Dott. Giulio Perrotta
Dott. Giulio Perrotta

 

     " dal 2 Maggio 2012 "

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LA "RASSEGNA STAMPA QUOTIDIANA" (IX PARTE)

Tutte le notizie da "Il Giornale" in tema di politica, attualità, cronaca, economia e cultura

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IlGiornale.it - Politica

Scatta lo scaricabarile a sinistra sul mancato taglio dei vitalizi (Wed, 13 Dec 2017)
La norma Richetti (Pd) bloccata dal Pd. Che ora accusa Grasso Roma - Alla fine niente tagli ai vitalizi. Gli ex parlamentari (2600 circa) passeranno un Natale sereno. La loro pensione non verrà ricalcolata (cioè tagliata). È saltato, infatti, in Commissione Bilancio l'emendamento alla Legge di Stabilità che introduceva i criteri della cosiddetta legge Richetti (ferma da tempo al Senato). Una norma che obbligherebbe a calcolare i vitalizi col metodo contributivo (l'Inps stima un taglio di almeno 70 milioni di euro l'anno). L'emendamento era stato presentato sia dai Cinque Stelle che dal Pd. La Commissione lo ha bocciato per estraneità alla materia, cosa peraltro prevedibile, anche dalle parti del Nazareno. Solo che i vertici del Pd non volevano lasciare ai grillini la possibilità di dire che erano stati gli unici paladini di una questione che sta a cuore a tanti, ma che nel Palazzo è vista con sospetto. Il primo oppositore della legge Richetti (tra l'altro Matteo Richetti è parlamentare nonché portavoce del Pd), è Ugo Sposetti, vecchia volpe della politica, già tesoriere del Pds e dei Ds, prima della nascita del Pd. La norma è anticostituzionale, continua a ripetere Sposetti, perché va a colpire retroattivamente un diritto acquisito. Anche Cesare Damiano (Pd) è contrario. Dice che potrebbe diventare un precedente. E milioni di italiani, oggi titolari di pensioni col sistema retributivo, potrebbero vedere i propri «vitalizi» tagliati. Insomma, a loro dire un pastrocchio. Eppure in campagna elettorale sarà di certo argomento per i populisti dell'ultima ora. Proporre di tagliare i vitalizi fa sempre effetto. E il Pd teme appunto la cattiva pubblicità. Non vuole essere additato come il partito che ha affossato la norma. La bocciatura in Commissione ha dato la stura per lo scaricabarile. Il primo (e più veemente) è stato Alessandro Di Battista. «Vanno in tv a dire che aboliranno i vitalizi - tuona dalla ribalta del blog di Beppe Grillo -. Poi fanno marcia indietro. Mi auguro che queste prese in giro sistematiche vengano punite alle prossime elezioni». «In campagna elettorale tutto è permesso - replica Richetti, autore della proposta di legge -. Però i grillini non hanno mai spiegato perché non ci hanno pensato loro a presentare una simile norma». Che poi scarica su Grasso la responsabilità di non aver calendarizzato la discussione sulla legge. Cosa che a questo punto fa infuriare Alfredo D'Attorre di Liberi e uguali (la neonata formazione guidata dal presidente del Senato). «L'inglorioso epilogo della vicenda rivela soltanto la mancanza di credibilità di Richetti».
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Ma il dossier energia è fermo (ancora impiccato a 124 ulivi) (Wed, 13 Dec 2017)
Sbarrata la strada al gasdotto in Puglia. E l'instabilità dei governi non dà garanzie sugli impegni per il futuro «La crisi è la migliore benedizione che può arrivare a persone e nazioni, perché porta progressi», scriveva Albert Einstein nel 1955. Fortunatamente, il ministro Calenda ci ha rassicurato che stavolta non siamo in crisi ma solo temporaneamente in stato di emergenza. Prendiamo spunto dall'incidente in Austria per riflettere sulla situazione degli approvvigionamenti del gas italiano. Secondo gli ultimi dati Eni, l'Italia nel 2016 ha prodotto 5,7 miliardi di m3 (il 15% in meno dell'anno precedente) di gas naturale e ne ha consumati 69 miliardi di m3 (il 5% in più). Il bilancio con l'estero vede l'importazione di 64 miliardi di m3 (+7%) a fronte dell'esportazione di soli 210 milioni (-4%). La differenza è data dall'uso delle riserve sotterranee. Per soddisfare la domanda di metano l'Italia può contare su otto canali di acquisto all'estero. Cinque di questi sono i metanodotti che entrano nello stivale da Tarvisio e Gorizia (dalla Russia), Passo Gries sopra Verbania (da Olanda e Norvegia), Mazara del Vallo (dall'Algeria) e Gela (dalla Libia). A questi si aggiungono i tre rigassificatori di Panigaglia, Livorno e Cavarzere (Rovigo) che possono accettare navi metaniere. A differenza del gas naturale, che può essere trasportato economicamente solo nei gasdotti, il Gnl è compresso oltre 600 volte, può viaggiare su apposite navi e può essere acquistato sul mercato mondiale. Il gas proveniente dalla Russia passa in Ucraina, Slovacchia, Austria proprio attraverso il Tag bloccato dall'incidente. È un doppio gasdotto parallelo di 380 km di proprietà di Eni e dell'austriaca Omv in grado di trasportare 47,5 miliardi di m3 all'anno. Da qui sono passati 24,5 miliardi di m3 solo da gennaio a ottobre, il 42% del gas importato. Per aggirare la zona calda fra Russia e Ucraina, era stato progettato il South Stream sotto al Mar Nero, ma il progetto è stato cancellato nel 2014. La Libia ci rifornisce con il Greenstream, che arriva a Gela dopo aver percorso 520 km sul fondo del Mediterraneo e gestito da Eni (75%) con la Compagnia Nazionale Libica (25%). I giacimenti del Mare del Nord forniscono il metano che ci raggiunge a Passo Gries dove si trova il punto di interconnessione con la rete nazionale di Transitgas, il gasdotto che trasporta il gas da Norvegia e Olanda. In numeri, il 42% del gas consumato in Italia batte bandiera russa, il 18% viene da Norvegia e Olanda, l'11% dall'Algeria, il 10% dalla Libia e il 7% dal mercato mondiale del Gnl. In questi anni, abbiamo visto più gasdotti tracciati sulla carta e presentati al pubblico che tubi veri depositati sul terreno e collegati fra loro. Perché nel mercato del gas diventano critiche le altalene diplomatiche fra la Russia e diversi Stati europei, i problemi interni di ciascuno Stato aggiunti a quelli che possono creare tutti gli altri attraversati dai tubi. Dall'Ucraina, sempre ai ferri corti con la Russia, alla Polonia, terreno di conquista della Nato, alla Turchia, nemica o amica a seconda delle convenienze. Da parte nostra, oltre a non poter prendere impegni sulla stabilità del governo e tanto meno offrire garanzie che il prossimo non ribalti tutti gli accordi in essere, abbiamo il problema insormontabile di 124 piante di ulivo che sbarrano la strada all'arrivo del gasdotto Tap in Puglia. Dopo l'emergenza di oggi - in cui l'interruzione di un solo nodo ha rischiato di mettere in crisi tutta l'infrastruttura - ci si augura che il prossimo governo possa mettere da parte qualche pregiudizio e affrontare seriamente la questione energia.
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Il tesoretto di Grasso è in vendita (Tue, 12 Dec 2017)
Vi sembra normale che la seconda carica dello Stato voglia usare i propri deputati per fare alleanze con chiunque? Il presidente del Senato due sere fa ha messo la faccia in tv, presentandosi come nuovo leader politico. È incredibile, dal punto di vista formale, come tutti i politici si siano berlusconizzati. Tutti si prestano a mostrare il proprio simbolo con un cartoncino in mano. Ve la potevate immaginare la Iotti, con una falce e martello stilizzata tra le sue dita durante una campagna elettorale? Ormai anche gli insospettabili sembrano avere il kit del candidato in tasca, anche se lo descrissero come la fine della politica, come la nascita del partito di plastica. Ironia della sorte, il marketing ha vinto, proprio quando, come insegna il caso Trump, per vincere servono gli algoritmi, e non più i sondaggi. Grasso ha giocato il suo bitcoin. Che per ora il mercato valuta in un'ampia forchetta (in finanza si direbbe denaro-lettera) che va dal 6 al 10 per cento dell'elettorato. Il che vuole dire tra i 25 e i 40 deputati. Il presidente del Senato ha infatti detto: «Costruiremo un tesoretto che magari sarà utile». Perbacco. Il partito formatosi anche e soprattutto per l'allergia al nuovo sistema elettorale (il cosiddetto Rosatellum) rischia di essere l'unico ad affermare esplicitamente che userà i propri eletti (il tesoretto) come più gli aggrada, il giorno dopo i risultati elettorali. Insomma chi più odia il Rosatellum, maggiormente ne sfrutterà i suoi lati oscuri. Ma a voi sembra normale che la seconda carica dello Stato, prima carica, per interposta persona, della sinistra antirenziana, dica implicitamente che utilizzerà i propri deputati per fare alleanze con chiunque. I «grassini» potranno dunque allearsi con i grillini, ma anche con i «renziani» o, perché no, anche con i berlusconiani se dovesse esserci il governo del presidente. Non bisogna dimenticare che ognuno, come Pif insegna, si può raccontare il passato che vuole. Tanto più che Grasso fu, in tempi antichi, molto criticato per il suo atteggiamento non apertamente ostile proprio nei confronti di Silvio Berlusconi. In questo grande abbraccio, si tiene tutto. È un po' come il simbolo di Liberi e eguali. L'hanno dovuto cambiare all'ultimo, perché «liberi» rischia di rappresentare un problema di genere (pensate un po' che follia) soprattutto se si vuole imbarcare Laura Boldrini, e le foglioline possono dare una spruzzata verde, ma essere anche misogine. Si tengono i gruppettari reduci da Rifondazione comunista e i magistrati della legalità siciliana, gli ex democristiani e i comunisti. Come si poteva, in effetti, immaginare che da questo brodo non uscisse una politica di «mani libere» sulle alleanze?
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Ap e Ncd si scindono: c'è l'intesa sui gruppi (Tue, 12 Dec 2017)
Trovata l'intesa tra gli alfaniani: Ap e Ncd tornano ad essere due gruppi distinti: "Ma stiamo insieme fino a fine legislatura" È stata raggiunta l'intesa tra gli alfaniani per il "divorzio consensuale" e la scissione del gruppo, con la relativa attribuzione dei due simboli, Ap e Ncd. "È la prima tappa di un accordo politico", ha detto Fabrizio Cicchitto in direzione nazionale, convocata nella sede di via del Governo Vecchio, dove sono arrivati anche Angelino Alfano e Maurizio Lupi. "Porto il lavoro svolto in direzione", ha detto arrivando in via del Governo Vecchio Lupi, a cui ieri la stessa direzione aveva chiesto di trovare insieme a Beatrice Lorenzin la strada da percorrere. [[video 1473474]] "I due gruppi resteranno insieme fino alla fine della legislatura, sostenendo così il governo fino a nuove elezioni", precisa però Sergio Pizzolato, "Per quanto riguarda le questioni tecniche e legali relative ai simboli saranno rimandate perché richiedono tempi ulteriori" La questione del simbolo è stata quindi in parte "congelata", con i nomi Ap e Ncd, che compaiono sia alla Camera che al Senato, che restano in capo al leader Angelino Alfano. Tag:  Alternativa Popolare Nuovo Centro Destra
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Alternativa Popolare, 'separati in casa' fino a fine legislatura (Tue, 12 Dec 2017)
La direzione di Alternativa popolare ha approvato all'unanimità la proposta unitaria su cui ha riferito il coordinatore Maurizio Lupi a nome del gruppo (Lorenzin, Cicchitto, Gentile) delegato dalla direzione di ieri, che prevede: 1. La prosecuzione dell'unità dei gruppi parlamentari sino al termine della legislatura e l'accordo per cui un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra. 2. Un patto di consultazione e di confronto permanente e un approfondimento tecnico-regolamentare delegato ai fondatori del partito su eventuali questioni residue, tra cui i simboli, nelle disponibilità del presidente Alfano. 
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Boldrini rilancia #bastabufale. Ma in 10 mesi non ha convinto (Tue, 12 Dec 2017)
Laura Boldrini rilancia la campagna #bastabufale contro le fake news. Ma in 10 mesi hanno firmato solo in 20mila "L'appello #bastabufale è stato fatto grazie al contributo di migliaia e migliaia di cittadini che lo hanno sottoscritto". Laura Boldrini si avvicina alle elezioni e rilancia la sua campagna internet contro le balle della Rete. E lo fa con toni entusiastici, convinta di avere il supporto di una massa di italiani. Che però, al momento, sono più ideali che reali. Ricorderete come nei primi giorni di febbraio di quest'anno il Presidente della Camera avviò l'operazione per "arginare il fenomeno delle fake news". Ne parlarono tutti, dai quotidiani al telegiornali, ben attenti a dare la giusta copertura mediatica alla raccolta firme dell'anno. Ebbene, dopo 10 lunghi mesi, la Boldrini si ritrova (quasi) punto e daccapo ed è lei stessa - di fatto - ad ammetterlo. Bisogna riconoscere che la Presidente è riuscita a organizzare "il primo progetto di educazione civica digitale in Italia insieme al Ministero dell’Istruzione". Resta difficile credere però che la terza carica dello Stato non sarebbe riuscita a fare lo stesso se non avesse raccolto le firme. Ma non è questo il punto. Come scritto dalla Boldrini sulla sua pagina Facebook, infatti, le adesioni alla campagna anti-bufale hanno raggiunto la modica cifra di ventimila adesioni. Certo, potrebbero sembrarvi un'enormità. Ma non è così. Basta fare qualche piccolo confronto: per presentare una proposta di legge ne servirebbero 50mila certificate (dunque non solo registrate online); e altre istanze, meno pubblicizzate, sono state in grado di entusiasmare maggiormente gli italiani. Nel giugno del 2015, per fare un parallelismo politico, il M5S consegnò in Senato 200mila firme per ottenere un referendum sull'Euro. La Lega Nord nel 2014 se ne fece certificare 500mila dalla Cassazione contro la legge Fornero. E se si osservano le petizioni in Rete, il confronto non è ancor meno favorevole. A febbraio facemmo notare che mentre la Boldrini aveva raggiunto cifra 15mila in dieci giorni, su change.org le sottoscrizioni per le sue dimissioni erano già a quota 40mila. E oggi? Dopo l'entusiasmo iniziale, #bastabufale in 10 mesi è cresciuta di poco più di 5mila unità; quella che chiede alla Presidente di lasciare la poltrona di Montecitorio, invece, ha registrato un incremento di 17mila firmatari. I numeri parlano da soli. Ma visto che la campagna elettorale è alle porte e che la Boldrini sembra pronta a traghettare armi e bagagli nel nascituro "Liberi e Uguali" di Pietro Grasso, è bene rispolverare un vecchio cavallo di battaglia: la lotta alle fake news. Peraltro, il tema negli ultimi tempi è stato cavalcato a spron battuto dal Pd di Renzi, prossimo avversario alle urne del possibile ticket Boldrini-Grasso. "Ora chiedo uno sforzo ulteriore a quelli che ancora non hanno sottoscritto l’appello - si sbilancia allora la Presidente nella speranza di raggranellare consenso - a tutti quelli che sono stanchi di leggere bufale sull’inutilità dei vaccini, su guarigioni miracolose dai tumori, menzogne costruite ad arte per screditare qualcuno e fare profitto". L'obiettivo è quello di consegnare l'appello anti-fregnacce ai capi dei partiti per arrivare ad una "campagna elettorale che non sia inquinata". Chissà se raccoglierà altri aderenti. Tag:  bufale fake news Persone:  Laura Boldrini
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Salvini: "Toglierei la scorta a Saviano e papà Boschi" (Tue, 12 Dec 2017)
Salvini: "Ci sono 2500 personalità sotto scorta in Italia di cui più della metà magistrati, molti dei quali la meritano, altri assolutamente no" "Toglierei la scorta a Roberto Saviano e il papà della Boschi". A dirlo è Matteo Salvini che a Un giorno da pecora attacca lo scrittore e Pier Luigi Boschi. A scatenare il dibattito è Gianluigi Nuzzi, ospite insieme al leader della Lega Nord nella trasmissione di Rai Radio 1, che chiede come mai Umberto Bossi abbia ancora la scorta. "È il ministero dell'Interno che decide queste cose", ribatte Salvini, "Non essendo ancora premier non dipende da me chi ha e chi non ha la scorta. Io la toglierei a Saviano, perché è assolutamente immotivata". "Cioè lei toglierebbe la scorta a Roberto Saviano e non a Umberto Bossi?", chiedono allora i conduttori Geppi Cucciari e Giorgio Lauro, "A parte che gli accompagnatori di Bossi li paghiamo noi della Lega, non so se ha ancora la scorta. Ci sono 2500 personalità sotto scorta in Italia di cui più della metà magistrati, molti dei quali la meritano, altri assolutamente no. Non faccio numeri ma dico che in Gran Bretagna e Francia ne hanno un centesimo, quindi sicuramente c'è da tagliare. L'altra sera ho visto un servizio su decine di poliziotti e carabinieri che vigilano sulla tranquillità della villa del papà della Boschi. Tutti i papà meritano una vita tranquilla, ma mi domanda che senso abbia e quanto costi questa vigilanza". Tag:  scorta Persone:  Matteo Salvini Roberto Saviano Pier Luigi Boschi
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Cinque anni di sacri "tweet", così è nato il Papa dei social (Tue, 12 Dec 2017)
Il 12 dicembre 2012 apriva l'account del Santo Padre Da Ratzinger a Bergoglio, l'evangelizzazione è 2.0 «C ari amici, è con gioia che mi unisco a voi via Twitter. Grazie per la vostra generosa risposta. Vi benedico tutti di cuore». Cinque anni fa, il 12 dicembre del 2012, pochi minuti prima di mezzogiorno, fu questo il primo tweet del Papa dall'account @pontifex_it. Anzi, il primissimo fu lo stesso messaggio in inglese subito seguito dalla traduzione italiana. A digitarlo fu un Joseph Ratzinger molto emozionato ed esitante, lui uomo di dottrina e non di tastiera, attorniato da alcuni collaboratori, tra l'arcivescovo Angelo Becciu, sostituto per gli Affari Generali della segreteria di Stato vaticana. L'evento era atteso, e già un milione di follower erano con il dito sullo schermo del tablet o dello smartphone per retwittare il messaggio, decisamente interlocutorio per i contenuti ma comunque storico. Cinque anni dopo @pontifex_it è sempre attivo, i follower in tutto il mondo sono 40 milioni e passa - per lo pèiù nella fascia di età 25-34 e per lo più da Brasile e Stati Uniti - oltre ad altri cinque su Instagram (l'account @Franciscus è stato inaugurato il 19 marzo 2015), ma soprattutto il papa è un altro, perché pochi mesi dopo quel tweet Benedetto XVI appese la tiara al chiodo e oggi a quell'account risponde Jorge Mario Bergoglio, alias papa Francesco. Uno che, pur essendo assai più espansivo del suo teutonico predecessore, è come quello assai poco propenso all'attività social. Al punto di aver richiamato più volte tutti (a preti e a fedeli) alla cura di non abusarne. Epperò Francesco tutti i giorni manda il suo tweet come messaggio al mondo, come Angelus telematico, sin da quello inviato il 17 marzo del 2013, pochi giorni dopo la sua imprevista elezione al soglio di Pietro. «Cari amici - scrisse Bergoglio - vi ringrazio di cuore e vi chiedo di continuare a pregare per me. Papa Francesco». Qualche volta è un pensiero spirituale, altre volte una riflessione legata a un evento di cronaca o internazionali, al santo del giorno, a una sua esperienza, a un viaggio. E pare proprio farlo molto volentieri. «Io penso - ha detto Becciu in un'intervista a Radio Vaticana - che il Papa sia cosciente di essere l'evangelizzatore, il primo missionario nel mondo. E quindi per lui tutti gli strumenti vanno bene: gli strumenti che possono portare la sua parola evangelizzatrice. Come dicevo prima, questo oggi è uno strumento quasi indispensabile, unico: non può farne a meno. Con gioia vedo che legge i tweet che deve pubblicare e li approva con grande entusiasmo». Insomma, internet è uno strumento mai neutro ma assai potente, un contenitore che può essere riempito di ogni materiale, buono o fetido. E sta all'evangelizzatore e all'evangelizzato scegliere come usarlo. Come scrisse Bergoglio nel suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del gennaio 2014, «la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell'affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali». E Bergoglio si attiene a questo dettato, a questo pensare la rete, e twitter in primis, come un amplificatore di umanità. Ciò che lo spinge a metter da parte la sua naturale diffidenza nei confronti dei device elettronici: «Papa Francesco - dice Becciu a Radio Vaticana -è interessato. Vuole vedere, essere aggiornato, lo strumento lo legge». Ma con il computer «non gioca, non è familiare con queste nuove tecnologie». La messa è finita. In centoquaranta caratteri.
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La "grandeur" di Trump: vuole tornare sulla Luna (Tue, 12 Dec 2017)
Il presidente Usa firma una direttiva per portare gli astronauti americani anche su Marte «No, ci dispiace, non torneremo più sulla Luna». Così quattro anni fa Charles Bolden, ex astronauta e attuale amministratore della Nasa, spense gli entusiasmi di chi chiedeva da tempo un'altra missione lunare da parte dell'uomo, a 40 anni dall'ultimo astronauta che camminò sul satellite della Terra, quell'Eugene Cernan comandante dell'Apollo 17. Come a dire: i soldi sono quelli che sono e la Luna è un libro ormai letto e messo da parte, meglio concentrarsi su nuovi obbiettivi. Mai perdersi d'animo se c'è gente tosta (e potente) come Donald Trump. Che anche stavolta sorprende tutti con un annuncio che fa scalpore. La la spinta per riportare gli americani sulla Luna arriva, infatti, da un documento intitolato «Space Policy Directive 1». La Casa Bianca fa sapere che porta in calce la firma del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ed è - come da titolo - una direttiva volta a inviare gli americani di nuovo alla Luna e poi a fare altre scoperte sul pianeta rosso. In questo documento il presidente di fatto «ordina alla Nasa, l'agenzia spaziale americana, di condurre un innovativo programma di esplorazione spaziale per rispedire gli astronauti americani sulla Luna, e alla fine Marte», ruiferisce il portavoce Hogan Gidley. Questi ha detto che la mossa di Trump si basa sulle raccomandazioni del Consiglio spaziale nazionale. «Il documento cambierà la politica dei voli spaziali umani della nostra nazione per aiutare l'America a diventare la forza trainante dell'industria spaziale, acquisire nuove conoscenze dal cosmo e stimolare una tecnologia incredibile». La Disney ringrazia, in settimana esce Star Wars...
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Manovra, salta il tagliavitalizi M5S e Lega furiosi con il Pd (Tue, 12 Dec 2017)
Stop pure alle norme su cellulari in auto e seggiolini "salva-bambini". E arriva un altro duro colpo al Jobs act «Vergogna!». Il deputato M5S, Danilo Toninelli, ha denunciato con questa sommessa esclamazione la decisione della commissione Bilancio della Camera di espungere dalla legge di Bilancio l'emendamento che recepiva il ddl Richetti sul taglio dei vitalizi dei parlamentari con il ricalcolo contributivo per gli eletti prima del 2008. «Avremmo risparmiato 142 milioni di euro di soldi pubblici da destinare magari alle famiglie», ha protestato Toninelli riferendosi agli effetti economici della materia e incolpando il pd di aver salvato la «casta». fatto sta che il provvedimento, approvato dalla Camera a fine luglio, è rimasto oltre quattro mesi al Senato senza essere calendarizzato e senza trovare spazio nemmeno all'ultimo punto dei lavori che attualmente include uno ius soli a probabilità quasi zero di via libera. «Un'altra presa in giro di Renzi», ha chiosato il leader della Lega, Matteo Salvini e il silenzio del Pd sulla questione alimenta il sospetto. In realtà il presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia, l'ha espulso il tagliavitalizi perché «ritenuto di carattere ordinamentale» ossia afferente a temi organizzativi che non possono essere affrontati per statuto dalla manovra finanziaria. Allo stesso modo sono saltati gli emendamenti che incrementavano le sanzioni per l'uso dei cellulari alla guida e l'obbligo di prevedere allarmi per i seggiolini dei bimbi montati in macchina. Idem per la riforma della governance dell'Inps, le norme sulla giustizia civile e penale e quelle riguardanti il Coni. Ma anche in questo caso il sospetto, anziché attutirsi, si autoalimenta poiché è stato dichiarato ammissibile l'emendamento a firma Pd per tagliare di un quarto l'obbligo della raccolta delle firme necessarie ai partiti non presenti in Parlamento per presentare le liste elettorali. La norma «salva-Bonino», così chiamata perché renderà più facile all'ala radicale guidata dall'ex ministro degli Esteri, dunque sarà messa ai voti da domani. Analogamente hanno trovato posto nel dibattito quelle proposte di modifica presentate dalla sinistra Pd in commissione Lavoro della Camera per cercare di erigere l'ultimo «ponte» verso i bersaniani. Si tratta da un lato dell'abbassamento della durata massima dei contratti a tempo determinato da 36 a 24 mesi. Dall'altro lato, è stato dato l'ok anche al raddoppio dell'indennità di licenziamento minima da 4 a 8 mensilità. «I licenziamenti sono diventato troppo facili e poco costosi, al punto tale che molte aziende rinunciano agli ammortizzatori come la cassa integrazione per scegliere questa strada più conveniente», ha dichiarato il piddino di area orlandiana, Andrea Martella, ancora fiducioso, evidentemente, di poter costruire un centrosinistra allargato. «Per questo va sostenuto e approvato», ha concluso Martella. Hanno passato, infine, il vaglio di ammissibilità due emendamenti proposti da Forza Italia. Il primo prevede l'esclusione dalla partecipazione al costo per l'estrazione del Dna finalizzata a verificare la salute del feto. «È un semplice esame del sangue per verificare lo stato di salute dei bambini, senza dovere ricorrere all'amniocentesi, salvo ovviamente i casi specifici in cui rimane necessaria», ha dichiarato la deputata azzurra Laura Ravetto ricordando che «tale prelievo oggi è a totale carico della madre che voglia avvalersene: io chiedo, invece, che questo costo venga sostenuto dallo Stato e spero, pertanto, che questo mio emendamento alla legge di bilancio abbia la più ampia condivisione e venga accolto». La collega Nunzia De Girolamo ha invece presentato un emendamento che modifica le norme sull'equo compenso contenute nel dl fiscale che finalizzano il pagamento degli onorari al raggiungimento dei risultati, ove vi siano specifiche clausole vessatorie nei contratti firmati con i professionisti.
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IlGiornale.it - Cronache

Dalla crisi di Suez alla guerra del Kippur: i nostri inverni al freddo e in bolletta (Wed, 13 Dec 2017)
Bar e insegne chiuse entro mezzanotte. Il costo del carburante che sale. Alla canna del gas ci siamo già stati. E chissà che... Siamo alla canna del gas. Letteralmente, stavolta. Un tempo si diceva così per significare che di fronte a un disastro incombente non c'erano in vista altre soluzioni. Se non quella «finale», appunto, da praticarsi magari in modo non cruento, nell'intimità della quiete domestica. Prima di attaccarsi alla canna del gas ci si metteva, o meglio ci si ritrovava, metaforicamente, «in brache di tela». Che è per l'appunto la fase in cui ci troviamo ora. Quella successiva è rappresentata dalla minaccia, pendente sul coppino di noi tutti, di un raddoppio della bolletta che dopo l'ultima ondata di gelo, le settimane passate, era rimbalzata a livelli da paranoia. E già si indovinano sindaci e prefetti pronti a firmare «grida» tese ad abbassare la temperatura dei termosifoni nelle abitazioni e fianco negli ospedali. Il vecchio, sterile tentativo, rimasto ampiamente disatteso nelle passate, molte stagioni, di ridurre i consumi e la relativa dipendenza da quanti Russia e Nordafrica a braccetto - ci tengono col coltello alla gola. Ci siamo già stati, ve lo ricorderete, alla canna del gas. E siccome siamo sempre sopravvissuti, cavandocela egregiamente, c'è da sperare che, alla fine, anche stavolta la sfangheremo, respingendo i «fantasmi del 73» che incombono sui nostri cieli e le nostre caldaie. Il primo, grande spavento energetico lo affrontammo sessantun anni fa, nel '56, con la crisi di Suez. Fu quando l'Arabia Saudita, che all'epoca giocava il ruolo dell'asso pigliatutto nel campo petrolifero, dichiarò l'embargo sulle esportazioni a Francia e Regno Unito, mentre il governo siriano tagliò l'oleodotto che trasportava il petrolio iracheno verso il Mediterraneo. Ma di quel vecchio spavento, durato lo spazio d'un mattino, chi si ricorda più? Al dramma vero, che noi italiani volgemmo in commedia, tingendola di qualche venatura comica, con certuni che avevano riscoperto i pattini, il calesse e la bicicletta, visto che c'era molto da pedalare, arrivammo nel 1973, dopo la guerra del Kippur tra arabi e israeliani. Il fronte arabo musulmano diede una bella stretta ai rubinetti del petrolio, innescando un vertiginoso aumento dei prezzi. Noi reagimmo varando una locuzione quaresimale che da allora non ci ha più abbandonati, stagione dopo stagione: il «risparmio energetico». E a fargli da corollario, l'austerity, detto così, all'inglese. È finita che ci siamo abituati, all'alto costo dei carburanti. E ci siamo assuefatti, come i fumatori alle sigarette che ora costano 25 centesimi l'una, quando va bene! Fu dura, per chi veniva dal boom e dalla spensieratezza degli anni Sessanta. L'illuminazione pubblica ridotta del 40 per cento. Bar e ristoranti (a insegne spente) chiusi entro la mezzanotte. La velocità delle auto ridotta. I consumi in calo. E la sera a letto presto. Farà più fresco nelle case? Poco male. Le nonne e le mamme tireranno fuori i ferri da calza. E chissà che la penuria energetica non inneschi un insperato boom demografico, riportando in voga quel magnifico, insuperato e molto ecologico modo di scaldarsi in coppia. Con tanti saluti a chi ci vorrebbe alla canna del gas.
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Non riconobbe il figlio, 45 anni dopo deve pagare i danni (Tue, 12 Dec 2017)
Denunciato dal figlio, ormai 45enne: il 67enne di Matera costretti a pagare 20mila euro di danni Ha dovuto aspettare ben 45 anni perché il tribunale di Matera riconoscesse d'ufficio la paternità negatagli dal padre alla nascita e condannasse il 67enne di Tursi a versare la somma di 20mila euro oltre interessi come risarcimento per la "privazione della figura paterna". Dopo così tanto tempo, a portare in tribunale il padre è stato Vincenzo Trani assistito dall'avvocato Luciano Vinci. Nonostante il tempo trascorso, Trani si è rivolto all'autorità giudiziaria, che ha richiesto i test genetici sul padre naturale. Dagli accertamenti - a cui l'uomo non si è opposto - si è stabilito che sono effettivamente padre e figlio. Trani ha chiesto quindi ben 150mila euro di danni perché la mancanza della figura di un padre ha condizionato la sua vita per la mancanza di sostegno morale e materiale. Il padre biologico, invece, ha asserito di aver seguito il percorso di vita di Trani, di essere stato presente e di aver dato sostegno. Di altro avviso è stato in definitiva il tribunale ritenendolo di fatto un genitore assente e giudicando tale comportamento un illecito di tipo endofamiliare. "È la prima volta per una pronuncia di questo genere da parte del tribunale di Matera e, più in generale, si tratta di un caso piuttosto isolato", afferma all'AdnKronos l'avvocato Luciano Vinci, "In genere questa azione è proposta dall'altro genitore del minore non riconosciuto. Invece a promuoverla è stato il diretto interessato che ha elaborato questa decisione al termine di un percorso di profonda sofferenza morale, scandito dall'afflizione per il rifiuto. Un altro elemento non trascurabile è lo svolgersi dei fatti in una piccola comunità". Tag:  Matera
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Facebook, anche un like a video Isis è indizio di apologia di terrorismo (Tue, 12 Dec 2017)
Per la Cassazione un video inneggiante il jihad può giustificare la custodia cautelare in carcere per apologia del terrorismo Quanto pesa un like su Facebook? Se viene posto sotto un video inneggiante alla Guerra Santa, molto. Per un cittadino kosovaro è valsa l'espulsione dall'Italia. È stata la V sezione della Corte di Cassazione a decidere che mettere un "mi piace" ad un filmato a favore del Jihad possa essere un "indizio" di colpevolezza per apologia di terrorismo e dunque motivare la condanna alla reclusione. Il kosovaro era residente nel bresciano e nel novembre del 2016 era stato sottoposto a misura cautelare per via di un video condiviso online che secondo l'accusa faceva riferimento allo Stato Islamico e alla sua battaglia contro l'Occidente. Poi però il tribunale del Riesame aveva annullato tutto perché "pur riconoscendo che il termine 'Jihad' evoca la guerra santa" non aveva rinvenuto la volontà dell'imputato nel riferirsi "proprio all'Isis e non ad altri combattenti". Un gioco di parole sul termine jihad. Per il Riesame, come riporta Repubblica, nei filmati non vi erano "sufficienti elementi per ricondurre univocamente i richiami alla guerra santa in esse contenuti, all'Isis, sul rilievo che lo Stato islamico era solo una delle parti belligeranti del conflitto sirio-iracheno". La battaglia legale si è giocata sul filo di lana. È evidente. Ma alla fine, dopo una prima pronuncia della Suprema Corte e un ulteriore annullamento del Riesame, a spuntarla sembra essere stata la procura di Brescia. La Cassazione, infatti, crede che sia "pacifico" che l'imputato abbia "abbia inneggiato apertamente allo Stato islamico ed alle sue gesta ed ai suoi simboli", visto soprattutto che - secondo le indagini - aveva contatti con altre persone attenzionate per terrorismo islamico. Il Riesame aveva giustificato la decisione di liberare il kosovaro sostenendo che il video incriminato fosse rimasto sulla pagina Facebook solo 11 giorni e che lasciava la sola possibilità di mettere "mi piace" (e non dunque anche l'opzione "condividi"). Ma questi, per la Suprema Corte, non sono elementi "idonei a ridurre la portata offensiva della condotta", poiché anche con il solo like Facebook mantiene "immodificata funzione propalatrice". Tag:  Isis jihad Facebook
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Presepe a scuola, imam di Pordenone: "Meglio l'albero, è per tutti" (Tue, 12 Dec 2017)
Il leader della comunità islamica interviene sul simbolo della Natività. I dirgenti scolastici uniti: "Continueremo con gli allestimenti" "L'albero è un bellissimo simbolo del Natale nelle scuole ed è per tutti". A dichiararlo è stato l'imam di Pordenone, Mohamed Hosny. Continua così il dibattito sul presepe negli istituti del pordenonese dopo il via libera del consigliere delegato all'istruzione Alessandro Basso. "Per quanto riguarda la croce o un simbolo di chiara identità religiosa come il presepe, meglio evitarli nelle scuole. Penso sia meglio evitare di allestire i simboli di tutte le religioni a scuola: siano islamici, buddhisti, induisti e cristiani o protestanti. Questo, nel massimo rispetto per tutte le fedi e tutte le religioni", ha continuato il leader della comunità islamica. Come riporta il Messaggero Veneto, Basso ha deciso di portare a termine l'allestimento dei presepi nelle quattro scuole che dirige. "Non ho dato indicazioni alle scuole di Pordenone – ha precisato Basso –. Da dirigente ho semplicemente scelto di fare il presepe come simbolo culturale, storico e religioso". Per il consigliere comunale si tratta infatti di una scelta di rispetto per l'identità e la tradizione. I dirigenti scolastici degli altri istituti del pordenonese condividono la decisione di Basso. Presepi in allestimento in tutte le scuole, dagli asili nido alle superiori. "Natale è una festa cristiana", ha dichiarato Teresa Tassan Viol, dirigente del liceo Leopardi-Majorana, dove è presente una collezione di presepi. Tag:  Pordenone presepe a scuola imam
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Antidepressivi nel biberon: neonata muore a 13 mesi (Tue, 12 Dec 2017)
La coppia francese voleva farla smettere di piangere. Ora rischiano vent'anni Hanno cercato a lungo di sviare gli inquirenti, accumulando spiegazioni poco credibili su come fosse morta la loro figlia neonata. Ma alla fine hanno dovuto cedere di fronte alle prove, che dicevano che la piccola Maëlyne aveva smesso di respirare a tredici mesi per le colpe dei genitori. Se Delphine Niepceron, 27 anni, e Cyrille Le Got, 43 anni, avevano sostenuto che la piccola avsva preso in mano un bicchiere di vino dopo una festa in casa organizzata con gli amici, a fare dubitare sin da subito gli inquirenti il fatto che, poiché ancora molto piccola, non sapeva né camminare né era in grado di afferrare un bicchiere per berne il contenuto. A spiegare qualcosa in più su come erano veramente andati i fatti ci hanno pensato gli esami sulla piccola, che hanno rivelato come ci fossero nel suo corpo tracce di farmaci prescritti a chi soffre di depressione. Gli stessi che erano nel latte all'interno del biberon che la coppia usava per nutrirla, con i quali pensavano di farla smettere di piangere. I genitori andranno ora a processo. Rischiano fino a vent'anni di carcere. Tag:  Francia antidepressivi neonato
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Egitto, 22enne italiana segregata dal marito: salvata dopo 7 mesi (Tue, 12 Dec 2017)
I suoceri l'avrebbero chiusa in casa senza cibo, acqua e beni di prima necessità È riuscita a tornare a casa dopo sette mesi di segregazione in Egitto a casa dei suoceri. La fuga di una 22enne di Barletta, madre di un bimbo di due anni, è stata organizzata da un gruppo di italiani ed egiziani che sono riusciti a mettersi in contatto con lei. La ragazza, sposata dal 2015 con un cittadino egiziano che aveva conosciuto anni mentre si trovava in vacanza con la famiglia a Sharm El Sheik, si era trasferita con il marito e il figlio in un villaggio a poche centinaia di chilometri da Il Cairo. Dopo alcuni mesi, l'uomo ha deciso di tornare in Italia, a Milano, e ha lasciato la moglie e il figlio soli con i suoi genitori. Secondo quanto denunciato dalla giovane, i suoceri l'avrebbero chiusa in casa senza cibo, acqua e beni di prima necessità. Il rientro in Italia Un mese fa la 22enne è riuscita a contattare un'amica e le autorità italiane. Ad aspettare la giovane e il suo bambino all'aeroporto de Il Cairo c'era l'avvocato Rossana Lacerenza. La giovane ha raccontato di avere subito per anni maltrattamenti, violenze e minacce di morte a lei e al figlio, ma non ha mai fatto nulla. Ora che si sente al sicuro, ha deciso di denunciare il marito e la sua famiglia. Tag:  Egitto segregata marito
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Vince due milioni al Gratta e Vinci. Poi il fortunato scappa (Tue, 12 Dec 2017)
Il fortunato biglietto del Mega Miliardario del Gratta e Vinci comprato nel Sulcis, in Sardegna. Il vincitore urla al bar: "Ho vinto" Ha vinto due milioni di euro e non riusciva a crederci. Tanto che mentre cercava di andarsene, la sua auto ha sobbalzato e si è fermata ripetutamente. Non capita tutti i giorni di entrare in una ricevitoria di una delle zone più povere d'Italia, il Sulcis, in Sardegna, e uscirne poco dopo da milionari. Comprando un Gratta e Vinci forse senza nemmeno sperarci molto. Gratta e Vinci fortunato A raccontare la vincita milionaria è stato Angelo Nocco, titolare del fortunato locale. “Si tratta di una persona che conosciamo bene – ha detto all'Ansa – è un operaio del polo industriale di Portovesme, avrà una quarantina di anni. Viene ogni giorno da noi, prende un caffè e compra un ‘gratta e vinci'. Anche oggi è andata come al solito: ha ordinato e si è seduto al tavolo dopo aver comprato un ‘Mega Miliardario' da 10 euro”. Mentre consumava il suo ordine, l'inaspettata sorpresa. L'uomo capisce di aver vinto e inizia a urlare in mezzo agli avventori del bar. "Si è avvicinato al bancone e mi ha mostrato il biglietto - continua Nocco - Io ho cercato di controllare ma a quel punto lui si deve essere spaventato. Mi ha detto: ‘se avessi vinto veramente 2 milioni di euro lo direi a te?'. Poi mi ha strappato di mano il tagliando: volevo fare una fotocopia per mostralo a tutti, ma lui deve aver avuto paura. Prima di uscire ha detto che mi avrebbe fatto un regalo". Suspance Il bello è che la vittoria nel Sulcis nasconde ancora delle incognite. Il misterioso (neo) milionario, infatti, non si è fatto controllare il biglietto fortunato. Quindi bisognerà attendere l'incasso della somma e la successiva comunicazione al bar per sapere come si concluderà la piacevole vicenda.
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Caso Consip, sospesi dal servizio Sessa e Scafarto (Tue, 12 Dec 2017)
È questa la misura firmata dal gip Gaspare Sturzo per il maggiore Gianpaolo Scafarto e il colonnello Alessandro Sessa, ex ufficiali del Noe Sospesi dal servizio. È questa la misura firmata dal gip Gaspare Sturzo per il maggiore Gianpaolo Scafarto e il colonnello Alessandro Sessa, ex ufficiali del Noe. I due sono stati sospesi dal servizio per un anno. La richiesta era arrivata dalla Procura di Roma proprio nell'ambito delle indagini sulla fuga di notizie su Consip. A dare il via alla sospensione è stata la contestazione di depistaggio a carico dei due ex ufficiali. Secondo quanto risulterebbe dall'inchiesta il depistaggio sarebbe scattato per "sviare" le indagini proprio su caso Consip. Scarfato su ordine di Sessa avrebbe operato in modo da rendere impossibile "ricostruire compiutamente le conversazioni intervenute con l’applicativo whatsapp". Scafarto avrebbe disinstallare dallo smartphone di Sessa l'applicazione. Il cellulare del maggiore era stato posto sotto sequestro il 10 maggio scorso. A questo si aggiungerebbe un aggravante: "L'alterazione di un oggetto da impiegare come elemento di prova o comunque utile alla scoperta del reato o al suo accertamento". Su questa vicenda è intervenuto anche il segretario del Pd, Matteo Renzi: "Io sono un cittadino di questo Paese che ha servito l’Italia per mille giorni. Non sentirà mai una parola sopra le righe sulla vicenda Consip. Ho sempre detto dal primo giorno che la verità sarebbe saltata fuori", ha affermato l'ex premier. Poi riferendosi in modo più esplicito alla vicenda che riguarda gli ex ufficiali del Noe, afferma: "Se qualcuno ha tradito il proprio giuramento verso lo stato è giusto che paghi". Tag:  Consip Persone:  Gian Paolo Scarfato
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Proteste contro i migranti: condannati nove militanti di Casapound (Tue, 12 Dec 2017)
Condannati nove militanti di Casapound per gli scontri anti-migranti a Casale San Nicola. Iannone: "Processo politico" Dura condanna inflitta a 9 militanti di CasaPound. Gli esponenti del movimento di destra sono stati condannati in primo grado dal Tribunale di Roma per le proteste avvenute il 17 luglio 2015 nei pressi di un campo d'accoglienza a Casale San Nicola. "Ingiustizia è fatta - attacca presidente di Casapound Italia Gianluca Iannone - Con le condanne abnormi inflitte per i fatti di Casale San Nicola si mette nero su bianco che difendere i diritti degli italiani agli occhi dello Stato è un crimine che crea più allarme sociale di un attentato terroristico. E in effetti in una Nazione in cui la giustizia sociale e il rispetto per i propri cittadini sono ai minimi, difendere gli italiani è un atto rivoluzionario". Gli scontri con le forze dell'ordine esplosero all'arrivo dei bus dei migranti dopo che per settimane il partito e alcuni cittadini avevano realizzato un sit-in permanente. Quel presidio cercò di opporsi fisicamente al passaggio dei bus con i profughi. Dopo i tafferugli con la polizia, 9 militanti di CasaPound avevano ricevuto una denuncia sfociata ieri in otto condanne a 3 anni 7 mesi e solo una più lieve, da 2 anni e 7 mesi. Tra i nomi eccellenti ci sono il vicepresidente Andrea Antonini e il responsabile romano Davide Di Stefano. l pm, Eugenio Albamonte, a dir la verità aveva chiesto pene ancor più severe: per i nove imputati aveva chieto tra i 6 anni e mezzo e i 7 anni, per un totale di oltre sessant'anni, con le accuse di resistenza aggravata e lesioni. "Le condanne, peraltro a pene che non hanno precedenti in Italia per questo genere di reati, arrivano giusto all'avvio della campagna elettorale per le politiche che vedranno Casapound impegnata con Simone Di Stefano candidato premier - aggiunge Iannone - Il paradosso è che, pochi mesi dopo quelle scene che nessuno avrebbe mai voluto vedere, l'allora prefetto di Roma Franco Gabrielli, con un clamoroso dietrofront, decise di chiudere la struttura per gli stessi motivi che i residenti avevano cercato invano di spiegargli, guadagnandosi solo accuse di razzismo, repressione e qualche manganellata". Per Iannone si tratta di un "processo politico": "Non solo Casapound ha partecipato per quasi tre mesi al presidio pacifico per evitare che si destinasse a centro di accoglienza una struttura non adeguata - dice il presidente di Cp - ma anche che la resistenza opposta è stata passiva fino all'ultimo, quando la carica si è trasformata in scaramuccia con le prime file, ma mai c'è stata un'aggressione ai danni delle forze dell'ordine". Senza contare che "tra le centinaia di persone che quel giorno si trovavano a Casale San Nicola solo 9 sono finite sotto processo per resistenza, e sono tutte di Casapound". Tag:  casapound Persone:  Simone Di Stefano Gianluca Iannone
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Continua l'allarme maltempo, forte vento e ghiaccio al Nord (Tue, 12 Dec 2017)
video Lo straripamento del fiume Enza Fiumi a rischio esondazione in molte regioni e allerta ghiaccio in Piemonte. Nelle ultime ore il forte vento ha causato diversi danni in Friuli Venezia Giulia Continua l'allarme maltempo. Nelle ultime ore il forte vento - fino a 130 chilometri all'ora - ha causato diversi danni in Friuli Venezia Giulia. Circa 350 uomini della Protezioni Civile sono intervenuti nella regione per la caduta di diversi alberi e massi. Inoltre, un edificio è stato scoperchiato durante la notte, mentre numerose abitazioni sono rimaste senza energia elettrica. Allarme vento anche in Toscana. Continuano ad arrivare segnalazioni di alberi e rami caduti, principalmente dalla zona del Mugello, ma anche nella Val di Sieve - spiega Angelo Bassi, consigliere della Città Metropolitana di Firenze delegato alla Protezione civile. Nel Modenese, invece, l'allarme riguarda la piena dei fiumi, previsto entro la mattinata. Sono infatti in corso fenomeni di piena del nodo idraulico di Modena (Secchia, Panaro, Naviglio). Nel Reggiano circa mille persone sono state evacuate per l'esondazione del fiume Enza. (GUARDA IL VIDEO) Intanto in Liguria sono state riattivate le linee ferroviarie sospese per il gelo, mentre la provinciale del Turchino, a Genova, che era bloccata in località Fado sopra il comune di Mele per caduta di alberi e rami è stata riaperta. Secondo quanto riportato dalla Protezione Civile, sono rischio esondazione i fiumi Entella, Vara e Magra. In Piemonte non nevica più, ma l'allarme meteo ora riguarda il ghiaccio. Disagi su strade e anche sui collegamenti all'aeroporto di Torino. A denunciarlo su fb il senatore Pd Stefano Esposito: "L'aeroporto di Torino dispone di un solo mezzo per sghiacciare le ali ed il risultato è che questa mattina il ritardo medio dei voli è di due ore". Anche il senatore del Pd Mauro Marino sempre su fb lamenta: "Sto sperimentando ancora una volta l'inadeguatezza dell'aeroporto di Torino che nei prossimi giorni dovrebbe accogliere i turisti della neve. Ma come è possibile avere solo una macchina di de-icing funzionante e vedere gli aerei bloccati?". [[video 1473189]] Tag:  meteo maltempo
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IlGiornale.it - Economia

Rivoluzione Facebook: pagherà le tasse nei Paesi in cui opera (Tue, 12 Dec 2017)
L'annuncio del cfo di Facebook: entro il 2019 i ricavi pubblicitari saranno pagati nei Paesi in cui vengono raccolte le inserzioni pubblicitari Facebook, si cambia. Ma stavolta la rivoluzione non è nella piattaforma social più famosa e usata, ma nelle tasche dell'azienda guidata da Mark Zukerberg. Come ha annunciato il cfo (il direttore finanziario), Dave Wehner, infatti, d'ora in poi Facebook cambia modello organizzativo e contabile e inizierà a dichiarare i ricavi realizzati attraverso la pubblicità nei Paesi in cui li realizza, attraverso società locali. Questo significa che entro la prima metà del 2019 le tasse non saranno più pagate a Dublino - dove è ora il quartier generale internazionale della società - ma nei singoli Paesi dove il social network ha già un ufficio locale per la raccolta pubblicitaria. "Crediamo che cambiare verso una struttura di vendite locali fornirà maggiore trasparenza ai governi e ai policy makers che nel mondo hanno chiesto una maggiore visibilità sui ricavi legati alle vendite locali", scrive Wehner, "Vogliamo essere sicuri di fare questo cambiamento nel modo giusto. Questo è un grande progetto che richiederà un significativo aumento delle risorse in tutto il mondo. Verranno adottati nuovi sistemi di fatturazione il più rapidamente possibile per assicurare una transizione alla nuova struttura senza soluzione di continuità". Da tempo i colossi del web - come Facebook, ma anche Google, Amazon e Apple - sono al centro di polemiche proprio perché, mantenendo la sede internazionale a Dublino, versano le tasse in Irlanda e non dove operano. Soddisfazione al Ministero di Economia e Finanza italiano: "Si tratta di un cambiamento importante che va nella direzione giusta: assicurare che i redditi siano dichiarati e tassati dove vengono prodotti", dicono alcune fonti, "Siamo convinti che la decisione sia stata influenzata dagli sforzi compiuti in sede internazionale per porre fine ai fenomeni di elusione fiscale". Tag:  Facebook
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Innovazione Smart Living, le aziende di edilizia e legno-arredo in prima linea (Tue, 12 Dec 2017)
Finanziati dalla Regione Lombardia progetti integrati realizzati da partenariati di imprese. Emanuele Orsini, FederlegnoArredo: "Attuato un processo virtuoso che ha favorito crescita al settore" Ammontano a 31,4 milioni di euro le risorse assegnate sul bando Smart Living di Regione Lombardia, dedicato alle imprese del settore edilizia, arredo, domotica, high-tech. Smart Living sostiene progetti di sviluppo e innovazione realizzati da partenariati di imprese dei settori edilizia, legno arredo casa, elettrodomestici e high-tech in collaborazione con le università. Sono 54 i progetti ammessi a finanziamento in Lombardia, fra cui le aziende di FederlegnoArredo Labodesign, Marlegno srl, Foppa Pedretti spa, Italserramenti srl, Universal Selecta, Panzeri Carlo srl che hanno ricevuto un contributo complessivo a fondo perduto di 954.293 euro. “È una conferma di quanto le nostre aziende siano in prima linea sul tema dell’innovazione - commenta Emanuele Orsini, presidente di FederlegnoArredo -. Il nostro è un settore fortemente radicato sul territorio, che investe da sempre in ricerca e sviluppo: oltre il 70% delle imprese del legno-arredo ha effettuato investimenti pari, mediamente, al 2% del fatturato che equivale a una cifra importante”. “Con Smart Living si è attuato un processo virtuoso che ha favorito crescita al settore - aggiunge Orsini - che ha rafforzato coesione tra filiere distinte, ma fortemente dipendenti l’una dall’altra, come quella dell’edilizia e del legno-arredo”. I progetti finanziati dal bando Smart living prevedono lo sviluppo di progetti integrati di edifici con l’ausilio di moderni sistemi software, soluzioni di screening energetico degli edifici e elaborazione di modelli di adeguamento sismico, recupero edilizio, riqualificazione energetica, strutturale e antisismica, domotica, wi-fi e sensoristica avanzata, sviluppo di servizi logistici e azioni di sostegno all’export per l’intera filiera. Tag:  edilizia smart living Regione Lombardia innovazione FederlegnoArredo Persone:  Emanuele Orsini
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Scioperano i piloti Ryanair, l'azienda: "Niente aumenti" (Tue, 12 Dec 2017)
Incrociano le braccia i piloti tedeschi, irlandesi e italiani: caos in vista prima di Natale per i voli Ryanair. L'azienda minaccia ripercussioni Dopo il caos e i voli cancellati di settembre e ottobre, nuove grane per Ryanair. In Italia, infatti, l'Anpac ha proclamato uno sciopero del personale di Ryanair dalle 13 alle 17 del prossimo 15 dicembre. Ma l'azienda ha minacciato serie ripercussioni, come l'annullamento di aumenti o promozioni. "Ci aspettiamo che tutti i nostri piloti lavorino normalmente e collaborino con noi per ridurre al minimo i disagi durante questa agitazione", si legge in una lettera inviata dal capo del personale Eddie Wilson ai piloti italiani. In caso contrario, anche nel caso di adesione di un solo membro dell'equipaggio ci saranno ripercussioni economiche per tutti gli altri membri. Ma non solo: l'adesione allo sciopero potrebbe avere ripercussione su futuri aumenti in busta paga, trasferimenti ed eventuali promozioni. È delle scorse ore intanto l'annuncio dei piloti irlandesi e tedeschi che hanno indetto uno sciopero per il prossimo 20 dicembre, proprio a ridosso delle festività natalizie. In Germania il sindacato tedesco dei piloti Vereinigung Cockpit chiede l'applicazione del contratto collettivo di lavoro. Per questo è stato indetto lo sciopero che potrà iniziare "da ora in poi in qualsiasi momento" per "far rispettare la contrattazione collettiva nella regolamentazione di condizioni di lavoro e di retribuzione eque per i piloti". Il presidente del sindacato, Ingolf Schumacher, parla di "dumping sociale sistematico" da parte di Ryanair e si chiese "Se non ora, quando ci sarà un'altra possibilità realistica per iniziare uno sciopero con successo?". Guai anche in Irlanda dove i piloti della sigla Ialpa incroceranno le braccia dopo che la compagnia ha imputato a problemi regolamentari la cancellazione di 20mila voli. Ryanair inoltre rifiuta la rappresentanza sindacale, dicendo che preferisce negoziare direttamente con i dipendenti. Tag:  Ryanair
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Il Bitcoin «sbanca» anche a Chicago (Tue, 12 Dec 2017)
Debutto record sul mercato dei future: la moneta virtuale oltre i 18mila dollari Rodolfo Parietti Con un rialzo del 20%, il future sul Bitcoin ha debuttato ieri sulla Cboe Futures Exchange di Chicago. È un esordio record che dà la misura della febbre da cripto-valuta e delle aspettative crescenti di una suo continuo apprezzamento. Lo spread tra il valore attuale del bitcoin, quotato attorno a 16.700 dollari, e quello del future a gennaio è infatti già di 2.000 dollari. Si tratta ovviamente di una scommessa che rischia di accentuare il tratto speculativo e volatile delle monete virtuali, alimentando anche il cosiddetto short selling, cioè la possibilità di guadagnare sul calo del prezzo. Di fatto, però, gli ingressi al Cboe ora, al Cme Group lunedì prossimo e al Nasdaq nel 2018, sanciscono l'accettazione del bitcoin come strumento finanziario da parte delle Borse. È uno sdoganamento in piena regola, ma non ancora sufficiente a cancellare i timori che il tutto sia una gigantesca bubble destinata a scoppiare. Per molti detrattori, come il ceo di JP Morgan Jamie Dimon, che ha paragonato i bitcoin alla bolla dei tulipani del '600, deve suonare come un monito la bancarotta nel 2014 di Mt.Gox, la piattaforma di scambio più grande a livello globale. Così, più quel mondo finisce sotto la luce dei riflettori, più sembra crescere l'urgenza di una sua regolamentazione. Chiesta ieri dalla Bce attraverso Ewald Nowotny, uno dei suoi consiglieri, valutata dalla Corea del Sud, l'eventuale costruzione di steccati normativi finirebbe per snaturare del tutto qualcosa che è nato proprio per essere libero di agire senza vincoli di sorta. Già ora, peraltro, le cripto-valute hanno subìto una metamorfosi rispetto alle caratteristiche originali, trasformandosi in un ibrido tra una moneta e un asset di investimento. E con la crescente esposizione mediatica, l'ex fenomeno di nicchia può diventare per la massa dei risparmiatori una sorta di nuovo Eldorado non privo di pericoli. Del resto, se si vuole oggi mettere bitcoin in portafoglio sono poche le alternative rispetto al trading o alle piattaforme dedicate all'acquisto. C'è, in prima battuta, un problema di scarsità del bene: il protocollo dei bitcoin prevede l'emissione di un numero preciso di monete (poco più di 21 milioni); ogni 4 anni, inoltre, si tira il freno della produzione. Insomma: più valute virtuali vengono trovate, e sempre meno sono quelle reperibili. Se non si vuole acquistarle, bisogna scavare. Come? I miners, i minatori, vengono premiati con bitcoin per aver messo il proprio computer a disposizione della cosiddetta blockchain, una sorta di registro che tiene conto di tutte le transazioni avvenute fin dall'avvio del sistema. Ma se fino a qualche anno fa per diventare un miner bastava un buon pc, oggi c'è bisogno di una Ferrari al silicio: processore e un alimentatore su misura, almeno quattro schede grafiche (meglio sei), e dunque una scocca speciale necessaria anche per tenere sotto controllo le alte temperature. Insomma, se non si punta sulle monete alternative, come Litecoin o Dogecoin, serve una macchina da migliaia di euro. L'esercizio prolungato (il pc va tenuto acceso 24 ore su 24) e lo stress prolungato cui sono sottoposti i suoi componenti portano a una precoce usura. Con guasti da mettere in conto. Competere con miner professionisti è poi un'impresa: il gap tecnologico fra un privato e un grande gruppo è grande e le transazioni poche, appena tre in un secondo. Il rischio? Restare con un ologramma di moneta in mano.
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Dal Qatar ossigeno a Leonardo Ma su Profumo un «siluro» Usa (Tue, 12 Dec 2017)
Dall'Emirato una commessa da 2 miliardi. Il titolo resta però ai minimi. Luttwak: «Questo ad, nomina misteriosa» Leonardo rialza la testa grazie a una commessa da 2 miliardi in Qatar. Una boccata d'ossigeno per gli azionisti che, dal profit warning lanciato con i conti del terzo trimestre, hanno visto l'azione precipitare e perdere un terzo del suo valore. Una corsa parziale quella del titolo che, nel finale, si è sgonfiato, appesantito dalla chiusura negativa di Piazza Affari (-0,36%) segnando un rialzo modesto dello 0,10% a 10 euro. Nella sostanza, comunque, il nuovo ordine è positivo e permetterà al gruppo di arrivare al piano industriale di fine gennaio con maggiore respiro. Nel dettaglio, la società guidata da Alessandro Profumo ha siglato un contratto in Medio Oriente per la costruzione di 24 Typhoon, caccia realizzati dal consorzio Eurofighter (holding tedesca sotto la supervisione della Nato), per un valore di 6,8 miliardi di euro. Si tratta di uno dei contratti militari più importanti dell'Emirato, che frutterà al gruppo 1,5-2 miliardi. Nella società Leonardo è infatti presente con il 36% attraverso la Divisione Velivoli (21%) e attraverso la controllata inglese Leonardo Elettronica per la Difesa e la Sicurezza (15%). Inoltre, il sito specializzato Quwa (Defense News & Analysis Group) spiega che il mega contratto dovrebbe includere anche la vendita di un numero imprecisato di missili aria-aria MBDA Meteor e missili terra-aria di precisione MBDA Brimstone. Arsenali che sono prodotti da una società dove Leonardo ha il 25% ed Airbus e Bae Systems il 37,5% di azioni ciascuna. Fieno in arrivo (e in cascina), dunque, per una società che da qui al piano industriale opererà in un contesto di mercato incerto. Oltre al fattore conti finanziari, Leonardo è alle prese anche con altri due fronti caldi. Il primo riguarda la mina franco-tedesca: alleandosi, Parigi e Berlino, avrebbero la meglio nella spartizione delle risorse previste dal Fondo europeo per la Difesa. E l'altro riguarda l'intesa appena siglata tra Fincantieri e Naval Group in Stx sul polo della cantieristica civile e militare. Gli equilibri della futura cooperazione sono infatti ancora tutti da definire, soprattutto sul fronte italiano e per quanto riguarda il coinvolgimento di Leonardo. E mentre l'ad Alessandro Profumo, ex banchiere di Unicredit e Mps, è impegnato a districarsi tra questi ostacoli e la redazione del nuovo piano industriale, in queste ore, la sua nomina è finita sul banco degli imputati. «Profumo sarà anche un simpatico banchiere, ma non è del mestiere. Voglio dire, non è un esperto nel campo aerospaziale» ha dichiarato ieri il politologo statunitense Edward Luttwak in un'intervista al Quotidiano Nazionale. «Misteriosamente è saltato fuori il suo nome» per la carica di amministratore delegato di Leonardo ha spiegato Luttwak pur non rientrasse fra i quattro indicati dai cacciatori di teste al governo che aveva commissionato la ricerca. Ho visto i cosiddetti addetti ai lavori. Ho chiesto ha aggiunto - perché a quattro personaggi di alto profilo fosse stato preferito un banchiere. Tutti mi hanno detto: è un amico di Renzi». Una bordata per Profumo in un momento difficile alla guida della società. E che accende ancor di più i riflettori sul prossimo piano industriale. L'ex numero uno Mauro Moretti, nel triennio precedente, ha lavorato molto su riorganizzazione, debito, trasparenza, cercando di allontanare dalla società le polemiche giudiziarie. I tagli, però, hanno impattato molto sul fronte commerciale. A Profumo, ora, l'arduo compito di dimenticare la spending review, in favore della crescita.
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Apple ora si compra anche Shazam per annullare le mosse dei rivali di Google (Tue, 12 Dec 2017)
L'idea sarebbe quella di integrare la tecnologia nella sua piattaforma Maddalena Camera Apple fa il pieno di musica con l'acquisizione di Shazam, l'app che riconosce i brani delle canzoni ma anche di film e serie tv. Secondo TechCrunch la spesa per Shazam dovrebbe essere intorno ai 400 milioni di dollari. La somma sarebbe meno della metà della valutazione ottenuta da Shazam nel suo ultimo round, del febbraio 2015. Ma si tratterebbe, comunque, della seconda maggiore acquisizione nella storia di Apple dopo quella delle cuffie Beats, per le quali Tim Cook sborsò tre miliardi di dollari nel 2014. Acquistando Shazam, Apple punta a rafforzarsi ulteriormente in un settore sempre più competitivo, con YouTube (controllata di Alphabet, ossia Google) che, secondo Bloomberg, si sta preparando a lanciare un servizio di musica in streaming a marzo per competere con la svedese Spotify e, ovviamente, con i «nemici» di Apple. La cinese Tencent e Spotify, inoltre, hanno annunciato l'acquisto di una quota di minoranza l'una nell'altro e viceversa. «Non vediamo l'ora che Shazam e il suo talentuoso team si aggreghino ad Apple - ha specificato l'azienda di Cupertino in una nota- Apple Music e Shazam sono naturalmente compatibili perché hanno lo stesso obiettivo: Offrire agli utenti una grande esperienza musicale. Del resto Shazam è costantemente tra le più popolari app di iOs (il sistema operativo per smartphone di Apple) ed è usata da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, su diverse piattaforme. Certo la valutazione di Shazam, 400 milioni di dollari, non si spiega con il fatturato. La popolare app musicale infatti, un po' come Twitter, fatica a monetizzare i suoi pur numerosi utenti. Nel 2016 ha generato ricavi per 54 milioni ma con conti in rosso. Cupertino punta ad altro ossia all'integrazione dei servizi prima di tutto con Apple Music ma anche con Siri, la segretaria tuttofare digitale dei sistemi operativi Apple. Il gruppo guidato da Cook potrebbe usare Shazam per fornire funzioni simili a quelle offerte da Pixel 2, il nuovo smartphone di Google che mostra automaticamente la canzone che l'utente sta ascoltando senza il bisogno di aprire un app come Shazam. Da notare che se Cupertino decidesse di spegnere l'app (mantenendo comunque in vita la sua tecnologia), priverebbe il concorrente Spotify degli accessi che arrivano sulla sua piattaforma passando, però, da Shazam. Una mossa che potrebbe valere qualche centinaia di migliaia di accessi al giorno.
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Riscopriamo l'Italia che sa fare (Tue, 12 Dec 2017)
Milano, domenica mattina. Le vie del centro si animano al passaggio, ordinato e festoso, degli alpini. Dal marciapiede li osservo sfilare. Non ricordavo dell'appuntamento annuale che hanno in Duomo per ricordare i caduti per la Patria, la nostra Italia. Mi ritrovo a riflettere sul contrasto evidente tra il senso di appartenenza, di giovani e vecchi, che comunicano i loro volti, le loro storie e il triste spettacolo che offre la gran parte dell'italica classe dirigente. L'aria trita della politica con partiti che nascono ogni giorno senza che le persone normali ne avvertano la necessità. L'improvvisazione che regna sovrana nelle stanze affollate dei decisori pubblici. L'assenza generalizzata di un minimo di sentimento riformatore. Domina il vuoto e la distanza siderale dal Paese reale. Lorsignori appartengono solo a se stessi. Ma l'Italia autentica, quella che comunica valori indissolubili, che ha voglia di costruire, la vedo sfilare adesso a un passo da me. Le persone applaudono al transitare delle penne. Il bene è sempre contagioso. Anche la signora Angela, la mia edicolante di fiducia che ancora fa il proprio lavoro con assoluta passione (virtù non comune), ha abbandonato per qualche secondo il suo presidio per unirsi al momento di allegria e memoria. Anch'io sollecito la memoria e rivado ai bellissimi anni di condivisione e amicizia in una delle più antiche società alpinistiche milanesi, la Falc (senza K finale), acronimo di Ferant Alpes Laetitiam Cordibus, diversi soci sono alpini e sfilano. E mi sorprendo a riconoscere che nulla si perde di quel che vale. Già. Benedetta domenica. Per qualche istante lontani da un commento sui Bitcoin o da un'analisi sugli effetti prodotti dall'introduzione dei Pir. Riscoprire l'amor di patria, grazie agli alpini, ha grande valore. Umano. E quindi economico. www.pompeolocatelli.it
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La Bce rinvia la stretta Ma solo di qualche mese (Tue, 12 Dec 2017)
Nouy avvisa: «Non aspetteremo fino al 2019» Premiata Unicredit per i progressi del piano Camilla Conti La Bce avrà bisogno di un «mese o due» per analizzare le risposte ricevute nell'ambito della consultazione sulle linee guida per i nuovi non performing loans ed è «molto probabile che l'attuazione venga posticipata di alcuni mesi». Lo ha detto la presidente del Consiglio di vigilanza della Bce Daniele Nouy in un'intervista alla rivista portoghese Publico, escludendo comunque l'ipotesi che l'attuazione del piano di Addendum possa essere posticipato al 2019. «Non vedo alcuna ragione» per un rinvio di un anno, ha spiegato Nouy, «tutto ciò di cui abbiamo bisogno è tempo sufficiente per tenere conto dei commenti sulla prima bozza. Non abbiamo bisogno di un anno per quello; abbiamo bisogno di qualche mese al massimo». Per la Bce «non cambia molto se accade il primo gennaio, il primo aprile o il primo giugno. Ciò che importa è che le cose si stanno muovendo in questa direzione», ha aggiunto. Da Francoforte è intanto arrivata una «medaglia» per l'ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, che stamattina si presenterà davanti alla comunità finanziaria riunita nella City di Londra per aggiornare il mercato sullo stato di avanzamento del piano industriale presentato lo scorso dicembre. La Bce ha infatti migliorato la valutazione del rischio sull'istituto rispetto al 2016 «a seguito delle azioni tangibili di rafforzamento e de-risking del proprio bilancio e considerando i progressi compiuti nell'ambito del piano Transform 2019». Di conseguenza, la Vigilanza ha abbassato il requisito di capitale di 50 punti base a 200 punti base. Una buona notizia in vista dell'incontro di oggi a Londra: gli analisti si attendono che Mustier fornisca indicazioni sull'evoluzione del capitale della banca, sugli impatti attesi dalle nuove regole IFRS9 e da Basilea 4 e sulla riduzione del portafoglio dei crediti deteriorati. I broker si aspettano indicazioni migliori sui target di solidità patrimoniale al 2019 o un'accelerazione nella cessione dei cosiddetti prestiti «unlikely to pay» (le inadempienze probabili) che nel terzo trimestre si attestavano a 20,5 miliardi con una copertura del 44% dopo la prima adozione delle nuove regole europee. Alla vigilia del Capital Markets Day Unicredit ha inoltre perfezionato la vendita delle società polacche a Bank Pekao che genera un impatto positivo per circa 105 milioni sul conto economico consolidato di gruppo. Nel frattempo, continuano a diminuire le sofferenze bancarie degli istituti nostrani. Secondo i dati comunicati ieri da Bankitalia, i crediti deteriorati sono scesi del 5,5% su base annua a fronte di un calo del 6,1% nel mese precedente. In ottobre i prestiti al settore privato sono, inoltre, cresciuti dell'1% su base annua (+0,7% a settembre): Quelli alle famiglie sono aumentati del 2,8% (2,6% nel mese precedente), mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti dello 0,5% (erano calati dello 0,7% in settembre).
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In Giappone un drone per cacciare dall'ufficio gli stakanovisti (Mon, 11 Dec 2017)
Il guardiano elettronico spedirà a casa chi si attarda troppo alla scrivania Stakanovisti sì, ma a patto che non si esageri. Anche in un Giappone noto per una cultura del lavoro che non di rado eccede i limiti del ragionevole, si corre ai ripari per ricordare ai dipendenti che hanno - o dovrebbero avere - un vita al di fuori dagli uffici. Per farlo i giapponesi hanno messo in campo un drone, ribattezzato T-Frend, con lo specifico scopo di spedire a casa chi si attarda troppo alla scrivania, svolazzando sulla testa dei lavoratori ed emettendo le note del motivo scozzese Auld Lang Syne, utilizzato tradizionalmente per segnalare la fine della giornata o delle lezioni scolastiche a fine anno. Il gadget della Taisei potrebbe sostituire il lavoro svolto da guardia in carne ed ossa, che fino a oggi erano incaricati di cacciare chi non ne volesse sapere di chiudere la propria giornata lavorativa nei tempi previsti. Il drone, che potrà montare anche un apparecchio di riconoscimento facciale - per riconoscere i ritardari cronici - costerà solo 380 euro al mese. Tag:  lavoro droni Giappone
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Bitcoin, da prodotto di nicchia a futuro (Mon, 11 Dec 2017)
Il bitcoin si trasforma in un ibrido tra una moneta (cioè un mezzo di pagamento) e un asset di investimento. Per i suoi sostenitori è un bene rifugio, sicuro come l'oro e destinato a guadagnare valore nel tempo Il bitcoin nasce nel 2009. Inialmente la moneta virtuale vale pochi dollari e per completare il puzzle necessario a creare un nuovo bitcoin e metterselo nel proprio portafoglio virtuale, basta il pc di casa. Sono gli anni in cui il racconto passa più dalle leggende che dall'impatto economico. Il mistero del creatore Tutti cercano Satoshi Nakamoto, il creatore della criptovaluta. Ma, ad oggi, non ci sono ancora certezze su chi sia, nè se sia una sola persona o un gruppo di lavoro. Fino all'aprile 2013, un bitcoin vale meno di cento dollari. Alla fine dello stesso anno arriva a sfiorare i 1.000 dollari. Ma, proprio quando sta prendendo slancio, la criptovaluta incappa nella più grande crisi della sua storia: nel febbraio 2014 Mt.Gox, la piattaforma di scambio più grande al mondo, crolla: bancarotta. Per i critici è la conferma che un sistema decentralizzato non sia sostenibile. Crisi e risalita Dopo il collasso di Mt.Gox, il prezzo inizia una discesa che lo porterà, all'inizio del 2015, sotto i 220 dollari. Poi inizia la risalita, lenta: per arrivare a quota mille bisognerà aspettare l'inizio di quest'anno. Salta il primo argine psicologico e il bitcoin inizia a galoppare. Creare nuova criptovaluta è sempre più complesso perchè la catena di transazioni da registrare è sempre più lunga. I pc casalinghi non bastano più. Ma la domanda cresce e arriva anche dai non addetti ai lavori. Il bitcoin si trasforma in un ibrido tra una moneta (cioè un mezzo di pagamento) e un asset di investimento. Per i suoi sostenitori è un bene rifugio, sicuro come l'oro e destinato a guadagnare valore nel tempo. Tag:  bitcoin
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Inter col brivido e di rigore contro il Pordenone: friulani ko 5-4 (Tue, 12 Dec 2017)
L'Inter ha battuto alla lotteria dei calci di rigore il Pordenone negli ottavi di finale di Coppa Italia. Decisivo il gol di Nagatomo che ha chiuso sul 5-4 la partita Luciano Spalletti l'aveva predetto: "Contro il Pordenone non sarà affatto facile". I ramarri, infatti, hanno dato filo da torcere all'Inter che ha piegato la resistenza dei neroverdi solo dopo i calci di rigore. Dopo lo 0-0 nei 120 minuti di gioco, i friulani se la sono combattuta anche ai calci di rigore. Decisivi i tre errori del Pordenone e Nagatomo che ha realizzato il penalty decisivo per il passaggio del turno. Ora l'Inter ai quarti di finale attende la vincente di Milan-Verona che si giocherà proprio domani sera allo stadio Meazza. Nel primo tempo l'Inter parte forte con Eder che al 4' impegna Perilli. Al 21' il giovane Karamoh si divora il gol del vantaggio con il classe '98 che non ha il sangue freddo davanti al portiere del Pordenone. Al 31' gli ospiti colpiscono un palo con Magnaghi ma è decisiva la deviazione di Padelli. Nel finale di frazione Lulli prima e Karamoh poi cestinano due buone occasioni da rete.Nella ripresa entra Brozovic che al 49' sbaglia clamorosamente un rigore in movimento mentre al 54' Sainz-Maza fa venire i brividi a Padelli e all'Inter con la palla che termina fuori di pochi centimetri. Karamoh impegna ancora, due volte, Perilli prima di lasciare il posto a Perisic che prima offre un cioccolatino a Eder che non ci arriva di un soffio e poi sbaglia un gol facile facile al 73'. Minuto 77' Dalbert crossa benissimo per Cancelo che colpisce al volo di sinistro: blocca Perilli. Spalletti getta nella mischia Icardi a 11' dalla fine al posto di Dalbert e il capitano nerazzurro all'86' decolla di testa su assist di Cancelo ma la mette alta sopra la traversa. Nel primo tempo supplementare l'Inter continua a premere con il Pordenone tutto chiuso nella propria area di rigore e dopo diversi tentativi verso la porta di Perilli è Icardi al minuto 104' a colpire il palo di testa a portiere battuto. Al minuto 106' Perilli compie un altro miracolo su Ranocchia che si salva in angolo. Nel secondo tempo supplementare Perisic va vicino al gol ma non apre bene il compasso del piede e la palla si spegne sull'esterno della rete. Nonostante il grande forcing finale l'Inter non riesce a segnare e la partita si trascina ai calci di rigore. Alla lotteria dei rigori passa l'Inter grazie a tre errori dal dischetto da parte dei giocatori del Pordeone Tag:  Fc Internazionale Pordenone Coppa Italia
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L'Atalanta batte 2-1 a domicilio il Genoa: nerazzurri a quota 23 punti (Tue, 12 Dec 2017)
I gol di Ilicic e Petagna hanno ribaltato la rete di Bertolacci. Con questo successo l'Atalanta vola a quota 23 punti in classifica, Genoa fermo 13 L'Atalanta di Gian Piero Gasperini, ex della partita, batte per 2-1 a domicilio il Genoa di Davide Ballardini. I nerazzurri hanno rimontato il gol di Bertolacci e grazie a Ilicic, nel finale di primo tempo, e Masiello a inizio ripresa sono riusciti a portare a casa tre punti d'oro per la classifica visto che salgono a quota 23 punti a ridosso del Milan di Gattuso, settimo. Il Grifone, invece, resta fermo a quota 13 e resta invischiato nelle zone basse della classifica. La partita è subito viva a Marassi con il Genoa che passa in vantaggio al 4' con la rete di Bertolacci che la mette in rete di sinistro su assist di Taarabt. Freuler colpisce una clamorosa traversa al 14' e Laxalt fa venire i brividi a Berisha al 18'. Nel finale di primo tempo Petagna fa sponda bene per Ilicic che entra dentro l'area e di destro fulmina Perin. Nella ripresa Pandev si divora due volte il gol del 2-1 e allora ci pensa l'ex Masiello a segnare di testa il gol del sorpasso. Al 75' Perin compie un vero e proprio miracolo sul colpo di testa di Palomino. Il Genoa nel finale prova a pareggiarla ma dopo 5 minuti di recupero l'arbitro Doveri fischia la fine: finisce 1-2 per l'Atalanta a Marassi. Tag:  Atalanta calcio Genoa calcio Persone:  Davide Ballardini Gian Piero Gasperini
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Milan, Gattuso: "Donnarumma tranquillo. ​Problemi? Ci pensino Fassone e Mirabelli" (Tue, 12 Dec 2017)
Gennaro Gattuso ha parlato della nuova grana Donnarumma. Per il tecnico rossonero, "non c'è nessun problema" In casa Milan i nervi sono tesi dopo le ultime notizie che provengono da Donnarumma e dal suo agente Mino Raiola, i quali chiedono l'annullamento del contratto siglato nell'estate 2017. A smorzare gli animi ci pensa Gattuso, forte di una fiducia ritrovata dopo la vittoria contro il Bologna. Il caso Donnarumma Il neo-allenatore dei rossoneri si è presentato davanti alle telecamere di Milan tv e immediamente si è visto costretto a parlare del baby portiere che sta dando non pochi grattacapi alla dirigenza milanista. Gattuso esordisce con un secco "con Donnarumma non c'è nessun problema". E prosegue: "Fassone e Mirabelli affronteranno il problema, se c'è un problema. Io vedo un ragazzo tranquillo che si arrabbia quando non arrivano i risultati. Dopo la partita con il Benevento era molto triste". Rino trova anche tempo per una battuta: "Gigio? Non mi ha detto che è l'ultima partita...". Scherzi a parte, il tecnico cambia rapidamente discorso e torna a parlare di calcio giocato. Nella partita di Coppa Italia contro il Verona dichiara: "Per rispetto di Donnarumma (il fratello, ndr) e Storari non dico chi giocherà. Storari, comunque, sta recuperando". Persone:  Gennaro Gattuso Gianluigi Donnaruma
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"Ritardato che non sei altro": Sturaro litiga con un 12enne sui social (Tue, 12 Dec 2017)
Il centrocampista Stefano Sturaro è al centro delle polemiche sui social per una discussione molto animata avuta con un tifoso napoletano su Instagram Un litigio esploso su Instagram e che vede protagonista il calciatore della Juventus, Stefano Sturaro. A raccontare la lite è il fratello maggiore del ragazzino finito al centro della vicenda. La lite e gli insulti Lui è G.C., ha 12 anni ed è tifoso del Napoli: "Mio fratello – spiega il più grande – sabato, quindi dopo la partita Napoli-Juve, ha commentato una foto di una pagina di fan della Juventus su Instagram con scritto 'Juve m…a. E insieme al suo c’erano una serie di altri commenti". Poi però arriva la risposta del centrocampista juventino, spiega il ragazzo: "Sturaro, vedendo questo commento, ha risposto in privato a mio fratello mandandogli una foto di Higuain". Da questo istante la discussione degenera: il ragazzo con toni coloriti fa notare al bianconero che la vittoria sul Napoli è solo "un furto, perché la Juve sa solo rubare". E poi rincara la dose: "Non meritate i soldi che vi danno". Sturaro non si fa attendere e risponde: "Stai buono che ti faccio fare una figura di me..a che manco ti immagini e poi piangi per tre giorni". I due prosegue tra toni accesi e insulti fino alla frase che più indigna scritta e inviata dal bianconero: "Vai a giocare con i Pokemon e non rompere il c…o ritardato che non sei altro", come si legge su FanPage. (Clicca qui per la foto della discussione) [[fotonocrop 1473426]] Il racconto del fratello maggiore del 12enne termina con una riflessione: "Non è logico che un calciatore pieno di soldi e di fama se la prenda, su Instagram, con un ragazzino di dodici anni che sogna di fare il calciatore. È una cosa grave e inaudita. È vero, mio fratello non ha risparmiato offese, però ha pur sempre dodici anni. Ma un uomo grande e a quei livelli (il calciatore bianconero, nda) può permettersi di insultare un ragazzino? Non è ammissibile" Che aggiungere?. Tag:  Juventus Persone:  Stefano Sturaro
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Conte-Messi e O'Ney-Ronaldo Ma l'urna piace a Juve e Roma (Tue, 12 Dec 2017)
Pescate Tottenham e Shakthar, show Chelsea-Barça e Real-Psg Europa League: ok Milan e Lazio. Panzer per Sarri e Gasperini Davide Pisoni L'uragano e zorro. È la pesca sulla carta fortunata delle italiane nell'urna di Nyon per gli ottavi di Champions League. La Juve come prevedibile si prende una squadra inglese: evita i due Manchester ma si becca il Tottenham di Harry Kane. Alla Roma tocca lo Shakhtar Donetsk di Paulo Fonseca, che per festeggiare la qualificazione si è presentato davanti alle telecamere vestito con la maschera e il mantello del celebre giustiziere spadaccino. Due avversarie non impossibili, ma da prendere con le molle se non altro per la storia. La Juventus non elimina una formazione inglese dal 1984 e nelle ultime cinque occasioni è andata a casa contro United, Liverpool, Arsenal, Chelsea e Fulham. Anche per Massimiliano Allegri c'è un precedente che genera cattivi pensieri: nella sua prima avventura in Champions nel 2011 fu eliminato proprio dal Tottenham negli ottavi. Comunque via twitter ha caricato: «... Se saremo #Juve ce la faremo...». Se allora fu un certo Crouch a rovinare la prima Champions di Allegri, adesso il pericolo numero uno si chiama Kane, ma alle sue spalle il talento di Dale Alli e Christian Eriksen è altrettanto letale. In più la Juve ritroverà una vecchia conoscenza come Fernando Llorente, che due anni fa la castigò con il Siviglia facendole perdere il primo posto nel gruppo. Alla guida Manuel Pochettino che non solo disegna solo schemi e tattiche, ma sceglie anche il detersivo con cui lavare le divise e sulla scrivania tiene dei limoni per allontanare le energie negative. Il Tottenham sta rifacendo lo stadio e la Signora giocherà così il ritorno nel tempio rinnovato di Wembley dove la Juventus aveva già affrontato gli Spurs (e perso malamente) in amichevole la scorsa estate. A proposito di storia non regge il confronto lo stadio dello Shakhtar, ma la Roma se si guarda indietro ha poco da sorridere anche se al momento del sorteggio qualche sorrisino tra i dirigenti giallorossi si è visto. Francesco Totti a parole è stato più cauto, anche perché c'era nel 2011 quando gli ucraini eliminarono la Roma sempre negli ottavi. E poi la squadra di Fonseca ha eliminato il Napoli con quella banda di brasiliani, capace anche di stendere il City. La Roma avrà anche il vantaggio che lo Shakhtar sarà appena uscito dal letargo con il campionato fermo due mesi. È andata bene alle italiane in Champions in un sorteggio che ha regalato due incroci da brividi: Real Madrid-Psg e Chelsea-Barcellona. Ronaldo contro Neymar è sfida da sogno, mentre c'è Messi per Conte che paga a caro prezzo l'aver lasciato alla Roma il primo posto. Urna a due facce in Europa League per i club di casa nostra. Il Milan nei sedicesimi parte favorito con il Ludogorets, la Juventus di Bulgaria che vince da sei anni di fila, e che nel 2014 eliminò la Lazio in Europa League e l'anno scorso pareggiò in casa del Psg in Champions. Facile la Lazio con i rumeni del Fcsb, la vecchia Steaua Bucarest. Castigata, invece, la retrocessione del Napoli nella piccola Europa: c'è il Red Bull Lipsia, seconda forza tedesca. Brividi da panzer anche per l'Atalanta che dopo Rooney se la vedrà con Aubameyang e il Borussia Dortmund.
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Var in tilt, un rosso, il Toro vola (Tue, 12 Dec 2017)
La Lazio la invoca per un mani e Immobile viene espulso Contro il Torino, la Lazio incappa in una sconfitta che brucia. All'Olimpico esce un match vivace, con entrambe le squadre che giocano a viso aperto e senza paura. È alla fine di un primo tempo pieno di occasioni che arriva la svolta della gara. Falqué tocca la palla di braccio nella propria area, ma Giacomelli non fischia. Tutta la Lazio invoca la Var e Immobile, protestando, colpisce Burdisso con una guanciata. L'arbitro si avvale così della moviola, ma espelle Immobile (anche se Burdisso lo scagiona) e non dà rigore. Nella ripresa, il Toro approfitta dell'uomo in più e si porta sul 2 a 0 con le reti di Berenguer e Rincon. Inutile, quanto bello, il gol di Luis Alberto. Chiude i conti la perla di Edera. Dopo 24 anni i granata tornano alla vittoria in casa laziale.
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Se il calcio «unisce» la Corea (Tue, 12 Dec 2017)
Stamane a Tokyo Sud contro Nord: diplomazia in campo A Tokyo questa mattina si è giocata una partita che è tutto tranne che una semplice partita. L'Ajinomoto Stadium ha ospitato infatti la caldissima sfida tra Corea del Nord e Corea del Sud, in occasione della seconda giornata del girone finale della Coppa d'Asia orientale. Un match che non ha semplicemente messo di fronte due squadre, ma che ha visto scontrarsi due nazioni geograficamente così vicine, ma politicamente agli antipodi. A causa della crisi internazionale tra Kim Jong-un e gli Stati Uniti di Donald Trump, questa partita ha avuto a livello mondiale una risonanza di gran lunga maggiore rispetto a qualsiasi altra partita di Coppa d'Asia orientale mai disputata. E il calcio, purtroppo, in questo caso c'entra fino ad un certo punto. Come già successo nel corso degli anni Novanta, la speranza è quella che, attraverso lo sport, le due Coree possano intraprendere un percorso verso la riconciliazione, partendo proprio da questa partita. Partita che, inoltre, poteva anche non essere disputata, dato che per la Corea del Nord non è stato facile arrivare in Giappone, e non solo perché, a differenza di Cina, Giappone e SudCorea, ha dovuto prima vincere un girone di qualificazione. A causa della tensione globale, infatti, il governo giapponese aveva vietato l'ingresso entro i propri confini a tutti i cittadini provenienti dalla Corea del Nord ed i calciatori di Pyongyang, quindi, sono stati costretti a richiedere un visto speciale. Tornando al campo, la SudCorea è arrivata a questa sfida dopo il pareggio con la Cina di Lippi nella prima gara. La Corea del Nord, invece, pur disputando un'ottima gara, è stata battuta 1 a 0 dal Giappone. AnB
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Da Pinturicchio a Godot Nedved bacchetta Dybala (Tue, 12 Dec 2017)
Il vice presidente: «Pensi ad allenarsi e sacrificarsi di più per la Juventus». Come Del Piero 17 anni fa... di Tony Damascelli Non c'è un caso Dybala ma potrebbe esserci. Parola di uno che se ne intende, Pavel Nedved, ex Pallone d'oro, ex anima e corpo della Juventus di cui oggi è vicepresidente ha spedito il messaggio sulla linea dell'utente desiderato: «A Dybala consiglierei di pensare ad allenarsi al massimo e di sacrificarsi di più per la maglia, badando maggiormente alla vita privata e ad altre cose». Parole ribadite davanti ai microfoni delle televisioni, dopo il sorteggio di champions, indirizzate all'argentino che sta attraversando un periodo di appannamento, si usa dire e scrivere così, quando un cristallo puro si fa vetro opaco, non luccica come abbagliava nella parte di avvio della stagione. Dybala, dunque, deve rimettersi a essere Dybala. Prima di lui, se qualcuno non ha smarrito, o perduto del tutto, la memoria toccò ad Alessandro Del Piero che, alla stessa età di Dybala arrivò a realizzare 32 gol in 42 presenze (21 reti in campionato su 32 partite), si fermò per un grave infortunio e tornò per due stagioni intorpidito, scarsamente reattivo, assente dal gol (18 in tutto in due campionati) al punto che un modesto difensore avversario, alla vigilia di una partita di campionato, confessò perfidamente: «Del Piero? Si marca da solo». La storia e non la cronaca consegnarono la gloria al capitano bianconero che superò la crisi e una specie di depressione non certo confortata dalle frasi dei suoi datori di lavoro, «È un cocco di mamma» disse Umberto Agnelli e il fratello Gianni «Da Pinturicchio a Godot». Oggi Dybala riceve il tweet parlato e non scritto di Nedved che ha tutte le carte di credito per esprimere un giudizio in merito. Allegri, da tempo, continua a ripetere che il ragazzo debba lavorare e stare sereno. La panchina contro l'Inter non ha stimolato affatto la reazione del campione argentino che, al momento di entrare in campo nel quarto d'ora finale, ha mostrato un muso malmostoso, quasi insofferente alle parole che gli stava sussurrando l'allenatore. Quel fotogramma è il sottotitolo alle frasi di Nedved. Dybala deve allenarsi con la stessa intensità che lo ha portato a essere quello che tutti hanno scoperto e conosciuto, l'eccessiva esposizione mediatica, le copertine di France Football e di Vanity Fair, lo hanno celebrato oltre misura. Ma non è certo soltanto questo a spiegare il calo di rendimento e di condizione. I due rigori decisivi sbagliati in campionato, altre prestazioni non esaltanti lo hanno sgonfiato, innervosendolo e trasmettendo malessere anche al resto della comitiva e insoddisfatto Allegri che a lui chiede di essere la carta in più, l'artista che decide partite difficili, l'uomo che cambia il gioco e, infine, il risultato. La gioia è diventata noia ma, nonostante i capricci, la Juventus resta in corsa e Nedved ha parlato al momento giusto, per l'uomo giusto. Il resto appartiene al campo, che dice sempre la verità.
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Milan, sorrisi dal campo e ansia in società Fassone: «Voluntary o no, Li rimane solido» (Tue, 12 Dec 2017)
Gattuso ha dato più serenità, da oggi atteso il verdetto negativo dell'Uefa Matteo Basile Milano Un sospiro di sollievo è arrivato con i tre punti conquistati contro il Bologna a San Siro. Un altro è ancora trattenuto e in attesa, con la decisione dell'Uefa sul voluntary agreement che potrebbe arrivare da oggi in poi. Ma se dal campo è arrivata una risposta positiva, pur soffrendo, dalle scrivanie di Nyon è atteso un responso negativo. La certezza non c'è ancora ma in casa Milan c'è pessimismo. Colpa delle richieste dell'organo europeo, considerate impossibili da soddisfare a meno di margini di tolleranza inaspettati, dato che il Milan è la prima società in assoluto a tentare questa strada. «Auspichiamo che l'Uefa possa ascoltare le nostre ragioni e sottoscrivere il primo voluntary agreement della storia. Se così non sarà vuol dire che, soprattutto chi dovrà trovarlo dopo di noi, saprà che le regole per arrivarci sono veramente impervie» ha confermato a Radio Rai l'ad rossonero Marco Fassone. In particolare nel mirino il rifinanziamento del debito prima di sottoscrivere l'accordo e la richiesta di garanzie bancarie delle perdite previste nel prossimo futuro. Un no quasi certo, quindi, «magari le ragioni e gli argomenti che abbiamo portato saranno ascoltati e in questo caso ne saremmo felici», conferma Fassone, che già però si aspetta sanzioni che dovrebbero essere in prima istanza solamente economiche. Troppo presto per parlare di possibili ripercussioni sulle prossime sessioni di calciomercato anche se, è evidente, tra Champions o Europa League cambia tantissimo «In questo caso o prendi un giocatore in meno o vendi un giocatore in più», conferma Fassone. Quello che è certo, secondo l'ad, è che la proprietà è solida, al di là dei rumors negativi su Yonghong Li. «Il progetto di Yonghong Li è estremamente lungo nel tempo. Non ha la minima intenzione di cedere la proprietà. Ha fatto un investimento mostruoso, l'investimento più grande fatto nel calcio dopo il Manchester United. Tra investimenti fatti e acquisti è stato investito più di 1 miliardo». Ottimismo dunque, con un buonumore che arriva dai risultati. Dopo la cacciata di Montella e l'arrivo di Gattuso, la vittoria con il Bologna ha regalato nuovo entusiasmo ad una squadra un po' depressa e con evidenti limiti di personalità. Il malato Milan non è guarito, servirà tempo e una condizione atletica migliore di quella attuale ma qualcosa di meglio si è già visto e Gattuso ha saputo infondere un po' di coraggio, oltre a schemi e movimenti più efficaci, alla sua squadra. «Mi aspetto che il mese di dicembre sia ancora un mese complicato - conferma Fassone - nel 2018 troveremo un po' di continuità» ma la cura Ringhio piace alla società. «Ci sembrava di essere troppo sgonfi. Gattuso è un bel personaggio, ha un bel carattere, è un combattente. La scelta non è stata una scommessa ma una scelta ponderata». Che finora ha colpito per la sua preparazione, oltre che per la ben nota grinta. «Ho questa etichetta di grintoso e basta, lo so - ha detto Gattuso - Amo quello che faccio, mi sento vivo ad allenare e spero di dimostrare che sono anche altro». Finora ce l'ha fatta. In un momento così delicato tra campo, società e decisioni in arrivo, forse è proprio lui l'uomo giusto al posto giusto.
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C'è Inter-Pordenone Spalletti: "Basta paragoni con Mou" (Tue, 12 Dec 2017)
Non usa mezze misure il tecnico di Certaldo che sa che la mancanza di motivazioni potrebbe essere un ostacolo di fronte ad un Pordenone Mantenere alta la tensione per regalarsi un goloso quarto di finale di Coppa Italia contro il Milan. La gara contro il Pordenone (ore 21), se da una parte mette brividi solo per questioni climatiche, dall'altra consentirà a Spalletti di far rifiatare chi ha tirato sinora la carretta e buttare nella mischia molti comprimari: «Fare una brutta partita vorrebbe dire creare un po' di difficoltà al nostro futuro, che passa anche da quelle che saranno le prestazioni di qualche calciatore nuovo che scenderà in campo». Non usa mezze misure il tecnico di Certaldo che sa che la mancanza di motivazioni potrebbe essere un ostacolo di fronte ad un Pordenone che, nei giorni scorsi, ha scherzato molto sul divario tecnico esistente tra le due squadre sui social network. Ma che sarà sospinto da 3.000 tifosi pronti a gustarsi la magia di San Siro, stadio che domani ospiterà la sfida tra Milan ed Hellas Verona nell'altra gara di questa parte di tabellone: «Ci vuole intelligenza nell'affrontare queste partite prosegue Spalletti si presenteranno con un top player difficile da affrontare, la super-motivazione. Ci ho passato la mia vita professionale in quelle categorie e so che spinta danno queste gare. Venendo qui i cartelli oggi non dicono attenzione neve, ma attenzione Pordenone». Spazio al turnover («Mi aspetto che qualcuno mi metta in seria difficoltà»), con Brozovic che torna tra i titolari così come Ranocchia in difesa. Assente Joao Mario causa tonsillite, confermata in mediana la coppia Gagliardini-Vecino: «Chi giocherà? Karamoh, Cancelo, Dalbert, Padelli, Ranocchia ed Eder - conclude Spalletti - ad un paio di situazioni devo ancora pensarci. Io come Mourinho? Questo accostamento mi mette in imbarazzo, bisogna farla finita».
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Globale, totale e vivace: così ti dipingo il mondo (Tue, 12 Dec 2017)
A Milano si indaga sulle nuove frontiere della pittura. Ecco gli artisti degli anni 2000 (italiani inclusi) Facciamo un gioco. Prendiamo un quadro figurativo di buona qualità, facilmente comprensibile ai più e appendiamolo all'interno di un'ipotetica Pizzeria Marechiaro. Al termine della cena qualcuno ne chiederà il prezzo al ristoratore che sarà felice di venderlo intorno ai 200 euro. Stando lì non potrebbe costare di più. Lo stesso dipinto poi lo trasferiamo in una buona galleria di Milano, nota per la ricerca e la serietà professionale: la cifra da pagare si alzerebbe almeno a 3-4 mila euro, meno non avrebbe alcun senso. Ultima tappa, il nostro dipinto approda a una mostra presso un grande museo, l'artista ottiene il riconoscimento internazionale e la sua valutazione schizza così a decine, in qualche caso anche centinaia di migliaia di euro. Da quando cioè prevale la teoria secondo cui è il contesto a «fare l'arte», la pittura ha assunto il ruolo di ultimo ready made. Perché, paradossalmente, l'oggetto più strano e anomalo oggi è il primo cittadino del museo, mentre chi opta per un linguaggio tradizionale e universalmente noto come la pittura incontra resistenze e diffidenze, più spesso rifiutato che accettato dal sistema dell'arte. Interrogarsi sulla contemporaneità della pittura è arduo ma stimolante. Tutti i critici, anche chi non è uso frequentarla, ci provano almeno una volta. Demetrio Paparoni, fin dai tempi in cui dirigeva Tema Celeste, unica credibile alternativa a Flash Art quando le riviste contavano eccome, è tornato ciclicamente sulla questione analizzando l'astrazione americana dei primi anni '90, sempre attento alle proposte italiane e, di recente, ha rivolto lo sguardo verso Oriente, direzione Cina soprattutto. Le sue indagini, dunque, risultano sempre puntuali e militanti, così come l'ambizione del fare ordine su un mondo estremamente contraddittorio e mutevole. La domanda, però, è sempre la stessa. Come e quando si può definire contemporanea un'opera pittorica? La mostra Le nuove frontiere della pittura da poco inaugurata al Refettorio delle Stelline di Milano (fino al 25 febbraio 2018), è l'ultima risposta del curatore che, per la verità, non pesca tanto nell'ultima generazione ma tra quelle figure già ampiamente consolidate sul mercato. Preferisce infatti lavorare sul sicuro, che gli dà più garanzie di tenuta nel tempo. La pittura è una cosa seria e tante ne abbiamo viste di promesse perdersi per strada. Propone quindi, tutti con lavori di qualità e di grande formato, gli artisti emersi fin dai primi anni 2000: tra gli altri i belgi Francis Alys e Michael Borremans, gli americani Jules De Balincourt e Dana Schutz, i tedeschi Matthias Weischer e Sophie Von Hellerman, il polacco Wilhelm Sasnal, il rumeno Victor Man, i cinesi Zhang Huan e Liu Xiaodong. Da questa mostra vivacissima emergono, in particolare, tre dati. Il primo: la pittura non ha più alcun legame territoriale, ad eccezione forse di quella cinese e non c'è più una nazione prevalente (come un tempo la Francia o gli Stati Uniti); al pari delle altre arti, anche la pittura è fatto globale. Il secondo: vale tutto, non c'è differenza tra figura e astrazione, tra gesto e segno, tra realismo fotografico e ricorso ai new media; anzi, sullo stesso dipinto possono convivere stili e linguaggi diversi, recuperando così quella componente sperimentale e libera che ne caratterizzò la vicenda agli inizi del Novecento. Terzo (elemento che appare il più significativo): lo spazio dedicato alla produzione italiana, regolarmente esclusa dai curatori internazionali e dagli strumenti di tendenza, vedi i volumi Phaidon della serie «Vitamin P». Ecco. Paparoni seleziona cinque di italiani, tutti con un curriculum che comincia a essere significativo, a partire da Alessandro Pessoli da tempo trasferitosi a Los Angeles. Ridà fiato a Margherita Manzelli, molto incensata all'inizio della carriera e in ultimo un po' in ombra anche se i suoi soggetti sono rimasti sempre gli stessi. Recupera il bravo Nicola Verlato, iperrealista coraggioso e colto, che tratta il mondo dei cartoon come figure manieriste. Si prende a bordo l'immancabile Pietro Roccasalva, il cui successo mi pare ancora misterioso. Punta forte su Nicola Samorì, un talento puro capace di unire la visceralità carnosa di stampo baconiano con una profonda e lucida analisi sulla necessità del fare pittura nel terzo millennio.
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La democrazia? È la maschera delle nuove élite (Tue, 12 Dec 2017)
Da anni in Occidente e in particolar modo in Italia va la polemica anticasta. I vari populismi trovano eccome motivi di battaglia contro le aristocrazie che oggi reggono il mondo Da anni in Occidente e in particolar modo in Italia va la polemica anticasta. I vari populismi trovano eccome motivi di battaglia contro le aristocrazie che oggi reggono il mondo. Viene però da chiedersi se non sia sempre stato così, una questione generazionale, di lotta e successione nella gestione del potere. La storia è forse un «cimitero di aristocrazie», come sentenziò Gaetano Mosca, politologo siciliano convintamente antifascista ma elitista. E la democrazia? Solo uno strumento adatto ai tempi per l'imporsi di una nuova casta, che deve fare l'anticasta in campagna elettorale. E l'uguaglianza, la promessa francese? Forse la più smentita delle tre, la più utopistica. Per nulla egualitari e democratici appaiono infatti i quattro campioni del pensiero politico del Novecento antologizzati in Élites. Le illusioni della democrazia (Gog edizioni, introdotto e curato da Lorenzo Vitelli, pagg. 136, euro 13): Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels e Antonio Gramsci. Non stupisca la presenza del fondatore del Partito comunista italiano, che da buon marxista leninista credeva in una nuova aristocrazia, avanguardia del proletariato, per forza di cose non tanto proletaria. Ma le pagine antologizzate sulla «egemonia» sono lucidissime: «Le idee e le opinioni non nascono spontaneamente nel cervello di ogni singolo: hanno avuto un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione, di persuasione». Una certa fantascienza ci arriverà più tardi a lavorare su cose del genere. Gramsci dal carcere, con realismo eroico, affermava che un partito, conservatore o progressista che sia, necessita di capo carismatico, di un Cesare. Anche Gaetano Mosca tirava in ballo i guerrieri, i pionieri dell'istinto oligarchico, a cui contadini e sacerdoti chiedevano protezione. Il liberista Pareto è noto anche per esser stato maestro del Benito Mussolini socialista in esilio in Svizzera ai primi del secolo. Insegnava che la storia è continua creazione di élites, continua selezione di concorrenti. Si combatte tuonando valori e soluzioni universali, ma sempre partigiane, interessate, con lo scopo di strappare il potere alle élites precedenti. E si tratta sempre di parricidi, dato che «quasi tutte le rivoluzioni hanno avuto per capi dei membri dissidenti di un'élite». Le aristocrazie non durano, vengono abbattute con rivoluzioni capitanate dai fuoriusciti da tali decadenti aristocrazie. Tutto il fascismo e la guerra civile col suo lascito sembrano confermare le vedute di Pareto, che morì poco dopo la presa del potere del Duce. Di Mussolini si fidò anche Roberto Michels, docente di economia a Torino. Vedeva «immanente presenza di tratti oligarchici in ogni aggregato umano» e sfiorava forse la magia scrivendo che «rappresentare significa spacciare la volontà di un singolo per volontà d'una massa». I duci son secondo lui «indispensabili». In questa utile antologia è forse futile cercare analogie con la politica odierna, poiché, come ricorda Vitelli nell'efficace introduzione, siamo nell'era degli imperativi di mercato, non della politica. Al potere c'è un altro livello di terziario: manageriale, astratto, globalizzato, in allarme per le future aristocrazie.
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Ambiguo, troppo ambiguo: il "politico" Thomas Mann (Tue, 12 Dec 2017)
"Moniti all'Europa" è la raccolta dei discosi democratici dello scrittore dall'animo reazionario «Il mio atteggiamento democratico non è perfettamente sincero, è solo una reazione irritata all'irrazionalismo dei tedeschi e al fascismo in genere, che sinceramente non riesco proprio a sopportare. Al fascismo è riuscito di trasformarmi temporaneamente in oratore ambulante per la democrazia; un ruolo in cui più di una volta sono apparso abbastanza comico ai miei stessi occhi. Ho sempre sentito che, al tempo della mia ostinazione reazionaria, nelle Considerazioni di un impolitico, ero stato molto più interessante e lontano dalla banalità». E a ciò, scritto nel 1952 da Thomas Mann a quasi ottant'anni, si può credere. Ora abbiamo di nuovo a disposizione la raccolta Moniti all'Europa (Oscar Mondadori, pagg. 350, euro 15; introduzione di Giorgio Napolitano ). Questa silloge manniana del politically correct dimostra quanto il Mann delle Considerazioni fosse più intrigante, insidioso e stupendo, come lo erano i suoi maestri: Schopenhauer, Wagner e Nietzsche. Certo, può dispiacere che i testi pubblicati 70 anni fa risultino così polverosi. Con qualche significativa eccezione: il primo scritto, il famoso discorso del 1922 Della repubblica tedesca e il penultimo, La Germania e i tedeschi, pronunciato nel giorno del suo settantesimo compleanno il 6 giugno 1945 alla Library of Congress di Washington. In questi discorsi affiora tutto il dolore, nonché l'ambigua ironia, con cui Mann torna a interrogarsi sull'essenza della vera Kultur germanica, sull'autentica essenza del germanesimo. Ed erano proprio quelle le domande che avevano innervato le Considerazioni di un impolitico, pubblicato nell'anno fatale, nel 1918, quando uscirono anche Il tramonto dell'Occidente di Spengler, nonché Il perturbante di Freud, come pure I punti essenziali della questione sociale di Rudolf Steiner, tutti testi che influenzarono profondamente Thomas Mann, che nell'ottobre 1922 quando tenne a Berlino il discorso Della repubblica tedesca era ancora sconvolto dall'assassinio di Walther Rathenau, anche lui intellettuale conservatore che aveva intimamente creduto nella missione della Kultur germanica, proditoriamente stroncato da un gruppo di estremisti di destra. Quell'attentato fu simbolicamente il punto di rottura definitiva tra gli intellettuali di sentimenti conservatori, come il Mann delle Considerazioni, e i membri delle varie organizzazioni «nazional-rivoluzionarie», di lì a poco egemonizzate da Hitler. E di fronte al presidente della repubblica, Mann compì la sua singolare svolta epocale affermando: «La repubblica è un destino: un destino verso il quale l'unico atteggiamento giusto è quello dell'amor fati». In questa costellazione Mann propone un'inedita alleanza tra Novalis, il campione della romantica anima germanica, e Walt Whitman, il paladino della democrazia. Un salto mortale che solo lui poteva tentare, ancorché come possibilità, come problema aperto. Erano queste le interrogazioni che lo assillarono per tutta la vita, da quando, molto giovane, collaborava, con il fratello Heinrich, alla rivista patriottica e antisemita Il XX Secolo fino ai grandi romanzi dell'età matura, massimamente La montagna incantata e Il Doctor Faustus, che è il capolavoro dell'ironia irrazionalista manniana: il protagonista, Adrian Leverkühn, è il genio della musica, la personificazione dell'irrazionalismo creatore, del demonismo nietzschiano e wagneriano, mentre il suo fedele amico, il professore Serenus Zeitblom, è l'estrema immagine del tedesco «buono», umano e umanista, ma di cui l'autore scrive: «Zeitblom è una parodia di me stesso. L'atteggiamento di Adrian verso la vita assomiglia al mio molto più di quel che si dovrebbe credere o che si deve credere». Questa ambiguità, tutta manniana, l'avevamo già incontrata nella Montagna incantata, nel serrato dialogo tra l'illuminista massone carducciano Settembrini e il gesuita «reazionario» Naphta. Siamo già negli anni della Repubblica di Weimar, la simpatia umana dell'autore è per Settembrini, ma la fascinazione intellettuale è tutta per Naphta, per le sue ardite e insidiose peripezie spirituali. Nel discorso del 1945 su La Germania e i tedeschi, Mann, coraggiosamente, rivendica l'unità del destino tedesco, rifiutando la separazione tra una Germania «buona» e una «criminale». E così come nel contemporaneo romanzo «faustiano», anche qui alla fine c'è un salto inatteso e commovente: «In ultima analisi la sventura tedesca è soltanto il paradigma per la tragicità della vita umana, in generale. Abbiamo bisogno tutti di quella Grazia di cui ha bisogno, e con urgenza, la Germania». Dunque chi è Thomas Mann: il «democratico» dei Moniti all'Europa o il grandioso autore della summa della Kultur germanica, da Lutero, Goethe, Wagner e Nietzsche? Ora abbiamo tutte le carte per giudicare. La prefazione di Napolitano è elegante, colta e partecipata. Forse avremmo amato un po' di manniana autoironia perché anche lui ha un percorso straordinario e terribile, dalla stalinista condanna della rivolta d'Ungheria del 1956 alla conversione europeista e democratica. La sua prefazione come pure le Considerazioni e i Moniti appartengono a un'epoca che si allontana, quella splendidamente descritta da Stefan Zweig nel Mondo di ieri: quella della grande tragedia d'Europa.
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Miart, Intesa Sanpaolo main sponsor dell'edizione 2018 (Mon, 11 Dec 2017)
La banca, impegnata da anni nel campo dell’arte e della cultura, a fianco di Fiera Milano per l'evento internazionale che si svolgerà nei padiglioni di fieramilanocity dal 13 al 15 aprile prossimi Intesa Sanpaolo sarà main sponsor dell’edizione 2018 di miart, la fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea organizzata da Fiera Milano che si svolgerà nei padiglioni di fieramilanocity dal 13 al 15 aprile prossimi. Internazionalità, eccellenza e attenzione allo sviluppo culturale del territorio sono i valori che legano Fiera Milano alla banca e contribuiranno a consolidare la centralità di Milano nel panorama nazionale e internazionale. Intesa Sanpaolo da anni è attivamente impegnata nel campo dell’arte e della cultura, con esposizioni permanenti e temporanee del proprio patrimonio artistico e con iniziative di valorizzazione del talento artistico italiano. A novembre è stata premiata dal ministro dei beni artistici e culturali Dario Franceschini come Mecenate del Secolo nell’ambito dei Corporate Art Awards. E miart è la fiera in Italia che ha fatto del dialogo tra arte contemporanea, arte moderna e design in edizione limitata il proprio asset principale, presentando al pubblico la più ampia offerta cronologica, dall'arte dell'inizio del secolo scorso fino alle sperimentazioni delle generazioni più recenti. selezionando oltre 170 gallerie internazionali per un viaggio alla scoperta delle relazioni fra passato e presente della creatività, fra tradizione e innovazione, caratteristiche che definiscono profondamente il contesto culturale milanese e italiano. La fiera è anche protagonista della Milano Art Week, la settimana voluta dal Comune di Milano interamente dedicata all’arte moderna e contemporanea, che coinvolge le istituzioni pubbliche e private della città, le sue fondazioni e gallerie, gli spazi non profit e gli artist-run spaces, tutti soggetti che rendono Milano una capitale della creatività in grado di attrarre un pubblico internazionale di collezionisti, curatori, direttori di musei, artisti, designer, appassionati d'arte e giornalisti. “Il sostegno di Intesa Sanpaolo a Miart si inserisce nel solco dei tanti e significativi interventi che vedono la Banca impegnata nell’ambito dell’arte e della cultura. Con tale collaborazione intendiamo affiancare un’iniziativa in crescita che punta a diffondere quel patrimonio di creatività e talento di cui il nostro Paese è - oggi come nel glorioso passato - così florido e di cui tutti dovremmo andare orgogliosi”, commenta Carlo Messina, consigliere delegato e ceo di Intesa Sanpaolo. “Fa parte del dna di Fiera Milano collaborare con partner di prestigio – sottolinea Fabrizio Curci, amministratore delegato di Fiera Milano – e l’accordo con Intesa Sanpaolo lo dimostra. Le fiere sono un contesto privilegiato per sviluppare sinergie tra attori diversi: in questo caso, nostro obiettivo comune è promuovere Milano, la Lombardia e più in generale l’Italia come eccellenze territoriali che tutte le grandi realtà del Paese dovrebbero sostenere come brand di successo internazionale”. Tag:  miart 2018 Intesa Sanpaolo main sponsor miart Fiera Milano eventi Milano Speciale:  Fiera Milano focus
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"Più libri più liberi" E se la fiera dei "piccoli" ora diventasse grande? (Mon, 11 Dec 2017)
La fiera "Più libri più liberi" passa a pieni voti l'esame della nuova sede romana alla "Nuvola"di Massimiliano Fuksas nonostante i timori da parte di editori e addetti ai lavori alla vigilia della kermesse romana La fiera «Più libri più liberi» passa a pieni voti l'esame della nuova sede romana alla «Nuvola» di Massimiliano Fuksas nonostante i timori da parte di editori e addetti ai lavori alla vigilia della kermesse romana. La sedicesima edizione si rivela al di là di ogni più rosea aspettativa sia in termini di pubblico sia, a giudicare dalle opinioni della maggioranza degli editori, per le vendite dei libri. Un successo di partecipazione - più che raddoppiati i visitatori rispetto allo scorso anno e superata quota 100mila con centinaia di persone in coda già prima dell'orario di apertura - che insieme all'ottima edizione del Salone del libro di Torino lo scorso maggio, fa ben sperare per il futuro dell'editoria italiana. Un'affluenza inaspettata al punto che il terzo giorno di fiera in alcuni punti ristoro erano finiti i caffè. Impressioni confermate dai dati diffusi dall'Aie, Associazione Italiana Editori, secondo cui i piccoli e medi editori crescono più del mercato generale aumentando, per il terzo anno consecutivo, sia il numero di copie vendute sia il fatturato (+1,5% nei primi dieci mesi 2017). Allo stesso tempo l'editoria italiana conferma una vocazione all'apertura verso i mercati esteri, in particolare per le sigle indipendenti che nel 2017 hanno aumentato i diritti venduti all'estero. Numeri che fanno riflettere sulla necessità di fare sistema per un settore che, nonostante i segnali di ripresa, sconta gravi difficoltà economiche e culturali. Da questo punto di vista «Più libri più liberi» è una dimostrazione positiva: quando si realizza un evento con un forte appeal - anche attraverso un capillare lavoro di comunicazione e pubblicità - i libri sono ancora in grado di attrarre migliaia di persone disposte a fare più di un'ora di fila per partecipare a un'iniziativa letteraria. È altresì vero che la Nuvola ha rappresentato un traino per i visitatori; a Roma si parla da anni dell'opera di Fuksas e bisognerà vedere se nelle prossime edizioni, passato l'effetto novità, i visitatori rimarranno simili o caleranno. Un interrogativo che si pongono tanti editori preoccupati anche per una voce (seppur smentita dall'Aie) che serpeggia tra i corridoi della fiera: la possibilità che in futuro Più libri più liberi si apra alla grande editoria sul modello del Salone del libro di Torino o di «Tempo di libri» (sperando che la seconda edizione della fiera milanese prevista a marzo 2018 si lasci alle spalle i modesti risultati dell'evento 2017). In effetti, sfruttando in modo diverso la disposizione degli stand al piano forum (dove si trovano gli stand istituzionali e qualche editore), lo spazio per aumentare il numero degli espositori ci sarebbe. L'auspicio è che si tratti solo di rumor infondati, la forza di «Più libri più liberi» è proprio la sua unicità: una grande fiera non cannibalizzata dai principali editori in cui i lettori, provenienti da tutta Italia, possono dedicarsi al catalogo di case editrici spesso penalizzate dai circuiti distributivi tradizionali ma con vere e proprie chicche librarie.
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I reportage di Henry James, viaggiatore incontentabile (Mon, 11 Dec 2017)
Al romanziere, studioso di arte, non sfugge niente E dà giudizi implacabili sulle nostre città Molto conosciuto e citato il Grand Tour in Italia degli scrittori europei del Settecento, da Stendhal a Montesquieu, da Byron a Goethe; meno quello del giovane Henry James, che pur di famiglia abbiente, con i reportage dei suoi viaggi ci si manteneva, a partire dal 1870, molto prima di scrivere Giro di vite o Ritratto di Signora o le altre decine di romanzi e racconti di uno degli scrittori americani (naturalizzato inglese) più prolifici e colti di sempre. Appena pubblicati per Bompiani nel volume In viaggio (pagg. 314, euro 15), si va dalle cascate del Niagara a Parigi, da Venezia a Strasburgo, dalla Scozia a Francoforte. Ma sono dedicate all'Italia le pagine più belle, nel bene e nel male. Erudito, raffinato studioso di arte e architettura, a James non sfugge un capitello né un affresco, commenta Bellini, Tiziano e Tintoretto meglio di Roberto Longhi, ma le parti più divertenti sono le critiche sarcastiche a cultura e società disseminate nel suo diario del perfetto viaggiatore. Pisa, per esempio, ha un fascino di ordine superiore, «benché offuscato dalla famosa stortura del campanile». Non permette di rilassarti, come invece il resto del centro storico, «con quell'aria tiepida e soporifera che per le persone che soffrono di nervi è come un sedativo». Pisa è come il Valium, in sostanza, sebbene deturpata da una torre sbilenca. «Una città noiosa per viverci, ma il luogo ideale per attenderci la morte». Va molto peggio a Livorno, che «non possiede una sola chiesa degna di attenzione, né un palazzo municipale, né un museo, e, unica in Italia, può rivendicare di essere l'unica città mai raffigurata in un dipinto». I granduchi sono raffigurati in monumenti nella piazza più importante, ma James non legge neppure le scritte di chi sono, perché «in qualità di patres patriae avrebbero dovuto disporre che quella piazza color ocra, grande e spoglia, fosse un nonnulla meno brutta». A Firenze ammira la bellezza del campanile di Giotto, e si chiede stupito come abbia potuto farlo così moderno e mirabile «il pittore di così tanti piccoli affreschi cupi e arcaici». È tuttavia incantato dalla città, perfetta anche laddove è trascurata, come in molte case sul Lungarno, perché comunque sia «non è particolarmente ricca di quel pittoresco cencioso il pittoresco della povertà di cui si riempiono i nostri occhi indolenti a Roma e Napoli». Roma e Napoli, insomma, hanno un'estetica stracciona. Anche perché Roma, già nel 1873, anno del reportage di James, era piena di turisti. «Si potrebbe dire senza essere ingiusti che lo stato d'animo di molti stranieri a Roma è di profonda impazienza per l'attimo in cui tutti gli altri stranieri se ne saranno andati». Non si riesce a godersi la città eterna, perché eternamente disturbata. «Non soltanto San Pietro, il Vaticano, il Palatino risuonano perennemente di voci inglesi; è la sensazione generale e opprimente che la città dell'anima sia divenuta una mostruosa combinazione di località termale e negozio di curiosità; che la sua vita più intensa sia la vita dei turisti che tirano sul prezzo di false calcografie e che sbadigliano mentre visitano palazzi e templi». Chissà cosa direbbe oggi, tra giapponesi, selfie-stick, mendicanti africani a ogni angolo e venditori indiani di aggeggi luminosi volanti. Come se non bastasse, James si è trovato perfino di fronte una vociante manifestazione di grillini ante litteram che attraversavano via del Corso gridando «Abbasso il ministero!». Non che a Milano non abbia trovato difetti, perché non gli sembra una città italiana. Rispetto all'Europa, «piuttosto l'ultima delle capitali del Nord che la prima del Sud». Anche sul Duomo ha qualcosa da ridire: «Non è interessante, non è logico, non è nemmeno, per alcune menti, maestosamente bello; però è enormemente curioso, superbamente ricco». Ma il pittoresco (cercavano tutti il pittoresco, all'epoca, incluso James) lo si trova sotto la chiesa, dove un prete mostra le reliquie di san Carlo Borromeo, per cinque franchi, alzando una saracinesca con una manovella, «proprio come la mattina si vede fare al garzone con la vetrina del padrone». James, alla comparsa del cadavere nero, mummificato, ornato di gioielli, riflette che «qualsiasi cosa si possa pensare riguardo al declino della chiesa, non posso esimermi dal pensare che farà sempre una figura tollerabile nel mondo fintanto che conserverà questo grande capitale di cianfrusaglie. Insomma, mi vedo dopotutto costretto a ammettere, nonostante la saracinesca e le profane arti espositive del sagrestano, che la maestà della chiesa ha salvato la situazione, o l'ha resa, almeno, ridicola in modo sublime». Henry James, per la cronaca, arrivò in Italia passando per la galleria del Moncenisio, non per la galleria del San Gottardo, ancora in costruzione, ma provò comunque l'ebrezza della velocità, «il forte sapore del futuro». Anche nell'Ottocento c'era chi protestava contro i lavori, ma James era favorevole: «La galleria non è certamente un oggetto poetico, ma non c'è perfezione senza bellezza; e nel misurare la lunga linea frastagliata della piramide che ne forma la base, dobbiamo ammettere che è la perfezione di una scorciatoia». Vaglielo a spiegare, ai No-Tav.
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Genio, passione e follie La storia della chitarra che ha dato ritmo al rock (Sun, 10 Dec 2017)
Un libro racconta la "sei corde". Dal dimenticato Lucas a Kirk Hammett che la pagò due milioni Qual è una chitarra veramente speciale? La Gibson Les Paul Standard del 1959 appartenuta a Peter Green, fondatore dei Fleetwood Mac. Quella chitarra ha una sonorità unica perché ha un pickup che ha il magnete con la polarità invertita. Quella Gibson è poi stata acquistata da Gary Moore e in seguito, nel 2014, dal solista dei Metallica, Kirk Hammett, per quasi due milioni di dollari. Le Rickenbacker di colore naturale a 12 corde, usate dai Beatles (precisamente da George Harrison) e dal leader dei Byrds Roger McGuinn (e la sei corde da John Fogerty dei Creedence Clearwater Revival per il suo tipico swamp rock) restano un simbolo del suono rock degli anni Sessanta. Il loro segreto? Avere le coppie di corde montate al contrario. Questa chitarra, nata nel 1963, finì per prima nelle mani di Suzi Arden, un carneade che aveva uno show a Las Vegas, e poi nelle mani di Harrison; McGuinn la acquistò nel 1964 ma l'originale gli venne rubata, il che non gli impedì di comprarla ancora, e il suo esempio negli anni fu seguito da artisti come Tom Petty o Peter Buck dei Rem. Una celebrazione della cosa più bella del mondo: la chitarra rock, come scrive Steve Vai, è contenuta nel gigantesco libro - ricco di storie, di aneddoti e di foto - La storia della chitarra rock di Luca Masperone e del chitarrista folk blues Stefano Tavernese (Hoepli, pagg. 341, euro 29,50) che è anche un avvincente viaggio nella storia della musica dal blues ai nostri giorni. Sulla prima chitarra elettrica girano parecchie leggende. È storia la ricerca, negli anni Venti, dell'ingegnere musicista (che lavorava per la Gibson) che sperimenta un pickup in grado di elettrificare gli strumenti a corda ma con scarsi risultati. Si passa poi al 1928, quando si annuncia con enfasi la nascita dello «Stromberg Electro», «dispositivo elettrico capace di produrre e incrementare il volume di qualsiasi strumento a corda». Quindi pare che la prima chitarra elettrica sia stata la Rickenbacker detta Frying Pan (ovvero padella per friggere, per la sua caratteristica forma) inventata da George Beauchamp, che insieme a John Dopyera produrrà le prime chitarre resofoniche. Ma è nel 1936 con la Gibson ES 150, resa popolare dai virtuosismi di Charlie Christian, che la chitarra elettrica si imporrà sul mercato. Tutti conoscono le star della chitarra, ma ce n'è una completamente dimenticata, Nick Lucas, che negli anni Venti spopolava e incise - con marcato stile ragtime - le prime incisioni per chitarra solista di un artista americano. I grandi rocker, da Eric Clapton a Jimi Hendrix, sono partiti dalle radici del blues. Soprattutto da artisti di strada come il texano Blind Lemon Jefferson e dal grande padre del Mississippi Blues, Charley Patton, che incisero molti classici negli anni Venti accompagnandosi con la chitarra che crea uno sfondo armonico e ritmico per la voce. Ma il vero mito per i rocker è stato Robert Johnson, l'uomo che nella leggenda ha venduto l'anima al diavolo per suonare i blues e che morì a 33 anni il 16 agosto 1938 lasciando un pugno di brani poi ripresi da tutti. Nell'unica foto che lo ritrae elegantemente vestito, Johnson imbraccia una costosa Gibson L-1 acustica, che probabilmente gli è stata data per l'occasione. Un giorno fu chiesto a Jeff Beck con quale chitarrista gli sarebbe piaciuto duettare. La sua risposta fu Billy Gibbons, l'eccentrico leader degli ZZ Top che possiede chitarre con il corpo ricoperto di pelo di pecora, a forma di Stato del Texas oppure una ispirata alla Jupiter Thunderbird di Bo Diddley. «Così potrei provare qualcuno dei suoi incredibili strumenti!», ha spiegato Beck. La Fender divide con la Gibson le preferenze delle rockstar: Jimi Hendrix ed Eric Clapton sono gli eroi di questo strumento, così come lo è stato - prima di morire precipitando in elicottero - Stevie Ray Vaughan. Quando Stevie Ray aveva 11 anni, suo fratello maggiore Jimmie era già un chitarrista noto. Una sera un membro della band di Jimmie andò a casa sua a prenderlo per un concerto e sentì della musica provenire dall'interno. «Bella questa musica, però ora spegni la radio e andiamo!», disse. «Non è la radio, è il mio fratellino che si esercita», replicò Jimmie, che di lì a qualche anno sarebbe stato soprannominato il «Jimi Hendrix bianco». Nel volume c'è spazio proprio per tutti, dal country rock dei Flying Burrito Brothers al glam rock di David Bowie passando per le chitarre «acide» californiane di John Cipollina dei Quicksilver Messenger Service del mitico Jerry Garcia del Grateful Dead fino all'hard rock e all'heavy metal. Sul metal c'è un aneddoto davvero curioso. Tony Iommi lavorando in fabbrica perse le falangi superiori di due dita della mano destra e abbandonò la speranza di diventare un «guitar hero». Un giorno il manager della fabbrica gli porta un disco del grande Django Reinhardt, il re gitano della chitarra jazz che aveva una mano fuori uso per l'incendio della sua roulotte. «Se ci è riuscito lui, perché io non dovrei farcela?», si dice gagliardamente Tony. Così prende una bottiglia di detersivo, la scioglie, ne fa una palla, buca la plastica con una saldatrice, la modella con la carta vetrata e costruisce dei ditali per il medio e l'anulare. Non funziona: la plastica scivola sulle corde. Così Tony prende due lembi da una giacca di pelle e li incolla sulla punta dei ditali. Ora c'è la presa: e il futuro dell'heavy metal. Speciale:  Controcultura focus
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America, c'è vita letteraria nelle "terre di nessuno" (Sun, 10 Dec 2017)
Sembra paradossale, ma nell'era della presidenza Trump gli scrittori di New York, città roccaforte degli intellettuali pro Hillary Clinton, se da una parte continuano a firmare editoriali e invettive (del tutto o quasi inefficaci) contro il nuovo corso della Casa Bianca, dall'altra sembrano una «generazione silente». A parte Paul Auster con il suo 4321, la maggior parte degli autori upper class non sembra più scrivere nemmeno una parola in forma di volume. Al contrario, le nuove e più potenti voci della letteratura americana stanno nascendo in quel Sud degli Stati Uniti colpevoli di aver portato Trump nella Sala Ovale. Tale fenomeno letterario vanta una grande tradizione (da Sherwood Anderson a William Faulkner, da John Steinbeck a Flannery O'Connor), ma da decenni non si manifestava con questa forza. E mentre i maggiori editori italiani continuano a puntare su scrittori mainstream, ormai allo stremo delle forze e delle carriere, sono gli editori cosiddetti minori a far emergere questa nuova realtà. Ci si chiede perché gli inviati dei giornali e delle tv, le serie televisive, i film continuino a presentarci quegli Stati - dal Texas alla Carolina del Nord, dal Missouri alla Florida, dal Kentucky all'Oklahoma - come culturalmente arretrati. Certo, la letteratura southern di quell'arretratezza è ancora testimone, ma soltanto a una prima lettura: perché sotto quella cenere cova non solo un fuoco di esasperazione da Bibbia&Fucile, ma anche una voglia infinita di riscatto che è da sempre il tema, mai abbastanza evidenziato, di scrittori anche ritenuti classici. Twain, Faulkner, Styron, Anderson, Thomas Wolfe non sono quasi mai stati letti sotto traccia, ci si limita a decantarne la poetica della disperazione. Queste considerazioni nascono dalla lettura di una delle raccolte di racconti più riuscite degli ultimi anni: Nelle terre di nessuno di Chris Offutt (Kentucky, 1958), appena pubblicata dalla nuova minimum fax diretta da Luca Briasco (pagg. 156, euro 17, traduzione di Roberto Serrai). Il titolo originale è Kentucky Straight, il nome di un bourbon invecchiato a cui non sono aggiunti coloranti o aromi, come per ribadire che queste «terre di nessuno» non sono edulcorate, non sono imbottigliate in serie. Certo, la Natura, soprattutto quella umana, da quelle parti è spesso brutale, la vita può sembrare una fragile bottiglia con vuoto a rendere, e comunque difficile per la fame di violenza che sembra insita nei cuori lacerati da troppa rigidezza, non solo climatica. Ma è proprio qui, in queste terre, che incontriamo i nuovi Omero americani: come Offutt che racconta l'epica di questi eroi del quotidiano troppo spesso dimenticati, rimossi perché considerati poveri diavoli e non, invece, gli ultimi veri testimoni di un'America che troppo spesso dimostra, nella pochezza scintillante delle multinazionali, di essere soltanto un errore di navigazione. Offutt, diversamente da quanto hanno scritto a oggi tutti i critici in Italia, non esordisce con questi racconti. Aveva già dimostrato il proprio talento con la short story inclusa in La super raccolta di storie d'avventura del 2004 (Mondadori), antologia curata da Michael Chabon e originariamente pubblicata come numero unico di McSweeney's, raffinatissima rivista di Dave Eggers. Offutt ci consegna, come fossero uomini veri da strozzare, personaggi così pieni di amore sprecato, malandato, buttato, maledetto, da farci benedire la sua scrittura, da farci capire come dietro il dirupo emotivo di protagonisti più «border live» che border line ci siano esseri umani che portano i propri errori come carte d'identità, le cicatrici della vita come passaporti. Il problema è che, dannati tra queste «terre di nessuno», sembrano non muoversi mai. Soltanto a libro chiuso capiamo che in realtà si sono mossi. Eccome: tanto da essere dentro di noi. Come A caccia nei sogni, secondo romanzo della «trilogia di Grouse County» firmato da Tom Drury (Iowa, 1956), appena pubblicato da NN editore (pagg. 232, euro 18, traduzione di Gianni Pannofino). Drury racconta l'imprevedibilità di vite solo apparentemente ordinarie perché «la fine dei vandalismi» (prendendo a prestito il titolo del primo libro) non trova requie in protagonisti dalla «luna inclinata», personaggi di una famiglia a dir poco problematica in cui ogni componente rappresenta una parte di quel Midwest che «sta cercando di ottenere qualcosa senza ancora sapere come fare». Tutti legati a un destino (s)radicato alle origini di un mondo sempre in bilico tra il realismo sporco delle tradizioni, quelle di un passato shotgun (come si definisce nel Midwest «un colpo di fucile a bruciapelo») e aspirazioni perdute e sogni infranti nella polvere di fantasmi sempre presenti per una gioventù cresciuta più nel buio delle proprie stanze che in quello delle strade bruciate dal vento della mancanza. Perché è vero che «il dolore è la più solitaria delle emozioni: ci trasforma in isole», come scrive Greg Iles in Mississippi Blood, l'ultimo volume di una trilogia (dopo L'affare Cage e L'albero delle ossa, tutti editi in Italia da Piemme) che è una delle maggiori opere di narrativa popolare degli ultimi anni. Iles, nato a Stoccarda nel 1960, ma cresciuto a Natchez, Mississippi, e amato da autori come John Grisham e Stephen King, rende incandescente quel «buio oltre la siepe» che ancora alligna non solo nel Midwest. Anzi, in quelle «terre di nessuno» emerge con più veemenza il fallimento del multiculturalismo tanto osannato dalla presidenza Obama. Iles ci racconta, con una potenza letteraria che ha quasi il respiro di un classico, un mondo in cui le tensioni razziali possono apparirci d'altri tempi, ma continuano a incendiare i cuori dell'America. Un'America più genuina pur nella sua esplosiva violenza, più vera anche se accusata di aver portato al trionfo Trump, ma meritevole di non nascondere i propri demoni dietro a (p)rese di coscienza di quella élite intellettuale newyorchese che ha trovato il fantasma di Trump nell'armadio pur di non vedere gli scheletri di quel fallimento che si chiama democrazia. La stessa che già Tocqueville aveva intuito fosse la peggiore maschera di una moderna dittatura che non conquista più i territori, ma le coscienze. Speciale:  Controcultura focus
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Un solitario a margine della scrittura (Sun, 10 Dec 2017)
Può essere definita straordinaria un'opera costruita quasi integralmente su aforismi? Se l'autore è il colombiano Nicolás Gómez Dávila , la possibilità è concreta. Può essere definita straordinaria un'opera costruita quasi integralmente su aforismi? Se l'autore è il colombiano Nicolás Gómez Dávila (Bogotà, 18 maggio 1913 - 17 maggio 1994), la possibilità è concreta. Il pensiero breve solitamente è il vezzo degli autori che, giunti al termine di una copiosa produzione e di una brillante carriera, farciscono di leziosità i loro scritti, non raramente traducendo il moralismo spiccio in frasi da cioccolatino. Nel caso di Gómez Dávila non è così, perché egli disegna un'intera architettura fatta di oltre 4000 aforismi ma decifrabile anche dal singolo brandello. Come spiega Gennaro Malgieri nella Prefazione al primo volume degli Escolios a un texto implícito ora pubblicati da Gog Edizioni (pagg. 440, euro 15, traduzione e note di Loris Pasinato, opera che includerà in cinque volumi tutti gli Escolios dell'autore) i suoi aforismi sono tasselli di una montante «metafisica antimoderna», dove nessuna frase smentisce nei contenuti un'altra, perché egli mai pensa alle contingenze del suo tempo, quello nel quale Dio è stato addomesticato e vige la retorica egualitaria. Riflettendo sulla decadenza e sulla secolarizzazione, sulla «religione democratica» che con suo grande disappunto è penetrata perfino nella Chiesa cattolica, l'autore pone come prospettiva filosofica l'ambizione di prolungare e trasmettere una verità che non muore e, perciò, non è legata a un tempo, a un'epoca, a una società. E lo fa utilizzando un linguaggio aforistico che si rivela sorprendentemente organico, tanto da essere considerato da Ernst Jünger una miniera per gli amanti del conservatorismo. Questi aforismi sono però anche il paradigma della sua vita. Paiono frammenti di verità che potrebbero confutarsi a vicenda e che, invece, si rivelano un corpus teorico strutturato. Paradigma perché egli stesso, il «solitario di Dio», fu da tutti considerato una sorta di eremita. Come i suoi aforismi, amava stare da solo e apparire slegato da ogni connessione sociale. Eppure, scavando in profondità, scopriamo che questo isolamento era vero solo in parte. Certo, Gómez Dávila non guardava la tv e raramente leggeva i giornali, ma dovette occuparsi della sua azienda tessile, della tenuta agricola fondata dal padre e curare anche gli interessi della Banca fondata dal nonno. Tuttavia la sua vita fu sempre dedita alla lettura da cui partoriva queste brillanti annotazioni, note a margine che divennero un marchio di fabbrica e che mai venivano apposte sulla pagina del libro in questione, ma su fogli separati che faceva poi dattiloscrivere. L'autore non fece studi regolari e non si laureò, ma l'inesauribile sete di conoscenza lo portò a imparare molte lingue senza mai smettere, tanto che negli ultimi anni iniziò a studiare Kierkegaard in danese. Ormai la sua biblioteca di 31mila volumi, una delle più grandi della Colombia, non gli serviva più a nulla. Ma quando si ammalò volle che il suo letto fosse collocato proprio in quella biblioteca. Gómez Dávila non era un asceta avulso dalle cose del mondo e, proprio come i suoi aforismi, riuscì a includere se stesso e la sua opera in un intrigante e generale quadro filosofico, di cui l'isolamento rappresentò solo una parte. Speciale:  Controcultura focus
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Einaudi, le idee salvano le banche più dei capitali (Sun, 10 Dec 2017)
Proprio in questi giorni pare sia stato definito un accordo europeo sulle dotazioni di capitale delle banche, ritenute sufficienti per metterle «al sicuro» da possibili nuove crisi, stile 2007/2008. C'è stata molta polemica tra le autorità bancarie italiane e i fautori delle prime bozze pensate a Francoforte. La posizione italiana è che rendendo troppo stringenti i parametri si rende più difficile prestare quattrini. Proprio in questi giorni pare sia stato definito un accordo europeo sulle dotazioni di capitale delle banche, ritenute sufficienti per metterle «al sicuro» da possibili nuove crisi, stile 2007/2008. C'è stata molta polemica tra le autorità bancarie italiane e i fautori delle prime bozze pensate a Francoforte. La posizione italiana è che rendendo troppo stringenti i parametri si rende più difficile prestare quattrini. Il non detto, ma fatto filtrare, è che le nuove regole sono modellate sulla situazione tedesca e nordica, dove il problema è rappresentato più che dai prestiti incagliati (che bruciano molto capitale) dai derivati presenti in bilancio, e non del tutto trasparenti. C'è venuto alla mente un passaggio di un grande banchiere, per di più liberale, Luigi Einaudi che in La difficile arte del banchiere (Laterza) scriveva: «Il rapporto tra capitale e depositi è uno solo dei fattori di sicurezza della banca. A parità di altre condizioni, se due banche hanno ambedue 10 milioni di depositi sembra più sicura quella che possiede 5 milioni di capitali propri di quella che ne possiede soltanto uno. Il guaio è che le altre condizioni possono essere tali e tante che la cifra aritmetica del capitale finisce di perdere ogni importanza». Einaudi, insomma, non ragiona da contabile. Anche se le sue considerazioni contengono sempre numeri e sono lineari. Ma sa che la realtà non può essere imbrigliata in un numeretto. E continua efficacemente. «È difficile che una banca fallisca perché aveva un capitale troppo scarso in confronto ai depositi; mentre il fallimento è dovuto di solito al fatto che i dirigenti hanno amministrato male il capitale piccolo ed i depositi grossi; ed avrebbero ugualmente amministrato male il capitale grosso e i depositi scarsi. La vera garanzia dei depositi non sta nell'esistenza di un notevole capitale; poiché il capitale può essere stato ingoiato da male speculazioni e da cattivi affari, così come furono ingoiati depositi. Ma sta nell'esistenza di attività sicure, di buoni valori di impiego contro i depositi e contro capitale; ed è tale garanzia codesta che dipende dalla capacità e dall'onestà degli amministratori, né può essere creata da empirici rapporti aritmetici fra capitali depositi». Così scriveva più di cinquant'anni fa un grande banchiere e un liberale, a cui oggi converrebbe ispirarsi quando, con ragione, si critica la Bce. Non è l'Italietta degli affari e dei campanili che contesta Francoforte, o dei populismi come si dice oggi, ma quella degli scienziati delle finanze e dei banchieri italiani, che insegnarono l'economia al mondo. Speciale:  Controcultura focus
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© Dott. Giulio Perrotta (2012)