Dott. Giulio Perrotta
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LA "RASSEGNA STAMPA QUOTIDIANA" (IX PARTE)

Tutte le notizie da "Il Giornale" in tema di politica, attualità, cronaca, economia e cultura

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IlGiornale.it - Politica

Tra i candidati grillini c'è un fan della Leopolda (Fri, 23 Feb 2018)
Ci mancava solo il leopoldino. Si allunga la lista delle candidature imbarazzanti per il Movimento 5 Stelle Ci mancava solo il leopoldino. Si allunga la lista delle candidature imbarazzanti per il Movimento 5 Stelle. Come se non bastassero massoni (ne sono stati scoperti tre) e furbetti del rimborso (più di una decina), i grillini hanno deciso di puntare forte anche sugli uomini che un tempo militavano nel campo del loro nemico pubblico numero uno: Matteo Renzi. Nel maggioritario per la Camera di Castrovillari, in Calabria, il M5S ha schierato tal Massimo Misiti, medico ortopedico. Una candidatura, imposta direttamente da Luigi Di Maio, che ha messo in subbuglio gli attivisti che quel territorio lo conoscono bene. Il motivo è semplice: Misiti, fino a non molto tempo fa, era una sorta di renziano doc. E infatti in rete circola una foto, che risale all’ottobre 2014, nella quale il medico calabrese è ritratto mentre è seduto, davanti a un pc, ai tavoli della Leopolda, la convention annuale considerata uno dei luoghi fondativi del renzismo. Misiti, in quell’occasione, aveva partecipato in qualità di esperto alla discussione tematica dedicata a sanità e affari sociali. Proprio accanto a lui c’era il deputato dem Ferdinando Aiello, che oggi, coerentemente, si è ricandidato con il Pd nell’uninominale calabrese di Corigliano. Il medico cosentino, invece, sembra aver cambiato idea e bandiera: oggi è dall’altra parte della barricata e corre con gli avversari del M5S. Un salto della quaglia che ha provocato la delusione sia dei militanti pentastellati, che non accettano la presenza di un ex renziano in lista, sia della base stessa dei democratici, che si sente tradita dal medico che, nel luglio 2014, predicava l’unità di un Pd lacerato dalle divisioni interne. In quel periodo la Calabria si apprestava a tornare al voto per le regionali, ma il partito appariva spaccato più che mai. E Misiti, in qualità di portavoce dell’associazione “Prospettive future”, era intervenuto pubblicamente per chiedere maggiore unità alla sua formazione politica di riferimento. «Siamo stanchi – diceva – delle liti interne al Partito democratico, tutto ripiegato su se stesso, capace solo di strumentalizzare il disagio che pervade la società calabrese, istigare le fazioni interne e costruire nebulosità per alimentare sacche di clientelismo». Il futuro candidato 5 stelle, a quel tempo, non pensava al reddito di cittadinanza né alla decrescita felice; invocava piuttosto il superamento di «sterili nominalismi» e uno stop alle «liti» interne al Pd, perché «non si possono commettere sempre gli stessi errori». La storia successiva del partito calabrese è agli atti: le primarie per la candidatura a governatore furono vinte dall’ex Pci Mario Oliverio che poi riuscì anche a conquistare la guida della Regione. Meno noto è, invece, lo strano percorso politico di Misiti, che oggi – dopo aver tentato di svolgere il ruolo di pacificatore del Pd regionale e aver vestito la casacca di leopoldino – si ritrova inaspettatamente tra le fila del M5S. Tra l’altro senza nemmeno passare dalle Parlamentarie, la selezione online che ha dato agli iscritti del Movimento la possibilità di scegliere i propri candidati nei collegi proporzionali. L’aspirante deputato non ha avuto bisogno dei clic degli attivisti: è stato selezionato da Di Maio in persona. Tra massoni, furbetti ed ex renziani, cominciano a essere davvero troppi i motivi di imbarazzo per il Movimento. Tag:  Movimento 5 Stelle (M5S) Speciale:  Elezioni Politiche 2018 focus
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Avaaz e le elezioni. Le "interferenze" della Ong contro il centrodestra (Fri, 23 Feb 2018)
Avaaz contro il centrodestra. Ecco come l'Ong americana sta invitando, sempre indirettamente, a votare per Pd o MoVimento 5 Stelle Avaaz, George Soros, Emma Bonino, il Pd, il MoVimento 5 Stelle e le elezioni italiane. Sembra un intreccio da complottisti. In queste settimane abbiamo raccontato di come l'Ong americana si sia schierata contro alcuni candidati del centrodestra. La piattaforma fondata a New York nel 2007 ha inizialmente postato un video sulla sua pagina Facebook invitando, sempre in modo indiretto, a votare per la leader radicale contro Federico Iadicicco nel collegio Roma Gianicolense 1. "Voti a Roma? Poche centinaia di voti potrebbero decidere chi ci rappresenterà in Senato. La campionessa dei diritti civili Emma Bonino del centrosinistra sfida l'organizzatore del Family Day Federico Iadicicco di Fratelli d'Italia. Ogni voto sarà pesantissimo!", sottolinea il post in questione. Un voto dai "super poteri", in grado di scongiurare l'avvento del centrodestra al governo del belpaese. Poi è arrivato il turno dell'intero raggruppamento politico: "La coalizione Berlusconi Salvini Meloni è quasi maggioranza. Maggioranza. Ma possiamo fermarli, basta votare per il candidato con più possibilità di battere la destra nel tuo collegio. Il quattro marzo vota con la testa", recita un video pubblicato sul social network di Marck Zuckerberg. Questa petizione presente sul sito dell'organizzazione, ancora, farebbe emergere un ulteriore fatto: "Il team italiano di Avaaz ha recentemente inviato a molti membri un'email in cui si tenta di influenzare il voto nelle incombenti elezioni politiche in Italia con argomentazioni antidemocratiche. Questo compromette seriamente la reputazione di Avaaz e il supporto dei membri alle altre campagne che Avaaz porta avanti. Riteniamo che il management di Avaaz debba prendere provvedimenti e controllare meglio i suoi collaboratori", si legge sulla pagina del sito interessata. Non è chiaro se questa raccolta firme, che "vanta" ben tredici adesioni, sia stata lanciata dai vertici americani della stessa Ong o da un semplice utente. Fatto sta che sarebbero state inviate delle e-mail agli elettori italiani. Messaggi, si può ipotizzare, finalizzati a sventare la vittoria dei candidati del centrodestra nei cosiddetti collegi "in bilico". Un vera e propria mappa dei seggi parlamentari non ancora assegnati con certezza dalle previsioni, del resto, è rintracciabile qui: sempre sul portale online dell'organizzazione. Regione per regione, collegio per collegio, tramite la stratigrafia elettorale pubblicata da questa Ong vengono individuate quelle circostanze elettorali in cui è ancora possibile "fermare" l'"estrema destra". I dati, viene premesso, sono basati "sulle simulazioni elaborate da Salvatore Vassallo, professore di Scienze Politiche all'Università di Bologna, per X, utilizzando solo sondaggi realizzati prima del 16 febbraio...". Niente di irregolare, insomma. L'indicazione di voto, si diceva, non viene mai data esplicitamente. Paola Binetti, candidata a Roma Portuense, è descitta come una "psichiatra ultracattolica", mentre la sua competitor, Giuseppina Maturani, viene definita come una "esperta di diritti delle donne e di pari opportunità". Ora, una minima competenza in fatto di comunicazione potrebbe suggerire a chi legge l'orientamento consigliato. Per quanto riguarda il collegio di Torino 1, si trova scritto: "Mauro Laus del PD, sostenitore del salario minimo e dell'assistenza ai malati non autosufficienti, è testa a testa al 33% con Paola Gobetti, nella Lega Nord sin dagli inizi nel 1991". Il sottinteso, quindi, sarebbe: un campione dei diritti civili contro una candidata oscurantista. La competizione di Agrigento viene descritta così: "I sondaggi mostrano che a giocarsi l'elezione saranno il giovane economista Michele Sodano, del Movimento 5 Stelle, e Calogero Pisano, "fan" della Le Pen e candidato di Fratelli d'Italia. Sono entrambi al 37%, potrebbero essere addirittura decine di voti a decidere il vincitore!". E ancora: "Andrea Mura - si legge per quanto riguarda Cagliari - candidato del Movimento 5 Stelle, noto in tutto il mondo per le sue vittorie sportive, è in vantaggio di 1 punto su Ugo Cappellacci, di Forza Italia, ex governatore regionale, condannato in primo grado per la bancarotta della Sept Italia". Il "voto tattico" a cui sono chiamati i cittadini, insomma, non può che consistere in una preferenza a favore di candidati del Partito Democratico o del MoVimento 5 Stelle. Quale legame, però, esisterebbe tra Avaaz, George Soros, Emma Bonino e il MoVimento 5 Stelle? Apparentemente nessuno. A meno che non si ipotizzi il seguente scenario: l'Ong americana, secondo quanto scritto da questa inchiesta dell'Off Guardian, sarebbe nata da "Res Publica" e "Move on", due organizzazioni finanziate dal magnate ungherese. Una vicinanza almeno valoriale, dunque, sarebbe ascrivibile ai tanti nomi citati in questa storia. E la visione sorosiana, specie in materia d'immigrazione, non è condivisa dalla coalizione di centrodestra. Ecco, dunque, un presunto movente della campagna politica contro l'alleanza guidata da Berlusconi, Salvini e Meloni: dissonanze programmatiche. Gentiloni ha accolto Soros a Palazzo Chigi nel maggio del 2017. Emma Bonino ha da poco twittato in difesa del presidente della Open Society Foundation. Una parte del programma dei grillini sui migranti, inoltre, sarebbe stato scritta da uomini in qualche modo "collegati" al finanziere naturalizzato americano. Avaaz, in definitiva, si inserirebbe nel novero dei promotori del multiculturalismo, dell'estensione dei cosiddetti diritti civili e dell'apertura delle frontiere. Il resto, la narrativa sulle interferenze americane, è roba per complottisti. Forse. Tag:  Avaaz centrodestra Speciale:  Elezioni Politiche 2018 focus Persone:  George Soros Emma Bonino
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Nuova tegola per i Cinque Stelle: c'è un altro candidato indagato (Fri, 23 Feb 2018)
Salvatore Caiata indagato per riciclaggio per il passaggio di proprietà di bar e ristoranti di Siena. "Sono innocente, ma mi autosospendo dal M5S Un'altra tegola per il Movimento Cinque Stelle: Salvatore Caiata, imprenditore nel settore della ristorazione e presidente del Potenza Calcio, nonché capolista in Basilicata, sarebbe indagato a Siena per riciclaggio. Caiata, 46 anni, sarebbe coinvolto in un'inchiesta sul reimpiego di capitali attraverso alcune aziende e conti correnti anche esteri. verifiche affidate alla Guardia di Finanza si concentrano in particolare sul passaggio di proprietà poco trasparente di quote societarie di bar e ristoranti di Siena. Locali frequentati da vip e turisti, tanto da farlo soprannominare - racconta il Corriere - "il proprietario di piazza del Campo", e che sono poi passati a Cataldo Staffieri, responsabile delle coop La Cascina per Toscana e Umbria. E dire che fu proprio Luigi Di Maio a volerlo in squadra (guarda il video): "Sono contento che Salvatore, da imprenditore ed esterno a logiche politiche, abbia accettato di mettere la sua esperienza e le sue competenze manageriali a disposizione del nostro progetto per il Paese e per la Basilicata in particolare", aveva detto appena un mese fa, "L’Italia ha bisogno di persone capaci, che hanno dimostrato di saper fare tanto e bene per il proprio territorio". [[video 1497642]] "In queste ore stiamo verificando qual è la situazione e stiamo leggendo i documenti, per capire effettivamente di cosa si tratta e fare poi le nostre valutazioni politiche", spiegano ora dal Movimento 5 Stelle, "Una cosa è certa: se accuse tanto gravi fossero confermate, non faremo sconti a nessuno. Al momento della sua candidatura, naturalmente, Caiata ci ha fornito tutti i documenti che attestano che la sua fedina penale è pulita". In attesa di ulteriori sviluppi, comunque, Caiata ha deciso di autosospendersi: "Sono totalmente convinto della mia buona volontà, della mia buona fede e della mia innocenza ma non voglio che il Movimento 5 Stelle abbia alcun danno da questa vicenda perchè nulla c'entra", ha scritto su Facebook, "Per questo metto totalmente a disposizione tutta la documentazione che possa servire per chiarire questo attacco che mi viene rivolto e mi autosospendo dal Movimento". Il legale di Caiata, intanto, spiega all'agenzia Agi che non si tratta di una vicenda recente: "È stata rubricata nel 2016 e il dottor Caiata un anno fa ne venne a conoscenza rendendosi immediatamente disponibile presso la procura della Repubblica di Siena per chiarire ogni eventuale contestazione", ha detto l'avvocato Enrico De Martino, "A tutt'oggi non ha un fatto specifico. Non viene detto: si contesta un episodio, un operazione o chissà che cosa. È una indagine molto generica come tutte le procure d'Italia fanno. Nonostante questo il dottor Caiata già un anno fa aveva depositato una memoria illustrativa molto ampia con tutti i documenti della sua attività professionale degli ultimi anni e rendendosi disponibile per qualsiasi chiarimento a qualsiasi domanda gli venisse posta". Tag:  Movimento 5 Stelle (M5S) Speciale:  Elezioni Politiche 2018 focus Persone:  Luigi Di Maio Salvatore Caiata
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"Se ospiti CasaPound nel tuo bar te lo distruggiamo" (Fri, 23 Feb 2018)
Tensioni anche a Schio, nel Vicentino, dove un esercente si è visto costretto a negare gli spazi del suo locale a CasaPound a causa delle minacce ricevute Paese che vai, corteo antifascista che trovi. E così, anche nella piccola Schio, nel Vicentino, la giornata di ieri è trascorsa all’insegna di una tensione annunciata. In principio dalle minacce, anonime e spaventose, ricevute da Marco Gobbi, il titolare della caffetteria dove si sarebbe dovuto tenere un evento elettorale di CasaPound Italia. “Se ospiti CasaPound nel tuo bar te lo distruggiamo”. Nella mattinata di ieri, sul profilo Facebook di Gobbi vengono recapitate le prime intimidazioni. L’esercente ha paura e dà forfait. “Gestisco un locale e se qualcuno intende organizzare un incontro pubblico non chiedo il suo colore politico”, ha spiegato a Il Gazzettino. Proprio nel suo bar si sono avvicendati già quattro gruppi politici e per l’inizio di marzo è atteso anche il Partito Democratico. Ieri toccava a CasaPound ma, all’ultimo, sono arrivate quelle minacce. “Ho segnalato immediatamente la cosa in questura a Vicenza e alla Digos - spiega - e assieme abbiamo concordato di annullare l’ospitalità a CasaPound. L’ho fatto per tutelare l’integrità dei miei clienti”. I “fascisti del terzo millennio”, però, non si danno per vinti. “Non saranno di certo le minacce di chi si definisce paladino della democrazia e portatore di pace e che poi usa questi metodi a fermarci”, scrive Casapound annunciando che la serata si terrà comunque, fuori dalla caffetteria. Anche gli antagonisti di “Schio Antifascista” non si arrendono, e per rispondere “alle provocazioni dei neofascisti che vorrebbero tranquillamente attraversare le strade della nostra città” organizzano una “passeggiata antifascista”. Il corteo si snoda a poche centinaia di metri dal luogo in cui si trovano le “tartarughe frecciate”. I due gruppi si sfiorano, la città è militarizzata e gli ingredienti per innescare disordini ci sono tutti. La miccia, per questa volta, non si accende. Ma il collettivo rosso già rilancia: “Nei prossimi giorni lanceremo l’appuntamento per una grande assemblea pubblica per costruire una grande mobilitazione nelle giornate del 25 aprile”. Tag:  schio casapound antifascisti
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Dilettanti allo sbaraglio (Fri, 23 Feb 2018)
La scelta di guidare un partito ha tolto a Grasso l'autorevolezza e ha lasciato il campo allo sfrenato dilettantismo di chi ha trovato terreno fertile nella debolezza delle istituzioni La nessuna autorevolezza del latitante presidente del Senato Pietro Grasso ci costringe ad assistere a uno spettacolo turpe di esaltazione dell'ignoranza, di disprezzo delle regole, di violazione della par condicio. In televisione, oltre alle dosi quotidiane di Berlusconi, siamo sopraffatti dal presenzialismo pseudomoralista di Ambra Di Maio che minaccia repulisti, espulsioni, fuori da regole condivise e in nome di una mortificazione della funzione di rappresentanza, compresa la libertà di deputato dal vincolo di mandato, principio elementare di ogni democrazia. Si aggiunge la farsa del falso pentito camorrista che, da siparietto televisivo si fa motivo di indignazione sul nulla. Così dobbiamo leggere dichiarazioni di Raffaele Cantone, e assistere al silenzio di un inadeguato leader di partito che, nel ruolo sospeso di seconda carica dello Stato, non difende la dignità dell'istituzione che dovrebbe rappresentare; e non pretende il rispetto della par condicio come se dovesse umiliarsi e nascondersi dietro la valanga di fango di un candidato senza titoli, senza meriti, sfascista, il cui obiettivo è screditare ulteriormente le istituzioni, prive della capacità di difendersi dall'ignoranza. La scelta di guidare un partito ha tolto a Grasso l'autorevolezza e ha lasciato il campo allo sfrenato dilettantismo di chi ha trovato terreno fertile nella debolezza delle istituzioni. Speciale:  Sgarbi quotidiani focus
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Medici itineranti e no ticket. Programma M5s da ricovero (Fri, 23 Feb 2018)
Folli idee sulla sanità: sport come farmaco, meno vaccini ed esperti delocalizzati. Senza coperture economiche Misure irrealizzabili dal punto di vista economico. Una serie di obblighi in alcuni casi bizzarri in altri inaccettabili. Una visione del servizio sanitario dal respiro corto rinchiusa nei confini del nostro paese mentre le battaglie della salute oggi è necessario combatterle a livello globale. M5s ha pubblicato on line il suo programma di governo con un ampio capitolo dedicato alla sanità dove sembra che la salute debba essere imposta attraverso una serie di obblighi ma allo stesso tempo si punta a cancellare subito quello appena esteso a dieci vaccini per tornare i soli 4 obbligatori precedenti (poliomielite, difterite, tetano ed epatite B). Ovviamente senza minimamente tenere conto della grave epidemia di morbillo che nel 2017 in Europa ha segnato un più 400 per cento con tanto di segnalazione per l'Italia, 5.006 casi, da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, le cui raccomandazioni nel programma pentastellato vengono allegramente ignorate. In alternativa per garantire la nostra salute si introduce «la possibilità per il personale medico di prescrivere ai pazienti l'esercizio fisico come farmaco e di affidare alla figura di un esperto professionista (ad esempio il laureato in scienze motorie) la sua somministrazione in luoghi adeguati e sicuri». Ma perché i medici adesso non possono consigliare di fare sport? E che cosa significa «come farmaco»? Si pensa forse che «la somministrazione» di una corsa in bicicletta o di una nuotata possa sostituire un anticoagulante? Sui vaccini niente di inaspettato: si lascia l'obbligo per 4 e per gli altri solo raccomandati si chiede il monodose, un vaccino per volta, che però così risulterà molto più caro ma tanto non essendo obbligatorio sarà a carico del cittadino. Nel paragrafo dedicato al contrasto al gioco d'azzardo, battaglia sacrosanta, ecco un altro obbligo: «l'utilizzo di una tessera personale per prevenire l'azzardo minorile, impostare limite di spesa, tracciare flussi di denaro sospetti». Nessuna spiegazione sul funzionamento e sui costi che una simile operazione implicherebbe. Il programma rilancia pure l'idea di abolire il ticket sui farmaci. Promessa generica: i ticket pesano in modo diverso da regione a regione e dunque l'abolizione avrebbe ricadute differenti. Tra il 2012 e il 2015 i cittadini hanno speso circa 10 miliardi di euro in ticket per le prestazioni del servizio sanitario nazionale: dove pensa di poter recuperare cifre di questa entità M5s? Tra le proposte di obbligo più allarmanti quella che si riferisce agli standard ospedalieri che prevedono un numero minimo di prestazioni annue per garantire la sicurezza dei pazienti. Nel programma si afferma che il numero minimo è previsto «al fine di garantite al personale sanitario una certa esperienza» e che dunque per «facilitare questi traguardi si può prevedere, soprattutto per operatori specialisti, l'obbligo di operare in più centri, in modo tale che il paziente resti il più vicino possibile al suo territorio e nel contempo abbia le cure dei professionisti più esperti». Come se il problema di un ospedale non riguardasse organizzazione complessiva, costo dei macchinari, l'efficienza di tutto il personale. I Cinquestelle propongono di obbligare medici «esperti» a lasciare ospedali dove eseguono decine di interventi al giorno per spostarli in piccoli centri dove se ne fanno magari una decina al mese allo scopo ad esempio di tenere «i punti nascite in zone disagiate anche senza grandi numeri di parti». Speciale:  Elezioni Politiche 2018 focus
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Minniti: "Fatti di Torino gravissimi, chi ha colpito voleva fare male" (Fri, 23 Feb 2018)
Il ministro degli Interni ha commentato in una diretta Facebook gli scontri avvenuti nella notte a Torino Il ministro dell'Interno Marco Minniti ha parlato in una diretta Facebook sulla pagina del Pd dei fatti accaduti a Torino. "Noi abbiamo una capacità e una forza della nostra democrazia che ci consente di poter dire con una certa serenità che siamo in condizione di poter affrontare una campagna elettorale che è il cuore del processo democratico", -ha detto il ministro. "Le elezioni devono essere garantite rispettando il principio di libertà e di sicurezza. Noi lo abbiamo fatto e lo faremo, garantendo a tutti di manifestare fino in fondo le proprie opinioni, anche quelle più radicali con un unico argine che non va superato che è quello della violenza". Minniti ha poi approfittato per ringrazie le forze dell'ordine per il lavoro che stanno svolgendo in una momento così delicato. "Dobbiamo esprimere un grande apprezzamento alle forze di polizia, che in questi giorni con un impegno straordinario stanno garantendo la libertà di tutti". Per Minniti, dunque, il rischio di una degenerazione nella violenza da parte della politica non c'è, anche se quanto è accaduto è "un fatto gravissimo" in quanto "chi ha colpito voleva fare del male". Il Viminale in queste ore ha invitato ad abbassare i toni e ha ribadito l'impegno nel mantenimento dell'ordine e della sicurezza: "Non faremo sconti a nessuno, le forze dell’ordine intervengono e interverranno per fermare l’illegalità in maniera tempestiva, come accaduto finora". Tag:  Comune di Torino Persone:  Marco Minniti
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Emiliano corteggia M5S "Pd sostenga eventuale governo grillino" (Fri, 23 Feb 2018)
Il governatore della Puglia attacca Renzi: "Il Pd deve uscire dal renzismo". E promette: "Se Di Maio avrà l'incarico, chiederò che i dem lo sostengano" "Il Pd deve uscire dal renzismo". E per farlo potrebbe persino "corteggiare" il Movimento Cinque Stelle. Ne è convinto Michele Emiliano, secondo cui "se il Pd non dovesse essere il primo partito" dovrebbe dare il suo sostegno a un eventuale governo guidato da Luigi Di Maio. "Siccome sarà un governo di emergenza perché nessuno avrà la maggioranza assoluta, bisognerà far in modo che il gruppo parlamentare che riceverà l'incarico poi possa formare un governo", spiega il governatore della Puglia al TgNorba, "Lo dico in modo ancora più chiaro: se il Presidente Mattarella dovesse dare l'incarico a Di Maio, io farò ogni sforzo perché il Pd sostenga il M5S nella formazione del governo". Emiliano attacca poi Matteo Renzi, che ha sfidato alle primarie democratiche e a cui è pronto a chiedere un passo indietro in caso di dèbacle: "Se il Pd perderà le elezioni, tutto ciò che fino ad oggi in qualche modo è stato perdonato al segretario dovrà trovare una sintesi politica diversa. Per essere più chiari: non è che possiamo andare avanti così", ha detto, "In qualsiasi altro Paese dopo la sconfitta referendaria, lui si sarebbe dovuto mettere da parte e noi avremmo avuto davanti una nuova storia, da costruire in maniera diversa, ad esempio riaprendo alla ricostituzione dell'unità del centrosinistra, alle grandi politiche ambientali, a nuove regole sul lavoro, alla decarbonizzazione, al rinforzo del reddito di dignità. Il Pd ha freddamente governato questo Paese e ha fatto gravi errori. Noi in Puglia dobbiamo resistere perchè il Pd pugliese con i suoi deputati e senatori potrà aiutare il Pd nazionale a cambiare e a uscire dal renzismo. Questa è la mia prospettiva politica e mi auguro sia la prospettiva di tutto il Partito Democratico". Tag:  Partito democratico (Pd) Movimento 5 Stelle (M5S) Speciale:  Elezioni Politiche 2018 focus Persone:  Michele Emiliano
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In arresto per corruzione il sindaco di Acireale (Fri, 23 Feb 2018)
Il sindaco è accusato con altri 7 per una serie di episodi tra Acireale e Malvagna Cinque persone sono finite in carcere e tre ai domiciliari in un'operazione anticorruzione condotta dalla Guardia di finanza di Catania, nella quale è stato fermato anche il sindaco di Acireale, Roberto Barbagallo. L'operazione è scattata questa mattina all'alba, quando i finanzieri sono entrati in azione su ordine della procura distrettuale antimafia. Sotto l'occhio dei magistrati diversi episodi di possibile corruzione e turbativa d'asta in appalti pubblici che sarebbero avvenuti nel comune di Malvagna, nel Messinese, e in quella di Acireale, in provincia di Catania. Il 43enne Barbagallo, eletto alle elezioni amministrative del maggio 2014, è a capo del movimento civico "CambiAmo Acireale", sostenuto dal centrosinistra, con altre liste come "Democratici per Acireale", "Popolari per Acireale" e "Acireale Futura". Nel 2009 l'attuale sindaco, che nella vita professionale è ingegnere, era stato il primo tra gli eletti in consiglio comunale ed è considerato politicamente vicino al deputato regionale Nicola d'Agostino. Tag:  Acireale corruzione Persone:  Roberto Barbagallo
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Torino, nel collegio con più stranieri regna l'intolleranza per i rom (Fri, 23 Feb 2018)
Anche "nell'accogliente Torino" le elezioni si giocano sul terreno dell'immigrazione, soprattutto nel collegio di Torino 2, quello con la maggior concentrazione di stranieri Anche "nell'accogliente Torino" le elezioni si giocano sul terreno dell'immigrazione. Soprattutto nel collegio di Torino 2, quello con la maggior concentrazione di stranieri. Qui c'è il quartiere Barriera di Milano dove i residenti cambiano marciapiede per paura di ritrovarsi accerchiati dai pusher nordafricani. Succede a corso Vercelli, chiamata originariamente Reale Strada d’Italia. Un'area che il Comune definisce "caratterizzata da notevoli criticità a livello fisico-ambientale e socio-economico" per via di un tasso di disoccupazione che è doppio rispetto alla media. Su 106 mila abitanti ben 24mila sono gli stranieri, ossia l'8,3%, cui si sommano i 16mila di Borgo Aurora. Anche i giardini per l'infanzia di corso Vercelli sono in mano agli spacciatori e nel 2016 l'area venne occupata dai rom che vi restarano per un anno. Dopo di che tornarono i pusher. Ci sono sere in cui, si legge sul Corriere, "Barriera di Milano è coperta da un manto di fumo nero che si alza dal campo rom in fondo a via Germagnano, dove vengono bruciati a cielo aperto i rifiuti di chi non vuole pagare per l’uso della discarica comunale". Qui Casa Pound ha trovato terreno fertile istituendo il comitato 'Noi di Barriera' che la sera attua ronde e presidi contro gli immigrati. Alberto Barona, candidato in questo collegio e fondatore del comitato, spiega:"Alla gente non importa delle definizioni, neri o rossi qui è uguale. Come la nostra situazione, che non cambia mai, delinquenza, spaccio, sfratti e promesse non mantenute". Silvia Manzi, candidata radicale, invece, fa una campagna basata sull’integrazione e sull’accoglienza dei migranti e spiega: "Non c’è tensione tra italiani e stranieri, direi piuttosto una specie di sopportazione reciproca. E sono colpita da quanti extracomunitari conoscano Emma Bonino. Ma loro non votano, purtroppo". Il centrodestra schiera Roberto Rosso, amministratore immobiliare che gestisce decine di palazzi nella zona, delinea un quadro inquietante: "Sto andando a una assemblea di condominio in corso Vercelli. Su 12 appartamenti, tre non pagano più le spese, due hanno lo sfratto in esecuzione, uno è abitato da una famiglia di extracomunitari che fa da mangiare nel cortile. La realtà è questa" Speciale:  Elezioni Politiche 2018 focus
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IlGiornale.it - Cronache

Saronno, trent'anni per "l'infermiera killer" Medico va a giudizio (Fri, 23 Feb 2018)
È stata condannata a 30 anni dal Tribunale di Busto Arsizio, Maria Rita Ricci, per l'omicidio del marito e della madre. Rinviato a giudizio il medico ed ex amante È stata condannata a 30 anni dal Tribunale di Busto Arsizio, Maria Rita Ricci, per l'omicidio del marito e della madre. Laura Taroni, diventata in seguito per la cronaca nera,"l'infermiera killer", è stata accusata dei delitti in concorso con il medico Leonardo Cazzaniga. L'uomo era il suo amante e adesso per lui è scattato il rinvio a giudizio. Di fatto dopo l'arresto dei due sono scattati alcuni controlli su altri decessi all'interno della struttura sanitaria dove lavoravano i due per capire se l'infermiera avesse usato lo stesso metodo per uccidere altre persone. Cazzaniga di fatto ha scelto di essere processato con il rito ordinario. E poco prima della sentenza aveva parlato l'avvocato della donna, Monica Alberti: "È seguita dagli psichiatri e sta metabolizzando quanto accaduto, seguendo un suo percorso. Questa mattina è stata seduta nelle prime file, e non ha rivolto la parola a Leonardo Cazzaniga, i due non si sono parlati". Cazzaniga inoltre è anche accusato di aver causato la morte di altri 11 pazienti al pronto soccorso di Saronno. Persone:  Laura Taroni Leonardo Cazzaniga
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“Pensi solo alla Roma”. E aggredisce il marito (Fri, 23 Feb 2018)
Ad Ancona una donna ha aggredito il marito, colpevole di stare sul divano a guardarsi la partita di Champions League della Roma Prima hanno cenato in tranquillità, poi lui è andato a sedersi sul divano per guardare la partita della Roma in Champions League ed è scoppiato il putiferio. L'aggressione è avvenuta ad Ancona dove una donna ascolana di 50 anni ha tagliato i cavi della tivù con un coltellaccio di 25 centimetri e, poi, ha ferito al volto il marito. "Questa volta ti uccido davvero" gli avrebbe gridato accusandolo di trascurarla. Almeno questo è quanto ha riferito l'uomo alla polizia. La moglie lo avrebbe colpito anche alla testa con un mattarello e solo l'arrivo degli agenti ha fermato l'aggressione. La donna, scrive il Corriere Adriatico, è stata arrestata con la duplice accusa di lesioni personali aggravate e resistenza a pubblico ufficiale. Ora l'uomo è stato dimesso con una prognosi di 4 giorni per le ferite lacero contuse mentre per la donna è stato convalidato l'arresto e il divieto di avvicinarsi alla casa della vittima. Tag:  Roma aggressione
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Barbara Palombelli e il digiuno per la pace (Fri, 23 Feb 2018)
Il Papa ha proclamato per oggi una giornata di digiuno per la pace. Un gesto rivolto soprattutto alle popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan Papa Francesco ha proclamato per oggi una giornata di digiuno per la pace. Un gesto rivolto soprattutto alle popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan martoriate dalla guerra. Di fatto sono adesso circa settanta le guerre che sono state scordate nel mondo e dunque il Pontefice ha rivolto ai cristiani un appello al digiuno come momento di riflessione e di preghiera. E questo messaggio lanciato da Papa Francesco è stato raccolto da Barbara Palombelli che con un post su Facebook ha voluto condividere la sua iniziativa. "Un invito rivolto a tutti, cristiani e non, con parole da sottoscrivere", scrive la giornalista e conduttrice di Forum annunciando la sua decisione di aderire allo sciopero della fame. "Per chi volesse aderire, io seguirò i precetti pannelliani: tre cappuccini e un bicchiere di sali minerali disciolti in acqua...". Insomma un gesto semplice che di fatto esprime da parte della Palombelli una vicinanza a chi in questo momento soffre schiacciato dal peso dei conflitti. Persone:  Papa Francesco Barbara Palombelli
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Ladri in gioielleria picchiano le commesse, poi altri negozianti li inseguono (Fri, 23 Feb 2018)
A Roma due ladri sono entrati in una gioielleria e hanno picchiato le due commesse, prima di essere inseguiti da altri negozianti inferociti "Abbiamo avuto più di dieci rapine in meno di un mese in questa zona e una situazione del genere non è più tollerabile". È questa la drammatica testimonianza rilasciata alla polizia da alcuni commercianti che hanno soccorso due commesse di una gioielleria del quartiere Talenti a Roma che giovedì pomeriggio hanno subìto l'ennesima aggressione. Verso le 16,30 due ladri sono entrati nella gioielleria Mariani di viale Marx e hanno minacciato le due ragazze prima di buttarle a terra con violenza. I testimoni, si legge su Il Messaggero, raccontano che fuori, ad attenderli, a bordo di un auto pronta a partire, c'era un uomo di 60 anni che faceva il palo. Le ragazze, intanto, mentre i due delinquenti stanno svaligiando il negozio, urlano disperate e qualcuno si mobilita. I rapinatori fuggono ma, appena in strada, vengono inseguiti da un paio di negozianti che li prendono a calci, pugni e schiaffi. I banditi, quindi, si danno alla fuga mollando a terra la refurtiva e saltano al volo nell'auto del complice. Poco dopo arriva la polizia che, raccolte le informazioni necessarie, parte alla caccia dei tre ladri. Tag:  ladri di gioielleria degrado Roma
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La Fedeli candidata a Modena in università a 6 giorni dal voto (Fri, 23 Feb 2018)
Il ministro dell'Istruzione, Valeria Fedeli, chiuderà la cerimonia per l'apertura dell'anno accademico. Forza Italia: "Viola la par condicio" Sarà stato solo un caso. Una banale coincidenza. Fatto sta che Valeria Fedeli, ministro dell'Istruzione, lunedì prossimo sarà a Modena per presenziare alla celebrazione per l'apertura dell'842esimo anno accademico della Unimore. Tutto normale, visto che presiede il dicastero per la Ricerca. Eppure il centrodestra storce il naso e fa notare che la rossa ministra è candidata prima in lista per il Pd - guarda caso - proprio nella città dell'aceto balsamico. Il capogruppo di Forza Italia Andrea Galli e Lorenzo Rizzo (presidente Azione Universitaria Modena) hanno inviato una lettera al prefetto Maria Patrizia Paba e al rettore Angelo Oreste Andrisano per protestare contro la decisione di invitare il ministro-candiato ad un evento pubblico a una settimana all'apertura delle urne. Il centrodestra definisce "inopportuna" la presenza della Fedeli perché violerebbe "gli obblighi legati alla par condicio, considerato che la stessa signora è non solo esponente autorevole del Pd ma anche candidata capolista al Senato della Repubblica Italiana proprio nel nostro Collegio plurinominale Emilia 2". I firmatari della missiva ricordano che per legge "dalla data di convocazione dei comizi elettorali e fino alla chiusura delle operazioni di voto è fatto divieto a tutte le amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione ad eccezione di quelle effettuate in forma impersonale ed indispensabili per l'efficace assolvimento delle proprie funzioni". Era proprio opportuno far intervenire la Fedeli a Modena, nel collegio dove è candidata, sei giorni prima che gli elettori vadano al voto? Ovviamente i quotidiani - e non potrebbe essere altrimenti - riprenderanno le dichiarazioni del ministro durante la chiusura della cerimonia. Diventerà questo un vantaggio, rispetto ai competitor, in ottica elettorale? "La partecipazione all’Inaugurazione - chiosano i firmatari - non è certamente 'un atto impersonale e indispensabile allo svolgimento delle proprie funzioni'". Qualcuno potrà obiettare che, in forza del suo ruolo, la Fedeli è (e rimane fino alle dimissioni del governo) la persona giusta da invitare ad un simile evento. Certo. Ma l'inaugurazione, dicono i critici, "poteva senza dubbio o essere spostata di una settimana, se ritenuta indispensabile la presenza del ministro, o effettuata con altra Autorità non così direttamente impegnata politicamente a ridosso delle elezioni". Magari potrebbe andare Paolo Gentiloni, in corsa sì per un posto in Parlamento, ma a Roma. Tag:  par condicio elezioni Modena Speciale:  Elezioni Politiche 2018 focus Persone:  Valeria Fedeli
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Stoccolma, si lancia dal grattacielo ma il paracadute non si apre: vivo per miracolo (Fri, 23 Feb 2018)
Lo show messo in scena dal base jamper svedese stava per trasformarsi in una tragedia: la scena ripresa con i cellulari Un base jamper si lancia con il paracadute dal 25esimo piano di un grattacielo. Ma qualcosa va storto e si schianta al suolo. Miracolosamente è vivo. È una pratica sempre più diffusa, e spesso illegale, quella di buttarsi con il paracadute da un grattacielo. Alla ricerca sfrenata di adrenalina, un base jamper di Stoccolma, in Svezia, ha scelto il palazzo Kungsholmen, edificio molto conosciuto in città e alto circa 75 metri, per compiere la sua impresa. Ma quello che doveva essere uno show si è quasi trasformato in una tragedia. Come si vede nel video, il base jumper si lancia dal grattacielo. Ad attenderlo sotto ci sono amici e curiosi che riprendono l'impresa con i cellulari. Ma qualcosa va storto. Il paracadute infatti non si apre, ancora non è chiaro il perché, e l'uomo si schianta rovinosamente al suolo. Il peggio è stato però evitato. Il base jamper è infatti vivo, nonostante le gravi ferite riportate. [[video 1497746]] Tag:  paracadute grattacielo stoccolma
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I centri sociali insultano la cronista de il Giornale (Fri, 23 Feb 2018)
video Cronista de "il Giornale" insultata... video Gli insulti degli antagonisti Attacco sessista a Livorno. Gli antagonisti la aggrediscono così: “Che ci fai tu lì? Vieni qui che adesso ti meniamo” Attacco sessista a Livorno. “Che hai da guardare? Puttana”. E poi ancora: “Che bel cappottino, dove lo hai preso, al mercato? Vieni qui che ti prendo a botte”: è questa la reazione dei centri sociali alla riprese effettuate dalla collaboratrice, Chiara Giannini, che di fronte alla sala della Diocesi di Livorno, in via delle Galere, era intenta a fare il suo lavoro, riprendendo le proteste di un gruppo di esponenti di centrosinistra contro la presenza del leader della Lega, Matteo Salvini, impegnato in un comizio pre elettorale. [[video 1497736]] “Vergognoso ciò che è successo - chiarisce il candidato alla Camera per l’uninominale per la provincia di Livorno, Lorenzo Gasperini - in una città dove neanche un giornalista può fare liberalmente il suo lavoro, ancor più se donna”. La collaboratrice è stata costretta ad allontanarsi dal luogo della protesta, anche su consiglio della Polizia di Stato, a causa dell’alzarsi dei toni. [[video 1497738]] Tag:  Livorno scontri
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"35 euro in più in bolletta luce": cosa c'è di vero nel messaggio (Fri, 23 Feb 2018)
Il messaggio su WhatsApp: "35 euro in più nella bolletta della luce". Una bufala? Solo in parte: ecco cosa c'è di vero "Buonasera, mi è appena arrivato questo messaggio su WhatsApp: FATE GIRARE! Nelle bolletta-luce dal prossimo aprile, ci saranno VERAMENTE dalle 30 alle 35€ in più (fonte ALTROCONSUMO Associazione Consumatori) per coprire i milioni di euro accumulati dai morosi (gente che non paga) NON DOBBIAMO PAGARE IN ATTESA DI DECISIONI DEL T.A.R …Io non le pago (ho già tolto la domiciliazione bancaria e pagherò la somma CHE MI SPETTA con un bollettino postale scritto a mano con l’importo decurtato della cifra che non mi spetta come da contratto) MA FUNZIONERÀ SOLO SE LO FAREMO IN TANTI. mi sembra il caso di collaborare con chi sta organizzato questa civile e giusta protesta… Che ne dici?" È il messaggio che da giorni gira su WhatsApp, ma che è stato rilanciato anche sui social. Ed è una bufala, ma soltanto in parte. Già, perché non c'è nessuna fonte ufficiale che parla di un aumento di 35 euro. Ma c'è - e questo è vero - una decisione (non ancora definitiva) dell'Autorità per l'energia secondo cui i costi di gestione (quindi non la quota a consumo) non versati sui morosi saranno spalmati sugli altri utenti. Il balzello quindi aumenterà ancora, come abbiamo spiegato su queste pagine, ma - si spera - non dovrebbe raggiungere simili cifre. Quello che è pericoloso, però, nel messaggio che circola è l'invito a non pagare la bolletta se non nella parte a consumo. "Il rischio è quello di ritrovarsi con la luce staccate e magari di finire, come ultimo step, di fronte al giudice", spiega a La Stampa Franco Conte, responsabile del settore energia per Confconsumatori, "La fake news che sta girando nasconde una parte di verità, che potrebbe riguardare in futuro anche altri tipi di utenze delle famiglie. Il meccanismo è già applicato a quelle dell’acqua". Le associazioni dei consumatori - e non solo Confconsumatori - sono ora pronte alla battaglia perché non ci sia questo aumento. Aumento che peraltro lo stesso Conte quantifica in "pochi centesimi". "Tuttavia siamo contrari al principio che potrebbe passare, vale a dire quello di caricare ulteriormente le bollette elettriche anche con i costi che spettano ad altri", spiega ancora l'esperto, "Per questo, la mezza-bufala che sta girando potrebbe rivelarsi un’alleata dei consumatori. L’Autority non potrà non tener conto del grande polverone che si è sollevato". Tag:  bolletta energia elettrica
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Livorno, insulti alla cronista de "il Giornale" (Fri, 23 Feb 2018)
Livorno scontri 
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Livorno, insultata cronista de "il Giornale" (Fri, 23 Feb 2018)
Livorno scontri 
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IlGiornale.it - Economia

Fisco da manicomio. Stangata sui dentisti se usano troppi guanti (Fri, 23 Feb 2018)
L'Agenzia delle entrate presume l'evasione fiscale. E la Cassazione le dà anche ragione Attenzione odontoiatri e dentisti. Usare troppi guanti monouso potrebbe costarvi una multa salata da parte del fisco. Un po' di disattenzione o magari una eccessiva attenzione all'igiene, quindi alla salute dei vostri clienti, potrebbe attirare, legittimamente, l'attenzione dell'Agenzia delle entrate. Il nuovo paradosso fiscale è stato scovato dal supplemento Norme e Tributi del Sole24ore. In un'ordinanza depositata martedì la Corte di Cassazione ha sancito la legittimità di un accertamento basato sul numero di guanti monouso acquistati da un odontoiatra. In sostanza, possibile desumere il reddito di un professionista da quanti dispositivi igienici in lattice (ma anche bicchieri e tovaglioli in carta) ha utilizzato in un anno. Tutto nasce dal ricorso di uno studio di odontoiatria, oggetto di un accertamento «analitico induttivo» da parte del fisco. Un tipo di accertamento che scatta solo nei casi più gravi e quando non è possibile verificare il reddito dai documenti contabili forniti dal contribuente. L'Agenzia delle Entrate aveva contestato al professionista un acquisto di materiali usa e getta eccessivo rispetto alle prestazioni dichiarate. Il contribuente ha fatto ricorso contro l'accertamento, facendo notare che la contabilità risultava regolare, che l'unico indizio di evasione era proprio il numero di presidi in gomma utilizzati. L'odontoiatra era passato indenne anche all'esame degli studi di settore, che si basano su strumenti induttivi molto simili a quelli che hanno fatto scattare l'accertamento. E che, peraltro, sono prossimi al pensionamento. I giudici hanno dato ragione al fisco e il contribuente ha presentato ricorso in Cassazione. Ma anche la Suprema corte ha ritenuto legittimo lo strumento che il Sole ha efficacemente ribattezzato «guantometro». Nella motivazione si spiega che lo studio di settore è solo una delle armi a disposizione dell'Agenzia delle entrate per accertare eventuali redditi non dichiarati, quando il fisco si trova di fronte a una contabilità regolare che non convince gli ispettori. Quindi anche la quantità di materiale usa e getta utilizzato, «guanti, bicchieri, aspirasaliva e tovaglioli», può servire a desumere redditi che si presume siano stati occultati. Respinte le osservazioni del professionista. Ad esempio che un odontotecnico può anche utilizzare più di un paio di guanti per ogni cliente. Che a volte i guanti si possono rompere e qualche scatola magari va persa. I giudici di Cassazione citano questa osservazione, ma sottolineano come su questo aspetto loro non si possano pronunciare, visto che possono valutare solo la legittimità del lavoro dei colleghi. Decisione che fa emergere un comportamento dell'Agenzia delle entrate poco in linea con la nuova filosofia che il nuovo direttore Ernesto Ruffini vorrebbe imporre al fisco italiano. E che si può considerare un incentivo fiscale alla scarsa igiene.
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Stangata fiscale della Bce sulle banche (Fri, 23 Feb 2018)
La «tassa» per la vigilanza degli istituti Ue sale a 437 milioni. Troppe spese: +12% Camilla Conti Mentre attendono di conoscere l'Addendum con le nuove regole della Bce sugli accantonamenti a copertura dei nuovi crediti deteriorati che sarà pubblicato entro metà marzo, le banche europee devono staccare alla Vigilanza di Francoforte un assegno più corposo rispetto all'anno scorso. Il contributo di Vigilanza è, infatti, aumentato di oltre il 14% nel 2017 a 432 milioni dai 382 milioni pagati nel 2016. Il dato emerge dal bilancio annuale della Bce diffuso ieri dall'Eurotower. Lo scorso 28 aprile la stessa Eutotower aveva stimato che per il 2017 i costi complessivi connessi all'attività di Vigilanza prudenziale sul sistema bancario sarebbero stati pari a 425 milioni, con un aumento di circa il 10% rispetto al 2016. Ma l'asticella alla fine è stata alzata ulteriormente. «Tali contributi - si legge nel comunicato - sono richiesti per coprire le spese sostenute» dalla banca centrale «nell'assolvimento delle funzioni di vigilanza. L'aumento registrato nel 2017 è connesso in prevalenza ai lavori per l'analisi mirata dei modelli interni e all'incremento del personale della Vigilanza bancaria» guidata da Daniele Nouy. Guardando al bilancio 2017 della banca centrale spicca, infatti, l'aumento di oltre il 12% delle spese per il personale e delle altre spese amministrative oltre quota un miliardo. Nel dettaglio, quelle per il personale salgono a 535 milioni (467 milioni nel 2016) e le altre spese a 539 milioni (487 milioni nel 2016), queste ultime soprattutto a causa dell'incremento dei costi della Vigilanza. La Bce ha comunque chiuso il bilancio con un utile netto in crescita a 1,27 miliardi (+82 milioni) principalmente per l'incremento degli interessi attivi netti percepiti sul portafoglio in dollari statunitensi e sul portafoglio del programma di acquisto di attività. Quest'ultimo è il nucleo del quantitative easing con l'acquisto di titoli che proseguirà almeno fino a settembre. L'utile della Bce viene distribuito integralmente alle banche centrali. L'acconto sul dividendo, pari a 988 milioni, è stato pagato lo scorso 31 gennaio mentre l'utile residuo, pari a 287 milioni, sarà bonificato oggi. La Banca d'Italia ha ottenuto nel 2016 una cedola di 209 milioni dalla sua partecipazione al capitale Bce (189 milioni la cedola pagata sul bilancio 2015). Quest'anno, quindi, tra acconto e saldo via Nazionale dovrebbe incassare una cifra superiore ai 209 milioni. Ieri da Francoforte sono stati inoltre diffusi i verbali della riunione di politica monetaria del 25 gennaio scorso: gli esponenti del consiglio della Banca centrale europea hanno ritenuto fosse prematuro modificare il messaggio di politica monetaria per segnalare una sua prossima normalizzazione, nonostante la crescente fiducia sulla risalita dell'inflazione verso il target della Bce. Nei resoconti è stata indicata la possibilità di un aggiustamento del messaggio nella prima parte di quest'anno, sottolineando la necessità di evitare brusche correzioni di rotta successive e di monitorare gli effetti dell'apprezzamento dell'euro. I membri del consiglio direttivo hanno, infatti, riconosciuto che un annuncio sul quantitative easing potrebbe arrivare «in uno dei prossimi meeting di politica monetaria». Comunque sia, si legge nei verbali, «sebbene ci siano ragioni per essere sempre più fiduciosi sull'outlook dell'inflazione, la pazienza e la persistenza riguardo alla politica monetaria sono ancora necessarie».
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Guzzetti «benedice» i matrimoni tra le fondazioni in difficoltà (Fri, 23 Feb 2018)
Il presidente Acri: «Gli enti senza patrimonio, non erogano più» «Perché non dovremmo essere a favore? Anzi, siamo molto contenti che ci sia questa attenzione». Il presidente dell'Acri e della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, ha commentato così le indiscrezioni su un possibile risiko tra le fondazioni di origine bancaria, mirato a salvare quelle messe in difficoltà dalla crisi e dalla risoluzione di alcuni istituti bancari. «Purtroppo siamo rammaricati perché avevamo concordato con il ministero una misura di credito di imposta per le fondazioni. Questo avrebbe assolutamente facilitato queste operazioni, perché gli enti che hanno perso il patrimonio non erogano più, ma il disastro è che le mancate erogazioni rischiano di travolgere nel sociale quelle associazioni che dal contributo traevano i mezzi per lavorare. Quindi è soprattutto sul sociale che noi dobbiamo ricreare in quei territori delle possibilità di erogazione», ha notato ancora Guzzetti. Rispondendo poi a chi gli chiedeva del ruolo della Fondazione Cariverona, che sembra impegnata sia in Veneto, dove sono in corso riflessioni per un'aggregazione con la trevigiana Cassamarca, sia nelle Marche, dove è presente sul territorio di Ancona e dove ci sono da risolvere i casi degli enti ex azionisti di Banca Marche, Guzzetti ha notato: «Mi ha parlato il presidente» di Cariverona «Alessandro Mazzucco. Sono due cose molto diverse. Mentre nel Veneto Cassamarca è un'operazione di aggregazione invece nelle Marche si tratta di trovare con le fondazioni locali il modo per far sì che loro possano continuare a intervenire nei loro territori». Nel 2019 Guzzetti lascerà la presidenza della Fondazione Cariplo dopo ventidue anni. «Andrò via sereno perché so che questa è un'istituzione di cui chiunque arriverà non potrà recidere le radici. Migliorare sì, ma non buttare via il giocattolo perché questo è un bel giocattolo», ha aggiunto.
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Lufthansa «più fredda» su Alitalia (Fri, 23 Feb 2018)
Paolo Stefanato I commissari di Alitalia Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari, hanno incontrato ieri a Roma i rappresentanti del raggruppamento transatlantico interessato ad Alitalia: Delta e Cerberus (americani) e Air France e Easyjet (europei). Incontro che è stato definito «positivo, di analisi dei possibili scenari», anche se non c'è stata alcuna proposta precisa, tantomeno economica. A più concretezza si arriverà dopo le elezioni. Frattanto anche Air Italy, l'ex Meridiana, entra indirettamente nella partita Alitalia. La compagnia baserà la flotta a Malpensa, che diventerà il suo hub, e conta di presidiare il mercato del lungo raggio con 30 aerei wide-body, oltre il 20% in più della flotta di lungo raggio di Alitalia. Ciò ha ulteriormente indispettito Lufthansa, che vede svalorizzarsi Alitalia per la quale ha manifestato interesse; l'intento di Francoforte sarebbe di diminuire l'offerta economica, visto che in prospettiva il nuovo concorrente, sotto la regia di Qatar Airways, toglierà mercato ad Alitalia. Lufthansa, almeno in questa fase, pare raffreddata nei confronti dell'operazione per la quale aveva chiesto in via preliminare un piano di ridimensionamento quantificato in 2mila dipendenti di terra. I tedeschi vorrebbero soprattutto azzerare il ramo commerciale di Alitalia (vendite, marketing) da essi considerato non all'altezza del rilancio. In ogni caso, i due veri contendenti della partita sono proprio Lufthansa e Air France, membri di differenti alleanze internazionali; entrambi potrebbero fare a meno dell'acquisizione della compagnia italiana, ma nessuno dei due si può permettere che la compri il concorrente. Ne beneficiano i commissari, perché quanto più vivo è l'interesse degli acquirenti, tanto più alto sarà il prezzo di cessione. Quanto a un'ipotesi di convergenza tra Fa e Alitalia, il ministro dei Trasporti Graziano Delrio lo ha escluso nettamente.
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Exor inciampa su PartnerRe Che «paga» l'uragano Harvey (Fri, 23 Feb 2018)
La holding cede il 2,7% in Borsa. Deludono i conti del big delle polizze Usa, che deve sborsare 570 milioni Pierluigi Bonora PartnerRe, il gruppo delle riassicurazioni controllato da Exor, ha archiviato l'esercizio 2017 con risultati che si collocano nella parte bassa delle previsioni fornite all'Investor Day dello scorso ottobre. La holding guidata da John Elkann ha così avuto un contraccolpo in Borsa. Ieri, complice anche la giornata negativa per i mercati, ha lasciato sul terreno il 2,75% a un prezzo di 59,52 euro (durante la giornata il titolo è sceso fino a 58,86 euro). PartnerRe ha archiviato il 2017 con profitti attribuibili agli azionisti pari a 250 milioni di dollari, meno della metà dei 517 realizzati nel 2016. Lo scorso anno l'utile del gruppo di riassicurazioni è stato pari a 218 milioni di dollari, in calo del 44%. Considerando però una serie di voci straordinarie, il dato risulta di 250 milioni, restando comunque nella fascia bassa indicata in ottobre, cioè tra 220 e 300 milioni. Piazza Affari, inoltre, ha praticamente ignorato che il gruppo che fa capo alla famiglia Agnelli sia riuscito ad assicurare agli azionisti 145 milioni di dividendi per il 2017, rappresentando un forte segnali di solidità. A impattare pesantemente sui conti del gruppo posseduto per il 100% da Exor, sono stati i tre uragani che si sono abbattuti sugli Stati Uniti nel 2017 (nell'ordine, Harvey, Irma e Maria) nonché gli incendi che hanno devastato la California. Il «contraccolpo» arrecato ai conti di PartnerRe è calcolabile intorno a 570 milioni di dollari. Nel periodo ottobre-dicembre 2017 l'utile netto è ammontato a 72 milioni, rispetto alla perdita netta trimestrale nel 2016 di 191 milioni. Il dato degli ultimi tre mesi del 2017 è stato influenzato dai costi per gli incendi in California che hanno pesato nell'ordine di circa 120 milioni di dollari. L'ad di PartnerRe, Emmaneul Clarke, ha intanto rassicurato analisti e banche d'affari su questo inizio di 2018, precisando come «la stagione relativa ai rinnovi delle polizze stia procedendo nel modo migliore, con rialzi a doppia cifra sul mercato Danni degli Stati Uniti». Gli analisti di Mediobanca hanno confermato la raccomandazione outperform sulle azioni Exor, con target price a 59,20 euro. Risale ai primi di agosto del 2015 l'accordo definitivo che ha portato l'acquisizione di PartnerRe da parte della holding Exor. L'operazione da 6,9 miliardi di dollari prevedeva l'acquisizione di tutte le azioni ordinarie. Contestualmente, PartnerRe aveva risolto l'accordo di fusione con Axis. «Grazie al nostro impegno - aveva dichiarato in quei giorni il presidente Elkann - PartnerRe continuerà a svilupparsi». Ieri, infine, è stata una giornata negativa anche per le altre quotate in Borsa della famiglia Agnelli. Fca è scesa del 2% (17,76 euro), Cnh Industrial ha perso l'1,98% (11,36 euro) e Ferrari, nel giorno della presentazione della nuova monoposto di F1, l'1,76% (103,45 euro).
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Gli «uccellini» di Rovio vanno in picchiata: -50% (Fri, 23 Feb 2018)
Dopo l'allarme utili la società di videogiochi cade sotto i 5 euro. Preoccupano vendite e costi Cinzia Meoni Più che «arrabbiati» Red, Blues, Chuck, Bomb e tutti gli altri gli «Angry Birds», protagonisti del videogioco della finlandese Rovio Entertainment, sono rimasti letteralmente spiumati alla Borsa di Helsinki dopo il profit warning lanciato ieri insieme con la pubblicazione del bilancio preliminare sul 2017. In una sola seduta il titolo ha dimezzato la propria capitalizzazione, scendendo perfino sotto i 5 euro, meno della metà degli 11,5 euro a cui le azioni erano state collocate a settembre (prezzo che si collocava nella parte alta della forchetta compresa tra 10,25 e 11,5 euro). Il collocamento ha portato nelle casse del gruppo Rovi 30 milioni di euro destinati al business, oltre ai 450 milioni circa finiti nelle tasche degli azionisti che hanno venduto parte delle quote, compreso il veicolo societario che detiene le quote dei fondatori, Trema International (oggi al 37% del capitale dal 69%). Rovio, celebrata come uno degli «unicorni» (società hi tech con una capitalizzazione di un miliardo di dollari) più attesi dell'anno, ha significativamente rallentato il trend di crescita nell'ultimo trimestre 2017. Tra ottobre e dicembre gli Angry Birds hanno registrato vendite per 73,9 milioni, in crescita del 17% rispetto all'esercizio precedente, ma al di sotto delle stime degli analisti (pari a 79,1 milioni). Il periodo è stato penalizzato dal crollo dei ricavi generati dalle licenze sul brand (pari a 16,7 milioni, -53% rispetto al 2016) e dal raddoppio dei costi necessari all'acquisizione di nuovi clienti (per cui sono stati spesi 15,9 milioni dai 7,7 milioni del 2016). Nel 2017 la società di videogiochi ha registrato un giro d'affari complessivo di 297 milioni (+55% sul 2016) e un utile operativo di 31,54 milioni (da 16,9 milioni). A destare i maggiori punti interrogativi sono le stime sul 2018: vendite comprese tra 260 e 300 milioni (rispetto ai 336 previsti dal consenso degli analisti) e un margine operativo compreso tra il 9 e l'11% (14,5% le stime). Non solo. Gli Angry Birds stimano di dover aumentare la cifra destinata alle spese di acquisizione di nuovi clienti passando dal 28,1% dei ricavi al 30 per cento. Gli Angry Birds sono stati lanciati nel 2009 rivelandosi la prima hit nei giochi video per smartphone, tanto che il brand è poi stato sviluppato con giochi, serie di cartoni animati, film e merchandising. Ma Rovio Entertainment, da allora, non ha scovato altre «uova d'oro» se non quelle che gli stessi Angry Birds, nel videogioco, difendono dalle mire degli eterni antagonisti, i «Piggies». Il problema è che finora i ricavi della società sono stati, in gran parte, generati da Angry Birds, senza altre serie di giochi di successo alternative. E la competizione, nel frattempo, aumenta. A nove anni dal lancio, il rischio per i pennuti arrabbiati è quello di fare la stessa fine dei dodo, gli uccelli delle Mauritius scomparsi attorno al 1700, e avviarsi all'estinzione.
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Quel forte bisogno di sicurezza (Fri, 23 Feb 2018)
Cosa c'è di più dolce, di più avvolgente, di più caldo dell'abbraccio di una mamma? In quell'abbraccio ognuno di noi ha trovato conforto, protezione e sicurezza. Diventati adulti, l'idea della mamma come «porto sicuro» ha continuato a rappresentare l'approdo ideale verso cui dirigere la rotta della nostra nave, soprattutto nei periodi di incertezza. Un faro. Ed anche per chi, come me, quell'abbraccio non può più sentirlo, in qualche modo può trovare nel pensiero, nel semplice ricordo di un sorriso, l'ancoraggio a quella sicurezza smarrita. La sicurezza. Cosa pagheremmo per sentirci sicuri come quando da bambini, in quelle braccia ci sentivamo liberati da qualunque paura? La ricerca di protezione accompagna la nostra vita. Attorno al «senso di sicurezza» cerchiamo di costruire il presente e di progettare il futuro. Anche i nostri risparmi sono orientati dalla sicurezza. Come formiche lavoriamo e sacrifichiamo l'oggi per garantirci la sicurezza del domani. Ma come costruiamo la nostra protezione? Congelando i capitali, invece che liberarli rendendoli produttivi, vincolandoli al concetto del «non si sa mai» che ci impedisce di guardare al futuro con serenità e che ci fa vivere il presente con un senso di precarietà. Come le braccia della mamma. È questo di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo sapere che c'è anche quando non la vediamo, che possiamo contare sulla sua protezione. Quella presenza ci permette di vivere oggi serenamente e di guardare al futuro. Perché ho trovato finalmente un consulente che mi abbia parlato di me invece che dei miei soldi, che mi abbia aiutato a percorrere correttamente la mai strada, anche finanziaria, come ha sempre fatto la mia mamma. Di questo si parlerà nella trasmissione Mercati Che Fare in onda, domani, sabato, alle 20.30 su TgCom24 di Mediaset. leopoldo.gasbarro@me.com
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Volatilità dei mercati, i consigli per investire (Thu, 22 Feb 2018)
L'esperto spiega cos'è la volatilità dei mercati e come cogliere le opportunità per investire Di volatilità si parla solo quando i mercati finanziari attraversano una fase di turbolenza, cioè quando i prezzi oscillano vistosamente. Il periodo attuale mostra forti segnali di volatilità, che generano su investitori e risparmiatori un atteggiamento di incertezza. Spiega Piergiacomo Braganti, direttore degli investimenti di Banca Albertini, una "boutique" che gestisce oltre 3 miliardi di capitali privati: “Il tipico strumento per misurare la volatilità è il Vix, parametro utilizzato ovunque. Prendendo come riferimento lo Standard and Poor's 500, il listino più importante del mondo, il Vix in media dal 2015 ha segnato 14,4 punti. Il 3 gennaio 2018 era a 9,1 punti, mai visto così basso, il minimo assoluto degli ultimi tre anni. Per intenderci, più alto è l'indice, più oscillano i prezzi. Bene il 5 febbraio all'improvviso il Vix è schizzato, con un'imprevista fiammata, a 37,3, un record”. Questo cosa significa? “Significa che all'interno di una sola seduta i prezzi oscillano anche del 5%, un'enormità”. A che cosa è stato dovuto? “Soprattutto a ragioni legate a previsioni sull'inflazione negli Stati Uniti, vista in crescita a causa di dinamiche salariali; cosa che avrebbe dirette conseguenze sull'aumento dei tassi Usa”. La situazione si è poi normalizzata? “Parzialmente. Il primo bimestre del 2018 resta più volatile della media” Come si reagisce in queste situazioni? “Chi si spaventa vende, soprattutto se ha margini di guadagno che glielo suggeriscono. Sono le famose prese di beneficio. Ma si tratta soprattutto dei risparmiatori retail, del signor Rossi” Il professionista che cosa fa? “Deve rimodulare il proprio portafogli e lavorare su un progetto di 'de-risking'. I portafogli contengono dei parametri di volatilità che non si possono superare. Se si va oltre i limiti consentiti si tratta di riportare la volatilità entro livelli accettabili, attutendo così i rischi” Le tendenze che cosa suggeriscono in questo momento? “Io mi aspetto una crescita di volatilità soprattutto sul mercati dei titoli del debito pubblico, perchè le politiche monetarie, che in questi anni hanno condizionato i mercati con i tassi zero, stanno cambiando. I rendimenti dei titoli, che sono stati trattenuti a livelli artificiali, ora si muoveranno con dinamiche più libere. Ci saranno anche riordini di portafogli, secondo i rendimenti dei titoli”. Non è tutto negativo, naturalmente “No. Il 2018 è atteso in buona crescita, con un po' d'inflazione. Due punti di crescita e 2 di inflazione sono i parametri accettati. Questo provocherà volatilità e avrà riflessi anche sui mercati azionari, perchè i redimenti dei bond andranno a competere con quelli delle azioni”. Parliamo di azionario. Quali settori le sembrano più interessanti? “Il settore bancario è un malato convalescente. Può andare solo di male in meglio, non in peggio. Una ripresa dell'inflazione dovrebbe anche favorirlo”. E i settori dai quali tenersi alla larga? “Direi quello delle utilities e dei prezzi regolamentati. Gas, acqua, luce sono vincolati a tariffe che li porteggono nelle fasi critiche, ma che non li avvantaggiano nei momenti di espansione.
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Atlantia stringe su Abertis E la Caixa arriva in soccorso (Thu, 22 Feb 2018)
Ok dei soci alla proroga dell'aumento, giù il titolo: -1,4% L'istituto verso il sostegno all'Opa con altri 500 milioni Atlantia e Acs affilano le armi in vista della battaglia a colpi di Opa che dovrebbe iniziare a giorni per la conquista di Abertis, leader nelle autostrade iberiche. Ieri l'assemblea straordinaria di Ponzano Veneto ha approvato l'estensione dei termini, dal 30 aprile al 30 novembre, per la possibile ricapitalizzazione a sostegno dell'offerta sulla rivale spagnola e ha diminuito a 90 giorni il vincolo di non trasferibilità per le nuove azioni. La guerra partirà dopo il via libera della Cnmv (la Consob spagnola) all'Opa di Acs, atteso oggi, e durerà 30 giorni. Ieri Marcelino Fernandez Verdes, ad di Hochtief, società controllata da Acs attraverso cui il gruppo di Florentino Pérez ha predisposto la propria controfferta, ha dichiarato: «Non vedo alcun problema per l'approvazione da parte della Cnmv alla nostra offerta su Abertis». La tensione è alle stelle e i fondi si mettono in fila per Acs (presente nell'11% di portafogli in più rispetto allo scorso trimestre). In Borsa tuttavia i titoli soffrono in attesa che siano svelati i costosi assi nella manica dei due contendenti. Ieri Atlantia, che dal lancio dell'offerta mantiene un rialzo del 4% circa, ha chiuso la seduta a 25,3 euro in calo dell'1,4% nonostante i buoni dati sul traffico sulle autostrade italiane nel primo mese e mezzo del 2018 (+5,1%). Acs ha lasciato sul campo l'1,8% (il 13% dalla discesa in campo), mentre la controllata Hochtief ha perso il 2,4% (l'11% dall'annuncio dell'offerta). A maggio il gruppo guidato da Giovanni Castellucci aveva messo sul piatto 16,5 euro per azione in contanti o in 0,697 azioni per ciascun titolo di Abertis, meno rispetto alla controfferta giunta a ottobre da Florentino Pérez (18,76 euro o 0,1281 titoli della controllata tedesca Hochtief per ciascuna azione Abertis). Atlantia, secondo le stime degli esperti, necessiterebbe tra i 3 e i 6 miliardi aggiuntivi per poter contrastare l'offerta caldeggiata dalla Moncloa e portata avanti da Pérez. E La Caixa, azionista di riferimento di Abertis con il 21% del capitale e già tra i primi 24 finanziatori dell'offerta italiana, sarebbe pronta a finanziare Ponzano Veneto con un ulteriore assegno da 500 milioni di euro. Lo riporta la stampa spagnola che poi evidenzia come una simile decisione de La Caixa sia in contrasto «con la richiesta espressa dal governo di Mariano Rajoy di sostenere Acs». Certo, potrebbe sempre trattarsi di una scelta puramente finanziaria come farebbero trapelare fonti spagnole, mentre da Ponzano Veneto tutto tace. Per ora comunque i protagonisti tengono le carte ben coperte sui possibili rilanci in attesa di conoscere le mosse dell'avversario. La tempistica sarà essenziale sull'esito della battaglia. Se gli offerenti decidessero di rilanciare negli ultimi cinque giorni del periodo di accettazione, lo farebbero a busta chiusa e, in questo caso, se l'offerta di Acs risultasse inferiore al solo 2% rispetto a quella di Atlantia, a Ponzano Veneto spetterebbe l'ultima parola.
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Padoan: "Bce a Weidmann? La nomina non è scontata" (Thu, 22 Feb 2018)
Il ministro mette i falchi sull'avviso: «È necessario continuare la politica con cui è stato salvato l'euro» «No, non è scontato». Pier Carlo Padoan nega che si sia innescato un automatismo destinato a portare il tedesco Jens Weidmann sullo scranno di presidente della Bce. Anche se al pas d'adieu di Mario Draghi mancano ancora 17 mesi, la questione è già oggetto di dibattito. Soprattutto dopo la recente designazione a numero due dell'Eurotower del ministro spagnolo dell'Economia, Luis de Guindos. Non pochi osservatori sono convinti che l'arrivo di un uomo del Club Med ai vertici della banca centrale sarà controbilanciato con l'assegnazione del ruolo di comando a un falco a tutto tondo come il capo della Bundesbank. Padoan è di altro avviso: «C'è un presidente italiano e alla vice presidenza c'è stato un portoghese, è andata avanti così per anni e nessuno ha detto nulla». Per la verità, sono stati tutti zitti finchè SuperMario, con l'implementazione del piano di acquisto titoli, ha fatto brillare dalle fondamenta l'idea - falsa - di essere l'impersonificazione dei desiderata di Berlino. «Dovremmo essere sempre grati a Mario Draghi perchè con le sue decisioni, prese con grande coraggio politico, è stata salvata la moneta unica», ha detto Padoan. Weidmann non la pensa così. Un po' come quegli attori shakespeariani che non escono mai dalla parte neppure quando vanno alla toilette, non ha mai smesso di recitare il ruolo dell'oppositore dentro e fuori i perimetri del board Bce, a partire dall'annuncio del «whatever we takes». Ora, quando Draghi si farà da parte (ottobre 2019), il quantitative easing dovrebbe essere già stato archiviato da un pezzo. E i tassi forse già risaliti dall'attuale zero per cento a un quarto di punto. Qualcuno però teme che, una volta insediatosi alla presidenza, Herr Buba si lasci prendere un po' troppo la mano cedendo alla tentazione di alzare in fretta e furia il costo del denaro. Magari anche per risolvere il problema dei margini risicati lamentato dalle banche tedesche. Per l'Italia sarebbe un problema: il debito, già ai limiti della sostenibilità, potrebbe esplodere se l'inflazione non riuscisse ad annacquare l'effetto-tassi. Non a caso, il nostro ministro dell'Economia ricorda che l'Italia «gradirebbe la continuazione della politica che si è rivelata essenziale per salvare la moneta unica». Il punto sta proprio qui. Perchè la rotta monetaria della Bce potrebbe essere condizionata non solo dall'esito elettorale in Italia, quantomeno incerto e con rischi di ingovernabilità, ma da quanto sta accadendo proprio in Germania. Dove, per la prima volta, il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) ha superato i socialdemocratici in un sondaggio. È una spia rossa che sembra indicare ad Angela Merkel che i tedeschi mal tollerano un governo di coalizione con l'Spd. I quali hanno avviato ieri le consultazioni con i circa 464mila militanti del partito per capire se sono d'accordo sull'intesa raggiunta con i conservatori. Un'affermazione dei «no» sarebbe sinonimo di instabilità. La Merkel potrebbe provare a formare un governo di minoranza, oppure andare a nuove elezioni. Col rischio di rafforzare i nazionalisti e dare quindi la prima picconata all'architettura dell'eurozona.
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PyeongChang, una seconda atleta russa positiva al doping (Fri, 23 Feb 2018)
Anche la bobbista Sergeeva nei guai per doping dopo il collega del curling Dopo Alexander Krushelnitsky, a cui il Comitato olimpico internazionale (Cio) ha tolto la medaglia di bronzo ottenuta nel curling misto, un altro guaio raggiunge gli atleti russi che a PyeongChang gareggiano sotto una bandiera che non è quella del loro Paese, squalificato per lo scandalo del doping di Stato. Questa volta i problemi arrivano dal bob e riguardano in particolare l'atleta Nadezhda Sergeeva, che è stata trovata positiva ad un controllo antidoping. Avrebbe assunto la sostenza con uno spray nasale e aveva gareggiato con la collega Nadezhda Paleeva, classificandosi al dodicesimo posto nella competizione. Alexander Zubkov, presidente della federazione russa di bob, ha confermato che la 30enne di Kemerovo, in Siberia, è risultata positiva a un test anti-doping, ma non è ancora stata resa nota la sostanza che le ha causato il problema. Non si tratterebbe però del meldonio, a cui era risultato positivo Krushelnitsky e che le ha già causato problemi nel marzo del 2016. Tag:  doping Speciale:  Pyeongchang 2018 focus Persone:  Nadezhda Sergeeva
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Vela, Soldini fa il record del mondo sulla rotta Hong Kong-Londra (Fri, 23 Feb 2018)
Il celebre velista milanese conquista il nuovo record del mondo sulla tratta Hong Kong-Londra col trimarano Maserati Multi70 Immenso. Non c'è altra parola per definire il record del mondo stabilito da Giovanni Soldini nella traversata Hong Kong-Londra in barca a vela. Il celebre velista milanese ha tagliato oggi il traguardo nella capitale britannica sotto il ponte Queen Elizabeth II stabilendo il tempo di 36 giorni, 2 ore, 37 minuti primi e 02 secondi da navigazione. Un tempo da Guinness dei primati, che rimarrà incastonato nella storia della vela così come l'ora dello storico passaggio: le 13,20 ora di Greenwich. Lo skipper italiano ha portato il Tricolore a sfilare lungo il Tamigi a poppa del trimarano Maserati Multi70 condotto sin da Hong Kong con un equipaggio formato da Guido Broggi, Sebastien Audigane, Oliver Herrera Perez e Alex Pella. Con questo nuovo primato Soldini abbassa di ben cinque giorni il record del mondo a vela sulla cosiddetta "rotta del tè", che in precedenza era detenuto dal francese Lionel Lemonchois, che nel 2008 aveva completato la tratta in 41 giorni 21h e 26'. Tag:  vela Londra Persone:  Giovanni Soldini
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Europa League, Lazio fortunata con la Dinamo Kiev. Milan, incubo Arsenal (Fri, 23 Feb 2018)
Destini differenti per Milan e Lazio nel sorteggio di Europa League. I rossoneri affronteranno l'Arsenal mentre i biancocelesti se la vedranno contro la Dinamo Kiev negli ottavi di finale Il Milan di Gennaro Gattuso e la Lazio di Simone Inzaghi hanno superato brillantemente i sedicesimi di finale di Europa League rispettivamente contro i bulgari del Ludogorets e i rumeni dello Steaua Bucarest. L'urna di Nyon fu benevola con entrambe al momento del sorteggio, oggi lo è stata di meno con i rossoneri che hanno pescato l'Arsenal di Wenger, mentre è andata ancora bene alla Lazio che se la vedrà contro gli ucraini della Dinamo Kiev. La Lazio giocherà la gara d'andata in casa l'8 marzo, così come il Milan, mentre il 15 marzo entrambe giocheranno in Ucraina e a Londra. La squadra di Inzaghi è stata fortunata e l'unica insidia potrebbe essere rappresenta dalla possibilità di trovare il gelo in terra ucraina. L'Arsenal, invece, come ogni anno, si dimostra una mina vagante capace di tutto: i Gunners, infatti, hanno sempre dimostrato di poter vincere contro chiunque ma anche di poter perdere contro qualsiasi squadra. Ecco gli altri accoppiamenti: Lipsia-Zenit, Cska Mosca-Lione, Atletico Madrid-Lokomotiv Mosca, Marsiglia-Athletic Bilbao, Borussia Dortmund-Salisburgo, Sporting Lisbona-Viktoria Plzen. Arsenal Athletic Atlético CSKA Moskva Dortmund Dynamo Kyiv Lazio Lokomotiv Moskva Lyon Marseille Milan Plzeň Leipzig Salzburg Sporting CP Zenit#UELdraw https://t.co/C8k4GnKj1L pic.twitter.com/MZAx8Z8p1T — UEFA Europa League (@EuropaLeague) 23 febbraio 2018 Tag:  SS Lazio AC Milan Europa League
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Da mistero ad arma in più La Roma è già pazza di Ünder (Fri, 23 Feb 2018)
Il turco non si ferma più Ora è diventato decisivo Questo articolo provocherà scongiuri da parte dei tifosi della Roma, che negli anni di meteore spacciate come futuri campioni per un paio di partite ben fatte ne hanno viste passare fin troppe. E che giustamente, dopo essersi scottati troppe volte, ora pretendono continuità e vittorie prima di aprire altre linee di credito. Di Cengiz Ünder nella capitale si dice: «parliamone il meno possibile». Per evitare che si monti la testa e che anche lui si senta arrivato cinque minuti dopo essere partito. Però come si fa a non parlare di un ragazzo che da tre settimane ha letteralmente cambiato marcia? Dopo cinque mesi da oggetto misterioso e pagato caro (13,4 milioni più 1,5 di bonus) il «turchetto» di Sndrg, è sbocciato a febbraio come un campanellino: prima tre gol di seguito in campionato, poi quello in Champions allo Shakhtar Donetsk che lascia socchiusa ai giallorossi la porta dei quarti di finale. Nome da condottiero e fisico da fantino, un piede sinistro che da tempo gli vale l'accostamento con Dybala, Ünder è arrivato giovanissimo - compirà 21 anni a luglio - in un Paese che ai calciatori ottomani non ha mai portato fortuna. Lui e Çalhanolu sono rispettivamente il dodicesimo e il tredicesimo a calcare i campi della serie A e non si può dire che i loro predecessori abbiano lasciato il segno. Questione di cultura e di lingua, soprattutto: ne sanno qualcosa alla Roma dove Salih Uçan è rimasto due anni senza mai riuscire ad integrarsi. Anche Ünder ha faticato molto all'inizio, perché il calcio di Di Francesco richiede studio e quando non capisci bene cosa vuole l'allenatore farlo contento è difficile. Non è un caso che il cambio di marcia ci sia stato proprio quando Cengiz ha iniziato a prendere un minimo di confidenza con l'italiano, anche se ad aiutarlo è stato pure il calore dei familiari volati in Italia. Non che lui abbia un carattere debole. Del suo privato si sa poco ma il modo in cui ha festeggiato la seconda rete al Benevento, ossia con un saluto militare doppiato da un tweet quasi sicuramente dedicato a tre soldati suoi connazionali morti pochi giorni prima durante un'operazione anti-curda si intuiscono idee chiare e un forte senso della nazione. Di cui da più di un anno già difende i colori con la nazionale maggiore: è uno che brucia le tappe, Ünder, e se continuerà di questo passo la paura che si tratti di una meteora svanirà partita dopo partita.
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Cose da Matt, Micheal è di bronzo (Fri, 23 Feb 2018)
Medaglia olimpica anche al più piccolo dei tre fratelli austriaci Mentre Marcel Hirscher gettava al vento la possibilità di mettere al collo la terza medaglia d'oro in slalom, un altro austriaco stava facendo la storia. Sul gradino più in basso del podio, infatti, ci è salito Michael Matt, l'austriaco sbagliato, il meno quotato. Poco importa se la gara abbia lasciato basiti gli addetti di mezzo mondo. A Pyeongchang s'è fatta, come d'incanto, la storia. È toccato così a tre fratelli tirolesi riscrivere le pagine della bibliografia sportiva. Di nome fanno Andreas, Mario e Michael Matt. Nati a Zams, minuscolo municipio di campagna, da dove in pratica hanno emesso i loro primi vagiti, i Matt erano ancora all'oscuro di quanto unico e meraviglioso avrebbero combinato una volta cresciuti e, soprattutto, una volta messi gli sci ai piedi. È stata la fortuna di casa Matt. In principio fu Andreas, argento a Vancouver nello ski cross, seguito a ruota dai due fratelli dell'alpino. Prima Mario, oro a Sochi sempre in slalom davanti al "mostro" Hirscher e, ora Michael, il piccolo di casa Matt, così incredulo e, soprattutto, così stupito. Oro, argento e bronzo, la bellezza di tre medaglie olimpiche. Un bel quadretto familiare da incorniciare e conservare con cura. Insomma, cose da Matt. Inarrivabili, però, i fratelli d'Italia, gli intramontabili Giuseppe, Carmine e Agostino Abbagnale capaci nel canottaggio di fare incetta di allori olimpici, se ne contano sette. Campioni si nasce. Speciale:  Pyeongchang 2018 focus
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È sfida Ferrari-Mercedes senza esclusione di colpi (Fri, 23 Feb 2018)
Si inizia con la presentazione in contemporanea Per Marchionne è la prima monoposto davvero sua Benny Casadei Lucchi nostro inviato a Maranello Una due ore prima, l'altra due ore dopo, una a Silverstone, l'altra a Maranello, un pilota inglese che vuole il quinto mondiale, un pilota tedesco che punta la stessa cosa, una monoposto che si accorcia per migliorare là dove era debole, l'altra che si allunga per correggere i propri limiti, un team principal che dice «appena finito andrò a vedere la presentazione della Ferrari online...» e l'altro che dice «ho appena guardato in streaming il lancio Mercedes...». Benvenuti alla prima presentazione stereo del mondiale di F1, alla doppia messa cantata organizzata dalle due splendide litiganti della passata stagione e diventata ieri un surreale manifesto di quello che sarà il campionato. Ovvero un duello lungo 21 Gp fra chi, la Mercedes, punterà al quinto titolo di fila e chi, la Ferrari, proverà a conquistarlo dopo 11 anni regolando i troppi conti in sospeso dopo il mondiale perso in pochi mesi e gli arrivi in parata degli uber alles a Monza e la voglia grande, per dirla con Marchionne, di «togliere quei sorrisi dalla faccia dei tedeschi». Fatto sta, ecco la presentazione stereo nello stesso giorno, nelle stesse ore. La Mercedes ha scelto per svelare la propria W09 EQ Power+ la pista, un filming day di cento km a Silverstone. La Ferrari ha preferito lasciar perdere i freddi vernissage online degli ultimi anni e tornare dal vivo invitando una manciata di pubblico, tifosi in gita premio e media al debutto di questa SF71-H più rossa che in passato. Padrone di casa Sergio Marchionne, che non ha parlato ma si è gustato la prima Ferrari veramente e totalmente sua. Perché la monoposto 2017 era rivoluzionaria e aggressiva ma gli aerodinamici guidati da Enrico Cardile e David Sanchez avevano dovuto mettere mano in corso d'opera al progetto precedentemente impostato da James Allison. Stavolta no. Stavolta la monoposto è tutta frutto del gruppo di lavoro scelto da Marchionne e capitanato dal direttore tecnico Mattia Binotto. Proprio l'ingegnere italiano sarà l'unico a esporsi, ad andare oltre le banalità di rito in questi casi dicendo «non è vero che il nostro punto debole sia stato il mancato sviluppo nella seconda parte del 2017, ci sono invece stati errori e problemi di affidabilità, ed è proprio su questi che siamo intervenuti per avere un'auto più veloce anche nelle piste a basso carico. Abbiamo anche migliorato il motore visto che i Gp saranno 21 e le power unit da usare solo tre. Quanto all'aerodinamica, già aggressiva, ora lo è di più... E il passo, sì, è più lungo (in stile Mercedes, ndr), ma non vi dico di quanto e l'Halo per proteggere il pilota ha spostato per tutti in alto il baricentro, dieci chili il peso...». Duello, sfida, botta e risposta, presentazione stereo, il pensiero corre subito a Silverstone, dove anche James Allison, proprio lui, l'ex ferrarista ora direttore tecnico dei tedeschi, resta sul vago sul passo ma si intuisce che la Mercedes potrebbe averlo ridotto copiando la Ferrari. Duello, sfida, botta e risposta anche fra i piloti, perché a Lewis Hamilton che dice di volere il quinto mondiale e di avere «molta fame» e che in coro col boss Toto Wolff azzarda «è la Mercedes migliore di sempre», Seb Vettel, 4 titoli in bacheca come l'inglese, risponde scegliendo un profilo basso e sornione. «Di certo il team ha lavorato tantissimo», ammette, «e ho bei pensieri, però oggi non faccio promesse, semmai le farò dopo il primo Gp...». In Australia dunque. Non si sbilancerà neppure la settimana prossima a Barcellona, dove lunedì iniziano i test e domenica la SF71-H scenderà in pista per il proprio filming day. Poi, se vogliamo, possiamo anche dire che è bella la nuova Ferrari, che il rosso è più simile al passato, che linee di grigio si sono aggiunte, che una pennellata di bianco è comunque rimasta, però, in fondo, tutto questo importa poco. A contare è ben altro, come il sorriso a suo modo disteso con cui Maurizio Arrivabene prima dice «Wolff parla di Mercedes migliore di sempre? Mi sarei stupito avesse detto è la peggiore della storia...», quindi aggiunge «di certo non partiamo per arrivare secondi...» e infine sillaba a chi gli augura una bella stagione «si dice in-boc-ca-al-lu-po...». Ecco, a osservarlo sereno viene quasi da pensare che davvero i dati della galleria del vento raccontino un gran bene della nuova Ferrari. «So che vorreste saperli, ma non ve li dico» e con un sorriso se ne va. A dare un'altra occhiata alla nuova Mercedes.
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Atalanta, sogno spezzato Pari Borussia nel finale, eliminata tra gli applausi (Fri, 23 Feb 2018)
Subito in vantaggio, i bergamaschi sprecano troppe palle gol. E all'ultimo la beffa tedesca Reggio Emilia Passano i tedeschi, con due gol negli ultimi minuti, fra andata e ritorno. Questione di esperienza, l'Atalanta ha costruito di più, sprecando come a Dortmund. 3-2 al Signal Iduna, 1-1 al Mapei. Aveva giocato meglio all'andata, meritando il pari, a Reggio Emilia domina come occasioni, non nel possesso palla e alla fine Gasperini è tradito dal classico errore, stavolta del portiere. L'atmosfera al Mapei è da finale, con un pubblico nettamente superiore alla media delle gare interne del Sassuolo. Con il nuovo tecnico, il Borussia ha perso solo al debutto con il Werder e con il Bayern in coppa di Germania. L'avvio è bergamasco, Tolian trattiene Ilicic, l'arbitro non ammonisce e sbaglia. Su angolo da sinistra, Caldara va a contrasto con Burki, allarga il braccio destro, ci starebbe la carica al portiere, l'arbitro Manzano non la ritiene sufficiente per fischiare la punizione: la porta resta vuota, Toloi insacca, riscattando in parte i due errori commessi in Germania. Gasperini lo incita, invita Ilicic a rientrare, quando però riparte è formidabile e provoca un cartellino giallo. Comincia a nevicare, l'Atalanta attacca soprattutto a sinistra, Spinazzola è tornato ai livelli da Juve, persino da titolare, è rimasto e alla fine si è ricalato negli schemi di Gasperini. Anche Cristante percuote da quella parte, sull'inserimento di Gomez ha la palla giusta sulla testa, è il capocannoniere stagionale bergamasco, la manda fuori. I tedeschi sono timidi, girano palla e iniziano a creare. Schurrle da fuori, Berisha in angolo, poi De Roon rischia l'autorete e Toloi salva. L'Atalanta si ricompone e resiste, sospinta dai cori incessanti, perdendo comunque precisione nel fraseggio. Rullano anche i tamburi tedeschi, alla ricerca del pareggio qualificazione. La pioggia è gelata, il clima è da Sofia Goggia, la bergamasca che ha vinto l'oro olimpico, l'Atalanta mostra la stessa determinazione. L'avvio di ripresa è di nuovo nerazzurro, con conclusioni da fuori. Le trame sono sempre palla a terra, questi tedeschi sono atipici, più tecnici che fisici, Masiello e compagni chiudono ogni spazio. Berisha è a lungo inoperoso, Toprak salva su Caldara. Il campo è scivoloso, la partita è sempre tiratissima, con marcature atalantine attente. Si susseguono angoli germanici, entra Reus, di Dortmund, campione del mondo e finalista di Champions 5 anni fa, contro il Bayern. Ilicic sbaglia il raddoppio in assolo, da falso nueve, dopo la doppietta di 8 otto giorni fa. La vigoria della Dea ricorda l'Atletico Madrid. Reus manca la porta, Gomez si fa respingere da Burki il destro scacciapensieri. La prima parata vera di Berisha è su Schurrle. Finchè Reus calcia da destra, Berisha non trattiene, respinge con il ginocchio, Schmelzer è lì e raggela la curva bergamasca. Schurrle è chiuso da Hateboer, non arriva un'occasione da urlo per la qualificazione. Piange un bimbo in curva, festeggia il muro giallo ma per l'Atalanta sono comunque applausi.
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Immobile scatenato, pokerissimo Lazio (Fri, 23 Feb 2018)
Tripletta del bomber azzurro che spiana la strada a Inzaghi. Ribaltata l'andata Roma Gli strappi e i dribbling di Felipe Anderson, che si concede anche il lusso di un gol; le reti di Ciro Immobile, tornato il bomber implacabile dopo un mese e mezzo di digiuno. La Lazio si prende la qualificazione agli ottavi di Europa League con un pokerissimo che cancella il ko dell'andata. Lo Steaua si rivela avversario debole, soprattutto in difesa, ma è l'approccio deciso dei biancocelesti a togliere qualsiasi velleità ai rumeni. «Dobbiamo giocare come sappiamo», così Inzaghi alla vigilia. E infatti, con la squadra migliore possibile schierata dal primo minuto (il tecnico lascia a riposo Milinkovic-Savic e Radu), la Lazio mostra velocità di manovra e crea occasioni in serie. Cinque le reti realizzate, ma potevano essere molte di più visto che ogni volta che Luis Alberto e compagni hanno messo il piede sull'acceleratore, per i rivali sono stati dolori. Inzaghi regala una maglia da titolare a Felipe Anderson, il brasiliano lo ripaga con giocate di classe e guizzi che aprono la difesa dello Steaua, molte delle quali favoriscono gli inserimenti di Immobile. L'attaccante segna la sua seconda tripletta e arriva a quota 31 in stagione. Per numero di reti e assist - già dieci - Ciro ha già superato gente del calibro di Messi e Neymar. In più la punta campana è entrato nella top ten dei bomber all time laziali: con 57 reti in 19 mesi di permanenza a Roma ha scavalcato Casiraghi. Il festival del gol lo apre proprio la punta e la serata piovosa continua in discesa: Bastos di testa mette a segno il suo quinto gol dell'annata, Immobile fa il bis sui titoli di coda del primo tempo e, dopo il timbro di Felipe Anderson, anche il tris su assist del brasiliano che accusa nell'occasione un piccolo risentimento muscolare ed esce per precauzione dal campo. Il gol fortunoso di Gnoheré (già a segno a Bucarest) arriva a giochi fatti. Un successo che vale moltissimo per la Lazio, anche se la competizione continentale non è forse l'obiettivo primario della truppa di Inzaghi, che mercoledì prossimo si giocherà contro il Milan, sempre all'Olimpico, l'accesso alla finale di coppa Italia.
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L'Italsci al maschile fa flop anche quando saltano i big (Fri, 23 Feb 2018)
Incredibilmente fuori Hirscher e Kristoffersen, ma gli azzurri deludono: Moelgg 4° nella prima manche, poi 12° PyeongChang E' successo. Due in un colpo solo. Pum pum, manco fossero stati centrati da qualche biathleta in libera uscita a YongPyong. Hirscher e Kristoffersen fuori gara, ma quando mai? E invece sì, Marcel nella prima e Henrik nella seconda, i due fenomeni dello slalom si sono fatti da parte, lasciando pista libera, per una volta, agli altri. Ne hanno approfittato in tanti, meglio di tutti Andre Myhrer, 35 anni, Ramon Zenhausern e Michael Matt, Svezia, Svizzera e Austria sul podio. Alle loro spalle un terzetto francese guidato dal campione del mondo juniores Clement Noel, dove Noel è un cognome di cui sentiremo senz'altro parlare in futuro, poi Pinturault e Muffat. In classifica troviamo poi un altro nome nuovo, lo svedese Jakobsen e ancora uno svizzero, un inglese, un norvegese, un altro austriaco e oh finalmente! Manfred Moelgg. Che era quarto a metà gara, lì, vicinissimo, ma poi Disastro. Stefano Gross, con la giustificazione dell'infortunio patito due giorni fa, non ha potuto far altro che arrivare al traguardo, dolorante. Gli altri due, Tonetti e Vinatzer, fuori già nella prima manche di questo slalom che ha visto in classifica meno della metà degli iscritti e solo una ventina di quelli buoni, nel senso che i cinesi, gli armeni e i lituani non fanno statistica, scendono come turisti, si beccano 20 secondi e sono contenti. Ma insomma, inutile girarci ancora attorno, le gare dello sci alpino si sono concluse e, come a St. Moritz un anno fa, i nostri uomini sono rimasti a secco di medaglie. Fa male, soprattutto dopo giornate come quella di oggi, un'occasione irripetibile. Ci hanno provato, inutile negarlo. Ci provano sempre, e sbagliare ci sta, quindi togliamo un attimo dal banco degli imputati Tonetti e Vinatzer. Gross come detto aveva la giustifica, resta Moelgg. Che finché parte davanti, con i primi numeri, fa sempre il tempo, ma quando gli tocca scendere su pista un pelo rovinata fa emergere qualche limite. Ma il problema non è Moelgg, grande atleta, grande persona, già sul podio mondiale tre volte in carriera. Il problema è quel buco generazionale che l'Italia non ha saputo riempire, in slalom soprattutto, ma non solo. Nei nati anni Ottanta ci salviamo ancora, Moelgg e Fill sono del 1982, Innerhofer 1984, Gross 1986, Paris e Tonetti 1989. Poi? Ecco un De Aliprandini 1990, Buzzi 1994, ma basta, ci si ferma lì. Qui in Corea c'è Alex Vinatzer, classe 1999, un gran talento, medaglia d'argento ai Mondiali juniores proprio dietro al Noel ieri quarto. Era il caso di portarlo solo per fargli fare esperienza? Di correre il rischio di bruciarne il talento, bollandolo per sempre come «cocco» convocato all'Olimpiade senza aver fatto risultati in coppa del mondo? Il capo degli allenatori Max Carca non si nasconde: «Abbiamo fallito, il bilancio è negativo, pur con un 4° e un 6° posto in discesa non siamo alla sufficienza». Il confronto con la squadra femminile e le sue due medaglie lascia il tempo che trova, è su altro che bisogna lavorare. Chissà chi lo sa? Speciale:  Pyeongchang 2018 focus
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Tutto il senso di Arianna tra medaglie e dovere «Ora voto, Italia sveglia» (Fri, 23 Feb 2018)
Dopo oro e argento, centra il bronzo nei 1000 m «Questi successi restituiscano orgoglio al Paese» Non c'è due senza tre. Oro, argento e bronzo: tutto sembra facile, come un detto di antica saggezza, quando di mezzo c'è il filo e il senso di Arianna per il podio. Lei è una Fontana di medaglie: ieri ha centrato, in un'altra gara ad altissimo pathos, il bronzo nei 1000 metri, conquistando la terza medaglia olimpica. Non un record per lei: quel tris - pur senza oro, ma con argento e due bronzi - le era già riuscito a Sochi 2014. E così Ary centra otto sigilli olimpici, regalando all'Italia la decima medaglia, con un personale contributo di tre metalli. Questo, sì, è un record: come lei, nel mondo olimpico dello short track, sono solo altri due mister a vantare otto bellezze in carnet. Il primo è un certo Apolo Ohno, nome mitico per un pattinatore americano da leggenda. Il secondo è Viktor An, sudcoreano, naturalizzato russo, che, alla viglia di questi Giochi, è stato escluso dal team: il mix di profumo di doping unito al cimento sul ghiaccio dell'ex patria, che mai digerì il cambio di passaporto, poteva essere esplosivo. Lei, invece, ha solo storie limpide come i suoi occhi chiari: da questi Giochi voleva tre cose e le ha ottenute tutte. Voleva la medaglia più preziosa, nei 500 metri, distanza che le mancava. Fatto, oro. Voleva portare la staffetta sul podio: fatto, argento. Voleva centrare la medaglia anche nei 1000 metri, gara che ai Giochi ancora non aveva fatto sua. Fatto, bronzo. Il valore della sua campagna di Corea va oltre il ghiaccio: con otto sigilli olimpici, Fontana è la quinta atleta italiana più medagliata di sempre e il computo abbraccia anche la versione estiva di Olimpia. Lei, appaiata a Giovanna Trillini, sta alle spalle di Edoardo Mangiarotti (13 sigilli), Stefania Belmondo (10), Valentina Vezzali e Giulio Gaudini (9). La sua gara di ieri è stata perfetta perché Ary ha sfoderato la sua migliore arma, la calma olimpica. La finale è un affollato e non facile gioco a cinque con due coreane, Choi Minjeong e Shim Sukhee, la canadese Kim Boutin e l'olandese Suzanne Schulting. È l'orange a condurre, quasi incredula, quel minuto e mezzo di sportellate in nove intasatissimi giri. Tutto si compie alle sue spalle e lei si prende un oro un po' alla Steven Bradbury. Ricordate costui? È l'uomo della fortuna, venuto dall'Australia a Salt Lake City 2002, a vincere uno dei più improbabili ori olimpici, mentre tutti i colleghi cadevano, lasciandolo solo in pista. Stavolta non va proprio così, ma quasi: l'olandese era, infatti, la meno accreditata, ma nella concitazione per chi sta dietro è impossibile attaccare. Boutin vola verso l'argento, le coreane si agitano, si agganciano pure alla lama di Arianna, prima di autoeliminarsi. Lei resiste. E sorride di bronzo: «Questo bronzo vale tanto perché è stato il più sofferto. Se chiudo settima, come nei 1500, qualcuno dice che deludo! Non è facile fare tutte le gare e farle così, da quando ho 15 anni». Dopo i 1500 Ary racconta di essere andata a vedere il mare col marito. Per staccare. Che cosa c'è, dopo tutti questi record? I Mondiali a Montreal, fra tre settimane, certamente: «Prima ho un altro impegno: vado a votare...», dice Ary, «Queste medaglie devono restituire orgoglio all'Italia: dobbiamo darci una svegliata, anche noi cittadini». A chi le chiede se poi smetterà risponde: «Lasciare non è facile: devo trovare qualcosa per cui valga la pena e la gioia di combattere come ho fatto fino ad oggi». Una bandiera, un altro sogno, possono bastare. Grazie Arianna, per sempre portabandiera. Speciale:  Pyeongchang 2018 focus
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IlGiornale.it - Cultura

Lo "sviluppo" è un mito della modernità. E nasconde la fragilità delle vicende umane (Fri, 23 Feb 2018)
Un piccolo classico che spazia da Aristotele al marxismo fino allo scientismo La ricerca di Robert Nisbet dal titolo Storia e cambiamento sociale. Il concetto di sviluppo nella tradizione occidentale è un testo davvero affascinante. Scritto mezzo secolo fa e ora tradotto per le edizioni IBL Libri (pagg. 334, euro 22), questo volume del sociologo americano indaga una metafora cruciale, quella di «sviluppo», lungo l'intero corso della storia europea. Per Nisbet, fin dai suoi inizi la nostra civiltà si basa su una nozione ricavata dalla biologia, quella di «crescita», e trasferita, però, nell'ambito dei rapporti umani. Come una pianta nasce, si sviluppa e infine si spegne (consegnando questa dimensione ciclica ai semi che ha generato), lo stesso avverrebbe per le società. Da oltre duemila anni, insomma, sembriamo incapaci di guardare ai cambiamenti storici senza appoggiarsi a questa nozione di matrice essenzialmente organica. Lo studioso ci aiuta quindi a cogliere come quella dello sviluppo sia una categoria che domina il nostro modo di ragionare al di là delle distinzioni e delle contrapposizioni, e anche oltre le molte differenti ideologie. L'idea di crescita ha segnato la visione greca basata sul ciclo, quella cristiana fondata sulla necessità della Salvezza, quella variamente storicista che fa immanente il Dio cristiano e promette il Paradiso in terra. Nella metafora dello sviluppo Nisbet ha individuato un elemento essenziale - anche se spesso sottostimato - dell'intera vicenda occidentale. Per giunta, l'analisi di questo acuto pensatore conservatore è descrittiva e prescrittiva al tempo stesso, dato che nella critica al mito della crescita c'è anche - come sottolinea Sergio Belardinelli nella sua prefazione - una «lucida volontà di riabilitare in qualche modo l'imprevedibilità, la contingenza, l'unicità, l'indeterminabilità dei fenomeni sociali». Gli uomini non amano l'incertezza, ma la storia è anche un incontro di volontà e quindi si delinea secondo logiche che non possono essere prefissate. Le culture che hanno segnato l'Occidente hanno in vario modo cercato di esorcizzare il futuro, ma non è detto che abbiano avuto successo. Il testo è, innanzi tutto, una bellissima ricostruzione della nostra storia intellettuale, vista a partire da questa particolare prospettiva. Muovendo dalle speculazioni aristoteliche su «potenza» e «atto» per giungere fino al materialismo dialettico di Marx e allo scientismo novecentesco, l'autore ci introduce a visioni del mondo che, in vario modo, ridisegnano lo scenario dei nostri archetipi. Ed egli ci spinge a vedere come sotto certi aspetti l'uomo occidentale continui a essere simile a se stesso. Con questo suo studio, Nisbet ha però soprattutto lanciato una sfida. Egli ha voluto sottolineare come l'idea di uno sviluppo necessario possa essere talvolta rassicurante, ma spesso distorca la realtà, dato che i fenomeni sociali dipendono in larga misura da fatti contingenti, da scelte imprevedibili e, infine, dall'imprevedibile combinarsi di innumerevoli e minuscoli avvenimenti.
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Quella destra che mischiava Evola e Mao (Fri, 23 Feb 2018)
Luca Gallesi Morire per delle idee è una canzone di De Andrè uscita nel 1974: allora non fece particolarmente scalpore, dato che gli anni Settanta furono il decennio degli Anni di piombo, durante il quale la lotta politica, poi trasformatasi in terrorismo, mieté centinaia di vittime, soprattutto fra giovani disposti a uccidere e a farsi uccidere in nome di un ideale. Anni terribili, da non rimpiangere e da ricordare perché non si ripetano, mai più. Spenti anche gli ultimi fuochi, esaurite le antiche passioni e archiviate nell'armadio dei ricordi le velleità di cambiare il mondo, possiamo guardare con il necessario distacco ai protagonisti di quegli anni, persone e movimenti che sono ormai usciti di scena, oppure hanno, spesso, ripudiato le loro idee, che sono diventate, quindi, la riserva di caccia degli storici, attratti soprattutto dagli opposti estremismi. Al meno studiato filone dell'estremismo di destra appartiene il saggio di Alfredo Villano Da Evola a Mao. La destra radicale dal neofascismo ai nazimaoisti appena pubblicato da Luni (pagg. 376 euro 25), dedicato alla destra extraparlamentare e ribelle che si affaccia sulla scena politica a partire dagli anni Cinquanta con gli evoliani «figli del Sole», e continuerà -ma l'argomento non rientra nelle intenzioni dell'autore- fino agli anni Ottanta, con «Terza posizione» e «Costruiamo l'azione». Filo rosso (anzi: nero) che unisce tutte queste esperienze, che furono variegate e ricche di fermenti culturali, è il rifiuto della politica filoatlantista che caratterizza ufficialmente la casa madre, il MSI non ancora Destra nazionale, che nel Congresso del 1950 sancì l'abbandono della posizione di equidistanza tra Usa e Urss a favore dei primi. Finisce, dunque, l'equivalenza tra comunismo reale e capitalismo selvaggio, ovvero «i nemici che si allearono per invadere e sconfiggere l'Europa», idea che continua ad attrarre la gioventù nazionale. Da Jeune Europe di Jean Thiriart, alle organizzazioni giovanili di «Caravella» e «Primula goliardica» fino alla «Organizzazione Lotta di Popolo», provocatoria fin dalla sigla, il mondo giovanile di destra degli anni Sessanta e primi Settanta fu un vivace crogiuolo nel quale si fusero elementi anticapitalisti e anticomunisti, con un forte connotato sociale unito alla salda volontà di superare gli steccati, cosa che, effettivamente, in quegli anni riuscì incredibilmente. Fa un certo effetto, infatti, leggere che, a pochi anni dagli orrori della guerra civile, erano già caduti i tabù dell'anticomunismo e, soprattutto, dell'antifascismo, al punto che il Pci, nella persona incaricata di Giancarlo Pajetta, finanziava direttamente una rivista di ex-fascisti repubblicani, Il Pensiero Nazionale, diretta dal reduce Stanis Ruinas, mentre Enrico Berlinguer, il 10 dicembre 1950, al cinema Splendor di Roma, di fronte a numerosissimi giovani del Msi affermò che i giovani missini «non erano antidemocratici», e soprattutto «erano in buona fede, da preferire alla classe dirigente pseudodemocratica». Altri tempi, altri uomini e, soprattutto, altre idee.
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Grecia, amore, morale, azione. Ecco il Drieu più «classico» (Fri, 23 Feb 2018)
Il romanzo ruota intorno a un triangolo erotico-ideologico Lontano dalla Francia l'autore trova «l'eternità del mondo» Nella primavera del 1928, Drieu La Rochelle fece un viaggio in Grecia. Aveva 35 anni, una nuova casa, una nuova moglie, ma la sua vita era sempre la stessa, scontenta anche se piena di buoni propositi, solitaria pur nel moltiplicarsi delle occasioni mondane. Prima di partire, rispondendo all'inchiesta di un giornale sul rapporto fra intellettuali e politica, aveva dichiarato di non credere più ai partiti e di stare scrivendo un libro, «una specie di discorso ai borghesi», per invitarli a rompere con il nazionalismo, superare il comunismo, «organizzazione internazionale del capitalismo», coltivare la spiritualità senza per questo sottomettersi alla Chiesa, almeno sino a quando quest'ultima non avesse ritrovato «la sua povertà temporale». È ciò che dal punto di vista ideologico sarà Genève ou Moscou, e poi L'Europe contre les patries, infine Socialisme fasciste; ma dal punto di vista narrativo è anche il campo d'azione di Une femme à sa fenêtre, romanzo in cui sesso, amore, morale e azione, a confronto in un'ambientazione esotica eppure europea, gli permettono di andare più in profondità nell'analisi della decadenza e/o rinascita di se stesso, della generazione di cui faceva parte, della Francia in cui si trovava a vivere. Che fosse la Grecia a fare da detonatore e insieme da cornice del romanzo, non è secondario e merita un approfondimento. Ad Atene Drieu era sceso all'Hôtel de la Grande-Bretagne, oggi sconciato da un restyling pacchiano, ma sino a vent'anni fa il simbolo di quel lusso non esibito e confortevole che caratterizzò l'epoca in cui viaggiare era ancora un piacere... Al tempo di quel soggiorno, ogni sera ci sono cene, feste, ricevimenti dove la buona società fa mostra di sé, e Drieu non se ne perde una: è un modo come un altro per constatare che «tutto ciò che è al mondo è solitudine». Prima di rientrare in camera, l'immagine che gli rimandano gli specchi dei corridoi e del bar dell'albergo è quella di un uomo «di 35 anni, bella cravatta, rughe, qualche macchia sulla pelle. E il più nero mistero nello spirito, vale a dire il vuoto»... Ogni mattina però Drieu sale all'Acropoli: «Lì passo la mia vita, è una meraviglia. Il Partenone è ancora una lezione che vale la pena. Non vedo le rovine: vedo il Partenone nuovo». Sprofondata nella corruzione della sua classe dirigente, nella polvere delle strade e delle piazze, nell'indolenza a volte selvaggia di chi la abita, la Grecia possiede un'energia primordiale che la mette al riparo dai guasti della modernità, una sorgente mitica a cui attingere e in grado di tonificare per la battaglia futura da combattere, la controrivoluzione in cui l'antico, il corpo e le divinità, il sangue e la sessualità, la virtù guerriera e la natura avranno la meglio sul nuovo che avanza, la tecnica e la ragione, l'atrofia dei sensi e il libertinismo fine a se stesso, il denaro come unico riconoscimento sociale, le sovrastrutture economiche... Romanticamente, Drieu trova in Grecia ciò che in Francia gli sembra precluso: un luogo dove l'azione abbia un senso, l'amore il suo significato più profondo di scambio e di sacrificio, la solitudine una realizzazione nel suo essere compresa e condivisa. Adesso che Una femme à sa fenêtre esce finalmente in italiano (Una donna alla finestra, Gog, pagg. 240, euro 14, in libreria da marzo), bene fa il suo curatore e traduttore Marco Settimini, nella puntuale quanto originale nota che accompagna il romanzo, a parlare di «un'eterna estate della Grecia» per Drieu: è qui che lui percepisce per la prima volta «l'eternità del mondo, la mia prigione; mi rigiro in bocca questa parola saporosa e vana; mi avvolgo nella inesauribile creazione senza fine»... È in buona compagnia, Drieu. Gli anni in cui egli scopre la Grecia sono gli stessi in cui da Henry Miller a Lawrence Durrell, la Grecia diventa «la via di fuga dalla morte occidentale, dalla sterilità di una civiltà dominata da quelle logiche inumane che oggi stritolano la terra ellenica. Perché la Grecia non dimentica Delfi e il Partenone, Epidauro e Cnosso e li porta nel suo spirito. È teatro cosmico degli estremi e delle armonie». In quelle rovine, gli scrittori prima citati scorgono sì il passato, ma anche una nuova vita: «Vago attorno agli abissi perché so che vi ricado e ne uscirò; sono lo Spirito sempre vivo» scriverà Drieu. «L'Europa è greca o non è» scrive ancora, giustamente, Settimini. Costruito come un triangolo erotico-ideologico, Una donna alla finestra è, con Feu follet e L'homme à cheval, il più cinematografico dei romanzi di Drieu e se per quest'ultimo è restato un sogno il progetto di Alain Delon di adattarlo per lo schermo, gli altri due trovarono in Louis Malle e Pierre Granier-Deferre i registi ideali per tale compito. In entrambi i casi, l'azione temporale venne spostata in avanti nel tempo, gli anni Sessanta e quelli della Seconda guerra mondiale rispetto agli anni Venti-Trenta; come nota Settimini, per l'epilogo di Una donna alla finestra non si tratta di una scelta di comodo o casuale. La stessa apparizione «quasi fantasmatica e comunque sempre di spalle di un uomo - Drieu stesso, impersonato da un attore assai somigliante» è «come una firma in calce al film, ma non soltanto in calce al film: anche alla storia del Continente; di un Continente al suo declino». La realtà insomma ha vinto sul sogno e/o sull'illusione e bisogna prenderne atto. Granier-Deferre costruì il film sulla luminosità sensuale di Romy Schneider, l'aristocratica Margot Santorini del romanzo, e anche questa non è una scelta né banale né di pura cassetta: del resto il primo titolo scelto da Drieu era La marquise et le communiste e poi Le droit d'asile... Margot infatti rispecchia più Drieu del suo contraltare maschile, l'agitatore comunista Michel Boutros. La sua idea che dietro l'amore per un uomo ci debba essere l'amore per la sua forza e il suo prestigio, è propria di Drieu, per il quale le ideologie e le fedi politiche sono elementi irrisori rispetto all'azione in sé. Pur avendo come sceneggiatore Jorge Semprun, intellettuale e militante comunista spagnolo, il regista dà per certi versi più spessore alla figura del marito di Margot (Umberto Orsini nel film), altra scelta felice, perché anche Rico Santorini è Drieu, il Drieu che da uomo sposato ha sempre tradito, il Drieu che non sa essere altro che «un uomo coperto di donne», sempre l'amante in carica di qualche altra e mai lo sposo di una sola... Questo casomai è il ruolo assegnato al terzo elemento del triangolo sentimentale, Malfosse, l'innamorato borghese, fedele e mai corrisposto (Philippe Noiret) e che, forse, chissà, riuscirà alla fine ad avere la meglio... Boutros, il comunista Boutros (Victor Lanoux), più che un'identificazione o una proiezione, è dunque un pretesto. Nel 1929 Drieu ritiene «i comunisti corrotti nel cuore e nello spirito quanto i capitalisti, ma resta in loro una fiammella di virilità e di sanità: vogliono il combattimento, la prova. Da questa lotta mi attendo una profonda rinascita del pianeta oppure il suo immergersi per secoli nella morte feconda, oltre i limiti della memoria, da dove usciranno più tardi forme nuove d'umanità, se a questa specie è ancora dato di durare. Questo è il prestigio che mi ha persuaso al comunismo, me ne infischio delle dottrine e di tutte le sue pretese di accuratezza, è un movimento, è qualcosa che sfida la morte che rischia la morte, tutto quello che io amo al mondo». Nell'aprile del 1943, quando ormai l'esercito sovietico appare vittorioso in Europa, Drieu scriverà nel suo Diario: «Ritorno al punto di vita di Boutros in Une femme à sa fenêtre. Uno dei miei libri dimenticati da tutti e da me stesso. Il comunismo come fine di tutto, come ultimo termine della decadenza europea. Dopo si ricomincia non da re Clodoveo, ma ben al di là di re Clodoveo». È una delle tante previsioni sbagliate, ma a sua consolazione-giustificazione quel romanzo «dimenticato da tutti e da me stesso» continua ancora oggi a farsi leggere, mentre il comunismo è un relitto del XX secolo.
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Muscoli, sudore e coraggio. La civiltà sogna la barbarie (Fri, 23 Feb 2018)
Un saggio a più mani per scoprire come si è evoluto il nostro rapporto verso i «selvaggi» Si fa presto a dire barbaro. Del resto la parola, onomatopeica, ha appena tre sillabine, ed è frutto della fantasia degli antichi greci. Secondo loro gli stranieri quando parlavano emettevano una sorta di incomprensibile «Bar-bar», che era il modo in cui dalle parti di Atene si scriveva quello che per noi è «Bau-bau», l'abbaiare dei cani. Però l'idea di barbaro nel corso del tempo ha spesso cambiato significato. Il barbaro, a seconda della moda che tira, può essere: cattivo (per l'ateniese medio e per Tucidide), virtuoso (per Tacito), ignorante (per Plinio), spontaneo (per Rousseau), sexy e muscoloso (per Robert E. Howard), repellente e reumatico (per Terry Pratchett), morigerato (per Montesquieu), il padre di tutti i vizi (per Eschilo), uno specchio in cui guardarsi e ritrovarsi (per i tedeschi del XIX secolo ansiosi di crearsi una mitologia nazionale)... Tutti questi cambiamenti culturali sono raccontati in un libro curato dal medievista francese Bruno Dumézil pubblicato dalle edizioni Leg e che si intitola proprio I barbari (pagg. 106, euro 14). Non è una storia dei barbari, anche perché per qualunque popolo i barbari sono sempre gli altri, ma una storia dell'idea di «barbari». Il volume contiene un sacco di chicche, si parte dalla Grecia classica e si segue l'evoluzione della parola e dell'idea attraverso i secoli e i contributi intellettuali dei più diversi autori: da Dionigi di Alicarnasso sino agli scrittori arabi che presero in prestito la parola (la usarono per i Berberi africani). Ma forse la parte più interessante è quella finale dell'agile volumetto, a firma di Sylvie Joly, che prende in esame la modernità. Un'epoca in cui la barbarie è stata reinventata. Spesso in senso assai positivo. Certo, con gli umanisti sembrava che si fosse iniziato nel peggiore dei modi. Innamorati della romanità, vedevano il barbaro come il primo colpevole del Medioevo. Così, ad esempio, l'umanista Flavio Biondo (1390-1436), che inventò in maniera dispregiativa il termine «gotico», ovvero una architettura e una scrittura che erano roba da Goti. Poi però il clima cominciò a cambiare rapidamente, grazie al risveglio delle varie nazionalità. I romani divennero gli oppressori e i vari ribelli alla romanità dei barbari eroici precursori dell'orgoglio Britannico, Francese, Tedesco. Dai galli ai franchi, passando per i germani e i celti della regina Budicca, tutte le nazioni si trovarono il proprio eroe barbarico. Ne nacque anche un'archeologia nazionale a cui molto deve l'idea moderna di museo. Nacquero così ad esempio il Römisch-Germanisches Zentralmuseum o il museo nazionale di Copenaghen. Insomma, il museo etnografico va considerato «roba da barbari». Ma il meglio è arrivato con la cultura di massa. Comodi e felici sul nostro divano, ma un po' annoiati, abbiamo iniziato a considerare il mondo mitico dei barbari come una specie di età dell'oro. Ecco allora spuntare Conan il Barbaro, concepito nel 1932 dallo scrittore Robert E. Howard e diventato in seguito anche un classico del cinema. E poi sono arrivati anche i barbari moderni, i barbari di ritorno. Il giornalista Hunter S. Thompson nel suo libro sugli Hell's Angels li descrive come «un'orda di vandali saldati ai loro bestioni, come dei Gengis Khan su un cavallo d'acciaio». Del resto le stesse bande di motociclisti sceglievano nomi evocativi delle antiche orde, come Pagan's, Mongols, Vikings. Ma il fenomeno è diventato ancora più evidente negli ultimi anni. Anche a partire dalle serie televisive. History channel ha lanciato una serie chiamata Barbarian Rising, dove i Romani sono ridotti solo e soltanto ad imperialisti cattivi. La nuova serie Britannia, in tempi di Brexit sembra non parlare solo al passato... Un nuovo nazionalismo che fa leva sul mondo antico (a torto o a ragione non sta a noi dirlo)? Potreste dire che è solo cultura pop che gioca con l'antichità. Ma se date un'occhiata a Le Figaro Litteraire di settimana scorsa c'è un gigantesco articolo che rivaluta Vercingetorige, un eroe che si batte contro la mondializzazione romana, il tutto a partire da una biografia del capo gallico appena editata da Gallimard (Vercingétorix di Jean-Louis Brunaux). E qui si passa al ribaltamento: che che ne dicesse Giulio Cesare i galli, secondo l'autore, erano molto grecizzati (anzi in osmosi col mondo greco) e colti, anche se profondamente autonomi. Insomma alla fine i barbari sarebbero quasi i legionari venuti da Sud che poi, da vincitori, avrebbero calunniato il nemico... Ma lo dicevamo all'inizio, ognuno è il barbaro di qualcun altro. E più si è civili più si ha voglia di sentirsi barbari (dal divano però...).
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La lezione americana sui Modigliani (Thu, 22 Feb 2018)
Dunque il tribunale americano ha azzerato la questione. Non ci sono, per gli americani, falsi Modigliani sull'autorità indiziaria di un tribunale italiano. Il giudice federale ha stabilito una perizia sui periti e, allo stato della questione, i noti esperti americani hanno comunicato di ignorare completamente i nomi delle perite scelte dai carabinieri e dalla procura di Genova (che ha attinto dall'«albo» una sicura incompetente di Modigliani). I Modigliani, dunque, nel mondo del grande mercato dell'arte risultano autentici, e gli pseudo competenti italiani provinciali hanno comunque espresso pareri discordi: tredici falsi per Pepi (che non li riconobbe tali a Pisa, due anni prima, chissà perché), ventuno per la Quattrocchi (di cui nessuno nel mondo dell'arte conosce l'esistenza e la competenza). Ci si chiede allora perché i pm genovesi l'abbiano scelta. Occorrerà riconoscere, in un campo difficile come quello dell'arte le varie specialità, mai generaliste, con la stessa responsabilità che si ha nella medicina. Vi fareste curare il fegato da un dentista? Questo è accaduto a Genova, questo hanno fatto i magistrati Michele Stagno e Paolo d'Ovidio. Su quale base hanno scelto i periti? Avrebbero fatto la stessa cosa se un loro congiunto avesse avuto un problema di cuore, affidandolo a un ortopedico? Dall'America ci viene una lezione di serietà. L'arte e la sua autenticità non sono un divertimento per incompetenti. Speciale:  Sgarbi quotidiani focus
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Se Guttuso fosse vivo, voterebbe a destra (Thu, 22 Feb 2018)
Se fosse ancora vivo alle prossime elezioni Renato Guttuso voterebbe Forza Italia. O comunque un partito moderato di centro destra, in spregio allo scherzetto che la cultura di sinistra gli ha tirato da quando non c'è più Se fosse ancora vivo - avrebbe due anni meno di Gillo Dorfles - alle prossime elezioni Renato Guttuso voterebbe Forza Italia. O comunque un partito moderato di centro destra, in spregio allo scherzetto che la cultura di sinistra gli ha tirato da quando non c'è più, dal 1987. Colui che un tempo esprimeva la linea ufficiale del Pci, uno da cui il segretario Togliatti prendeva ordini in nome di una coerenza legata al Picasso post Guernica, l'incontrastato dominatore dei salotti romani, «amante» del popolo e presente in ogni collezione della buona borghesia, è stato spazzato via, trattato come un paria, da quella stessa sinistra che ha imposto l'arte concettuale e fondato il sistema dei musei. I «progressisti», infatti, non amano la pittura. Se poi è figurativa, la disprezzano proprio. E Guttuso, galantuomo siciliano, non ammetteva nessun altro linguaggio che non fosse aderente alla realtà, facilmente comunicabile e capace di puntare alla pancia del pubblico. Al netto dell'ideologia, un grandissimo pittore, l'unico che si possa mettere in relazione con la grande stagione del Neorealismo cinematografico. Artista amato dagli intellettuali e dagli scrittori, vale quanto un Rossellini, un Germi, un De Sica. A oltre trent'anni dalla scomparsa, dunque, finalmente una rilettura, o quantomeno una riproposta. La GAM di Torino apre domani la mostra personale, con sessanta opere di qualità, per restituirgli lo spazio che merita. Non convince, però, il sottotitolo, «L'arte rivoluzionaria nel cinquantenario del '68», suggerito dal curatore Pier Giovanni Castagnoli. Di rivoluzionario Guttuso non aveva proprio niente. Amava e concepiva soltanto una pittura classica e reazionaria, colorata ed espressionista, illustrativa e propagandista. L'avanguardia non gli interessava. Venerava Picasso, l'artista e il personaggio, come un dio, conduceva una battaglia in prima persona contro la barbarie dell'astrattismo. E, non ultimo, amava tanto le donne, sull'esempio del conterraneo Brancati e del maestro di Malaga. Leninista convinto, contrario dunque a ogni estremismo, Guttuso il '68 lo ha praticamente ignorato, come del resto buona parte degli artisti italiani trovatisi in mezzo per caso. Mario Schifano diceva di preferire una canzone alla rivoluzione. Emilio Isgrò racconta di aver sfilato a qualche corteo con la grazia di un indossatore. Alighiero Boetti, addirittura, ricordava di non essere mai andato a una manifestazione: «forse non ero neanche tanto d'accordo, miravo a pensare alle mie cose». In quell'anno di grazia Guttuso, peraltro, dipinge il ritratto di due giovani innamorati abbracciati, Gli addii di Francoforte, un quadro romantico che sarebbe stato bene sulla copertina di un disco di Claudio Baglioni. Le bandiere rosse de I funerali di Togliatti sono l'ultimo omaggio al suo Pci, che i sessantottini li vedeva con grande diffidenza. Oggi non lo rifarebbe più, orgoglioso com'era, non riconoscendosi in quell'arte che definirebbe senza meno «una sega mentale». E poiché la pittura è un residuo reazionario non avrebbe nessuna esitazione a schierarsi dall'altra parte, non tollerando la pretestuosità, il verboso, l'autoreferenziale e il fine a se stesso. Persone:  Renato Guttuso
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Romanzi, saggi, guide Berlino in libreria è sempre più capitale (Thu, 22 Feb 2018)
Dai ruggenti anni Venti del Novecento al Muro e alla rinascita: la città oggi è un brand editoriale da Berlino Forse il giudizio (o pre-giudizio) più calzante su Berlino è dell'ex borgomastro Wowereit, quando affermò che è «povera ma sexy». Povera, ma spendacciona come dimostra quel pozzo di sprechi senza fondo che è Schönefeld, l'aeroporto che non si finisce mai di costruire. Ormai Berlino è anche un brand editoriale, come confermano varie «uscite». Si può cominciare con l'antologia di articoli di Giovanni Ansaldo, principe del giornalismo italiano del '900, che negli anni Venti visitò ripetutamente la Germania, sconfitta e umiliata dal trattato di Versailles. Quei suoi articoli, autentici saggi di colore e di politica, sono stati editi da Nino Aragno in Il fascino di Sigfrido, con una preziosa prefazione di Francesco Perfetti che ricorda l'acre commento di Ansaldo su Berlino: «comoda, insignificante, anche laddove vuole apparire monumentale». Le sue impressioni colpivano la classe politica della repubblica di Weimar, con «i politici e i tedeschi tutti che si riempiono la bocca di libertà e uguaglianza», dimentichi dell'ammonimento di Goethe: «legislatori o rivoluzionari che promettono nello stesso tempo eguaglianza e libertà, sono nature fantastiche o ciarlatani», considerazione che non ha perso la sua attualità. Ad Ansaldo i tedeschi non piacevano: «Il tedesco è un popolo brutto. Le donne - raramente - hanno un viso possibile controbilanciato da brutte gambe e piedi a papera. Gli uomini o sono burrosi e tendenzialmente grassi oppure del tipo tisico». Insomma il giovane Ansaldo si era perso Marlene Dietrich e le sue favolose gambe che erano già in bella mostra al Großes Schauspielhaus. Chi invece dà giudizi diametralmente opposti è una ebrea viennese, Lili Grün, di cui Keller pubblica un gioiello di romanzo apparso proprio nel 1933, Tutto è jazz (pagg. 224, euro 16, traduzione di Enrico Arosio). Per la verve, il racconto evoca il romanzo del 1939 Addio a Berlino di un berlinese d'elezione, lo scrittore inglese Christopher Isherwood. Il racconto divenne famoso per il film Cabaret con Liza Minnelli. Lili Grün fa rivivere l'atmosfera incantata della Berlino trasgressiva, che si riuniva nei caffè e nei night sul Kurfürstendamm e che esaltava la nuova drammaturgia espressionista nei cararet e nei tabarin e andava in visibilio per i song e i Lieder dei drammi messi in scena dal giovane Brecht al Theater am Schiffbauerdamm, che ancor oggi ospita il brechtiano Berliner Ensemble. Lili Grün scrive con uno stile tutto suo, fantastico, vaporoso, ironico, laconico e preciso, che anima la scintillante gloria della ribalta berlinese, quella creata da Erwin Piscator e Max Reinhardt, ma che già percepiva la brutale tragedia scatenata dalle camicie brune, che avrebbero segnato la fine di una delle stagioni più straordinarie di Berlino, diventata un centro mondiale dell'arte, del teatro e dell'architettura, ed evocata dai grandi scrittori, da Döblin in Berlin Alexanderplatz ai romanzi di Joseph Roth e di Franz Hessel e dalle illiminazioni di Walter Benjamin, raccolte da Hannah Arendt, come documenta l'intenso volume L'angelo della storia (Giuntina, pagg. 263, euro 15). Era la città esaltata dagli esaltati giovani espressionisti tedeschi e cubofuturisti russi. Il nazismo si abbatté su Berlino come una soffocante cappa di piombo, che dissipò per sempre il meraviglioso rinascimento della cultura tedesca. Al sogno folle di una Berlino imperiale seguirono le macerie immani, spirituali, morali e materiali, con l'epopea delle Trümmerfrauen, quelle donne che, a mani nude, mattone per mattone, ripulirono la città dalle rovine e cominciarono a ricostruire, mentre i vincitori si spartivano la Germania e Berlino nelle quattro zone d'occupazione. Anni duri, eppure ricchi di fermenti intellettuali, drammi umani ed esperimenti politici e culturali, terminati il 9 novembre 1989 con il crollo del muro che segnò la rinascita della città e del suo mito. Berlino, ora come allora, non si identifica con la Germania, efficiente, operosa, disciplinata. Oh, no, Berlino è di nuovo l'altra Germania, quella ribelle, come hanno ben compreso e rappresentato Teresa Ciuffoletti e Roberto Sassi, due giovani italiani berlinesi, descrivendola in una godibilissima Guida alla Berlino ribelle (Voland, pagg. 270, euro 18), strutturata nei vari quartieri, illustrati da imperdibili mappe di luoghi e locali da visitare o da evitare, ma da non ignorare. Città affascinante e respingente, povera in confronto alle opulente e noiose città tedesche dell'ovest, sexy e sfrontata, ma non bella, caso mai malinconica con quei suoi struggenti tramonti sul Wannsee, rumorosa, nervosa, nevrotica, fastidiosa con la dittatura delle spietate biciclette, del green e del bio. Una città che ha una sua repressa violenza, percepita da Simon Urban in una inattesa distopia berlinese, messa in scena nel romanzo Plan D, in uscita da Keller (pagg. 448, euro 18,50, traduzione di Roberta Gado), in cui s'invita il lettore a immaginare un mondo nel quale il muro di Berlino non sia mai caduto, insomma un racconto sulla scia delle antiutopie di Orwell e di Philipp Dick. Come ha osservato Juli Zeh, si tratta di «una resa dei conti con le grandi ideologie distruttive del Novecento». Un romanzo e insieme un saggio che ci ricorda quale sostanza psichica era all'origine del muro, per cui i muri di pietra possono pur essere abbattuti, ma per atterrare quelli interiori e mentali ci vuole assai più tempo e fatica. Ma oggi Berlino, ribelle (moderatamente) e spumeggiante e immemore, vuole dimenticare e divertirsi, tentando di rinnovare i fasti degli anni Venti, quando a Kurfürstendamm potevi incontrare Ferruccio Busoni e Rudolf Steiner, Einstein con l'architetto Erich Mendelsohn, Musil e Marinetti, Pirandello e Jean Genet, Crevel e Rosso di San Secondo, Isherwood con il suo amico W.H. Auden e Giraudoux, e perfino Kafka e Robert Walser. Di questa Berlino ha scritto Luigi Forte in Berlino. Città d'altri (in uscita da Neri Pozza), una metropoli confusa, caotica e tentacolare che continua a essere «il luogo d'incontro di sensibilità molto diverse, la scena su cui si proiettano esperienze contrastanti, un milieu di fantasie e utopie raccolte per le strade d'Europa». Insomma, città di conflitti e scontri, ma anche d'incontri fecondi, aperti alla possibilità rischiosa, ma necessaria, di diventare una probabile sintesi delle pulsioni creative d'Europa. Una città dove tutto può ancora succedere. Tag:  Berlino
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"Non lettori d'Italia vi aspetto a Milano (coi versi di Leopardi)" (Thu, 22 Feb 2018)
Il direttore-manager del Salone del libro di Milano, Andrea Kerbaker: "Staremo lontani dai soliti giri. E vicini alle passioni" Lo scorso anno la prima edizione di Tempo di Libri, l'attesa fiera dell'editoria di Milano, andò male. Tra i motivi: il fatto che non fosse a Milano, ma a Rho. Date che andavano bene a riempire il calendario della Fiera, ma pessime per editori e visitatori. Un direttore - la scrittrice Chiara Valerio - intellettuale. E non c'è nessuno che possa fare più danno alla Cultura di un intellettuale. Quest'anno invece Tempo di Libri (pagato interamente dai privati, cioè dalla Fabbrica del Libro che è per il 51% di Fiera Milano e per il 49% dell'Associazione italiana editori; contributo economico diretto del Comune di Milano imponente: zero euro) andrà benissimo. Perché si svolgerà a Milano (alla vecchia Fiera) e perché il nuovo direttore, Andrea Kerbaker, è un manager. Culturale, ma sempre manager. Milanese, 57 anni, moglie inglese, per vent'anni nella comunicazione dell'industria privata, ramo organizzazione culturale (suoi i concerti al Colosseo e le letture dantesche di Vittorio Sermonti in Santa Maria delle Grazie), oltre che bibliofilo smodato, e scrittore. Cosa significa essere manager culturale? «Intrattenere rapporti con molti soggetti. E fare da cinghia di trasmissione, per usare un'espressione vecchia, tra chi fa cultura - editori, scrittori, artisti - e un pubblico più ampio possibile. Il manager è un mediatore. Se c'è, nessuno se ne accorge. Ma se non c'è, è un guaio». Qual è il pubblico di Tempo di Libri? «Ci sono i lettori forti che - si spera - vengono da te in automatico. Ma non basta. Poi ci sono i lettori, diciamo così, medio-deboli, che devi andare a cercare nei loro spazi. Potenzialmente sono tanti: i 25mila abbonati del Piccolo Teatro ad esempio, o i 40mila che sono andati a vedere la mostra di Caravaggio. Gente che se sei bravo a comunicare quello che fai, ti segue. Poi c'è il pubblico dei non lettori, la metà degli italiani...». Che non verranno mai. «Potrebbero. Se riesci a incuriosirli con le loro passioni. Per i tifosi organizziamo la festa per i 110 anni dell'Inter, per chi ama la musica ci sono Vecchioni e Gabbani... E anche i non-lettori, una volta lì, un libro lo sfogliano...». Che Tempo di Libri sarà? «Vario e leggero, secondo il principio della leggerezza di Calvino. Nel senso di sottrazione di peso: voglio parlare di libri in modo non pesante, noioso, polveroso». Come si fa? «Preferendo il pop allo snob. Si può fare cultura anche portando Dori Ghezzi a presentare la sua autobiografia, o invitando Mario Nava, il presidente della Consob, a spiegare economia finanziaria ai ragazzi. L'importante è non limitarsi ai soliti giri letterari». Si dice che tutti i saloni siano uguali. Qui cosa c'è di diverso? «Molte cose. Ad esempio i Percorsi d'autore: uno scrittore fa da guida a un gruppo di visitatori, portandoli in giro per gli stand, collegati con le cuffie, raccontando storie di libri seguendo un filo rosso ogni volta diverso: il romanzo storico, i gialli milanesi, la ribellione, nei 50 anni del '68... Un modo diverso per vedere la fiera». Fino a pochi anni fa Milano, capitale dell'editoria, a parte il salone del Libro antico di Dell'Utri, non aveva nulla. Ora ci sono BookCity, BookPride, la Milanesiana, Tempo di Libri... Non sono troppi? «Con l'Expo Milano è cresciuta in modo incredibile, e così l'incremento dell'offerta culturale. Il Teatro Franco Parenti aveva una sala, ora quattro, coi laboratori e la piscina... Sono arrivati il Mudec, le Gallerie d'Italia, la Fondazione Prada, l'HangarBicocca... Uno si chiede: ma la città può reggere tutta questa offerta? La risposta è sì. I milanesi si sono abituati. E i non milanesi hanno imparato a pensare Milano come un luogo dove accadono cose belle». Metà degli italiani non legge nemmeno un libro all'anno, e se lo legge sono le ricette di Cracco. Il 70% degli adulti non comprende un articolo di giornale. Cosa è successo? «Credo si sia rotto un certo meccanismo di trasmissione a livello di cultura generale tra la nostra generazione e quella dei nostri figli, con un crollo della conoscenza generale. Che non è tanto il non è tanto il sapere accademico, ma quello delle nozioni base della vita di tutti i giorni. Non è un problema sapere la data di nascita di Petrarca. Ma sapere cosa sono Le mie prigioni o riconoscere un Canaletto». Le colpe? Scuola e famiglia, come sempre? «C'è stata una difficoltà, da parte del nostro sistema di istruzione, nel mantenere il passo con l'attualità. Noi studiavamo sulla Guida al Novecento del Guglielmino, che aveva come autori Sciascia, di cui poi seguivamo la polemica sull'antimafia sui giornali, o Moravia o Pasolini, che scrivevano sul Corriere. La storia della letteratura continuava in qualche modo sui quotidiani, che almeno sfogliavamo... Il libro era inserito nella contemporaneità. Oggi? A scuola si arriva a Pirandello, e nessuno legge i giornali. Risultato: i ragazzi sanno poco o nulla di quanto è successo nel Dopoguerra». E le colpe dei genitori? «Non parlare con i nostri figli quanto i nostri genitori facevano con noi. Li lasciamo troppo con l'iPad? Forse sì. La curiosità per il libro si sviluppa a scuola, ma nasce in famiglia». I saloni del libro servono? «Sì. Ma durano cinque giorni. Gli altri 360 bisogna inventarsi qualcosa». Un vecchio slogan recita: «Piazze piene, librerie vuote». I festival sono pieni di gente, ma nessuno compra libri. Strano, no? «Ho il sospetto che scatti un fenomeno sostitutivo. Per via delle nuove tecnologie, e non solo, abbiamo tutti sempre meno tempo. Se vado a un incontro in cui uno scrittore mi parla per un'ora del suo libro - e gratis, oltretutto, cosa non di poco conto - poi mi convinco facilmente che non mi serve leggerlo. Ne so già abbastanza. Perché comprarlo? E il tempo per leggerlo, dove lo trovo?». A proposito di nuove tecnologie: l'e-book come sta? Sopravviverà? «A fatica. Sfidare un oggetto come il libro di carta, che ha 500 anni di storia e comodità alle spalle, non è facile. Per sostituire le enciclopedie, l'e-book va bene. Per tutto il resto, molto meno. Se vogliamo leggere un documento di più di due pagine, lo stampiamo... E insegnando all'università ho scoperto, empiricamente, che gli studenti che studiano sui libri di carta hanno una preparazione superiore a chi studia on line». Lei, di carta, nella sua «Kasa del Libro», quanti ne ha? «Trentamila. Ma li condivido. La Kasa è aperta al pubblico». Ultimo libro acquistato? «Un Apollinaire illustrato da Matisse. Comprato con AbeBooks, negli Stati Uniti». Le librerie tradizionali sopravvivranno? «Mai stato apocalittico. Certo che sì. C'è spazio per le grandi catene, per Amazon, per gli indipendenti. A ognuno il suo cliente. Come a ogni evento culturale il suo pubblico». Perché una persona dovrebbe venire a Tempo di Libri? «Perché lì ha la possibilità di divertirsi, e magari emozionarsi». Mi faccia un esempio. «A un certo punto, in uno dei cinque giorni, un altoparlante chiederà a tutti di fermarsi e stare zitti. Nel Salone per due minuti ci sarà un silenzio assoluto. E una voce, duecento anni esatti dopo la sua composizione, leggerà L'infinito di Leopardi. Tutti lo abbiamo imparato a scuola. E tutti ora dobbiamo trasmetterlo agli altri. Dove ti capita una cosa così?».
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«Art Fucks Fashion»: in mostra il ritratto di Iman e il teschio blu di Yves Klein (Wed, 21 Feb 2018)
In occasione della settimana delle passerelle di Milano una rassegna delle opere di 5 artisti: Antonio Guccione, Leonor Anthony,Simone Monte, Alex Korolkovas e Leo Castaneda Per il famoso fotografo Antonio Guccione quella fra arte e moda è «quasi una forma di cannibalismo». Si nutrono a vicenda, l’uno dell’altro, affamati dalla sensualità di un corpo da vestire, dal fascino degli oggetti da indossare. Con il titolo provocatorio «Art Fucks Fashion» s’inaugura giovedì 22 febbraio la mostra che, in occasione della settimana delle sfilate milanesi, apre la residenza d'artista Espinasse 31 a cinque artisti che interpretano il forte legame fra i due mondi. L’unico italiano è proprio Guccione e il suo celeberrimo teschio con lo scompigliato ciuffo biondo di Andy Wharol è il manifesto dell’iniziativa. «Il padre della Pop art - ricorda- frequentò il mondo della moda e degli stilisti e se ne lasciò sedurre: una delle sue opere più note “Fragile, handle with care“, è un abito lungo con scritte stampate ispirate al ripetitivo iter quotidiano della nostra metropoli. E oggi Jeff Koons interviene artisticamente sulle borse di Louis Vuitton». Guccione, che ha firmato artistici ritratti dell’anima di Moschino, Versace, Cavalli, Ferrè, Armani, come grandi campagne pubblicitarie di griffe da Gucci a Prada, espone fotografie di donne-icone degli anni ’90 e alcuni dei suoi «skulls», come quello di Yves Saint-Laurent, circondato dalle modelle stilizzate che indossano le sue celebri mise.Proprio lui disse che Iman, top model somala e moglie di David Bowie, era «la donna dei suoi sogni».E per la prima volta viene esposto il ritratto di Guccione della musa del grande sarto francese, la cui bellezza ferina emerge da una criniera di capelli selvaggi e da una candida camicia. Al suo debutto per il pubblico è anche la scultura del teschio di Yves Klein, precursore della Body art, tinta del colore di quella che lui definiva «la più perfetta espressione del blu». Nella galleria del Pop e della Street art americana il proprietario Antonio Castiglioni ha voluto esporre sia opere in fotografia che lavori site-specific, pensati per quel particolare luogo e liberamente ispirati al glamour delle passerelle milanesi.«Ho una relazione molto stretta con la moda - spiega Leonor Anthony, artista cubana, ex modella e attrice -: per me la parola fashion indica la vita, la sfida, il cambiamento e la mia sensibilità da artista mi porta ad ammirare tutto ciò che è bello. La moda è semplicemente un'opera d'arte, indossata alla perfezione!». Il suo ciclo di opere «Objects of Passion» è focalizzato sulla fisicità degli oggetti utilizzati dalla moda, come borse, stivali, cappelli.Le fotografie di Simone Monte, brasiliana di nascita ma cosmopolita per vocazione, esaltano la carica erotica e sensuale che un indumento indossato da una donna può emanare: «Per me il sesso e l’arte si muovono nella stessa direzione», dice. Alla mostra c’è il suo «The Game», premiato dal National Geographic Contest nel 2015.Anche il lavoro di Alex Korolkovas, fra i dieci fotografi più creativi del fashion americano, è caratterizzato da un approccio sensuale al nudo e dall’attenzione verso la Street art. «Come estimatore della bellezza femminile - spiega-, posso dire che tutto ciò di cui si compone il mondo della moda, come le modelle, il casting, i capi d'abbigliamento, il make up, è considerato arte». Nella rassegna, che rimarrà aperta fino al 23 marzo, Espinasse31 esalta pure la superficie murale con la video arte dell’artista colombiano, Leo Castaneda e la proiezione del suo «Item Showroom», creato in collaborazione con la Garner Arts Center di New York , per trarre nuove forme artistiche dalla compenetrazione tra mondo reale e realtà virtuale.
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Toh, i Modigliani erano veri (Wed, 21 Feb 2018)
Il giudice federale di Houston, Greg Abbott, ricevuta la notitia criminis dei supposti falsi Modigliani di Genova dal collezionista e mercante d'arte Joseph Gutmann (notizia riservata), ha ricusato le perizie di esperti giudicati senza competenza specifica come Maria Stella Margozzi e Isabella Quattrocchi. Che aveva definito le tele «grossolanamente falsificate» sia «nel tratto», sia «nel pigmento». A rendere meno credibile la perizia c'era il ridicolo riferimento alle «cornici provenienti dall'Est europeo e dagli Stati Uniti, per nulla ricollegabili, né come contesto né come periodo storico a Modigliani». Il giudice, rilevando l'insensatezza del riferimento alle cornici, ha nominato alcuni veri esperti d'arte fra i quali Nicolas Andrei Serota, già direttore di Tate Gallery, Glan D. Lowry, Michael Govan e Giovanni Papi, i quali hanno unanimemente ritenuto autentici ed autografi tutti i dipinti esposti nella mostra di Palazzo Ducale a Genova. Il confronto con il curatore Rudy Chiappini e con Simone Todorov ha portato altri elementi relativi alla provenienza dei dipinti di Modigliani e, in un caso, alla notifica di interesse culturale da parte dello Stato italiano, in elenchi risalenti al 1920. Per questo il giudice americano ha emesso un provvedimento per richiamare la magistratura italiana a principi di correttezza, riabilitando i dipinti sui quali, in Italia, non si è pronunciato nessun vero esperto. Il provvedimento americano vanifica, sul piano internazionale, l'inchiesta della procura di Genova. Speciale:  Sgarbi quotidiani focus
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© Dott. Giulio Perrotta (2012)