Lega di A Giovanni Malagò getta acqua sul fuoco della vicenda diritti tv. Ieri, nell'assemblea di Lega che riguardava la Coppa Italia e la Supercoppa, si è presentato il presidente di MediaPro Jaume Roures. «Al 100% venderemo i diritti - ha detto in un'intervista all'Ansa a pochi giorni dalla decisione del Tribunale di Milano di accogliere il ricorso di Sky sospendendo fino al 4 maggio il bando per la vendita dei diritti tv del prossimo triennio -. Sky ha un ruolo importante, ma non c'è solo Sky. Le offerte arriveranno, Mediaset mi ha assicurato, anche dopo l'accordo con Sky, che parteciperà al bando. Nel 2018 ci sono mille modi con cui il calcio può arrivare alla gente. In Spagna Telco e calcio hanno aiutato la digitalizzazione del Paese portando la fibra da 2 a 6 milioni di punti». Dunque la fideiussione da 1 miliardo e 200 milioni a copertura del contratto con la Lega sarà presentata regolarmente il 26 aprile come da accordi. Malagò ha comunque escluso che «si possa riparlare del canale della Lega, non è previsto dal bando». Sempre ieri è stato approvato il bando per la coppa Italia che sarà pubblicato domani: insieme ai 1.050 milioni per il campionato e ai 371 dell'estero, consentirà al pallone italiano di sfondare il muro del miliardo e mezzo di euro. Inoltre il commissario si è affrettato a chiarire che non esiste nessun problema sull'elezione del presidente Miccichè. «È tutto certificato, mi auguro di completare la governance entro il 7 maggio, ma per i due consiglieri federali c'è tempo visto che la Figc è commissariata», ha detto Malagò. In effetti la governance rimane il grande nodo all'interno della Lega. A partire dall'elezione proprio dei due consiglieri federali: in pole ci sono Juventus (Marotta) e Lazio (Lotito), poi Roma e Sampdoria. Otto i club invece per le quattro poltrone di consiglieri di Lega. Malagò ha invece risposto al presidente dell'Aia Nicchi dopo il grido di allarme («il rischio è di una nuova Calciopoli») lanciato nei giorni scorsi sull'intenzione di togliere il 2% di peso degli arbitri in Federcalcio: «Non ha un nesso o una logica parlare di un tale rischio».
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Il Napoli delle rimonte sogna quella con lode (Fri, 20 Apr 2018)
Dieci partite ribaltate in campionato E adesso Sarri crede al sorpasso scudetto Specialista in rimonte. È il marchio di fabbrica del Napoli almeno quanto il 4-3-3 di Sarri con gli stessi interpreti. Un leit motiv che piace moltissimo ai tifosi e anche al suo allenatore che sa di avere un gruppo che non molla mai e sta tenendo fede a quel patto scudetto, nato nel ritiro di Dimaro e più volte rafforzato nel corso della stagione. Dieci le rimonte nell'annata in cui il Napoli ha mollato qualsiasi obiettivo per inseguire il sogno scudetto, nove volte culminate con una vittoria. Un record non da poco, considerando che non è facile recuperare, soprattutto quando le avversarie si chiudono e provano ad anestetizzare l'armata partenopea. L'anno passato gli azzurri riuscirono solo una volta su dieci gare a ribaltare la sfida, segno che la squadra ha acquisito una mentalità vincente. Non bastata nel torneo attuale solo con Juve e Roma che hanno potuto festeggiare dopo aver sbloccato per prime le sfide con i partenopei. Ventotto i punti (un terzo del cammino monstre degli azzurri) ottenuti partendo da una situazione di svantaggio. Atalanta, Lazio (due volte), Spal, Genoa, Sampdoria, Bologna, Sassuolo - l'unica gara finita con un pareggio -, Chievo e Udinese l'elenco delle squadre che dal 27 agosto a mercoledì sera hanno sprecato l'occasione di mettere ko il Napoli. Che ha puntato tutte le fiche del tavolo verde sul campionato, dove il turnover è stato infatti limitato: dieci i calciatori schierati per più di 2200 minuti con Reina che ne giocati addirittura 3033 nelle gambe, altri due (Zielinski e Ghoulam, poi bloccato dal doppio infortunio) che hanno appena superato i 1000 e tutti gli altri che hanno raccolto le briciole. Vedi il polacco Milik che ha siglato i due gol, pesanti, con Chievo e Udinese. Insieme a quelli di Diawara e Tonelli nelle stesse gare, i guizzi di Rog con l'Atalanta e di Zielinski con la Lazio al San Paolo sono le reti arrivate da chi è stato impiegato meno nelle partite vinte in rimonta. Il momento no di Mertens (a digiuno da sei partite), la stagione dei grandi record (presenze e gol segnati con la maglia del Napoli, battuti Bruscolotti e Maradona) ma sotto tono di Hamsik, la crescita continua di Milik lascerebbe pensare a qualche sorpresa per la supersfida di Torino. Il tecnico dovrà scegliere se affrontare la Juve ancora una volta con i piccoletti puntando su fraseggi corti e fulminei o provare a limitare il gap fisico schierando Milik dall'inizio. Ma Sarri ha le sue convinzioni e difficilmente rinuncerà ai titolarissimi che lo hanno portato a giocarsi lo scudetto nella gara diretta con la Juve. Tanto da lasciare in panchina per un'ora con l'Udinese il belga più per la diffida che non per le energie al lumicino. E se Ghoulam non fosse fermo ai box, il tecnico non esiterebbe a preferirlo per la fascia sinistra. Ciò nonostante il livello realizzativo della squadra sia calato e non poco rispetto a inizio stagione: 25 le reti segnate nelle prime sette gare, appena 10 nelle ultime sette. Ma il Napoli non muore mai, ne sanno qualcosa la metà delle avversarie in A. Spesso agli azzurri è servito uno schiaffo per reagire, prenderlo anche all'Allianz Stadium potrebbe però essere rischioso.
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La Juve con l'incubo di buttare via il titolo (Fri, 20 Apr 2018)
Signora impiegatizia a Ferrara e Crotone Coi partenopei servono fatti, altrimenti... Dice Allegri Massimiliano: «Un mese fa avrei firmato per ritrovarmi con 4 punti di vantaggio sul Napoli». Un giorno fa sarebbe stato più semplice battere il Crotone e ritrovarsi con 6 punti di vantaggio. Ma questo è un discorso difficile per l'allenatore che ha concesso un'altra frase di repertorio non sapendo bene che cosa stesse dicendo: «Dopo l'1 a 0 invece di rallentare...» Invece di rallentare? Eccolo il problema, la halma che il livornese chiede ai suoi anche quando dovrebbero chiudere le partite, aumentare il ritmo e non concedere quel football così stucchevole, lento, prevedibile giustamente punito dal gol della squadra calabrese. Nell'occasione sulla rovesciata di Simi il difensore Benatia ha chiuso gli occhi e si è protetto il volto e il corpo con le braccia alzate, forse temendo che l'attaccante del Crotone fosse un parente o inviato di Crozza. Non scherzo, la prestazione juventina è stata in linea con altre deludenti partite, tutte uguali nell'interpretazione, esaltata poi dal numero di qualche artista, Douglas Costa, Dybala, Higuain, Cuadrado. La Juventus che si ritrova ad affrontare le ultime sfide dirette con Napoli, Inter e Roma potrebbe far tornare alla mente il mondiale di ciclismo su strada del Settantadue, a Gap in Francia. La voce di Adriano de Zan e le immagini televisive raccontarono una volata finale imprevedibile e imprevista, Bittosi primo ma in evidente affanno, alle sue spalle l'ombra sempre più lunga e pesante di Marino Basso e dunque Bitossi, Bitossi, Bitossi, BASSO. Qualunque riferimento a Juventus Napoli è puramente voluto, la Juve si volta e guarda l'avversario caricato a pallettoni, sa di dover assolutamente vincere, sa di dover cancellare Crotone o Ferrara ma alle parole devono seguire i fatti. Non so ancora quali saranno le scelte di Allegri, di certo quelle di Crotone appartengono a una mentalità impiegatizia, Sturaro (deve avere una personale e speciale carta di credito valida con l'allenatore) collocato per otto minuti a sinistra come vice Mandzukic e poi riportato a destra sul binario di Lichsteiner, il fantasma di Marchisio, ormai alla memoria, l'indisponente Dybala rimasto in campo ottantacinque minuti, la inesistente personalità di Rugani che non si assume una sola responsabilità oltre al passaggio laterale, la destinazione in panchina di Cuadrado e Bernardeschi utilizzati assieme nei minuti finali come nei tornei amatoriali, hanno portato al giusto pareggio e avrebbero benissimo potuto portare alla sconfitta. Questa la fotografia del campo, al di là delle chiacchiere del dopo partita. La Juventus ha parlato molto, anzi troppo, in questa settimana, soltanto Allegri ha conservato equilibrio chiedendo a tutti il silenzio, dunque parlando da dirigente. Ora è il momento dei fatti, tre sfide per non cancellare una stagione. Il Napoli pensa di essere Marino Basso, la Juventus non vuole fare la fine di Bitossi. Ma, raggiunto il traguardo, dovrà assolutamente dedicarsi a un mandato esplorativo per un nuovo governo.
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Cento e uno storie d'Italia Un giro senza fine nel Giro (Fri, 20 Apr 2018)
L'ad Massimo Doris: «Il libro scritto da gente comune su un giorno di festa che dura tre settimane all'anno» Pier Augusto Stagi È un libro che da forma ai sogni, alle parole e alle emozioni. Un giro nel Giro, all'interno della corsa ciclistica più amata d'Italia, uno dei gioielli del made in Italy nel mondo. Un libro fatto da chi il ciclismo ce l'ha nel cuore, lo segue e lo pratica. Un viaggio iniziato nel 2014, come progetto digital e oggi trasformato in un libro patinato, ricco di fotografie e suggestioni. #StorieDalGiro è un progetto voluto da Banca Mediolanum, ed edito da Mondadori-Electa. Nato quattro anni fa come iniziativa digitale per raccontare, coinvolgere e portare alla luce le storie di persone comuni incontrate e fotografate lungo le strade della corsa rosa, il progetto inizialmente solo digital ha selezionato 350 storie, ottenendo 216 mila interazioni social, raggiungendo più di 3 milioni di utenti e raccogliendo oltre 11 milioni di impression. #StorieDalGiro è un volume di assoluto pregio, che rappresenta una case history in controtendenza rispetto alle conosciute dinamiche dell'editoria. Una narrazione passionale e appassionata, che ha come epicentro la passione del grande popolo delle due ruote, che in questi anni si è raccontato prima sul web con storiedalgiro.it, ma anche sui social diventando espressione di valori condivisi dalla Banca. «La passione per il ciclismo e per il Giro d'Italia in particolare l'ho contratta da mio padre ha raccontato un soddisfatto Massimo Doris, amministratore delegato di Banca Mediolanum -. Una passione che sedici anni fa si è poi trasformata nella sponsorizzazione della maglia dedicata agli scalatori. Con il Giro incontriamo, conosciamo e fidelizziamo i nostri clienti. Il libro è il frutto, oltre che la testimonianza di questa continua contaminazione. Cosa è per me il Giro? È un giorno di festa, che dura tre settimane. E questo libro, fatto da gente comune, non solo di nostri clienti, è il segno tangibile e molto touch di questo amore. Di questa festa».Un lavoro di assoluta eleganza, realizzato con il cuore, e che parla di una vera storia d'amore ultra centenaria, quella del Giro d'Italia e di chi questo leggendario evento segue con passione. E da parte sua Mediolanum fa la sua parte: coinvolgendo e aggregando. Insomma, fa gruppo. Non per niente da sedici anni organizza pedalate lungo le strade del Giro, coinvolgendo clienti, ma non solo. I numeri dal 2003 sono da capogiro: oltre 600 mila gli appassionati coinvolti, di cui 160 mila clienti. Ben 350 sono state le pedalate organizzate, coinvolgendo più di 15 mila appassionati che hanno scelto di pedalare assieme a testimonial d'eccezione come Gianni Motta, Francesco Moser, Maurizio Fondriest, Paolo Bettini e Alessandro Ballan, in rigoroso ordine di nascita. Un volume pieno zeppo di aneddoti e racconti, che ha solleticato e spinto il marketing di Banca Mediolanum, sempre molto attento a coinvolgere e a condividere, a trasformare con un colpo di bacchetta magica, una narrazione digitale in cartacea. 101 storie come le edizioni del Giro d'Italia, che sta per andare ad incominciare (il via da Gerusalemme il prossimo 4 maggio, ndr). Cento e una in più, a significare una storia ancora tutta da scrivere e raccontare. #StorieDalGiro è solo il primo spaccato, una prima tappa di un progetto che è in costante divenire: come una corsa in pieno svolgimento. Basta solo mettersi lì, a bordo strada, ad osservare lo spettacolo: magari per ritrovarsi in un libro. E in questo caso per ritrovarsi, non è necessario esserci: basta condividere. Come il ciclismo insegna, e Mediolanum sa.
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Le Leonesse d'Italia e il sito d'incontri (Fri, 20 Apr 2018)
C-Date sponsorizza il Brescia femminile, preferito a Barça e Bayern Un sito di incontri diventa sponsor della squadra femminile del Brescia. C-Date, sito di incontri casuali che conta 36 milioni di iscritti in tutto il mondo, per celebrare i suoi dieci anni di vita ha avviato una selezione fra le migliori squadre europee di calcio femminile e la sua scelta è caduta sulla formazione bresciana, che è stata preferita a formazioni più blasonate come Barcellona e Bayern Monaco. Il Brescia Calcio è quindi la prima squadra di calcio femminile europea sponsorizzata da un sito di incontri. Un accordo che arriva dopo che le «Leonesse d'Italia» hanno battuto la Juventus a Torino raggiungendola al primo posto in classifica a sole quattro giornate dal termine. E la multinazionale degli incontri online ha colto l'attimo. «Quella di sponsorizzare una squadra di calcio femminile è per C-Date una scelta naturale e volutamente provocatoria», spiega Biagio D'Angelo, portavoce italiano del sito. «C-Date è il sito di incontri casual più scelto dalle donne e supportando il calcio femminile vogliamo anche lanciare un messaggio importante per sostenere la libertà delle donne e una reale parità fra i sessi, proprio a partire dall'ambito più maschile possibile, il calcio». Sotto il logo C-Date, sulle divise delle Leonesse d'Italia, troverà spazio anche lo slogan del sito: realizza le tue fantasie. Quella delle Leonesse è solo l'ultima maglia che ospita sponsor particolari. Comunque c'è chi è andato decisamente oltre: in Grecia ad esempio il Voukefalas ha pubblicizzato un bordello locale. Mentre in Germania l'Sv Oberwürzbach si sono spinti addirittura a firmare un contratto di sponsorizzazione con l'attrice hard, Lena Nitro. E poi ci sono le maglie «originali». Come l'imbianchino di Udine che vinse il concorso indetto dall'Udinese per assegnare lo spazio commerciale sulla divisa. C'è poi chi ha sfidato la scaramanzia come il Palyopyrgos che come sponsor accettò anche una impresa di pompe funebri. La Fluminense de Feira addirittura trasformò le divise in un volantino del supermercato: prezzi di alcuni prodotti accompagnati al numero e al posto del nome dei giocatori lo shampoo o il detersivo di turo. L'immaginazione non ha limiti.
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Marquez non frena: "Ho sbagliato ma non cambierò lo stile di guida" (Thu, 19 Apr 2018)
"Ho fatto un errore e ho chiesto scusa, ma non cambierò il mio stile di guida". Lo dice Marc Marquez tornando sul turbolento Gp di Argentina e le dure critiche che gli sono state rivolte da Valentino Rossi "Ho fatto un errore e ho chiesto scusa, ma non cambierò il mio stile di guida". Lo dice Marc Marquez tornando sul turbolento Gp di Argentina e le dure critiche che gli sono state rivolte da Valentino Rossi. Per evitare ulteriori polemiche, lo spagnolo e il Dottore non prendono parte oggi alla conferenza stampa alla vigilia delle prove libere del Gp delle Americhe ma incontrano la stampa separatamente. "Si sono sentiti tanti punti di vista, io rispetto tutti ma voglio continuare con questo stile di vita", dice a chiare lettere lo spagnolo della Honda ufficiale, ai microfoni di Sky dal circuito di Austin. "Ma sono una persona a cui piace imparare e penso che da quella domenica tutti hanno imparato tante cose. Si deve cercare di non fare lo stesso, tenendo comunque lo stesso stile di guida che nel mio caso si traduce nello spingere al massimo", ripete il campione del mondo della MotoGp. "Siamo la MotoGp e tutti spingono al massimo", sottolinea Marquez, che come Rossi è stato convocato dal numero uno della Dorna, Carmelo Ezpeleta, per un ulteriore chiarimento. "Ho fatto quello che credevo giusto in Argentina, ho accettato di aver commesso un errore e sono andato a chiedere scusa. Da parte mia non c'è nessun tipo di problema". E ancora: Valentino Rossi ha paura a correre contro di me? "Sono opinioni rispettabili, ma io ho sempre detto che in moto non ho mai avuto paura". Persone:  Marc Marquez Valentino Rossi
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Italia, tra il 28 maggio e il 4 giugno tre amichevoli: Mancini sarà il nuovo ct? (Thu, 19 Apr 2018)
L'Italia disputerà tre amichevoli tra il 28 maggio e il 4 giugno contro Arabia Saudita, Francia e Olanda. Entro il 20 maggio dovrebbe essere anche nominato il nuovo ct: Mancini è in pole position L'Italia del calcio entro la fine di maggio, con ogni probabilità, avrà un nuovo commmissario tecnico. Luigi Di Biagio, ct ad interim, dovrebbe essere sollevato dall'incarico non appena la Federazione avrà individuato il giusto profilo per guidare gli azzurri in vista dell'Europeo del 2020. I nomi in lizza in questi mesi sono stati molti ma ora sembra ci sia stata una scrematura importante che ha portato a sciogliere ogni riserva: il nuovo ct dell'Italia dovrebbe essere Roberto Mancini, attualmente allenatore dello Zenit San Pietroburgo. Il condizionale è d'obbligo anche se la Figc, già in tempi non sospetti, ha confermato la volontà di avere un nuovo ct entro il 20 maggio, giorno in cui finirà il campionato. L'ex allenatore dell'Inter è il giusto profilo per rilanciare l'Italia e ora si attende solo l'ufficialità per portare avanti il nuovo corso. Gli azzurri non parteciperanno al Mondiale in Russia ma tra il 28 maggio e il 3 giugno saranno impegnati in tre amichevoli importanti. La prima il 28 maggio a San Gallo, in Svizzera, contro l'Arabia Saudita che farà il suo esordio al Mondiale proprio contro la Russia padrona di casa. La seconda amichevole si giocherà a Nizza il primo giugno contro la Francia di Deschamps e infine il 4 giugno l'Italia ospiterà a Torino, allo Juventus Stadium, l'Olanda di Koeman che come gli azzurri non parteciperanno al Mondiale. Tag:  Nazionale italiana di calcio Persone:  Roberto Mancini Luigi Di Biagio
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IlGiornale.it - Cultura

Che truffa la cultura "alta". Sembra profonda ma è solo mediocre (Fri, 20 Apr 2018)
Macdonald smascherò la falsa superiorità dei libri scritti per compiacere l'ego del lettore Dove è finita la critica letteraria? E dove la distinzione tra cultura alta, media, e bassa? Oggi, per rinfrescarsi le idee (le poche che sono rimaste) è possibile rileggersi un classico uscito nel 1960, Masscult e Midcult di Dwight Macdonald, nella nuova traduzione di Mauro Maraschi (Piano B edizioni, pagg. 142, euro 14). Un libro di cui si è molto scritto e molto parlato, e le cui categorie oggi forse non sapremo più dove collocare. Macdonald prese di mira non tanto il Masscult, quanto il Midcult, ossia i prodotti artistici rivolti al pubblico medio ma travestiti da superiore esperienza estetica. Per intenderci era Midcult Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, e prima ancora i dipinti di Giovanni Boldini di inizio secolo, che vendevano alla borghesia ritratti convenzionali ma con qualche pennellata veloce qua e là per sembrare aggiornati all'impressionismo (che nel frattempo era già superato da altre avanguardie). È Midcult La grande bellezza di Paolo Sorrentino, di cui si attende un nuovo film su Berlusconi, irrimediabilmente Midcult già dalle premesse. Era cultura alta il Nanni Moretti di Ecce Bombo, è Midcult La stanza del figlio o Caro diario, e ormai è diventato Midcult tutto Nanni Moretti, retroattivamente. A livello di social, sono Midcult tutti i neonati cultori della fotografia ai tempi di Facebook e Instagram, con ragazze più o meno agé che si fanno fotografare seminude credendo di fare nudo artistico, e sedicenti fotografi che le fotografano solo per farle mettere seminude: frequentano tutti le stesse mostre, pascolano tutte le gallerie d'arte alternative sentendosi piccole avanguardie, quando sarebbero già stati kitsch negli anni Dieci del secolo scorso. Spiegare a costoro perché Boldini fa schifo è impossibile, anche perché il postmoderno ha rivalutato perfino lui, e molta critica neotradizionalista guarda piuttosto con sospetto Marcel Duchamp o Lucio Fontana. Sono sicuramente Midcult, da decenni, tutti i romanzi premiati allo Strega, perché chi li legge crede di avere tra le mani un prodotto di cultura alta, mentre è solo e sempre un prodotto medio. Il problema, casomai, è che oggi è sparita la cultura alta: sono rimaste solo quella media e quella di massa. Ma quest'ultima talvolta supera la media: basta vedere il livello raggiunto da molte serie televisive di Netflix, artisticamente superiori a molti supposti film d'autore. Ci sono ancora, a dire il vero, piccoli circoli di intellettuali emarginati che amano autodefinirsi cultura alta, ma solo perché il sistema li esclude e vorrebbero concorrere anche loro al Premio Strega (con prodotti del tutto simili, che sarebbero alti solo perché hanno la sfiga di non vendere). Basta leggere, per esempio, i romanzi dei critici Matteo Marchesini e Gilda Policastro, i quali si reputano cultura alta solo perché lo Strega non li ha mai voluti, e perché non applicano a se stessi, quando si mettono a fare romanzeria, l'intransigenza che chiedono agli altri. Tuttavia il Midcult, già quando ne scrisse Macdonald, non era per Alberto Arbasino una novità, neppure negli anni Sessanta (Arbasino è sempre stato avantissimo). «L'industria del Midcult non è davvero un fenomeno nuovo», si legge in Fratelli d'Italia. «Questi romanzetti da spiaggia circolavano tali e quali anche negli anni Trenta, soltanto non si pretendevano Alta Cultura presentandosi con tanto sussiego sofferente e Kitsch! Ci si è già passati parecchie volte, nei cicli e ricicli fra produzione e consumo, che vendono e comprano come esperienze spirituali privilegiate l'avviamento commerciale d'una formula: il falso problema, la falsa audacia, la falsa poesia, il falso chic...». Attenzione perché Arbasino non salvava all'epoca neppure l'amico Alberto Moravia (i veri scrittori non salvano mai gli amici solo perché amici), e anzi considerava come «gente che mai oserebbe vantare la propria millecento contro una Jaguar o una Mercedes, elogia Moravia in quanto bestseller per la gente comune, rispetto a Gadda o Beckett che hanno la colpa di essere troppo difficili e dunque d'avere pochi clienti». Invece il dito nella piaga del discorso di Macdonald lo mise Umberto Eco (in Apocalittici e integrati, Bompiani, uscito nel 1964), quando fece notare una contraddizione del discorsino del critico statunitense: l'avanguardia sembra la sola a avere un valore, ma solo finché riservata a pochi, gli happy few. Nel momento in cui viene adorata dal pubblico medio, cessa di essere avanguardia. Insomma, Van Gogh alla fine dell'Ottocento era cultura alta, nel momento in cui comincia a essere visto da folle di turisti e stampato su poster e magliette diventa cultura media, quando non Masscult. Ma allora, scrive Eco «il criterio snobistico si sostituisce al rilievo critico (...) il quale rischia di venir condizionato proprio da quel pubblico che tanto aborre: egli non amerà ciò che ama il pubblico medio, ma in compenso odierà ciò che esso ama; in un modo o nell'altro è ancora il pubblico medio a dettar legge, e il critico aristocratico è vittima del suo stesso gioco».
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Dal dogma al brand Marx? Mai stato così pop, oggi vale un Capitale (Thu, 19 Apr 2018)
La crisi globale ha rilanciato il suo pensiero: le teorie restano zoppicanti, ma l'icona svetta Il marxismo, dopo Marx, è stato un fallimento progressivo. Ogni volta che le sue teorie sono passate alla pratica hanno avuto conseguenze rovinose, spesso sanguinarie. Ma Marx, dopo il marxismo, sta benissimo. Togli dal filosofo le incrostazioni pragmatiche, e resta l'icona. Karl Marx renaissance. Il successo mediatico del rivoluzionario pensatore tedesco è un'onda lunga gonfiatasi già da anni, almeno dall'inizio della crisi finanziaria globale nel 2008, e non si è ancora infranta. Più l'economia occidentale cala, più l'economista di Treviri svetta. A suo modo, Karl Marx aveva previsto l'impasse odierna del capitalismo attuale. E se non avesse del tutto torto? È una buona ragione per rilanciarlo. Il padre del Comunismo, a duecento anni esatti dalla nascita, 5 maggio 1818 (auguri), è più vivo che mai. Ma più che un dogma, è un brand. La sua filosofia mostra il passare del tempo, ma la sua immagine pop è luccicante. #KarlMarxmania La Repubblica popolare cinese il Paese attualmente più influenzato dal marxismo, con tutto il corollario comunista di sfruttamento inumano della classe operaia, povertà diffusa, ateismo di Stato e corsa sfrenata agli armamenti proprio ieri ha donato una monumentale statua di bronzo di Karl Marx, alta 6 metri, alla città di Treviri, città di nascita del filosofo, opera dello scultore Wu Weishan. Intanto, l'autore del Capitale è star assoluta di favole per bambini, canzoni pop (il rap Marx è uno degli anni 90 della band cinese Parfum), serie tv, film, oltre che convitato fantasma di convegni, festival, tributi... Da quando gli spettri della crisi, della disoccupazione e della recessione hanno (ri)cominciato ad aggirarsi per l'Occidente, ridando per converso corpo alle profezie marxiste sulle degenerazioni di un capitalismo senza regole, il vecchio Karl sembra tornato giovanissimo. La versione manga del Capitale è stato un bestseller in Giappone. Poi il regista He Nian ha trasformato vita e opere del filosofo in un musical per il Centro di arte drammatica di Shanghai. Non si contano le copertine dedicategli dalla grande stampa (celebre, gennaio 2017, quella del settimanale tedesco Zeit: «Hatte Marx doch recht?», «Marx quindi aveva ragione?». Strillo: «Uomini avidi, ingiustizie e l'insurrezione dei dimenticati: Karl Marx ha visto tutto. Cosa possiamo imparare da lui, nonostante il marxismo»; e qualche tempo prima Der Spiegel disegnò un Marx con le dita a «V» sotto il titolo «Uno spettro ritorna»). Marx multimediale e multitasking. Anni indietro il programma radiofonico della BBc In Our Time lo incoronò il più grande filosofo della Storia. Pochi giorni fa, il 14 aprile, Linda Terziroli e Silvio Raffo hanno portato in scena per la prima volta a Gallarate, al Teatro del Popolo... - la piéce di Guido Morselli Marx: rottura verso l'uomo, testo, ancora inedito in volume, scritto nel 1968 dall'autore del romanzo Il comunista. E sul palco ecco un Karl Marx (che Morselli sognava interpretato da Gassman) altissimo e in vestaglia da camera e pantofole, che ha problemi di salute, che viaggia «nel continente» con una famiglia allargata. È un po' imborghesito, lontano dalla politica militante e capace di battute da antologia (mentre sta annegando in un «maelstrom di carte», bozze da correggere e articoli, di fronte a un povero operaio, sbotta: «Mi toccherà lavorare anche la domenica»). Filosofo così complesso e contraddittorio, Marx è diventato un personaggio così pop da essere a portata di tutti. Per dire: è al centro di ben due serie tv. La prima, in fieri, di cui ancora non si conosce titolo né data di messa in onda, è l'adattamento televisivo della biografia Love and Capital, scritta da Mary Gabriel nel 2011, sceneggiata da Alice Birch, e si concentra sulle vicende familiari di Marx e della moglie Jenny, con incursioni nella vita dell'amico Friedrich Engels: idee rivoluzionarie, esilio e povertà in primo piano e sullo sfondo i pesanti cambiamenti del XIX secolo dovuti al suo pensiero filosofico. La seconda, che ha già avuto i suoi successi, è una fiction in quattro puntate, solo per YouTube, Marx ha vuelto (Marx è tornato, guarda caso...), liberamente ispirata al Manifesto del Partito comunista, ed è una produzione argentina (come Jorge Mario Bergoglio, il Papa più marxista della storia della Chiesa). Da The Young Pope a Le jeune Karl Marx. Arrivato nei cinema italiani da una decina di giorni (con 214mila euro di incassi finora), ecco il biopic Il giovane Karl Marx del regista haitiano Raoul Peck (ex-ministro della cultura nella Haiti post-regime) con August Diehl nel ruolo eponimo. Presentato fuori concorso al Festival di Berlino 2017, è un filmone romantico, parlatissimo, bohémien, anche avventuroso, scritto e recitato bene. Dal quale si capiscono due cose: che Karl Marx senza la moglie Jenny, che lo sostenne oltre ogni amore possibile, forse non sarebbe neppure partito; e senza Friedrich Engels, che gli è fu accanto oltre ogni amicizia possibile, non sarebbe neppure arrivato. Dove? Ad essere ancora studiatissimo, dentro e fuori le accademie, ristampato (nota a pie pagina: l'Accademia delle scienze di Berlino sta lavorando a una monumentale edizione critica dei suoi scritti, e la pubblicazione completa, da qui al 2020, conta 114 tomi) e soprattutto venduto: in Germania negli ultimi dieci anni Il Capitale, a detta della storica casa editrice Karl Dietz di Berlino è tornato di moda, non solo fra gli studenti che devono sostenere gli esami in Università. Solo l'editoria italiana, nei primi mesi del 2018, in occasione del duecentenario dalla nascita, ha fatto uscire 15 titoli di e su Karl Marx (più una decina di edizioni diverse del Manifesto del Partito comunista), fra i quali, molto critico, Il marxismo dopo Marx (Castelvecchi) di Giuseppe Bedeschi, Karl Marx. Vivo o morto? (in arrivo dalla nuova casa editrice Solferino), una raccolta di saggi curata da Antonio Carioti per capire se davvero le attuali difficoltà dell'economia di mercato e l'aumento delle diseguaglianze confermano la validità dell'analisi di Marx, e poi la ristampa di un piccolo bestseller «a tema» (e dalla copertina Bompiani molto pop...), il Bentornato Marx! di Diego Fusaro, giovane e mediaticissimo filosofo che non può non dirsi allievo di Marx. «Perché è diventato così pop? Perché è il modo perfetto per anestetizzare e depotenziare un pensatore altrimenti irricevibile oggi dalla società di mercato», risponde al Giornale. «Portare Marx in tv e al cinema è come stampare Che Guevara sulle T-shirt: si addomestica la portata rivoluzionaria di un pensiero incompatibile con la società contemporanea turbocapitalista e sfruttatrice delle masse». Già, le masse. La classe lavoratrice è sparita. Il socialismo reale è naufragato. Il sogno di Marx mandato in soffitta. Resiste il suo mezzo busto - barba imponente e cipiglio - dai colori acidi e sgargianti. Nostalgia di un'icona. Secondo l'ultima classifica stilata da Forbes, le duemila persone più ricche del mondo hanno un patrimonio che è pari alla metà di tutto il reddito prodotto negli Stati Uniti in un anno. Non solo. La loro ricchezza aumenta sempre di più, e sempre più velocemente. La dittatura non è del proletariato. Il vecchio motto «Proletarier aller Länder, vereinigt euch!» ha una nuova declinazione. Miliardari di tutti i Paesi, unitevi. E i proletari, diventati precari, quelli consumano film, serie tv, musica pop. Brandizzata Karl Marx. Tag:  marxismo comunismo Persone:  Karl Marx
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Sylvia Plath e Ted Hughes: un romanzo ripercorre l'amore autodistruttivo (Wed, 18 Apr 2018)
In "Tu l'hai detto" Connie Palmen racconta la tormentata relazione tra i due scrittori Il defunto non muore mai. Siamo nel 1963, è il 15 marzo. Un mese prima, l'11 febbraio, Sylvia Plath si è uccisa ficcando la testa nel forno. Mattina, ultime correzioni all'ultima poesia, colazione per i figli pane, latte, un tot di burro cauti sigilli a porta e finestra. Poi Sylvia ha ficcato la testa nel forno. Decapitata dal gas. Un mese dopo, il marito della più folgorante poetessa americana del Novecento, Ted Hughes, uno dei più grandi poeti inglesi del Novecento, scrive alla suocera, Aurelia, e questa non è una fiction. «Il matrimonio di due persone come noi, così clamorosamente sottomesse ad abissali anormalità psichiche, ci ha portati a vivere in un modo in cui il nostro normale stato mentale era follia». Come se la morte fosse l'estrema beatitudine, Hughes specifica alla suocera che «Sylvia negli ultimi mesi è diventata un grande poeta, e nessun'altra donna poeta, a eccezione di Emily Dickinson, può essere paragonata a lei». La morte è inerte al cospetto delle ragioni estetiche, superiori. Infine, la frase che sigilla l'esistenza di un genio destinato a vivere con il tatuaggio di Caino e di Ismaele sul petto: «Non voglio il perdono. Non voglio diventare il sacrario pubblico del lutto e del rimorso preferirei essere il contrario. Se esiste l'eternità, che io sia dannato in essa». Da qui si dilata la fiction dell'olandese Connie Palmen, Tu l'hai detto, edita da Iperborea (traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, pagg. 288, euro 17,50), che adotta un colpo da biliardo narrativo: far raccontare a Ted Hughes, relegato, per decenni, nell'infamia della colpa, «un bugiardo fedifrago e un traditore ipocrita», l'uomo che ha manomesso i diari della Plath dopo averne devastato l'esistenza («sono diventato l'esecutore della sua fama postuma, mettendo così in atto come un boia la mia stessa condanna»), quell'amore improvviso (Ted e Sylvia s'incontrano nel marzo del 1956, s'accoppiano, si sposano tre mesi dopo), violento, impossibile. Il romanzo, così, è una potente anamnesi della psiche di Hughes, una disfatta confessione, narrativamente un poco monotono è una specie di lunghissimo delirio interiore ma che sanguina bellezza. Con lenta agonia, lo Hughes evocato dalla Palmen ricorda l'apparizione di Sylvia («Con il suo volto di luna e la pelle di seta ramata somigliava a un'attrice di Hollywood»), la foia («Facemmo l'amore come titani, a morsi, con voracità»), la follia (la Plath è radicalmente gelosa, profetizza ninfette tra le mutande del marito), i figli (cammeo mirabile: «Frieda Rebecca nacque sul fare del giorno di venerdì 1 aprile, con gli occhi blu elettrico del suo nonno prussiano, i lineamenti della madre e i capelli scuri degli Hughes»), il tradimento (di Hughes, con Assia Wevill: «Venerdì 13 luglio 1962 portai la mia Lilith in una camera d'albergo, le strappai di dosso i vestiti con tutta la nera tensione che avevo accumulato e la presi»). Le parti più belle del libro riguardano la poesia, un veleno che uccide il poeta cauterizzando i dolori del lettore. Un paio di frasi vanno strappate e incollate al cuscino: «L'originalità di uno scrittore si riconosce dal coraggio con cui ha osato lanciarsi nell'abisso, e da quanto questo è profondo»; «Rinnegare la violenza è evocare la violenza. Rinnegare il male è evocare il male... Dobbiamo guardare in faccia i nostri mostri, ammansire i lupi, cercare il Minotauro nei labirinti della nostra anima e ucciderlo». Hughes, che praticava la Cabala, faceva gli oroscopi e baloccava con i miti, scagliò i suoi mostri contro chi lo amava. Sylvia si suicida nel 1963; lui si mette con Assia, da cui ha una figlia, Shura. I due si separano. Nel 1969 Assia si suicida, emulando il suicidio di Sylvia, specie di lirica Erinni, insieme alla figlia. «Dopo il suicidio della mia musa nera mi convinsi che era tutta opera degli dèi. Ero un dannato, errante tra gli spettri, che contagiava tutte le donne della sua vita con l'oscurità malinconica da cui lui traeva una gioia tragica, ma che distruggeva loro». La storia della coppia più bella del mondo narcotizzata dalla poesia, fino alla tragedia, ha riempito biblioteche. L'anno scorso l'ennesimo nugolo di lettere inedite di Sylvia accusano Ted di rifinite violenze domestiche. Faber&Faber, nel frattempo, ha pubblicato il primo volume delle Letters of Sylvia Plath 1940-1956. Il rischio, devastante, è che la storia privata di due poeti eccezionali rischi di annientare la loro opera. Nei Diari, editi in Italia da Adelphi, Sylvia decritta il rapporto con Ted, tenebroso fin dal principio. Giorno di Santo Stefano, 1958: «Entrambi siamo troppo introversi: troppo spesso preferiamo i libri alla gente... se riesco a crearmi un'individualità e un lavoro posso assumere un ruolo attivo nella coppia, senza essere la metà dipendente e debole». Solitudine, ubriacatura di immaginazione, sensibilità sovrabbondante, senso di inferiorità. Morendo Sylvia, come gli dèi inferi, ha costretto Ted ad amarla per sempre. «Nella morte mia moglie si rivelò come mia Euridice e come artefatto letterario un'avversaria più pericolosa che non in vita». Nel 1998, vent'anni fa, Ted Hughes pubblica la sua raccolta poetica più dolorosa, Lettere di compleanno, in cui rievoca il rapporto con Sylvia. Morirà poco dopo, nello stesso anno. Il defunto non muore mai, l'amore è più feroce della morte, è celeste martirio. Il poeta, da sempre, tesse argomenti con i morti.
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Dalla Comune al maggio '68 Come la sinistra si è "vestita" da radical chic (Wed, 18 Apr 2018)
I grandi movimenti storici hanno portato all'abbandono del socialismo per il mito del progresso e dei "diritti" Quando il socialismo ha smesso d'essere tale ed è diventato di sinistra? Quando avviene il passaggio dall'«emancipazione sociale dei lavoratori» al progressismo che fa dei «diritti dell'uomo» l'ideologia vincente? Com'è possibile che al termine di un percorso, intrecciato quanto conflittuale, si verifichi il paradosso per cui i ricchi votano a sinistra mentre i poveri votano per l'estrema destra? A queste domande cercano di rispondere, l'uno utilizzando la filosofia, l'altro l'arte e la letteratura, due saggi che Neri Pozza pubblica ora: Il nostro comune nemico, di Jean-Claude Michéa (pagg. 256, euro 18) e Cospiratori e poeti, di Diego Gabutti (pagg. 288, euro 13,50). Il sottotitolo del primo, «Considerazioni sulla fine dei giorni tranquilli», rimanda a quello del secondo, «Dalla Comune di Parigi al Maggio 68», perché è in questo arco di tempo, più o meno un secolo, che la grande mutazione si compie, celebra il suo trionfo, assiste poi al suo declino e si ritrova infine a contemplare, come scrive Michéa, «la dissoluzione continua e sistematica dei modi di vivere specifici delle classi popolari stesse - e la dissoluzione delle loro conquiste sociali - nel moto perpetuo della crescita globalizzata, sia essa ridipinta di verde o coi colori dello sviluppo sostenibile, della transizione energetica e della rivoluzione digitale». Ovvero, per dirla con Gabutti, il lavoratore «come la sola e vera macchina», «la religione del lavoro» che «schianta l'umanità intera», i lavoratori stessi «consegnatisi di propria mano a questo destino di schiavi». Il 1870 che segna la Comune di Parigi è dunque per entrambi gli autori la data in cui ha inizio il passaggio di consegne o, se si vuole, il momento in cui la filosofia del progresso esautora a cannonate la filosofia del sociale. Ciò che avviene, e che si fa finta non sia avvenuto, dandone cioè la colpa alla reazione sempre in agguato, è il massacro degli operai parigini a opera della «spietata volontà dei principali capi della sinistra liberal dell'epoca, da Adolphe Thiers a Jules Favre». Al tornante del secolo, l'affaire Dreyfus rafforza quello che appena trent'anni prima era stato battezzato nel sangue, ovvero il «nuovo progetto dell'integrazione definitiva del movimento operaio socialista nel campo ritenuto politicamente omogeneo della sinistra repubblicana e delle forze progressiste». Il consolidamento finale di quel progetto sarà «il contesto dell'ascesa del fascismo degli anni Trenta»... Come scrive Michéa, in questa alleanza novecentesca forzosa e forzata fra movimento operaio e sinistra repubblicana borghese, ci sono naturalmente molte cose buone, compreso «un reale miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici». Solo che un tale compromesso renderà «filosoficamente complicato ogni sforzo serio da parte dei partiti di sinistra per combattere in comune - e non soltanto a parole - le radici profonde di un sistema economico e sociale che si basa fin dall'inizio sulla valorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento continuo del lavoro vivo, la depredazione suicida del pianeta e il regno della merce e dell'alienazione consumistica». Una volta accettata l'idea di una crescita materiale illimitata (un controsenso in un mondo finito, va da sé) e avendo integrati i sindacati nella gestione diretta del sistema capitalistico, sempre più la sinistra orienterà la sua visione nel nome dell'individualismo egualitario dove il progresso fa rima con l'estensione dei diritti, a prescindere se quest'ultimi facciano o meno parte di una socialità di costumi, di usi, di consuetudini, di un sentimento comune, insomma. È quello che ironicamente Michéa chiama «Clochemerle ovvero la politica dell'orinatoio», rifacendosi al titolo di un fortunato romanzo di Gabriel Chevallier ambientato negli anni '20 (Peccatori di provincia è stato il suo titolo in italiano). In esso è emblematicamente raccontato il passaggio fra l'essere socialista, ovvero la lotta contro la modernizzazione capitalistica del mondo e per una dimensione «sociale» della vita, e l'essere di sinistra, ovvero opporsi alle forze della reazione in nome del progresso... Così la giunta comunale di sinistra di quel piccolo paese, per sancire la modernità e l'evoluzione della sua amministrazione, il suo sguardo rivolto al futuro, realizzerà la costruzione di un orinatoio pubblico, «provvedimento egualitario in sommo grado», unico e per tutti. «La sinistra moderna, una volta liberata dall'ipoteca socialista, non poteva far altro che tornare ai suoi primi amori, ovvero alla politica dell'orinatoio e dei segnali simbolici di modernità egalitaria, che si tratti del matrimonio per tutti, della legalizzazione della cannabis, del voto agli stranieri o della femminilizzazione dell'ortografia. Un ritorno a Clochemerle, insomma, ma al tempo della globalizzazione liberista e della Silicon Valley». Poiché al progresso non c'è mai fine, quattro anni fa la sinistra svedese ha presentato un progetto di legge che mirava a vietare agli individui di sesso maschile di urinare in piedi, allo scopo di garantire lo stesso modello di minzione per tutti... Rifacendosi a Proudhon come a Orwell, Michéa tiene a sottolineare che «una critica socialista del totalitarismo è esistita e ha avuto la sua nobiltà fra Ottocento e Novecento», così come fa parte di quella tradizione libertaria la convinzione che «più le decisioni che colpiscono le nostre vite quotidiane vengono prese lontano da noi, meno sono da considerarsi democratiche». Si situa qui l'ultima schizofrenia della sinistra moderna, per la quale «prossimità e autonomia locale» divengono ipso facto ripiegamento identitario e/o rifiuto xenofobo e che porta a frasi come quelle di Jean-Claude Juncker, «non ci può essere scelta democratica contro i trattati europei» o di Daniel Cohn Bendit all'indomani del referendum sulla Brexit: «Bisogna smettere di dire che il popolo ha sempre ragione». Il populismo, ieri come oggi, nasce proprio da questo, dal rifiuto di farsi espropriare del proprio diritto di scegliere come vivere, con chi vivere, in nome di cosa vivere... Torniamo alla Comune di Parigi da cui siamo partiti, ma seguendo ora il tracciato poetico-artistico di Gabutti invece di quello ideologico-filosofico di Michéa. Su quelle barricate non ci saranno i poeti: né Rimbaud, né Verlaine, né, per cause di forza maggiore, Baudelaire, morto quattro anni prima... Ci saranno invece i conspirateurs, più o meno di professione, ovvero l'avanguardia ancora romantica di ciò che nel mezzo secolo successivo prenderà il nome di militanti dell'idea e del partito unico, i rivoluzionari come punta di lancia del proletariato. Sul perché di quell'assenza, metaforicamente parlando, di là cioè dalle contingenze e dai singoli caratteri, vale la pena interrogarsi, anche perché, come nota Gabutti, «nei decenni successivi, gli artisti parigini si sforzarono in tutti i modi d'essere presenti nei torbidi, e non solo per cantarne le gesta». È che nella bohème culturale ottocentesca seguita alla Rivoluzione francese e poi alla ascesa e caduta di Napoleone, reazionari e socialisti hanno più punti in comune di quelli che corrivamente si è portati a credere, accomunati come sono dall'odio verso lo spirito borghese e la modernità. C'è più pensiero sociale, l'attenzione agli umili, agli ultimi, ai diseredati, in Balzac, Barbey D'Aurevilly, Gautier, Baudelaire, Rimbaud che nel comunismo scientifico e proletario di Marx. E va da sé che il pensiero spesso utopico dei teorici socialisti si muove in parallelo con le paranoie elitarie e snobistiche degli alfieri della controrivoluzione, il loro gusto da taverna e da dissipazione. I primi sognano la felicità del genere umano liberato dalla schiavitù del lavoro, i secondi si accontenterebbero della propria, impossibile ormai nell'epoca delle masse, della meccanica e dell'etica borghese dei sacrifici. Se per Michéa la Comune è il canto del cigno del socialismo, per Gabutti è «l'inizio del moderno movimento comunista»: hanno ragione entrambi, e del resto Marx vedrà con favore «la batosta» francese del' 70: toglieva Proudhon dalla scena per lasciare solo a lui il ruolo di protagonista... Come che sia, su quelle barricate quei poeti non salgono perché confusamente avvertono che da lì in poi la battaglia non sarà più ideale, ma ideologica: non contempla fratellanze di pensiero, ma alleanze ferree, non celebra la bohème, ma la sezione di partito. Lì dove socialità operaia e asocialità aristocratico-artistica potevano ancora convivere in odio alla borghesia, la razionalità comunista fa strame dell'una e dell'altra ed esige la più assoluta disciplina. Nel bel racconto di Gabutti, innervato da uno stile tanto proprio quanto coinvolgente, il Novecento dei poeti diventa questa cosa qui, ovvero il tentativo impossibile di mettere d'accordo l'utopia individuale e la rivoluzione. L'Ubu re di Jarry è la prefigurazione dei «processi di Mosca», noterà col senno di poi André Breton, che però in quanto padre-padrone del Surrealismo aveva fatto del suo movimento «una cinghia di trasmissione del Partito comunista francese». Se un eccitato Aragon scrive versi per esaltare la «Guépéou» e il suo «sano terrore», un mite Paul Eluard arriverà a rivedere quelli «pieni di disperazione» scritti in morte della moglie, perché «il compagno Thorez mi disse che non si deve intossicare l'anima del proletariato con la tristezza». Come osserva Gabutti, «timorosi di perdere il treno della modernità sul quale (sembrò loro di capire) viaggiavano i partiti operai, erano saltati a bordo senza biglietto; e adesso il controllore minacciava di farli scendere alla prima stazione, se non avessero pagato biglietto e multa: autocritica, addio all'individualismo e basta stranezze». Il risultato sarà la bohème chic, ovvero la revolution maò maò e l'avant-garde in caricatura dei film di Jean-Luc Godard e in sovrappiù, tramontato il proletariato, come nuovo «soggetto rivoluzionario» e nuova star, «lo studente declassato, disprezzato, alienato e un po' secchione della fiaba goscista». Ciò che è venuto dopo, lo abbiamo sotto i nostri occhi. Il socialismo è definitivamente scomparso e la sinistra si è fatta merce.
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L'Italia chiede alla Svizzera la restituzione di un quadro attribuito a Leonardo (Tue, 17 Apr 2018)
Il ritratto di Isabella d'Este, quadro attribuito a Leonardo Il "ritratto di Isabella d'Este" al centro di una contesa fra magistrati italiani ed elvetici. In un giallo internazionale irrisolto ormai da anni Un quadro attribuito a Leonardo da Vinci è al centro di una "contesa" giudiziaria fra Italia e Svizzera. Il dipinto, che ritrae Isabella d'Este, figlia del duca di Ferrara Ercole I, era conservato in una banca di Lugano prima di venire sequestrato su richiesta della procura di Pesaro. I magistrati pesaresi ipotizzano infatti che il quadro, il cui valore di mercato si aggirerebbe intorno ai 95 milioni di euro, era scomparsa dal 2013. Ora il ministero della Giustizia italiano chiede alla Svizzera la riconsegna di quel quadro al nostro Paese, dando esecuzione all'ordine di confisca dell'opera, confermata a febbraio dalla Cassazione. I magistrati svizzeri, rivela infatti Il Resto del Carlino, hanno finora preso tempo e ritardato la restituzione del dipinto. Nel frattempo, racconta il quotidiano bolognese, la proprietaria della tela, la pesarese Emidia Cecchini, è stata imputata e condannata a un anno e due mesi per esportazione illecita di opera d'arte. Lei sostiene che l'opera - sequestrata nel 2015 proprio quando stava per essere ceduta a un fondo arabo - sia sempre stata in Svizzera e che nella casa di Pesaro dello zio Walter Cecchini fosse stata esposta solamente una copia, opponendosi al sequestro e al rientro in Patria. Una versione a cui i giudici non hanno creduto. Ma la vicenda è ben lontana dall'essere risolta. Un vero e proprio intrigo internazionale dell'arte, ancora tutto da chiarire. [[fotonocrop 1516314]] Tag:  arte Svizzera Persone:  Leonardo Da Vinci
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Addio al maestro Vittorio la metà dei Taviani (Mon, 16 Apr 2018)
Con Paolo ha firmato capolavori come Padre Padrone. Raccontando l'Italia in profondità Parlavano per una bocca sola e l'anima era una, condivisa e mai doma: la somma dei loro anni li divertiva, non li spaventava. «Non c'è la resa, mai. Si dice che invecchiando si è più generosi, più tolleranti. Non è vero niente», sfottevano. Anche perché, nel cinema italiano, di antichi maestri in grado d'andare dal particolare all'universale, parlando al cuore e al cervello, con film amati anche all'estero e confezionati con semplice perfezione, non ce ne sono molti. Anzi. E adesso che Vittorio Taviani, con il fratello Paolo autore di capolavori come Padre padrone (Palma d'oro a Cannes nel 1977) o Cesare deve morire (Orso d'oro a Berlino nel 2012), se n'è andato dopo una malattia, spegnendosi a Roma all'età di 89 anni, è come se l'artista di San Miniato non fosse morto definitivamente. C'è Paolo a infiammarsi ancora, a pregare i giornalisti di non distinguere le risposte dell'uno da quelle dell'altro. «Dopo sessant'anni che facciamo le cose insieme, quello che dice lui è quello che dico», era la parola d'ordine. Vittorio era quello col berretto, giusto per distinguerlo dal fratello di due anni più giovane e più incazzoso, che cappelli non ne porta, a far sfiammare le idee. Alla scorsa Festa del Cinema di Roma, Paolo si era commosso presentando, da solo per la prima volta, Una questione privata, dal romanzo di Beppe Fenoglio. «Il fatto è che ci si invecchia e ci si ammala», chiuse la conversazione. A onor del vero, parlare con i Taviani non era una passeggiata, se si scriveva su un giornale non di sinistra: il loro «mondo rosso» (così lo chiamavano i due) ora non esiste più, ma l'appartenenza politica ci tenevano a farla pesare. Comunisti ferventi, all'invasione dell'Ungheria da parte dell'Urss,i due stracciarono la tessera del Pci. Vittorio non si era mai ripreso dall'incidente stradale avvenuto a Roma il 17 ottobre di tre anni fa, vicino a Piazza Venezia, quando un'auto del servizio Ncc investì lui e la moglie Carla Vezzoso, ex-segretaria d'edizione, reduci da una festa organizzata da Renzo Piano in onore dei due artisti. La figlia di Carla e Vittorio, Francesca, che ieri ha annunciato la morte del padre, confermando un riserbo assoluto sulle esequie, fa l'attrice ed è sposata con Lello Arena. Già Federico Fellini, ai tempi, osservava quant'è facile morire nella Capitale, dentro una buca o sulle strisce pedonali: nulla è cambiato, da allora. Figlio dell'avvocato Ermanno, che durante il fascismo ebbe qualche noia, al punto d'andarsi a ritirare sul campanile di don Micheletti, a San Miniato, Vittorio aveva studiato Legge, per poi abbandonare l'università, nel 1954, sempre insieme al fratello, iscritto a Lettere. Con il loro amico partigiano Valentino Orsini, Vittorio e Paolo organizzavano cineforum e spettacoli tra Pisa e Livorno, firmando poi a sei mani il docufilm San Miniato luglio '44 (1954), che poi ispirerà La notte di San Lorenzo (1982), cinque David di Donatello e Premio della Giuria ecumenica a Cannes. Approdati a Roma nei Sessanta della contestazione generale, Vittorio e Paolo prendono uno studio a Trastevere e realizzano L'Italia non è un paese povero (1960) insieme a Joris Ivens, del quale erano assistenti. Non per niente, all'Università di Pisa, in biblioteca, s'erano studiata la Storia del cinema di Pasinetti. Nel '62 arriverà Un uomo da bruciare, primo film della coppia registica, incline al neorealismo. Vittorio è un passo avanti, Paolo segue,da fratello minore. Amante di Shakespeare, del melodramma e di Tolstoj, Vittorio incise sul banco di scuola i nomi di Dreyer e Rossellini: il preside chiese il rimborso. Dai Sessanta ai Settanta, il cinema politico fu un marchio. Ne I Sovversivi (1967) con l'attore-feticcio Volontè e Lucio Dalla, c'è la morte di Togliatti e i temi della rivoluzione, visti dal prisma del realismo magico, impregnano Padre padrone, intanto che i Caroselli tv procurano l'agio. Nel 1982 La notte di San Lorenzo fa uscire dalla depressione chi pensava che Marx fosse morto. Ma sarà Cesare deve morire, girato con i carcerati di Rebibbia, a sancire il felice ritorno degli artigiani del cinema italiano, la cui asciuttezza toscana è pure nella fine: né camera ardente, né funerali.
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Cinema, è morto il regista Vittorio Taviani (Sun, 15 Apr 2018)
Era malato da tempo. Col fratello Paolo ha firmato capolavori come Padre Padrone; La Notte di San Lorenzo e Cesare deve morire È morto a Roma, all'età di 88 anni, il grande regista Vittorio Taviani. Era malato da tempo. Con il fratello Paolo ha firmato capolavori della storia del cinema italiano come Padre Padrone (Palma d'oro a Cannes nel '77), La Notte di San Lorenzo, Caos fino a Cesare deve morire (Orso d'oro a Berlino). Per volontà della famiglia non ci saranno camera ardente né funerali. Il corpo del regista verrà cremato in forma strettamente privata. Vittorio Taviani era nato a San Miniato, in provincia di Pisa, il 20 settembre del 1929. Con il fratello Paolo, di due anni più giovane, ha diretto film trai più importanti della nostra cinematografia, raccontando la realtà, la storia, le contraddizioni del nostro Paese. Figli di un avvocato antifascista, i fratelli Taviani hanno abbandonato gli studi in Lege per darsi al cinema. Trai primi lavori, hanno realizzato una serie di documentari a sfondo sociale. Il debutto sul grande schermo risale al 1962, quando i Taviani hanno firmato il lungometraggio Un uomo da bruciare, con Gian Maria Volonté, ispirato alla vita di Salvatore Carnevale, bracciante, socialista di Sciara, in provincia di Palermo, attivo nel sindacato e nel movimento contadino, freddato da killer in Sicilia nel 1955. Dopo una serie di film di successo, per i due fratelli viene il momento dei riconoscimenti internazionali. Nel 1972 girano San Michele aveva un gallo, che vince il Premio Interfilm a Berlino. E dopo Allosanfàn, del 1974, con Marcello Mastroianni e Lea Massari, è la la volta di Padre padrone, che nel 1977 conquista la Palma d'Oro e Premio della Critica al Festival di Cannes: a consegnarla è il presidente della giuria Roberto Rossellini mentre in Italia viene loro assegnato un David Speciale e un Nastro d'Argento. La carriera dei fratelli Taviani è proseguita con importanti film, successi di critica e pubblico e tanti premi. A 83 anni, per vittorio Taviani è arrivato un nuovo, importante riconoscimento: nel 2012 insieme al fratello vince l'Orso d'Oro al Festival di Berlino (mancava al cinema italiano dal 1991, quando andò a La casa del sorriso di Marco Ferreri) con 'Cesare deve morirè. Il film, girato in stile docu-drama, segue la messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare. A recitare sono i detenuti del carcere di Rebibbia, diretti dal regista teatrale Fabio Cavalli. Il loro ultimo film è stato Una questione privata, girato lo scorso anno, che ha per protagonista il bravissimo Luca Marinelli. Persone:  Vittorio Taviani
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L'ottimismo del liberalismo classico (Sun, 15 Apr 2018)
Succede che mi chiedano: con quale libro iniziamo ad avvicinarci al pensiero liberale? La risposta non è ovviamente semplice. Questa «Biblioteca liberale» ne ha scritte di tutti i colori: abbiamo riscoperto il contenuto liberale dei Promessi sposi, abbiamo preso per i capelli il cyberpunkismo di Gibson, e ovviamente abbiamo recensito i classici. Ma insomma la risposta fino a oggi era difficile. Certo, gli italiani hanno scritto magnifici e completi volumi sulla storia del liberalismo. Antiseri ci ha portato nelle viscere della nostra tradizione giudaico-cristiana da non abbandonare. È uscito il libro perfetto. Nel senso che risponde perfettamente all'esigenza di avere un primo approccio con il pensiero liberale. Edito dall'Istituto Bruno Leoni, è fresco di stampa: Liberalismo classico. Un'introduzione. A scriverlo, magnificamente, è il solito Eamonn Butler. I lettori di questa rubrichetta sanno che ne siamo fan sfegatati. Sua è la sintesi del pensiero di Adam Smith e anche quella della scuola austriaca. Per capirci, si tratta di due dei fondamenti proprio del liberalismo classico. Butler sintetizza, cita le cose che contano, non fa il fenomeno, non sottintente un pensiero e un'erudizione, vi prende per mano e vi porta a capire un set di pensieri. Anche complicati. Nella bella introduzione Stephen Davies scrive: «Il liberalismo classico è anche associato a numerose attitudini e caratteristiche stilistiche. Una delle più importanti è quella di ottimismo, di fiducia nella possibilità di migliorare la condizione dell'uomo, unita alla consapevolezza che negli ultimi due secoli ciò sia di fatto avvenuto. Un'altra di queste caratteristiche è guardare avanti, verso il futuro invece che al passato. Potremmo inoltre individuare un punto focale nell'individualità e nell'autogoverno, o autonomia. Ma forse l'elemento distintivo è la civiltà, che si sostanzia nel pensare il meglio degli avversari e degli interlocutori invece di imputargli intenzioni e disegni ostili - una qualità carente in gran parte del dibattito contemporaneo». Il liberalismo classico non è quello sociale, non è quello dei liberal americani, ma non è neanche conservatorismo. È il liberalismo di Locke, Smith, von Hayek, Friedman, per capirci. «I liberali classici riconoscono che una qualche forza può essere necessaria per impedire che le persone nuocciano le une alle altre e concordano nel sostenere che solo le autorità dovrebbero essere investite di tale potere. Sanno tuttavia che il potere non è esercitato da un qualche imparziale Stato ma da uomini in carne e ossa, che condividono le stesse debolezze del resto della popolazione. Il potere tende a corrompere, e le politiche che i politici spesso citano come interesse pubblico fanno invece comodo ai loro propri interessi. Inoltre, i teorici del contratto sociale come il filosofo inglese John Locke (1632-1704) sostengono che il potere del governo derivi dagli individui e non viceversa». Speciale:  Controcultura focus
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"Al Regime non dovevo nulla non avendone avuto nulla" (Sun, 15 Apr 2018)
Da San Vittore, Montanelli si rivolge al prefetto di Milano Questo documento, parte di una lettera del 1944 al prefetto di Milano, Piero Parini, e l'articolo nella pagina seguente sono tratti, per gentile concessione, da Indro Montanelli, Io e il Duce (Rizzoli, pagg. 350, euro 22). La lettera fu spedita dal carcere di San Vittore, dove Montanelli venne rinchiuso dai fascisti nel 1944. L'articolo fu pubblicato invece da Oggi il 22 dicembre 1982. Eccellenza, non è per chiederle aiuto che le scrivo, ma solo per chiarire un equivoco che mi pesa più di qualunque accusa. La prego perciò di leggere queste righe, anche se illegalmente trasmesse. L'equivoco si riferisce al mio cosiddetto «tradimento». Io tradii nel 1938. Fu in quell'anno che io, spontaneamente, rinunziai alla tessera, alla qualifica e al giuramento di fascista; e fu in quella occasione che tornando da Tallinn, indirizzai proprio a Lei una lettera in cui Le annunziavo le mie dimissioni dalla Direzione dei fasci Italiani all'Estero, motivandole con tre ordini di ragioni: il Suo ritiro dalla Direzione, il mio desiderio di tornare alla letteratura e la mia divergenza, oramai irrimediabile, dalle direttive ufficiali. Di questa lettera forse Lei non si ricorderà, ed io non ne conservo copia. Ma la lesse un nostro comune amico, Lamberti Sorrentino, che anzi in alcuni punti la modificò. Poco dopo fui invitato al «Corriere» dal suo direttore Borelli. Gli feci presente la mia situazione di non fascista, per la quale egli non poté assumermi come redattore, sostituendo a tale qualifica quella - molto meno vantaggiosa - di collaboratore. Resistei in seguito alle pressioni di Borelli di farmi riprendere la tessera, e redattore diventai su sua personale responsabilità. Sono rimasto non fascista sino al '40, quando diventai categoricamente antifascista. Cosa di cui non feci mistero nemmeno in sede ufficiale. Richiamato da Pavolini allora ministro della Cultura, mi difesi dall'accusa di antifascista militante (che infatti era falsa, poiché non militavo in nessun partito), ma riconobbi francamente la mia disapprovazione per l'alleanza tedesca, per la guerra che avremmo perduta e, in particolare, per le direttive sulla propaganda. Richiamato da Senise, ribadii, anche sotto minaccia di confino, queste mie opinioni. Come vede, non potevo essere più esplicito. E la mia franchezza non fu mai messa in dubbio, come dimostrò l'incidente, abbastanza conosciuto a Milano, quando in un noto salotto antifascista a Dino Alfieri, che pure lo frequentava e che mi usò una villania, risposi che un regime, che teneva a Berlino un ambasciatore come lui, non poteva che perire. Altri episodi? Le mie visite a Croce, la mia familiarità con la Principessa di Piemonte, i miei stessi articoli che, sub specie litteraturae nascondevano sempre qualche critica al Regime e mi procuravano «grane» a ripetizione. E tuttavia non ero ancora militante. Militante diventai solo alla fine del '40 su invito di B. Croce, di Gallarati-Scotti e di Albertini, nel loro partito di «Ricostruzione liberale». Ma militante in un senso puramente dottrinario, cioè in quel senso che, con la pubblicazione di «Critica» era evidentemente tollerato dal Regime. Al quale Regime che cosa dovevo io? Nulla. Non una giurata fedeltà, poiché mi ero spontaneamente ritirato dal giuramento. Non personali vantaggi, perché credo di essere l'unico giornalista italiano che non ha mai ricevuto un soldo dal Ministero (Mezzasoma e i suoi uffici possono, magari a denti stretti, testimoniare), nemmeno sotto forma di premio letterario. Non una situazione politica, perché non ne ho mai avuto una, nemmeno modestissima. E allora, chi e che cosa ho tradito? Indro Montanelli Indro Montanelli - Io e il Duce - pubblicato per Rizzoli a cura di Mimmo Franzinelli © 2018 Published by arrangement with the Italian Literary Agency Speciale:  Controcultura focus
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"Mussolini non fu né un folle criminale né un grand'uomo" (Sun, 15 Apr 2018)
Nel 1983, a cent'anni dalla nascita del Duce, Indro ribadiva il suo giudizio sul capo del fascismo Non scopro di certo la polvere dicendo che per l'83 i motivi di preoccupazione non mancano. Ma bisogna aggiungervene un altro: il centenario della nascita di Mussolini, che, da quel che si vede e si sente in giro, si annuncia come più solenne, o almeno come più fragoroso, di quelli di Dante o di Leonardo. E sarà una di quelle ventate come usano da noi, che sollevano polveroni in cui nessuno capisce più nulla. Non posso tuttavia abbordare questo argomento prima di aver confessato i miei «peccati». Come tutte le persone nate «dentro» il fascismo (avevo dieci anni quando andò al potere), io fui fascista, dapprima entusiasta, poi sempre meno, finché nel '37 cambiai campo, e durante l'occupazione tedesca finii in galera. Debbo dire però che, se mi trovai male col fascismo, non mi trovai meglio dopo la Liberazione, con l'antifascismo, che pretendeva liquidare il ventennio di Mussolini come un eccesso di follia criminale, di cui era indecente persino parlare. Secondo me condannare il fascismo così in blocco senza concedergli nemmeno il diritto alla parola era un grosso e pericoloso errore. Prima di tutto perché offendeva il novanta per cento degli italiani, compreso il sottoscritto, che di quella follia erano stati partecipi. Eppoi perché a lungo andare avrebbe provocato, come tutti gli eccessi, una reazione specie nelle successive generazioni che, ignare di tutto, avrebbero pur voluto sapere come mai quella follia aveva trovato tanti seguaci. E siccome lo dicevo ad alta voce, venni quasi scacciato dalla comunità degli intellettuali democratici. Ora che di fascismo e di Mussolini si ricomincia a parlare da tutte le parti, potrei quindi compiacermi e addirittura inorgoglirmi di aver azzeccato il pronostico. E invece no, perché i toni che sta assumendo questa improvvisa resurrezione e rivalutazione del Duce e del suo regime mi fanno capire che questo Paese non impara nulla e per rimediare a una sciocchezza non conosce altro metodo che commetterne un'altra. Cerchiamo di vedere le cose al di fuori dei fanatismi e della propaganda. Mussolini non fu il folle criminale descritto fino a dieci anni fa dalla storiografia ufficiale, che voleva addirittura togliere la cattedra universitaria a De Felice perché si era messo a studiarlo. Ma non fu nemmeno il grand'uomo di cui ora comincia a riaffiorare, nelle rievocazioni, l'immagine. Fu un politico astutissimo, che nel '22 mise nel sacco tutti i suoi avversari «inventando» una rivoluzione che non c'era e una marcia su Roma che fu solo una sceneggiata. Fu un formidabile tribuno che sapeva incantare le folle. Ma non era, e non riuscì mai a diventare un vero uomo di Stato. Non seppe mai scegliersi dei collaboratori capaci anche perché era convinto di poter fare tutto da solo. E per di più il «culto della personalità», di cui in parte si fece e in parte fu oggetto dagli altri, finì per appannare le sue due maggiori doti naturali: il senso della realtà e la tempestività. Nella conquista del potere e anche nei primi anni del regime Mussolini non si era mai lasciato accecare da fumi ideologici e soprattutto aveva sempre scelto, per le sue mosse, il momento giusto: che in politica, e forse non soltanto in politica, è il segreto del successo. Ma via via che le lodi e gli incensi che gli prodigavano gli ammiratori (non soltanto italiani), e che sotto sotto lui stesso sollecitava, innalzavano il suo piedistallo, egli perdeva contatto col Paese reale, finì per credere che fosse davvero diventato quello «degli eroi, dei santi, dei navigatori» di cui favoleggiava nei suoi discorsi di piazza, e anche questi discorsi (un tempo mirabili per sobrietà e incisività) cominciarono a imbolsirsi di retorica. Fu in questa fase ch'egli compì i suoi fatali errori e peggio che errori: l'intervento in Spagna, le leggi razziali, l'alleanza con la Germania, la guerra. Ecco ciò che ho sempre detto di Mussolini e del suo regime, e che fino a qualche anno fa mi esponeva, da parte degli antifascisti, all'accusa di fascista, o almeno di «nostalgico» del fascismo. Poco male: sono riuscito ugualmente a cavarmela, anche se con qualche incidente di strada. Ma non vorrei che dopo aver passato trent'anni di guai per via di questa etichetta, mi toccasse passare quelli che mi restano da vivere a farmi bersagliare come antifascista. Eppure, l'aria che tira è proprio questa di un'altra infatuazione per Mussolini, non meno balorda e faziosa della esecrazione che seguì la sua caduta. Comunque, avendo vissuto quei tempi, rimango della mia opinione e la confermo. Coloro che appesero per i piedi Mussolini a piazzale Loreto non erano che brutali assassini. Ma essi non uccisero un grande statista. Uccisero soltanto un astuto capopopolo, padre di un regime largamente fallito. E se questo giudizio spiacerà sia ai vecchi detrattori di Mussolini che ai suoi nuovi ammiratori, vorrà dire che è giusto. Indro Montanelli - Io e il Duce - pubblicato per Rizzoli a cura di Mimmo Franzinelli © 2018 Published by arrangement with the Italian Literary Agency Speciale:  Controcultura focus
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© Dott. Giulio Perrotta (2012)